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4PP e soggettività

§* L’uomo moderno, privo della certezza della percezione, si rifugia in un altro tipo di percezione che è il sentito. Lui non percepisce con i sensi, ma «sente», intuisce. Il sentito, l’intuizione non sono più un’evidenza ma ne prendono il posto. Di fronte alla complessità della ragione, spiazzato da Hegel, Marx e Freud, l’uomo occidentale si ricovera, cerca un asilo nella sensazione. Che non possiede più l’evidenza percettiva dei sensi e non è neanche ragione. È l’ultimo fortino del biologismo volgare. Al fondo, ancora un residuo magico (da Rapporto pensiero-realtà”)

 

[crisi della ragione]

Casualmente cerco di fare il punto su Schopenhauer & Nietzsche la sera conclusiva della trasmissione del Grande fratello. Il Grande fratello è uno dei punti di arrivo di quel pensiero. Ma perché Nietzsche? Perché è l'autore che più di ogni altro nega la ragione, nega il pensiero (anche se alla fine ci ripensa ma nessuno ne tiene conto) e teorizza la totale liberazione dell'istinto, il ritorno e lo scatenamento dei riti dionisiaci (cfr Bataille) che è ciò cui stiamo assistendo dal '68 in poi.

La reazione a una razionalità che negava la radice emotiva dell'uomo, reprimendola e soffocandola, ha atteso cinque, sei secoli, una lunga incubazione prima di esplodere. Oggi siamo nel cuore dell'esplosione. Siamo all'esplosione dell'antitesi, all'affermazione dell'individuo quale valore assoluto, alla negazione della ragione, del mediato, eccetera, eccetera.

Tutto il processo filosofico che preannuncia la crisi delle scienze matematiche, la caduta della ragione illuminista, poi hegeliana, la crisi del diamat, la scoperta dell'inconscio, la svolta individualista, la svolta esistenzialista, l'esplosione nazista, la rivoluzione tecnologica, eccetera, andrebbe attentamente studiato alla luce della liberazione dell'emotività, dell'individualità e delle strutture produttive dell'umanità.

Così Nietzsche è importante poiché è colui che radicalizza la svolta e porta il processo al limite della follia che è poi la sua propria follia, e la follia che è al limite dell'eccesso e l'eccesso che è l'unico momento nel quale le residue forze istintive dell'uomo trovano la loro espressione e la loro ragione di essere. A veder più da vicino le religioni, i loro fondamentalismi, seguono lo stesso percorso.

La crisi della ragione è dunque un momento necessario del processo di crescita della coscienza e l'esplosione emotiva è la scoperta del propellente della ragione come l'esplosione individualista è il momento necessario per la nascita dell'individualità, eccetera, eccetera, eccetera (da fpg 21.12.00).

 

[soggettività e regressione]

Giornate di rfl su nessi apparentemente banali.  Reazioni correnti mm e di altri.  Mk mi dà da pensare come la cagnetta Sara (di sua proprietà).  Il livello «animalesco» del pensiero comune.  No, c’è qualcosa di più profondo.  L’esistenzialismo come filosofia del «sentito quale verità unica e finale».  La filosofia della soggettività, eccetera, fa regredire comportamentalmente l’individuo.  Nello stesso tempo lo libera dal dispotismo dell’oggettività.  Degli dei da placare, del dio da soddisfare, del dio da seguire, del dio interiore da ascoltare (imperativo categorico incluso), dell’ideologia da seguire (esterna e di conseguenza tiranna).  L’ho già scritto. È la messa in ombra dell'oggettività e la conquista della soggettività.  Solo che questa conquista comporta una regressione.  L’uomo si fa più animale in vista di un superamento più complesso e profondo della propria animalità.  Nel medesimo tempo il processo è legato intimamente al modo di produzione che spingendo a fondo l’alienazione separa l’umano dall’animalesco facendo dell’animalesco l’umano e dell’umano l’animalesco (cfr Marx e vai a @INDIV1).  Tuttavia l'evidenza di questa riflessione non ha alcuna evidenza per il pensiero comune, né per il pensiero lomat. Appare qua e là.  Fra le pieghe delle contraddizioni del processo economico sociale culturale e politico (da ndc 02.85 – lunedì 4).

