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Cronaca della soggettività

(► continua da @SOGG)

 

§* Intravedo come l'attuale individualismo nasca dalla necessità di emancipare l'individuo dai lacci della famiglia, delle oligarchie, delle corporazioni. Prima che quest'operazione sbocchi in un superiore senso del sociale richiederà un tempo adeguato. Un centinaio di anni? (vedi anche “rapporti e transizione” in @CRAP).

 

[il ’68 e il potere]

Il bambino vive la sua infanzia come un rapporto di autorità coi genitori (cfr MCPJ/312). È questa dell’autorità, dell’obbedienza e del potere la forma che prendono le sottostanti strutture che danno vita o mantengono in vita la famiglia. 

Ed è questa la forma presa dal ‘68 che fu una ribellione e un grande movimento di disobbedienza collettiva, di rivolta delle generazioni più giovani contro le generazioni "genitoriali".  La spinta va individuata nel flusso soggettivista del 4PP e nella produzione filosofica e ideologica che il flusso produce sotto l’aspetto delle correnti esistenzialiste.  È stato – sotto questo aspetto e soltanto sotto questo aspetto – in un certo senso comprensibile che il movimento (e i movimenti) interpretassero la realtà corrente principalmente come struttura di potere, che Marx venisse assunto in quel senso, che il concetto di sussunzione venisse tradotto e confuso col termine di sottomissione, che l’oggettività dialettica venisse reinterpretata come soggettività positivista e nei fatti rifiutata, che l’analisi economica venisse complessivamente respinta come economicismo, eccetera.

 

[dopo l’Urss - 4PP]

Con l’Urss, sconfitta l’idea che l’uomo affronta la realtà con un progetto razionale e la controlla con un piano (economico) razionalmente preordinato. Si afferma al contrario l’idea che l’uomo sul piano generale è in balia del caso, del processo cieco e in ultima istanza dell’immediato. Soggettivamente la sua verità è riposta nell’inconscio che prende di volta in volta la forma del sentire, dell’impulso, del cuore, eccetera.

Per questo siamo tornati a Kant (la realtà esiste ma non è conoscibile) e il positivismo trionfa. Un momento negativo del processo. Ma spingendo l'occhio più in là si capisce come la crescita della coscienza stia facendo la sua strada sotto la forma della ragione, del controllo dell’economia, del controllo della natura sia esterna che interna (biologica).  E il materialismo un po’ rozzo si afferma ogni giorno con più forza, con l’egemonia delle scoperte nei laboratori di ricerca biologica (da fpg 23.12.05).

 

[movimento della coscienza sociale e disgregazione della psicologia individuale]

L'entropia aumenta.  Aumenta nel paese.  Aumenta intorno.  Aumenta a livello dei rapporti internazionali.  Aumenta verticalmente.  Aumenta orizzontalmente.  Le strutture economiche cedono.  Gli stati si sfasciano.  Si sfasciano i rapporti personali.  Si sfasciano i gruppi.  Si rompono i rapporti, le relazioni, le coppie.  Quello che non si rompe, quello che resiste, quello che si organizza sempre meglio, è il sistema di pensiero, la ragione, il concetto, la coscienza.

L'entropia, il disordine al quale assistiamo si presenta sotto la forma della soggettivizzazione assoluta di ogni fenomeno umano mentre il suo contenuto può essere individuato nel crescente aumento del sociale. Sociale dal quale ognuno (la soggettività) va progressivamente pienamente dipendendo. Parallelamente al sociale e come suo contenuto cresce il sapere umano. Sapere  il cui sbocco è la crescita della coscienza collettiva attraverso la distruzione delle coscienze soggettive.

È la coscienza così come sono venuto delineandola in questi ultimi anni.  Più la coscienza individuale, coscienza totale. Della totalità e della generalità. È questo rapporto fra aumento dell'entropia generale e aumento della coscienza generale che caratterizza il periodo.

Come può l'aumento dell'entropia generale andare di pari passo con l'aumento della coscienza generale? 

In realtà assistiamo alla progressiva, quanto lenta, distruzione delle coscienze psicologiche (che sono sempre individuali) e alla formazione, quanto lenta e occultata, della coscienza collettiva. Alla maggiore, confusa, coscienza generale, fa riscontro un progressivo e costante deterioramento della psicologia individuale che precipita in crisi di identità soggettive, in alienazione soggettiva montante, perdita di senso, e altro. 

