materialismo&dialettica
Produzione del processo e processo della produzione >
Forme del processo e mdp

§* Le forme dei processi non sono mai né false né erronee, sono momenti del processo generale e come tali vanno individuate (Hegel).

§* La forma non è l'apparenza della realtà ma come la realtà appare - è la sostanza fenomenica della realtà. È un momento del movimento della realtà.

§* Le varie branche della religione (come la teologia), della filosofia e della scienza rappresentano i vari momenti e i vari stadi della presa di coscienza dell’uomo.

§* La sovrastruttura nella teoria marxista è una forma presa dal processo materiale dello sviluppo umano.

 

[modi di produzione & strutture culturali]

"Se la produzione materiale stessa non viene considerata nella sua forma specifica è impossibile comprendere il carattere determinato della produzione intellettuale ad essa corrispondente e la loro azione reciproca.  Si resta così nella banalità" (STE 1°/357). 

"Religione, famiglia, stato, diritto, morale, scienza, arte, eccetera, sono soltanto particolari modi della produzione e cadono sotto la sua legge generale. L'effettiva soppressione della proprietà privata, come appropriazione della vita umana, è quindi l'effettiva soppressione di ogni alienazione - e con ciò la conversione dell'uomo dalla religione, dalla famiglia, dallo stato, eccetera (dal diritto, dalla morale, dalla scienza, dall'arte, ecc.) alla sua esistenza umana, cioè sociale" (MEF/259).

Il "riflesso religioso del mondo reale", dice ancora Marx (CAP 1°/111) "può scomparire soltanto quando i rapporti della vita pratica quotidiana presentano agli uomini giorno dopo giorno relazioni chiaramente razionali fra di loro e fra loro e la natura". 
"È da evitare di fissare ancora la società come una astrazione di fronte all'individuo" (260).
"Il comunismo è la forma necessaria e l'energico principio del prossimo avvenire; ma esso
non è come tale il termine dell'evoluzione umana, la forma dell'umana società" (268).

Per Marx in principio la sovrastruttura è solo giuridica e politica. A questa sovrastruttura →  corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Poco tempo dopo, Marx allarga il concetto di sovrastruttura (cfr LINN).

[la cultura]  

La cultura è la forma che assume la coscienza nel corso dello scambio che l’uomo ha con la natura esterna e con la propria.  Anche la propria natura di uomo si presenta come estranea nella misura in cui gli uomini la trovano già costituita.  All’oscurità della natura esterna e della natura interna si aggiunge nel corso dello sviluppo l’oscurità della natura sociale che si presenta altrettanto estranea proprio dal momento in cui la si individua.. 

A seconda del livello dello scambio con la natura e con se stessa – scambio che la cultura riflette –, la cultura assume forme diverse. Magiche, religiose, filosofiche, scientifiche, teoriche, eccetera. Lo scambio a sua volta dipende dallo sviluppo delle forze produttive. È qui che il livello delle forze produttive incide sul livello della cultura.  È qui che la cultura riflette  il livello raggiunto dalle forze produttive.  Marx (cfr  LINN 2°/132) scrive "A considerare più attentamente la cosa si vedrà che tutti i rapporti dissolti erano possibili solo ad un determinato grado di sviluppo delle forze produttive materiali (e quindi anche spirituali)".

© Quel che Marx chiama spirituali lo sostituirei con culturali. (È una questione di linguaggio. Per Hegel lo spirito del mondo incombeva sul mondo. E in Marx il linguaggio hegeliano ha una  sua presenza se non altro formale.) –|

– Il livello raggiunto dal processo culturale all’epoca del capitalismo è di aver posto in relazione negativa → gli elementi tradizionalmente uniti dalle condizioni oggettive del lavoro con gli individui.

Non c’è superamento della contraddizione nel modo capitalistico di produzione. Al contrario c’è l’accentuarsi delle contraddizioni (LINN 2°/133).

