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4PP e transizione

§* Le transizioni sono tali da un modo di produzione a un altro. Se si configurano in un modo di produzione nuovo non sono più transizioni.

§* Le transizioni in genere, sia nella natura sia nella società umana, avvengono per via del cambiamento repentino di qualità. Ma poi queste qualità devono affermarsi (divenire egemoni). Questa affermazione, questa egemonia, è graduale, avanza per macchie di leopardo, si dispiega nel tempo. Fino al momento in cui si stabilisce e domina. Anche il momento della dominazione, dell’egemonia non è preciso (da §EVL1).

§* Una caratteristica dell'attuale transizione è l'eclissarsi della coscienza, negata in nome dei fatti, del sentito, dell'immediato senza tener conto che dietro quei fatti, quel sentito, quell'immediato c'è un pensiero ora eclissato. E che tornerà arricchito di questa nuova immediatezza (da §LETT). 

 

[la previsione e il 4PP]

Un momento nel 4PP nel quale si passa dal prevalere della tradizione al suo esautoramento. Un passaggio che va dal passato al futuro. L’inizio significativo del processo può collocarsi nel ‘600. Si compie nel ‘900 con la rivoluzione culturale che dalla Cina maoista dilaga in occidente. Quale è il senso di questo passaggio? Ora mentre il passato è qualcosa più o meno accertabile e controllabile, il futuro non lo è affatto. Mentre il passato è memoria, il futuro è previsione. Uno spostamento all’interno stesso della corteccia. La previsione contiene più memoria di quanto la memoria contenga la previsione. In questo senso la previsione può considerarsi uno sviluppo, un passo in avanti del 4PP. La previsione porta con sé la prevenzione. Una maniera affatto diversa di affrontare il rapporto con la natura sia esterna sia interna (da fpg 29.10.03).

 

[la transizione]

In questo senso si può parlare di periodo di transizione, di sostituzione e di passaggio da un modo produttivo all’altro (sostituzione / trasformazione).  Chiamarlo periodo di transizione o no è irrilevante – nel senso che la transizione non si configura come un modo a sé di manifestarsi con regole proprie. – La transizione è quel lungo periodo di passaggio da un modo di produzione a  un altro, da una formazione sociale dominante (egemone) a un’altra (vedi anche @GLOB).

Al contrario fa parte dell’analisi dei processi – quali essi siano – l’individuazione di "leggi generali" inerenti il passaggio da uno stato all’altro del processo.  Se per transizione s’intende l’individuazione della fase acuta del passaggio ci si può anche provare.

Marx ci ha provato (MCI 99/100) quando ha messo sulla carta una descrizione analitica eccezionalmente chiara del passaggio da un modo di produzione a un altro.  Dal modo feudale di produzione al modo capitalistico di produzione e da questo a una nuova formazione sociale e a un nuovo modo di produzione (mdp).  Il mdp esistente, dice Marx, crea nelle forze produttive del lavoro, nelle condizioni di produzione e nei rapporti di circolazione, le condizioni reali di un nuovo modo di produzione (cfr anche MCI/83).

Che l’artigiano fosse già proprietario del suo strumento, mediato dalla sua abilità e dal possesso anche delle materie prime e dei mezzi di sussistenza, dello strumento di lavoro, presupponeva già un secondo stadio (LINN 2°/127). 

È quindi possibile individuare uno stadio storico più sviluppato nelle caratteristiche del precedente. Questo è in qualche modo un concetto di transizione o meglio di 4PP.  La vecchia forma (proprietà feudale fondiaria) va dissolvendosi.  La nuova più compiuta (capitalismo) non è ancora nata.  Lo stesso dicasi per la condizione della plebe romana (LINN 1°/129) che aveva perduto la sua proprietà fondiaria ma non aveva raggiunto (Marx scrive "non era ancora passata") la proprietà di tipo artigianale.

 

[trasformazione - conservazione]

È anche vero che una caratteristica fondamentale di un mdp precedente si riproduce con caratteristiche diverse nel mdp successivo.  – È il caso della «signoria» che da rapporto essenziale di appropriazione nell’epoca feudale – permane – mediato – nel capitalismo (LINN 1°/130).  E anche qui come lì (come cioè per la proprietà fondiaria che presupponeva i servi della gleba) è elemento di dissoluzione e simbolo della propria limitatezza.