[4PP oggettività ed emotività]

Attacco delle ultime generazioni al concetto di oggettività. Il qualcosa non è più quello che è, non più un qualcosa esistente in sé. Viene riconosciuto e individuato solo per l'effetto che produce emotivamente. Per il suo riflesso emotivo. Il qualcosa coincide con ciò che viene «sentito» per tale. Ipotesi. Si tratta probabilmente di una generalizzazione crescente del valore di scambio a scapito del valore d'uso. Della trasformazione del valore di scambio in emotività, in «forma» (da fpg 04.06.99).

 

[emotività e politica]

Riflessione su emotività e politica. L'emotività. Da un lato propagandata dai media. Film, telefilm, psicologia, letteratura, eccetera. Dall'altra mezzo della propaganda elettorale per vincere le competizioni. Soprattutto degli SU e in Italia a opera della destra. Strumento principe delle classi dirigenti borghesi per il controllo sociale. Identificazione fra identità soggettiva ed emotività. Si è ciò che ci si sente di essere. Contro tutto ciò che ti suggerisce il contrario. Essere come ci si sente contro l'essere come si dovrebbe essere. Spontaneità emotiva contro dover essere. Jung  e Heidegger sostituiscono Kant. Ne prendono il posto. Così come Kant aveva preso il posto del dio punitivo dei dieci comandamenti. 

La tesi del controllo sociale nulla toglie alla tesi che l'esplosione dell'emotività soggettiva nasca quale reazione all'egemonia del razionalismo ridotto a ideologia dei secoli passati. E sia un momento della crescita della coscienza collettiva (da fpg 17.02.06).

 

[psicologia e 4PP]

Il risultato è una revisione completa delle conoscenze attuali reinterpretate su basi psicologiche. La soggettivizzazione e la centralità dell’individuo – oggi molto di moda – sono frutto di un processo ideologico più che di un lavoro scientifico.  Non c’è vera analisi scientifica, quanto invece una forma di psicologizzazione del lavoro scientifico stesso. Tuttavia anche questo non è del tutto vero.  Il grande suggerimento di Hegel – fatto proprio da Marx – è che le forme dei processi non sono mai né false né erronee, sono momenti del processo generale e come tali vanno individuate.

Da un lato va riconosciuta la ideologizzazione della ricerca psicologica oggi, con l’obiettivo di riportarla su di un terreno scientifico più corretto. Dall’altro va indagato il fenomeno come tale, all’interno del processo generale della produzione della coscienza.

 

[esperienza della soggettività]

La soggettività, attraverso la forma della psicologia, percorre il processo attuale.  È stato il rifiuto della soggettività, il rifiuto mm della soggettività, l’analisi dei processi oggettivi sotto la forma psicologica, a creare a suo tempo le frizioni mm con la pro­fessione, il suo rifiuto da parte mia, il mio rifiuto da parte loro. 

Fra il 1950 e il 1960 il giornalismo italiano ha visto progressivamente dissolversi l’analisi oggettiva del processo (il primo Mondo già tentava una formula di compromesso).  Sceglieva la soggettività. La soggettività ha trasformato i giornalisti in portavoce dei protagonisti della politica, della scienza e delle arti.  Da quel momento i processi sono stati descritti come processi psicologici (di qui il successo delle note politiche di Forcella).  Tutto si riduceva a uno scontro di volontà, alle tensioni che questi scontri producevano, alla capacità nervosa di reggere l’azione.  Il linguaggio diveniva esclusivamente psicologico e letterario. 

La brutalità, l’ingenuità, la rozzezza dell’operazione non poteva certo essere accettata. Rifiutarla significava anche escluderli.  Ed escludendoli, escludersi. Essere escluso. Come praticamente di fatto è stato.