È la conseguenza del movimento della coscienza sociale che si va formando.  E del calo della psicologia individuale.  Può anche essere una delle forme prese dal lento passaggio dell'individuo all'individualità (vai a @INDIV1). Del passaggio dall'individuo in sé all'individuo per sé. 

Non deve meravigliare che questo passaggio si presenti nella forma di una concentrazione quasi caricaturale dell'individuo in sé.  La crisi d'identità individuale, per esempio, si accompagna a una abnorme importanza che l'individuo dà a ogni suo minuscolo bisogno, a ogni suo psichismo.  La perdita del sé individuale spinge l'individuo a ricercarlo in ogni più minuscolo moto dell'animo, movimento mentale, pulsione nervosa, o che. E a scambiarlo per quelli.  Ugualmente avverte il passaggio alla coscienza sociale come una perdita della coscienza psicologica individuale.  Tanto più che la coscienza sociale in formazione si scontra con l'alienazione del modo di produzione.  Tende al suo superamento.  Ma tutto si svolge come se ne mancassero ancora le basi materiali (’84).

 

[autorealizzazione]

In una intervista tv un'africana dice. Prima lottavo per la sopravvivenza ora lotto per realizzarmi. Una chiave di lettura su cui riflettere. Un passo, anche se molto breve, verso l'individualità. E la necessità?

L'autorealizzazione che è in sé un concetto giusto, rischia di divenire ideologico quando non tiene conto della necessità. E tutti si battono per la propria realizzazione senza tenere conto delle condizioni. Fra queste la cultura, lo sviluppo intellettuale, lo studio. Se l'obiettivo dell'autorealizzazione è quello di diventare una velina, di arrivare sugli schermi televisivi, di guidare una Maserati, di iscriversi fra i soci di un club del golf, allora siamo fuori dal concetto (da fpg 15 ago. 06).

 

[golosità del presente]

Su una struttura delle nuove generazioni, degli extraoccidentali sbarcati in occidente, delle classi vecchie e nuove che si dibattono stretti fra le condizioni della propria vicenda economico e sociale e il benessere delle classi che occupano la vetta della piramide. Tutti tendono alla vetta della piramide. Soltanto che la vetta della piramide è valutata unicamente per i piaceri, i godimenti, i privilegi, gli arbitri, i capricci, gli sfizi, le intemperanze, gli eccessi, gli abusi, la permissività, le licenze che quella posizione sociale si pensa renda possibili. Anzi quella posizione sociale è stimata appetibile solo se li rende possibili. L'autorealizzazione è solo un modo per esprimere questa base che in maniera confusa e mistificata sta diventando quando non sia già diventata la struttura del nostro apparato nervoso fluttuante e desiderante. Tutti vogliono usufruire delle ricchezze della terra senza nemmeno domandarsi se la terra le possegga. Tutti vogliono l'accesso al benessere senza avere un'idea di cosa sia costituito il benessere. Insomma caduta l'idea di progresso, di valore aggiunto, di conquista del proprio status, di produzione delle proprie condizioni di vita tutti vogliono godere dei frutti ottenuti dalle generazioni precedenti intente a costruire il progresso. È questa la golosità del presente pronta a trasformarsi in avidità, cupidigia, bramosia, ingordigia, voracità, insaziabilità. Oppure semplice ghiottoneria. Semplice ma comunque in grado di rovinare loro la vita.

La messa fra parentesi della necessità - che non è sufficiente ignorare per eliminarla - ha quale sua principale conseguenza il fatto che nessuno riesce a godersi ciò che ha. Questa corsa continua al tutto e al meglio da ottenersi senza passare dalle condizioni della necessità poste dalla realtà ha come sua risultato l'infelicità, il senso del vuoto, lo scontento, il senso del fallimento, l'ansia, la rabbia, il rancore, l'odio quando non la disperazione e la depressione (da fpg 10.9.10).