©  Il processo nel suo sviluppo è molto complesso.  Alla sua base tuttavia insieme al motore della contraddizione c’è la legge del superare - conservando, della trasformazione - conservazione, legge che si manifesta nei modi storici specifici, modi da analizzare e da conoscere – ma comunque quelli.  La legge una volta conosciuta può essere compresa solo nella sua realizzazione concreta.  – Il rapporto 4PP è inscritto in questa legge.

(Tenere ferma la riflessione sulla Signoria – come la rfl che fonda la legge della permanenza delle forme precedenti nelle nuove forme adottate dallo sviluppo del processo – vedi #ID.) –|

 

[un aspetto della transizione]

Un aspetto della transizione che stiamo traversando lo si può rintracciare in questo testo di Taine (da §LETT2). Ci troviamo fra il '6oo e l'8oo, all'interno della sorgente cultura rinascimentale inglese. Quando i campi di grano si andavano trasformando in pascoli. Quei pascoli che alimentavano e stavano diventando la base della nascente  industria tessile del paese.

Scrive Taine.  "Ognuno vuol essere se stesso, coi suoi modi di dire, le sue imprecazioni, il suo costume particolare, le sue caratteristiche di condotta e di umore, e non vuole rassomigliare a nessuno. Non si dice più «si fa così»; ma «io faccio così».  Invece di trattenersi, tutti si abbandonano.  Non c’è nessun codice di vita sociale, salvo un gergo manierato di cortesia cavalleresca. Quegli uomini parlano e agiscono sotto l’impulso del momento, liberi dalle convenienze co­me da tutto il resto" (ESH/90).

Taine descrive un periodo di transizione dato. Molte delle caratteristiche cui accenna le rintracciamo nelle società occidentali a partire dal secondo dopo guerra. Una differenza fra gli inglesi di Taine e gli occidentali di oggi è che gli inglesi di Taine non volevano rassomigliare a nessuno, mentre gli occidentali di oggi sono vittime della pulsione di rassomigliare disperatamente a qualcuno che abbia realizzato per loro i loro stessi obiettivi cui aspirano. Così gli occidentali di oggi lontani dal «io faccio così» sono preda del «si fa così». Un si fa così tuttavia labile e in continua trasformazione, che non mette radici e la cui peculiarità consiste nel permanente cambiamento delle mode. Mode alle quali tutti sono tenuti ad adeguarsi.

In comune invece il fatto che tutti parlano e agiscono sotto l'impulso del momento e che ognuno, sotto sotto,  si sente libero dalle convenienze. In altri termini oggi le mode hanno distrutto e sostituito le convenienze.

I periodi transizione si realizzano attraverso gli individui. Condizioni dei processi in corso, come scrive Marx. Accade che nella estenuante lunghezza dei periodi di transizione da un modo di produzione (vedi @UOM2) a un altro ci si liberi gradualmente delle vecchie strutture economiche, sociali e culturali. E, una volta liberi, si è in grado di elaborare collettivamente ma nella forma della soggettività dell'individuo, le nuove strutture. 

 

[il nulla dell’essere nel divenire]

Possiamo ipotizzare che le nuove generazioni, il cui comportamento ci sfugge e non capiamo, rappresentano il presupposto del nuovo come le turbe dei poveri che percorrevano l’Europa fra il 1300 e il 1600 rappresentavano il presupposto della futura classe operaia.  Primi uomini al mondo a essere insieme poveri e liberi.  Povero e libero così come si conviene a un operaio.  Ricco solo della propria forza lavoro. Libero di venderla o morire di fame.  Cos’era un povero intorno al 1400, 1500?  Pur avendo in sé già il futuro, da questo futuro era molto lontano. Povertà e libertà erano le potenzialità.  Ma lui era ancora un nulla.  Così questi ragazzi sono il nulla dell’essere nel divenire.  O il nulla del divenire nell’essere. Il divenire e l’essere, dove, sia l’essere sia il divenire sono celati nel nulla.  Per questo che essendo tutto in divenire sono nulla in essere. Essere nulla. Sono nulla. Oggi.  Ma dopodomani? (da cronaca 1982, 2 aprile).