 

[la cultura riflesso della realtà]

Continuo Savater. Ormai con una certa stanchezza. Interessante. Rende plastica la confusione di un dibattito privo degli strumenti ma.dial.  L’analisi non affronta l’oggetto come un processo. La cultura, argomento principale del libro, non è affrontata e descritta come un movimento di analisi della realtà, di cui la cultura è il riflesso. Riflesso che a sua volta ha due movimenti. Uno, il progressivo avvicinarsi alla realtà in oggetto. Due, il riflesso dello stesso movimento della realtà in movimento.

Il risultato di questa assenza (le realtà come processo in processo) crea una enorme insalata, un fastidioso mishmash, nel quale le opinioni, i periodi storici, le idee dei pensatori si mischiano quasi senza senso posti come sono tutti sul medesimo livello. Privo di quella profondità che solo il movimento nello spazio e nel tempo riesce a raggiungere. Appiattito nella concezione del pensiero che pensa se stesso.

Il massimo del movimento è dato dai giudizi dei vari autori derivanti l’uno dall’altro. Una produzione del cervello totale, unico artefice di questa produzione. Dove ogni idea ha le proprie radici in un’idea precedente e ogni cultura è debitrice di cultura altra nella quale affonda le radici. Da qui il fatto di come il modo di pensare di ciascuno o ogni cultura è debitore/debitrice di un modo di pensare e di una cultura precedenti. Il che è solo accademicamente vero.

Ma sostanzialmente falso. Poiché la cultura non ha un rapporto con se stessa bensì con la realtà che riflette. E questo riflettere la realtà, come ha ben spiegato Hegel, è stato prodotto da un movimento progressivo di penetrazione della realtà e di adesione allo stesso movimento della realtà.

Il che cambia profondamente il concetto stesso di cultura, il modo in cui va analizzata, il modo in cui va descritta, il modo in cui va interpretata. Ma soprattutto fa della cultura un movimento organico, comprensibile, piuttosto chiaro nel suo sviluppo concretamente contraddittorio.

E toglie alle opinioni il loro stesso fondamento in quanto ogni opinione è fondata nella misura in cui riflette porzioni di realtà e a quel punto non è più un’opinione ma è oggettivamente qualcosa che è. In un processo (infinito) di produzione che riguarda congiuntamente pensiero e realtà. Processo che come tutti i processi ha un movimento proprio nel quale ogni momento della realtà deriva dal movimento procedente che nel medesimo tempo supera negandolo. E il mistero dell’universo sempre uguale e sempre diverso è un po' meno misterioso.

Il medesimo discorso sulle opinioni vale per le «interpretazioni» che come vorrebbero i postmoderni hanno sostituito i fatti. Non ci sono fatti ma interpretazioni. Secondo loro  (da fpg 6 ago 09) (sul tema vedi “Intorno al concetto di cultura”).

 

[modo di produzione & produzione intellettuale]

L’esempio di Aristarco - eliocentrico già nel 4° sec. prima dell’e. v. -, degli stoici (che anticipano nella sostanza la concezione moderna dello stato e della società) e la circostanza che le loro anticipazioni non ebbero alcuna influenza sul periodo storico nel quale vissero e che pure produsse quelle riflessioni, lascia pensare che alcune forme del pensiero, alcune produzioni della riflessione, si formino nel "precedente" (forse proprio come riflessione del precedente) e che si espandano poi, nel corso della formazione storica successiva, che per qualche verso è la loro propria. 

La chiave potrebbe essere rintracciata nella formazione dei modi di produzione (mdp), nel loro succedersi con anticipazioni, rovesciamenti, eccetera, come sappiamo. 

Il processo comunque è affatto lineare.  È il lomat che tende a renderlo lineare. Tutto il pensiero logico - matematico risente della concezione logico - orfica dei pitagorici, dell’ideale greco della «stabilità» della cosa e del mondo (Euclide) che si traduce nella linearità del processo, e altro. 