 

[coscienza collettiva e diritti]

Effetto devastante dell'idea che il lavoro sia un diritto. Rifletto che il giro di boa ai comportamenti generali non è stato dato dal '68 ma dalla carta dei diritti promulgata dalle NU a coronamento della seconda guerra mondiale. Il '68 occidentale è stato in parte la conseguenza della rivoluzione culturale cinese, del '66, che spinse contro il principio di autorità del passato, insieme alla dichiarazione dei diritti delle NU. Leggersi meglio quella Carta. L'utopia non si annida nella rivoluzione culturale cinese ma nella dichiarazione delle NU. È l'utopia la tendenza pericolosa, contrariamente a quanto si proclama da alcuni decenni. Necessario che l'umanità riacquisti il senso della necessità, la finisca di sognare. Capisca che un mondo migliore di quello nel quale vive non esiste. Certo, i rapporti all'interno di questo mondo vanno mutati. A partire dai rapporti di produzione. Di conseguenza migliorati nella misura in cui lo possono essere. Con una riflessione generale la cui logica sia quella di comprendere che il reale e concreto valore umano è la coscienza umana. E lo sviluppo deve andare nella direzione della coscienza. Del suo accrescimento. Che il corpo va curato nella misura in cui è funzionale all'aumento della coscienza. Poiché il valore in sé è racchiuso nella coscienza, non nel corpo. Ora tutti i diritti si preoccupano di garantire il benessere fisico e psichico dell'individuo. Considerati tuttavia nella loro realtà la più elementare. Mentre si trascura il fatto che il benessere fisico e psichico dipende sempre più, anche per ammissione della ricerca scientifica e medica, dal livello della cultura dell'individuo, cioè dallo sviluppo della coscienza. E che se la crescita economica è alla base della crescita della coscienza, la crescita della coscienza diventa all'interno dello sviluppo parte essenziale della crescita economica.

Non esiste un diritto alla felicità, al lavoro, alla nascita uguale, al benessere. Esiste un lavoro che poi è una guerra, una lotta, uno scontro permanente con l'altro da te ma anche con se stessi. Un lavoro, un impegno che non è necessariamente fatica o dolore.   Per raggiungere la felicità. Ammesso che la felicità esista e non sia soltanto una pulsione. Per raggiungere il benessere, conquistare una posizione professionale, un mestiere, un'occupazione. Mutare la propria condizione sociale di partenza o difenderla. Ma tutto ciò e qualsivoglia d'altro, non è un diritto. Un diritto presuppone un ente o un'organizzazione superiore che ce lo assicuri e garantisca. Ente o organizzazione dalle quali l'individuo fatalmente finisce col dipendere. Ogni diritto pone  anche un limite alla libertà individuale. La garantisce invece quando il diritto rispecchia l'organizzazione sociale che dirime i conflitti fra gli individui che appartengono a quella società. Non sono diritti astratti. Sono diritti concreti, organizzati in un codice nel quale sono scritte le regole che quella società si è data.

Diversa la situazione di quei concetti generali che informano la coscienza collettiva e ne rappresentano lo sviluppo. Come il concetto di libertà, il concetto di uguaglianza, il concetto di democrazia. Tutti astratti e tutti in via di sviluppo. In sviluppo, non fissati, non assoluti, non definitivi. L'errore probabilmente è stato quello di trasformare questi prodotti della coscienza collettiva in diritti. Anche perché è chiaro che questi prodotti della coscienza collettiva non sono innati come voleva Rousseau e come cercarono di affermare i pensatori del sei e del settecento nella loro lotta contro l'autoritarismo delle classi allora egemoni. Non si nasce con il diritto alla nascita, con il diritto a nascere, né con il diritto alla vita. Si nasce e tant'è. Questo è il fatto, nascere. Ed è anche possibile che una volta nati la società nella quale si è nati fissi le regole di questa nascita. Se questo sia coerentemente congruo o no lo dirà la storia. Lo dirà parallelamente allo sviluppo delle forze produttive, dei rapporti di produzione e via via, progressivamente, alla produzione allargata della coscienza. Coscienza che per raggiungere il massimo possibile dello sviluppo deve diventare collettiva. In altre parole deve improntare di sé la società nel suo insieme. E con la società ogni individuo che la forma (da fpg 1.10.07).