 

[moderno]

Dal concetto di moderno è scomparsa la caratteristica di progresso che gli era connaturata. Oggi essere moderni non significa essere anche migliori. Sempre più spesso si è moderni e peggiori. Il cambiamento, la transizione, al momento, distrugge ma non è ancora in grado di costruire. Produce ibridi, eclettismo, mischia modelli ma non produce sintesi. Produce tutt'al più assemblaggi. Cose messe insieme senza reali criteri. Acriticamente. Rispettosi solo del concetto dell'essere diversi. Del distinguersi. E simili (da fpg 17.6.07).

 

[basso impero]

Castelli, fine dell'impero romano. Le descrizioni – al di sotto di quelle del Barbagallo – forniscono un quadro sociale e comportamentale che richiama da vicino le condizioni attuali che lamentiamo. Gente nemica l'un l'altra, forte spinta al godimento, insensibilità per le condizioni generali, burocrazia e classi dirigenti autoreferenti. Corruzione, violenza, insensibilità. Scontri ideologici. Si era appena all'inizio della transizione che avrebbe traghettato il mondo antico al medioevo (22.1.10).

 

[etica & transizione]

Rileggo ogni tanto Gide, i diari. Sempre interessante. Percorso da problemi morali, dal senso del peccato e della trasgressione, di ciò che è giusto, da giudizi di valore che investono il noto quanto l’ignoto.

® La transizione sta spazzando via tutto ciò. Senza suggerire valori sostitutivi che non siano quelli del benessere, del rapporto con gli animali e la natura. Trascurati invece i rapporti fra gli uomini. Che si organizzano nella confusione per il venir meno dei quadri generali di riferimento. L’umanità va.

Perso – o in via di esaurimento - il senso del sacro, del mistero, della trasgressione, del proibito, dell’eccesso. Ogni eccesso è possibile perché non riconosciuto come tale. La trasgressione è relativa solo ai valori stabiliti dal gruppo, dal branco, dal sociale più vicino e a portata di mano. Accessori, di moda oppure sorpassati. Ognuno pratica i propri.

In svendita il patrimonio etico dell’individuo e delle comunità come sistema complesso di regole condivise. Lo si tiene in considerazione quale strumento per raggiungere determinati fini. Fini che non si è nemmeno sicuri se valga la pena perseguire. Comunque qualcosa è pur necessario fare, e quel qualcosa si fa senza un’eccessiva coerenza né reale convinzione. Oppure proprio perché mancano coerenza e convinzione le si ostentano riaffermandole a ogni istante

È la transizione. Cosa ci prepara la transizione? –|

 

[ferocia e astuzia di classe]

Scalfari scopre la transizione. C'è confusione, scrive più o meno, sul significato di parole e concetti che sembravano chiari. E elenca. Il fondamento della morale, il pacifismo, la democrazia, la dignità della donna, la libertà (persino la libertà, scrive lui), l'uguaglianza (persino), i diritti, i doveri. E conclude constatando come il "gomitolo della storia non riesca più a svolgersi". I fili si sono imbrogliati. Insomma, pensa chi lo legge, la storia si è fermata. Fermata la storia "trionfano l'astuzia e la ferocia". Eh no! La storia non si ferma. Il destino non è cinico e baro solo perché il suo svolgimento non ci aggrada. Quando mai l'astuzia e la ferocia erano uscite di scena? A parte la riflessione che sono un prodotto dell'istinto di sopravvivenza quelle che Scalfari non vedeva erano l'astuzia e la ferocia di classe. Delle classi dominanti verso le classi dominate. Con la transizione la ferocia e l'astuzia riappaiono all'interno delle classi dominanti in via di disfacimento. Prendono forza per via del loro disfacimento. Sono una forma, un momento di questo disfacimento. Ecco cosa sconvolge Scalfari e lo fa gridare d'orrore. A ogni transizione le classi dominanti perdenti hanno gridato lo stesso orrore. A ogni transizione le vecchie strutture economiche, sociali e culturali sono entrate in crisi. I valori che fino a quel momento (momento si fa per dire, decenni quando non secoli) avevano tratto forza dalla sottostante struttura sociale e economica hanno perso la loro carica. Ne è seguito un momento (si fa per dire) di caos. Quello che stiamo vivendo.

& –  Morin in una intervista sostiene che è necessario salvare il mondo. Dal caos in cui è precipitato, immagino. Ecco un altro Scalfari. Più colto, più intelligente, più professionale ma ugualmente vittima della mentalità classista. Allora. Come è possibile salvare qualcosa se prima non la si capisce?