La grande rottura di Hegel con quel pensiero non poteva automaticamente riflettersi, conquistare e riversarsi nel pensiero scientifico corrente legato a procedimenti matematici e all’ideale matematico - pitagorico della supremazia della matematica, dell’armonia dell’universo espressa dall’armonia dei numeri e nella loro progressione sostanzialmente lineare, eccetera. 

(Ipotesi → il modo di produzione greco attraverso lo schiavismo permette un grado di libertà politica ed economica a una formazione sociale ristretta. La libertà politica ed economica goduta da questa formazione sociale si rispecchia nella democrazia come forma politica e nel pensiero speculativo come livello intellettuale).

 

[cultura e lotta di classe]

(MID/106) – Se portiamo un contadino lucano o guatemalteco al Partenone pensiamo che lo interessi?  I pastori del siracusano se ne fottono della bellezza dei templi del siracusano.  Eccetera.  Per piacergli è necessaria la mediazione culturale. Ed ecco che la bellezza non si spiega più con la bellezza in sé ma con la cultura.  E la cultura?  È o non è uno strumento del dominio e della lotta di classe?  Lotta che nella misura in cui si svolge tende ad appropriarsi della natura e del sapere umano di nuovo nella prospettiva della lotta e del dominio di classe.

Tuttavia. Non va mai dimenticato che l'uomo racchiude in sé un'ambivalenza (dialettica naturalmente).  Appartiene nello stesso tempo alla classe e al Genere.  Come appartenente al Genere le sue lotte e scoperte appartengono e possono essere utilizzate da tutta l'umanità.  Come scoperte al servizio di una classe esse favoriscono la classe e si rivolgono contro le altre classi e a volte contro l'umanità nel suo insieme.  È anche per questo che lo scienziato che lavora in nome della umanità finisce in concreto - sempre - per lavorare a favore di una classe. La contraddizione da superarsi nell'uomo è l'antagonismo fra classe e Genere, superando la classe.  [cfr. LDS "tutte le leggi (sociologiche) sono strumenti concettuali foggiati nel tentativo di dominare in sede tecnica le tensioni sociali"].

 

[economisti borghesi e 4PP] 

C’è da dire che Marx quando scrive degli economisti borghesi non segue la sottile pratica di distinguere fra classe e genere.

Per Marx l’economista borghese è soprattutto un ideologo il cui unico obiettivo è sostenere il modo capitalistico di produzione (mcp). Tuttavia da un lato l’ideologia economica capitalista sostiene il mcp, e dall’altro il mcp assolve a una sua precisa funzione storica.  Sulla funzione storica del capitalismo Marx non ha dubbi.

Come il mcp assolve a una funzione storica così anche l’ideologia borghese assolve a una sua funzione che non è solo a sostegno del modo di produzione. Ma è anche un momento all’interno della produzione della coscienza.  Le varie filosofie e ideologie borghesi rappresentano tanti momenti che la coscienza e la logica percorrono nel corso del loro sviluppo. Come Hegel analizza (fonda) nella SDL.

Nella sua polemica contro gli economisti borghesi, Marx, sottolinea la loro incapacità di cogliere il processo nella sua realtà. Questo accade perché vittime dell’ideologia di classe. D’accordo!  Ma anche perché «condizioni» del processo di produzione capitalistico. E come tali, portatori di una loro verità. Ovvero rappresentanti di un momento della realtà del processo (4PP). Quale sia questo «momento» è questione tutt’ora aperta.

Ideologia dell'economia borghese. (PLC/175-176) – L'economia borghese inquadra la produzione in leggi di natura eterne e indipendenti dalla storia - dove i rapporti borghesi di produzione sono dati per inviolabili e immutabili. Appunto, come naturali. Confondendo e cancellando tutte le differenze storiche, amalgamate in leggi universali umane.  ...  In realtà le cosiddette condizioni generali di ogni produzione non sono altro che momenti astratti con i quali non viene spiegato alcuno stadio storico concreto della produzione (vedi anche @COND). 