 

[simbolizzazione]

L'ipotesi è che la scuola moderna occidentale è volta a demolire la funzione critica degli individui (Lmd/m /20.11.'01). Come? L'autore Dany–Robert Dufour, filosofo, docente a Parigi, sostiene che la funzione simbolica dell'individuo si vada alterando. Per via della televisione e della scuola. Un dispositivo chiave di D. è "quando l'altro mi parla vedo ciò che mi vuol dire". Il concetto proprio della filosofia  di «rappresentazione» svolge una funzione puramente visiva.  Vygotskij sarebbe d'accordo? E Piaget?

Non credo che la funzione simbolica nell'apprendimento sia mai stata sufficientemente analizzata. Si tratta tuttavia certamente di una funzione fondamentale. In quale rapporto sia con il pensiero e con la lingua rimane un enigma non ancora decifrato (vedi §SIMB). Marx usava il concetto di arcano con una certa frequenza per indicare quanto ci sfugga della realtà e quanto arcani siano i rapporti fra forma, contenuto, soggetto, oggetto, eccetera. La realtà del mondo è un ammasso di rapporti arcani. Per D. non sembra essere così. D. è certo che i rapporti fra tempo, spazio e individui siano esclusivamente simbolici e che per funzionare debbano essere debitamente «fissati». Debbano «fissarsi». Se non si fissano l'attività percettiva dell'individuo viene menomata. Le immagini esterne si sintonizzano con le immagini interne in maniera distorta in quanto la chiave di questa operazione viene "sottratta al soggetto che ne è portatore". Le immagini possono assalire chi le percepisce "senza fissarsi né inserirsi in un processo cumulativo controllabile", ponendo il soggetto sotto la loro dipendenza. In altri termini le immagini si autonomizzano e svolgono la funzione fantasmatica che è loro propria indipendentemente dal controllo che l'individuo ne può avere. Altro concetto di fondo qui è il controllo. Che viene a mancare.

Gli effetti descritti sono notevoli e hanno una certa verosimiglianza con qualcosa che ci colpisce della gioventù occidentale moderna. Cade il discorso. Gli individui non sono più in grado di ascoltare un interlocutore che avanzi proposte basate sulla ragione per essere discusse. Non ci si stacca dal proprio punto di vista, non si compie alcuno sforzo critico, eccetera. Fino a una confusione nella quale il contiguo e il distante diventano interscambiabili.

Per D. la colpa è anche dei pedagogisti  che indicano il nemico da abbattere in coloro che non rispettano il punto di vista del più giovane e spiegano la violenza nelle scuole come la reazione degli studenti all'indebita autorità dei professori.

Il modello che si va affermando è quello televisivo. Ciascuno esprime democraticamente il proprio parere senza compiere alcuno sforzo critico per analizzarlo, modificarlo, quanto meno discuterlo senza imporlo.

Sin qui, più o meno, il nostro filosofo che si dice convinto che tutto ciò sia consumato a favore della produzione onde  ottenere che le nuove generazioni divengano passive consumatrici dei prodotti pubblicizzati dal mercato.

Interessante? Stupido? Esagerato?

Qualcosa di vero c'è. Il vecchio Sapere dopo il '68 ha perso il proprio carisma. Questo carisma non è stato sostituito da nulla e da nessuno se non in maniera frammentaria e casuale. Il sapere si è frantumato. Ridotto a semplice ideologia riflette in maniera molto plastica lo scontro sociale che si nasconde sotto il mercato e sotto i rapporti sociali.

È questo ciò che sta accadendo. Anche nei rapporti sociali emerge il non detto. Il non detto dei rapporti sociali. Il non detto del mdp. E il non detto proprio perché non detto volge in violenza. La forma presa dall'intero processo è quella di un riflusso, una regressione, una perdita. Una negazione. La negazione della Ragione. Che prende la forma di una perdita.

Ora la questione è. Siamo alla fine della Storia? Del Genere? Se così fosse, pace. Non ci sono né ci possono essere salvatori possibili. Ma se così non fosse la domanda è. Cosa sta accadendo? Ciò che sta accadendo ha una direzione? Quale direzione? Verso dove?

Appunto.

 

 

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[sessantotto e potere [sapere umano [soggettivizzazione assoluta ed entropia [coscienza sociale e coscienza psicologica [golosità del presente [benessere [simbolizzazione [soggettività e necessità [libertà [sapere umano [«non detto»

 

“Cronaca della soggettività” [@SOGG2]

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