Quando l'ho conosciuto Morin era comunista. Molto fervente. Ora penso che un vero comunista non sia tale mai per passione, quanto per ragione. Altrimenti si finisce, come Morin è diventato, anticomunisti. Prima pensava che Stalingrado fosse al crocevia della storia del XX secolo, poi si è convinto che Stalingrado fosse la base dello stalinismo. Oggi sostiene che il 1789 (la rivoluzione borghese) ha sconfitto il 1917 (la rivoluzione bolscevica). Insomma il processo umano interpretato per simboli. Ma i simboli sono necessari quando fondati su sintesi del pensiero analitico generalizzante. Non quando lo sostituiscono (da fpg  27.3 11). 

 

[gente semplice, pacifista]

Per la prima volta leggo l'ipotesi di una lunga crescita zero. Alla quale sarà necessario prepararsi, avverte l'articolista. Una situazione di tipo sovietico, dico io. Che per qualche verso fa parte delle ipotesi in campo mm. Non per nulla l'Occidente è in rivolta. I ricchi non vogliono perdere l'abitudine di arricchire. I poveri non vogliono perdere i privilegi che il capitalismo (e relativo sfruttamento del globo) ha regalato loro. Devo dire che questo tipo di povertà non desta la mia compassione. Non è dai capitalisti che c'è da attendersi una crescita di coscienza. È irritante invece l'ottusità della classe meticcia che a conti fatti, senza nemmeno rendersene conto, reclama un capitalismo buono. Che significa? Significa che approvano lo sfruttamento del resto del mondo che permette loro un certo benessere, ma sono assolutamente contrari a quel capitalismo che a sua volta li sfrutta. Insomma, sfruttate gli altri ma lasciate in pace noi.

Sin quando la sinistra non farà una riflessione globale sul capitalismo e sullo stato dell'arte del mondo, stato economico e sociale, avrà ben poche ragioni di chiamarsi sinistra. Non è un caso che questa sinistra si rimiri nelle acque dello stagno ogni mattina, come era solito fare Narciso, senza riuscire a decifrare quale immagine lo stagno le rinvii. In parte perché si tratta di uno stagno capitalista e in parte perché quelle acque si vanno facendo particolarmente torbide. Cambiare stagno? Non si può. Di stagno ce n'è uno solo. Quello. Andare alla fonte dello stagno e capire le cause dell'intorbidamento. Questo è possibile. Marx potrebbe dare una buona mano. Marx? Ma è superato. Una roba di cento anni fa. Superato da chi? Dal pensiero post moderno, suvvia. O, comunque, dal pensiero matematico. Ma questo pensiero non è fermo a Kant? Beh se per questo il pensiero del mondo è fermo al pensiero cattolico, islamico, buddista, protestante, Platone è sempre più citato insieme a Spinoza e Cartesio. E allora? Che diavolo volete da noi? Gente semplice, pacifista, che vuole solo continuare ad andare in vacanza quando possibile, possibilmente spesso, essere governata con buon senso, il nostro naturalmente,  lavorare non più del necessario, comunque meno, occuparsi della famiglia, realizzarsi, ecco r.e.a.l.i.z.z.a.r.s.i, realizzarsi al meglio, non sappiamo bene cosa significhi, comunque vogliamo farlo, occuparsi dei fatti propri, e solo un po' di quelli dei vicini, ma solo dei vicini più vicini, i fatti lontani, i fatti del mondo ci disturbano, appunto, essere disturbati il meno possibile. È chiedere troppo? (da fpg  19.8 11). 

 

[questo rifiuto generale della realtà]

Mss sostiene che nessuno vuol ascoltare le mie analisi degli avvenimenti. Crude, impietose cioè troppo reali. Rimango sempre ingenuamente stupito di questo rifiuto generale della realtà. Ieri ascoltavo Lerner mentre dirigeva l'Infedele. In Lerner il suo passato dell'infanzia non sorpassata  è sempre una presenza rilevante. Ma ieri lo faceva precipitare nel ridicolo con la sua protesta contro la Germania che imponeva sacrifici alla Grecia e aveva al tempo di Berlusconi commissariato l'Italia. Un'espressione fra l'indignata e l'offesa. Di vergine violata. Ma quelli de il Fatto non sono da meno. O le cronache del Tg3 che dipingono i greci come delle vittime vessate. Vessati sadicamente e inutilmente. Questo è il tono. Tono che sembra pervadere il paese.