 

[metodologia]

Un rapporto fondamentale da tener presente ogni volta si affronti un'analisi è fra la manifestazione relativa del fenomeno e la sua manifestazione generale (che può prendere la forma di un assoluto).

Nella analisi della formazione del valore delle merci e dei prezzi è necessario tener conto della media totale del saggio del profitto del capitale assoluto. All'interno poi, per ogni singolo ramo e per ogni singola produzione o per ogni singola industria le leggi che determinano il profitto e i prezzi sono diverse. Alcune al di sotto del saggio e altre al di sopra. Ma tutte dipendono dalla legge generale che pur non riproducono meccanicamente.

Così la domanda di Mike Hodgking (S./808/feb '78/12), in che misura la natura della scienza è controllata dalla produzione, è ingenua. Oggetto dell'analisi è il rapporto fra scienza e produzione. E questo Marx in qualche misura lo ha definito quando ha individuato nella produzione sociale della scienza una componente essenziale per la produzione capitalista.

Ciò che rimane da analizzare è come all'interno di ogni ramo scientifico e di ogni produzione questo rapporto si manifesti concretamente - in quel dato periodo storico e in quel dato momento storico della produzione capitalista.

Generalizzare il relativo, come si fa continuamente, porta a risultati errati nonostante la bontà delle ipotesi di partenza.

 

[sapere reificato – sapere vivo]

(cfr NRI /06/87 – E. Arab-Ogly) – La produzione moderna con il grado di sviluppo raggiunto dalla scienza incorpora nel prodotto oltre che lavoro morto anche sapere morto, oltre che lavoro reificato anche sapere reificato.  Così come il lavoro incorporato si contrappone al lavoro vivo, il sapere incorporato si oppone al sapere vivo. (Una forma di sapere reificato è individuabile nel sapere accademico). Non basta.  La novità è data anche dal ritmo assunto dallo sviluppo tecnologico. Un tempo lo sviluppo tecnologico era più lento dello sviluppo umano. A una generazione tecnologica corrispondevano più generazioni di uomini. Ora a una generazione umana si succedono più generazioni tecnologiche. I termini si sono invertiti.
Il ‘68 «1968» potrebbe essere il riflesso di questo salto del processo storico - economico, della morte dell’autorità delle generazioni più vecchie esauritasi di pari passo con l’esaurimento del loro sapere tecnologico vivo.  Oggi le generazioni precedenti non hanno nulla da tramandare alle generazioni successive.  E sono continuamente minacciate di obsolescenza dalle nuove generazioni dei mezzi tecnologici.  Accade anche che la forma assunta da questo tipo di processo invada  ogni ramo del sapere e della cultura. Così tutto è dato per morto ancor prima di essere nato. 

Tra cultura, sapere teorico e sapere tecnologico si è andata instaurando una tipica contraddizione ma.dial. Una sorta di vera e propria inversione di tendenza.  Tanto il sapere tecnologico sopravanza le generazioni umane, quanto il sapere teorico è indietro di due, trecento anni.  In filosofia siamo ancora a Kant e al neo-kantismo.  Hegel stenta a entrare nelle metodologie generali ed è pressoché fuori, ufficialmente, dalle metodologie scientifiche.  Contro il marxismo si porta avanti una vera e propria crociata individuando quel pensiero con il pensiero della classe antagonista e del nemico borghese tout court.   

Ma sul sapere reificato c’è qualcosa di più. I nessi a lungo andare prendono forme proprie, si autonomizzano.  Il sapere reificato prende la sua autentica e autonoma forma nell’informatica.  Un sw sta a segnare quel punto del processo in cui il sapere incorporato lontano dall’essere nascosto è visibile.  Lo si tocca con mano, come si suol dire.  È là, non più nel suo concreto, ma nella sua reale fisicità.  Non più nel suo astratto, ma nel suo essere fisicamente esistente. Interessante che conserva alcune caratteristiche fisiche del sapere astratto.