Poi il ‘68 ha dato una legittimazione storica al processo.  L’esistenzialismo (senza che alcuno ne avesse o ne prendesse coscienza) ha irrotto nel pensiero comune.  Si è identificato con l’oggettività stessa della vita.  La vita ha preso la forma della più grossolana immediatezza.  Le pagine dei giornali, dei libri, delle riviste scientifiche sono state inondate da concetti letterari.  La teoria della comunicazione, in sé corretta, ha avallato l’equivoco.  Il sostrato del mondo, dell’universo fisico e biologico, è scambio, lo scambio è rapporto, il rapporto è per qualche verso comunicazione.  Il dna comunica, non trasmette. Le cellule si comunicano informazioni, non si trasmettono scambiandosele «esperienze». Fra comunicare e trasmettere il salto ideologico è più ampio di quanto possa sembrare a prima vista (vedi §CEV). La trasmissione ha un contenuto oggettivo (la cinghia di trasmissione di un auto trasmette il movimento non lo comunica). La comunicazione ha un contenuto soggettivo.

La comunicazione ha soggettivizzato tutto.  Anche le cose. La reificazione, il feticismo si sono imposti. Hanno permeato di sé il pensiero comune. Sono penetrati nel profondo della falsa coscienza. 

Naturalmente l’oggettività del processo è rovesciata.  Non è questo uso del pensiero a provocare la reificazione oggettiva del processo storico, ma è la reificazione oggettiva del processo storico a provocare questo uso del pensiero. 

Oggi come oggi è con questo materiale che bisogna lavorare.  La coscienza comune (falsa coscienza – vai a @FCSCZ) traversa questo momento.  Manipolata dal rapporto generale di produzione prende questa forma.  L’irritazione che si prova di fronte a questo stato di cose, in ultima istanza altro non è che il rifiuto di prendere coscienza di questo stato di cose. In altri termini il rifiuto di prendere coscienza dell’andamento del processo.  È una resistenza nevrotica.  Se la nevrosi altro non è che il cattivo rapporto con la realtà.  O meglio anche qui (ed è necessario farci un pensiero) è il cattivo rapporto con la realtà a trasformarsi, a produrre nevrosi.  Il cattivo rapporto con la realtà è alienazione.  L’alienazione sappiamo cos’è. Ormai (per una coscienza avvertita) l’alienazione marxista si è saldata al concetto psichiatrico di alienazione (vedi @ALN) . 

Rimane la questione dei rapporti. Professionali sentimentali sociali.  Anche qui, questo produrre e riprodurre il problema significa non voler prendere coscienza (capire non è ancora presa di coscienza) che la lotta di classe domina i rapporti anche all’interno delle classi.  È il feticismo di volere rapporti personali soddisfacenti, quando i rapporti generali non lo sono, né possono esserlo (vai a @RAP).  Scendere all’empiria dei rapporti significa accettare l’alienazione dei rapporti.  Fissarli nella lotta (ma questa non è una novità e da qualche parte l'ho già scritto) o nella mistificazione della lotta.  Limitarli allo scambio ineguale (ecco cosa ho fatto con Ps).  Accettarne la necessità e la violenza che lo stato di necessità comporta. 

La soluzione è la lotta di classe generale.  Generale nella pratica perché totale nella realtà.  Generale come lo è stata nel 1918.  Ma questo mal si addice alla professione e alla professionalità.  La professionalità della lotta politica è già teorizzata come sappiamo.  E con successo.  Partire di lì per rivederne la teoria.  Per studiarne la pratica.

Lo so non è la prima volta che lo scrivo.  E non è l’ultima volta che ne constato l’impossibilità/incapacità personale.  Questo rimane il punto. Anche perché l’azione politica lucida, teoricamente fissata, seleziona in nome di una direttrice universale (che ha l’universalità in sé) i rapporti. Giustamente i rapporti non hanno più una preminenza in questo senso.  Sono il fall-out dell’azione stessa dello scontro di classe.

Ma la professionalità in senso tecnico/borghese è lotta di classe in sé. Riformare le professionalità dal di dentro è altrettanto feticistico che riformare la società dal di dentro.  È riformismo.  Cioè di nuovo lotta di classe.  Truccata.  Tanto questo è vero che i borghesi esigono un’adesione completa a ciò che essi chiamano deontologia professionale.  Che è già largamente lotta ideologica. 

Naturalmente ogni regolamentazione contiene in sé un progresso diciamo organizzativo.  Presuppone rapporti corretti all’interno della classe.  Svolge la funzione di dare coesione alle funzioni della classe e ai suoi rapporti con le altre classi.  Come la legislazione.