Che la classe dirigente greca abbia falsato i bilanci per entrare nell'euro, la corruzione che li fa lucrare sui medicinali che l'Europa gli invia, la politica clientelare, la qualità della vita vissuta spavaldamente al di sopra delle proprie condizioni economiche, la noncuranza nel lavoro prossima a un sostanziale rifiuto del lavoro e via, via. Tutto ciò non viene nemmeno accennato. Né si affronta la contraddizione tutta occidentale fra un tenore di vita economico e sociale allegramente garantito e colpevolmente, golosamente, spensieratamente goduto, privi dei mezzi materiali necessari per soddisfarlo.

Non un'analisi per individuare i mezzi che hanno permesso all'Occidente di raggiungere il tenore di vita che lo caratterizza. Due secoli di colonialismo territoriale e finanziario. Preceduto dal genocidio di interi popoli. Uno per tutti, gli indiani del Nord America. E una riflessione - conseguente - sulla storia dell'umanità, sui prezzi del progresso, sulla struttura economica dello sviluppo. No, la realtà non fa parte della loro vita, non li riguarda.  Lontani dal fare il punto della propria situazione nel mondo, nel ricollocarsi nel corso delle cose, nel comprendere bene quel movimento della storia fuori del quale i valori rimangono verbali e in virtù del quale soltanto essi hanno la possibilità di realizzarsi, come suggerisce di fare Merleau-Ponty in "Umanesimo e terrore".

Le conseguenze individuali di questo stato di cose le descrivono Marx e Hegel. Scrive Marx "Egli produce semplicemente se stesso come creatura ossia si limita a produrre se stesso sotto questa categoria della creatura. La scissione fra essenziale e inessenziale diventa in lui un processo permanente di vita e dunque pura apparenza. La vita vera e propria non è nemmeno una esistenza reale. Infatti poiché questa è in ogni momento al di fuori di lui e della sua riflessione egli si sforza inutilmente di rappresentare quest'ultima come essenziale". E citando Hegel Marx continua. "Siccome questo nemico si produce nella sua sconfitta poiché la coscienza fissandolo a sé invece di liberarsene sempre vi indugia e si vede sempre contaminata e siccome in pari tempo questo contenuto delle sue aspirazioni è quanto vi è di più basso, noi vediamo soltanto una personalità limitata a se stessa e alla sua piccola attività (inattività) che cova se stessa altrettanto infelice quanto miserabile" (vedi @FCSCZ).

In particolare le parole di Hegel sono piuttosto forti nel loro disprezzo. Tuttavia questa è attualmente la situazione. In Italia allo stato patologico. Nel resto dell'Occidente allo stato embrionale ma ampiamente diffuso.

Allora?

Allora la transizione. Le transizioni hanno preso sempre gli aspetti più svariati e al momento indecifrabili. Solo dopo le uscite dalla condizione di transizione si è stati in grado di individuare il senso di quegli indecifrabili fenomeni. Rinunciamo quindi a comprenderli ora. Ma ignorare che stiamo in una transizione riporta all'analisi di Marx e Hegel. Analisi che allo stato delle cose più che riguardare gli individui riguarda l'epoca che stiamo vivendo.

Quello che in questo momento mi fa effetto è l'incapacità del mondo di collocarsi. Capire dove sta. Di accettarsi per quello che è. Di analizzare quello che è. Possibilmente con l'obiettivo di superarsi. Raggiungere il raggiungibile. Non perdersi nell'irraggiungibile. O sognare l'irraggiungibile senza chiedersi se l'irraggiungibile valga la pena di essere raggiunto o non sia pura apparenza, come scrivono Marx e Hegel. Un asino che vola, un ippocampo. Tralasciando di vivere la propria esistenza reale. Lontani dal comprendere come la propria esistenza sia infinitamente più ricca, promettente, divertente, soddisfacente, accattivante di ogni sogno o utopia.

Cosa vedo invece intorno? L'esaltazione del sogno, dell'utopia, della speranza. Aspirazioni che messe tutte insieme non valgono un centesimo di un progetto da vivere e realizzare (da fpg 14.2.12).

(sulle forme storiche della transizione vedi “Marxismo e transizione” e “Note di economia e politica” ’94 e succ.)

 

(continua in 4PP e soggettività)

 

 

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“4PP e transizione” [@TRAN]

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