 

[filosofia, sovrastruttura di classe]

Per Marcuse la filosofia è una sovrastruttura di classe (vedi MRR pagg. 209/214/235, e anche @SF).

 

[legalità e criminalità]

(vai a “4PP e criminalità” in @FORR2)

 

[il potere]

Foucault illustra la sua teoria del potere. Il potere si misura con la repressione (Reich) o con la guerra (Nietzsche). Non nega che il potere sia strettamente connesso con l’economia. Nega l’isomorfismo fra potere e economia. Non hanno la medesima struttura. Il potere va analizzato a parte. Il ragionamento mi sembra fondato.  © Solo che poi gli capita che nell’analizzare il potere dimentica le sue connessioni con l’economia.

 ® Il rapporto guerra - economia ha una sua evidenza. Il rapporto repressione - econo­mia anche, ma più complesso. Va tenuto conto fra l’altro che ogni sovrastruttura (il potere in questo caso)  acquista forme autonome che si alimentano del fenomeno in sé. Nella fattispecie le tecniche della repressione acquistano nella testa degli uomini un significato proprio. La forma estrema è il piacere della repressione in sé.

Interessante la tesi di Foucault. Il potere è esercitato in nome del principio di sovranità (da quella del re a quella del popolo).  In realtà il sistema si regge su un reticolo non detto di norme di coercizioni disciplinari (potere disciplinare fatto di norme e regole che si presentano come neutre, scientifiche, naturali e normative). ® Parallelo fra l’occultamento dello sfruttamento e l’occultamento dei sistemi di coercizione funzionali allo sfruttamento. Il principio di sovranità uguale alla libertà dell’operaio di vendere o meno la sua forza lavoro.

F. espone i risultati della sua ricerca che vengono raggiunti con una analisi i cui rapporti fra concetti non sono dimostrati né analizzati. L’impianto logico rimane quello di origine aristotelica (a non è non a).

F. tende a rovesciare l’ordine delle strutture di base. Fare delle sovrastrut­ture le strutture. Individuare nella forma del fenomeno il fenomeno stesso. Così è la forma del potere a diventare struttura e a forgiare l’individuo /44 BDS/. © Per Marx la realtà dell’individuo va rintracciata nelle relazioni fra gli uomini, nella società. Ma la società si struttura sulle relazioni economiche, sulla necessità degli uomini di affrontare e risolvere le proprie necessità economiche. Il potere è una delle forme prese da queste relazioni. È la scarsità delle risorse a dare vita alle classi. E l’individuo prende la forma propria alla classe di appartenenza e di provenienza. Per F. l’individuo prende la forma dei rapporti di potere che individua come struttura portante della società e delle relazioni fra gli individui. Ugualmente la riflessione sulla guerra lo porta a individuare nella guerra la struttura base del potere. Sono i modi della guerra a formare i modi della repressione e del potere.

& – [Foucault 4°]BDS – Giudico la riflessione di F. leggera. Interessante ma di scarso peso. Non riesce a cogliere il processo (da fpg 20.7.03).