Ogni legislazione è di classe ma trasporta con sé la coscienza di nuovi rapporti.  Il processo nel suo percorso mantiene al suo interno la contraddizione fra valore di uso e valore di scambio.  Fra valore propriamente umano (crescita della coscienza generale del genere) e valore di classe.  Il tentativo di accrescere la contraddizione del modo di produzione («sistema») facendo leva sulla parte «umana» (di uso) della contraddizione, può riuscire solo all’interno di una lotta generale di classe.  Altrimenti è lotta in sé.  Come tale, processo ancora cieco, spontaneo, chiuso (da ndc 21.07.84).

 

[4PP - ideologia e rapporti di produzione]

C'è sotto un problema di rapporti di produzione. D'accordo. Si tratta di capire se l'oggettività del rapporto uomo - natura nell'attuale stadio storico del processo di produzione dell'umanità non venga confuso con la crisi del modo capitalistico di produzione. C'è da vedere come questa ideologia sessantottina in cui ogni cosa provenga dall'altro è prevaricazione, oltre a essere una conseguenza della crisi dei rapporti di produzione (e di conseguenza lotta di classe), contenga anche una dose di ideologia piccolo  borghese. E come la piccola borghesia si ponga oggi al cospetto delle altre classi (da ndc 17 maggio 85).

 

[vivere la propria vita]

Tutti si muovono confusamente, secondo la confusione dei comportamenti e delle coscienze.  Nessuno vuole costruire più nulla.  Tutti vogliono vivere tutto.  Vivere, oggi, significa lasciarsi vivere.  Così la soggettivizzazione radicale della vita porta alla sua radicale oggettivizzazione.  Se vivere significa lasciarsi vivere, lasciarsi vivere significa vivere il processo oggettivo in sé.  Privo di una riflessione su sé e sul processo, privo della coscienza di sé e del processo, l'individuo vive il processo nella sua oggettività che interiorizza qui e lì.  Convinto di seguire il proprio impulso, segue la tradizione, la ribellione alla tradizione, la moda (vedi @GLOB), i propri nodi emotivi irrisolti, siano questi di origine sentimentale, sociale, culturale, pratica.  La corrente esiste, solo che invece di navigarla, ci si lascia trasportare.  E questo seguirla è scambiato per l'impulso più autentico del proprio essere. In effetti il moto spontaneo di una barca priva di guida è il risultato dei moti che le imprime la corrente (marzo 1980).

 

[Corto Maltese]

Repubblica regala, rilegati in un solo volume, due episodi di Corto Maltese. Che leggo. Leggo e ne rimango stupito. Mi chiedo. Cosa ha rappresentato Corto Maltese per le nuove generazioni?

Pratt ne ha fatto un personaggio privo di punti di riferimento. Culturali e filosofici. Affiora nel sottofondo del racconto l’ideale di una libertà che riguarda solo l’individuo singolo. Questa libertà sembra rispondere solo a criteri strettamente utilitari e esistenziali. In primo luogo ciò che conviene. In secondo luogo le azioni sono determinate da una serie di pulsioni più o meno razionalizzate. In terzo luogo si tiene qua e là conto di norme morali di pensiero comune. Di un pensiero magari legato all’epoca nella quale è ambientato il racconto.

Il ritratto di un personaggio banale, un po’ sciocco, con un fondo di astuzia e di fortuna. Privo di risentimenti. Tentano di ucciderlo ma lui non ci fa caso. Così va la vita. Tutti i personaggi del racconto tengono poco conto delle conseguenze dei loro atti, limitati solo dall’interesse del momento del tipo «mi serve, non mi serve».

Pratt cosa fa, anticipa e interpreta il sentito delle nuove generazioni? Che per questo lo hanno adorato e lo tengono a mente ancorché adulti. Così almeno sembra.

L’elemento più interessante che emerge dalla narrazione è il logoramento del non detto. Il cinismo dei personaggi discende dal cinismo delle istituzioni nazionali e internazionali. In realtà Pratt e per lui i suoi personaggi non credono a nulla perché non possono credere a nulla. La grande storia, disvelandosi, li ha delusi. Delusi, fuggono nell’avventura, nel sogno, nell’immediatezza del tornaconto racimolando qua e là senza coerenza alcuna i criteri che sopravvivono nel sociale anche perché, umani, di quei criteri hanno bisogno  (da fpg 8 mar 03).