 

[ipocrisia & morale]

Ha l'ipocrisia una funzione? Recita lo Zanichelli. Ipocrisia. Capacità di simulare sentimenti lodevoli allo scopo di ingannare qualcuno per ottenerne la simpatia o i favori. Anche. Che agisce simulando doti e virtù che non possiede. L'ipocrisia delle classi dirigenti simula sentimenti lodevoli e doti e virtù che non possegono. Il fine è ingannare. Ingannare chi? Gli strati sottostanti della società. Fino a Kant l'inganno aveva una matrice religiosa. Gli dei andavano placati, il dio andava assecondato nella sua volontà ordinatrice. Con Kant il dio viene sostituito dall'imperativo categorico. La fonte della moralità s'interiorizza. Ecco le radici della moralità tanto dibattute da Changeaux e Ricoeur in NER. Comunque l'origine della moralità è sociale, compresi i sentimenti di bontà e solidarietà delle scimmie antropomorfe. È il gioco di squadra a creare la solidarietà. Non individuerei come  solidarietà l'istinto di protezione delle nidiate dirette alla mera riproduzione della specie e non al miglioramento delle proprie condizioni di vita (il branco, eccetera).

Dunque, l'ipocrisia. Oltre l'inganno c'è una buona dose di ideologia del soggetto ipocrita. Fa parte di quello che una classe e un soggetto si raccontano. L'industriale che dà da «mangiare» ai suoi operai. Lo sfruttamento non si vede. Non lo vede. L'ipocrita spesso non vede la propria miseria. Il cinismo della classe dirigente è il più delle volte oggettivo, non soggettivo. Il soggetto non ha una visione del mondo così chiara da raggiungere la lucidità intellettuale imposta dal cinismo.

L'ipocrisia svolge oggettivamente la funzione di raccontarla agli altri e raccontarla a se stessi. Il riferimento dell'ipocrita e anche il suo strumento di lavoro è la morale collettiva. Morale collettiva che estrae la sua materia prima dal pensiero comune, luoghi comuni, simbologie più svariate. Molto diversa dalla coscienza del sé, e dall'autocoscienza hegeliana. Il fatto che prendano spesso la medesima forma è ancora una mistificazione dell'ipocrisia. Quando si presenta come forza e coscienza per nascondere le proprie debolezze, i propri vizi, la propria povertà e ignoranza o impreparazione, eccetera (da fpg 15.09.99).

 

[la morale]

Soggettivamente la morale è la forma presa dal rapporto fra l'immagine di sé e la propria visione del mondo. Oggettivamente è l'insieme delle regole comportamentali che una società data si è data. Regole che nascono direttamente dal livello dei rapporti di produzione.

(da fpg 1.8.05)  In AVA Horn illustra le differenze fra la morale antica e la morale moderna. La morale moderna è di derivazione giudaico cristiano kantiana. L'universalità le nasce con il precetto cristiano di amare tutti. Il prossimo tuo come te stesso. E dall'imperativo kantiano del dover essere. Pagine interessanti (da 175 segg). © Il dover essere fonda la natura deontologica della morale moderna. Mentre la morale antica è sostanzialmente teleologica. Diretta a un fine. Il fine è il benessere, inteso anche come buona salute e come felicità del soggetto. Ma anche la salute della polis, della comunità di appartenenza. Horn commenta che questo non è universale. E sembra ignorare che la polis, la propria comunità coincidevano per gli antichi con l'universalità. Al di fuori, otre i confini c'era la barbarie. L'altro era un barbaro. Non esisteva. Non a caso lo si riduceva in schiavitù. E non a caso lo schiavo veniva identificato come animale parlante. –|

 

[contraddizioni della morale corrente]

Buona la riflessione di Bernard–Henri Levy che descrive la vicenda americana di Clinton, le contraddizioni che cela in sé, e coglie la contraddizione oggettiva fra trasparenza democratica e ragione di stato. Tra la morale personale degli individui e l'impossibilità di fare luce ovunque. Già Merleau-Ponty aveva affrontato il tema dell'impossibile sincerità del soggetto commentando un romanzo della de Beauvoir (L'invité), sostenendo l'impossibilità della sincerità assoluta. Se non altro perché l'individuo medesimo non ha sempre chiaro come stiano le cose dentro di sé. A parte che la ragione di stato per quanto la si possa limitare – ed è giusto che sia limitata quanto più si possa – sarà difficilmente eliminabile. È un'ipocrisia bella e buona pensare il contrario. Peggio declamarlo o sostenere che l'obiettivo sia raggiungibile. Demagogia. E cos'altro è la demagogia se non promettere quello che si sa impossibile mantenere, o denunciare situazioni in nome di una morale che si sa essere inapplicabile ma alla quale la gente ama credere. E su questa necessità del credere sarebbe necessaria una riflessione, per quanto ingenua possa sembrare.

C'è comunque qualcosa nella morale corrente che si va squamando. Le contraddizioni emergono con forza sempre maggiore. E questo provoca terremoti, anche economici. La fiducia è qualcosa che ha a che fare con i rapporti umani. Anche la moneta è un concentrato di rapporti umani. E l'economia, e la politica, e la convivenza civile (da fpg settembre ’98).

 

[la religione]

Follia della sovrastruttura religiosa. Alienazione, feticismo, superstizione allo stato puro. Ma non imbecillità allo stato puro. Il radicamento della pulsione religiosa è l'indice dello stato di salute della coscienza umana. Siamo ancora nella preistoria. Quanti secoli ancora per entrare nella storia? (fpg 11.4.07).

Il "riflesso religioso del mondo reale", dice ancora Marx (CAP 1°/111) "può scomparire soltanto quando i rapporti della vita pratica quotidiana presentano agli uomini giorno dopo giorno relazioni chiaramente razionali fra di loro e fra loro e la natura" (da @RU).

 

[religiosità e religione]

Lo iato fra l’oggettività della realtà e la soggettività della coscienza umana, dove il soggetto è l’umanità, prende la forma della religiosità. Si può anche dire che la religiosità è il senso mancante, è l’assenza di senso. E siccome nell’uomo la ricerca del senso è direttamente proporzionale alla sua stessa ragione di essere, la religiosità colma il vuoto o la differenza. Tanto più la differenza sarà maggiore, tanto maggiore sarà la religiosità. Tanto la differenza si assottiglia, tanto sarà basso il livello della religiosità.

Un ateo non è soltanto uno che non crede in dio, ma è anche uno che ha accettato la condizione umana così come l’ha individuata. E ne ha collocato il senso nella complessità organica dell’uomo e nel com­prendere come l’uomo è un essente. Il fine del fine è il fine, il senso dell’uomo è l’uomo, il senso dell’umanità è l’umanità. Il senso dell’umanità è l’esistenza dell’umanità. Almeno fino al momento nel quale non si scopra una esistenza, una organizzazione vitale più complessa di quella umana. Ma fino a quel momento la coincidenza fra soggetto e oggetto, fra l’umanità e il vivente, è assoluta (vedi anche “Appunti  di religione e sacralità” §REL) (da fpg 11.8.03).

[religione e clan]

Il caso di R. che abbraccia il buddismo. La vita è un lavoro tutto sommato faticoso. Almeno per la maggior parte della gente. L'individuo si scontra con le contraddizioni della società. Con le regole imposte dai propri gruppi sociali. Tende alla libertà senza sapere bene di cosa si tratti. Ed esce battuto da questo scontro. È allora che si rifugia nella religione. Nel migliore dei casi. Comunemente la religione è solo un'ideologia clanica. Viene assunta come si assumono le regole di un qualsiasi clan. Alla cui appartenenza fa riscontro la tranquillità – non importa se relativa – di essere in compagnia. Di assumere un'identità. L'identità del clan. Non a caso la religione è alla base di tutte le regole claniche. Ne rappresenta il fondamento e il supporto. Basta poter dire, o anche soltanto pensare, io sono cattolico, romanista, camorrista, socio del circolo degli Scacchi. Questa la sovrastruttura dell'appartenenza. La forma presa dall'appartenenza. La base dell'appartenenza è formata da strutture sociali in competizione. Ed è per questo che a ogni gruppo clanico, sia cattolico, sia sportivo, sia sociale in senso lato, fanno riscontro ben solidi interessi economici e di appartenenza economico - sociale.