 

[rilassati]

Clima di rilassamento e disfacimento generale. Le mutazioni del concetto di rilassamento indicano un funesto percorso. Fino al 1968 è stato un termine altamente negativo. Atmosfera di rilassamento, ambiente rilassato, eccetera fornivano una indicazione disastrosa della situazione. Oggi al contrario suggeriscono un senso di benessere, di leggerezza, di beatitudine. Lavoravano rilassatamente significa che lavoravano bene, distesi, beati. Ho trovato un'aria rilassata significa che tutto era tranquillo, pacifico, armonioso, eccetera. Come se la vita fosse – o dovesse essere tranquilla, pacifica, armoniosa e il progetto umano avere come fine non la riproduzione allargata dell'umano per sé ma quella di star bene (come cerca di star bene la borghesia adagiata sullo sfruttamento del resto del mondo).

La tensione del lavoro, dell'invenzione, della volontà - conseguenza della produzione allargata del per sé umano - in soffitta, vecchia come il marxismo e tutto ciò che non coincide con l'idea che la borghesia vuol dare del benessere. Tendere all'obiettivo, tesi allo scopo, attenti, vigilanti, pronti, eccetera, non hanno più mercato. Teso è sinonimo di nervoso, agitato, angosciato, eccetera. Non essere così teso, era di un teso!, eccetera. Così a forza di essere rilassati sono travolti dagli avvenimenti che cercano di interpretare rilassatamente mentre - non senza rilassatezza - vengono sgozzati dagli agitati, o muoiono di fame nella distensione generale che li accompagna distesi sin dentro le bare nelle quali sono finiti per via di incidenti stradali provocati da guide veloci ma rilassate, o da energumeni, molto tesi a farti fuori, armati di siringhe, coltelli, mitra, missili, o altro, perché tutto ciò li rilassa egregiamente. Mi sa tanto che le toccherà presto di essere di nuovo un po' tesa  a questa massa gelatinosa e rilassata di fine secolo (da fpg 23.01.92).

 

[la pulsione quale verità dell'individuo]

Fp senza anima. Una riflessione con Pat sulla questione. Dove ho sbagliato, si chiede Pat? È il cinema e la televisione a educarle, dico. E ora cinema e televisione battono da anni sul tema della spontaneità, dell'immediatezza, del libero sfogo del carattere contro il controllo del sé, della ragione, contro lo sviluppo della riflessione, &c. La conseguenza più evidente è un ripiegamento sull'istinto e sulle pulsioni che dominano individui e produzione culturale. Un riflusso della razionalità a favore della pulsione data quale unica espressione e verità dell'individuo.  Ora.  Da un lato questo facilita il controllo delle classi dirigenti sul sistema. Tuttavia non è solo questo. Anche le istituzioni e le classi dirigenti precipitano a loro volta nella crisi. Più in generale una volta scoperto l'inconscio e i meccanismi perversi della razionalizzazione, la coscienza umana va sprofondando negli abissi del rimosso. Una tappa necessaria anche se di fatto va contro la Ragione. Era già accaduto con la fine del mondo antico. Gli elementi sono molti. L'affacciarsi di masse sempre più vaste alla ribalta del 4PP, la trasformazione del modo di produzione, la crisi culturale e ideologica, l'intreccio delle contraddizioni che accompagnano il processo, il processo che insieme evolve e rifluisce, &c (da fpg 20.08.98).

L'affacciarsi di masse sempre più vaste  provoca livelli sempre più bassi di comportamento. Fenomeni negativi nella positività del processo che avanza. Così la sigla sembra diventare «ogni lasciata è persa», nel possibile (sociale) tutto è possibile, ci provo non si sa mai, e altro del genere. Ricco di attese e delusioni. Di fantasie deluse. Di narcisismi frustrati. Tutto ciò non toglie che il fenomeno sia notevole. Tale da preparare un sociale più avanzato dell'attuale. Avanzato anche se si presenta nella forma di un regresso, una negazione, una perdita di comportamenti più stabili e composti. Soprattutto più ragionevoli (da fpg 4.6.11).

 

(continua in ““Cronaca della soggettività)

 

 

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“4PP e soggettività” [@SOGG]

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