Naturalmente esistono clan evoluti e clan arretrati. Clan il cui interesse è lo sviluppo e clan il cui interesse è lo statu quo (da fpg 18.3.07).

 

[la famiglia]

(vai a @PERS-SOC, @CRAP, §HALL)

 

[la trama della struttura familiare]

Si comincia a discutere delle madri che uccidono i figli. E dimenticano fino a cancellarlo l'assassinio. Una patologia? Accanto agli altri omicidi e alle violenze di tipo vario che nascono in seno alla famiglia, anche questo dibattito sulle madri assassine, sui padri stupratori, sui parenti sadici, eccetera, è un vero colpo che si infligge alla famiglia come immagine protettiva e consolatoria. La famiglia è la cellula della società. Come tale tutti i vizi e tutte le virtù della società vi sono rappresentate. E di lì nascono. È sviante considerare la famiglia un’oasi. Si tratta piuttosto di un cantiere. La famiglia attuale non è poi tanto diversa da quella che la ha preceduta. Solo che nel sua lento ma progressivo sgretolamento emerge la trama della struttura familiare. E a occhio nudo si comincia a vedere di cosa si tratta (da fpg 8.9.07).

 

[Bataille e la cultura borghese]

Le riflessioni di Bataille sono strettamente aderenti allo stato dello sviluppo delle forze di produzione e della coscienza nel periodo per lui corrente. Il tentativo più profondo di interpretare e analizzare le angosce e i concetti in voga (più o meno mascherati e imitati) della cultura borghese moderna con lo stesso materiale intellettuale di cui la cultura moderna è costituita.

In LEM B. dà un’interpretazione acutamente borghese dello stato dell’arte del processo in corso di sviluppo.

B. coglie la dinamica del processo in corso attraverso gli opposti bene - male, astinenza - eccesso, piacere -lavoro, presente - futuro, trasgressione - dovere.  Nelle loro forme di movimento/i religioso, filosofico, letterario.  Strettamente legati a questi opposti su cui si basa l'oggetto della loro riflessione. L’astinenza, il lavoro, il dovere, il bene sono connessi con il futuro.  In vista del futuro.  Il piacere, l’eccesso, la trasgressione, il male sono connessi con il presente. Con il consumo immediato. 

Rito, mito, violenza, passione, letteratura, poesia, sacro sono connessi con la trasgressione e colgono il nodo del problema dell’uomo. La contraddizione fra il principio di piacere e il principio di realtà, fra la trasgressione infantile e il dover essere adulto, fra la giustizia e l’ingiustizia, fra la spinta allo sviluppo e la resistenza allo sviluppo.  Eccetera. Come l’individualismo divenga una risposta eccessiva al calcolo utilitario del mcp avanzato.  Come la produzione capitalistica sia fondata sulla priorità del futuro (50), e altro.

Nella realtà il processo è più complesso di come lo faccia B.  Ma egli coglie forme che vanno tenute presenti, strettamente connesse, come lui le presenta, allo sviluppo delle forze di produzione.

Anche un modo acuto di affrontare il problema del piacere, di spostare il rapporto con la vita che rimane lotta ma in un senso più acutamente borghese. Come Sade, figlio della Bastiglia e della sua presa. Le classi dirigenti delle società avanzate tese a celebrare sin dal nascere della borghesia, come valori assoluti il sesso, la tavola, i legami di amicizia, la fedeltà. Mentre all’opposto le religioni e le filosofie predicavano l’astinenza, la riflessione  e l’ascesi. E altri temi. Il medioevo germanico sposta alcuni valori e nell’incontro con il cristianesimo mortifica il corpo e premia soprattutto la fedeltà.  Eccetera, eccetera, eccetera.

 

 

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“Forme del processo e mdp”  [@FORR]

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