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4PP e globalizzazione

§* La globalizzazione momento centrale della transizione. La si può frenare ma non fermare.

§* La globalizzazione è la risposta alla caduta dei profitti e alla stagnazione incombente.

§* La globalizzazione deriva dall’espansione del modo capitalistico di produzione alla totalità del mondo. Espansione che si ripercuote attraverso le strutture delle formazioni sociali sulle condizioni di sviluppo della coscienza totale. Sullo sviluppo umano (da @MAD2).

§* Se venissero analizzati esaurientemente i contenuti della globalizzazione si giungerebbe alla conclusione che il conclamato rovesciamento consumo produzione non è nemmeno in atto. L'ascolto del consumo da parte della produzione è solo un modo di affrontare la concorrenza. Non a caso l'innovazione proviene dalla produzione non dal consumo. La confusione è comunque frutto della complessità prodotta nel passaggio (transizione) da un modo di produzione a un altro.

 

[verso un nuovo modello di sviluppo]

La globalizzazione è un/il nuovo modello di sviluppo? Possibile. La globalizzazione degli anni '80 è il risultato della fine della guerra fredda, del tentativo di allargare il mercato internazionale, delle scoperte scientifiche e tecnologiche, dall'informatica alla miniaturizzazione, a Internet, ai successi della biologia (da fpg 2001).

 

[globalizzazione, produzione, consumo]

In RDF (Le radici del futuro) Thomas L. Friedman sostiene /229/ che con la globalizzazione l’asse economico si sposta dalla produzione al consumo. In un articolo su Repubblica (26.01.01) F. Rampini sostiene che il movimento dei consumatori SU va a sua volta prendendo forma in Europa per via della mucca pazza che unifica i consumatori tedeschi, italiani, francesi e inglesi (per ora).

Si pongono due questioni. Una di teoria pura. L’asse dello sviluppo economico passa dalla produzione al consumo. Sono le esigenze del consumo a determinare la produzione. Chi non si adegua è perduto. Le imprese produttrici che non tengano conto di questa nuova realtà che poi è il mercato, cedono la supremazia a quelle che ne tengono conto.

Si tratterebbe di un rovesciamento di vaste proporzioni della teoria marxista che ha sempre sostenuto, a ragione, il contrario. Una rivoluzione all’interno del modo capitalistico di produzione (mcp). Possibilmente il principio della sua fine. Del suo trapasso in un mdp altro. La volontà economica e politica non si forma più dall’alto per scendere al basso che esegue e produce. Si forma dal basso, aiutata e sorretta dalle nuove tecnologie informatiche paradossalmente sintetizzate dalla «rete» (internet).

Uno sconvolgimento, anche, delle classi, del loro modo di essere. Lo stesso proletariato del terzo mondo, oggi il vero sfruttato, può a sua volta organizzarsi, favorito dalla rete. La rete potrà essere in grado di organizzare milioni di persone, dislocate nelle parti più distanti del globo. Un nuovo modo di essere della lotta di classe. Un nuovo tipo di lotta. Eccetera.

La seconda questione riguarda tutti i cambiamenti in corso determinati dalle conseguenze del rovesciamento del rapporto produzione/consumo.  Non solo la lotta delle classi muta. E il loro dislocamento, e la loro organizzazione. Come, è tutto da vedersi. Ma è lo stesso ruolo dello Stato a modificarsi. Sono i rapporti fra i consumatori/clienti a mutare le strutture dei rapporti politici e la natura di questi rapporti. Ed è la tecnologia (informatica e internet) l’asse portante della nuova rivoluzione (vedi @GLOB2).

Il ruolo dello Stato diventa un ruolo di controllo, di organizzazione del traffico, traffico che non sarà più nelle mani dei produttori capitalisti, ma dei consumatori clienti, per l’occorrenza divenuti cittadini. Consumatori, clienti e cittadini che esigono cose nuove come la trasparenza, l’informazione corretta, il servizio, la rapidità del servizio, l’informazione, la rapidità dell’informazione.

La rapidità diventa un elemento discriminante della produttività e dell’efficienza. Non sarà più sufficiente essere efficienti, sarà necessario esserlo in modo rapido. Un nuovo tipo di dittatura. Dove il comando si è spostato dall’alto verso il basso. Dove non sarà più la struttura del dipendente corporativo a dettare le norme di comportamento della vita quotidiana, bensì il suo contrario. La corporazione dei burocrati sarà lentamente destinata a frantumarsi sotto l’ondata di massa del contribuente/cittadino/cliente.

Il tempo reale cui ci va abituando il calcolatore sta diventando una categoria economica.

Anche quelli de Lmd si vanno convincendo che la globalizzazione è ed è irreversibile. Il numero di gennaio 2001 tratta principalmente questo aspetto.

(maggio 2009) - Primo, la globalizzazione non è un modo di produzione. Dipende dalla tendenza del capitale totale a concentrarsi. Concentrandosi il capitale si concentra la produzione (vedi l'industria automobilistica). Concentrandosi la produzione  si allarga il mercato. Il mercato allargandosi prende la forma del consumo. La forma del consumo prende la forma del consumatore egemone.

Con la concentrazione del mercati e l'allargamento dei consumi cambia la forma della concorrenza. Che si allarga e si fa più dura. La durezza della concorrenza prende la forma del potere del consumatore e ne conferma l'apparenza.

Ciò non toglie che la globalizzazione ampliando la base del consumo ne muti la struttura. L'ampliamento è non solo quantitativo ma qualitativo. Dà vita a nuovi rapporti di produzione. Lo scontro di classe  prende nuove forme. All'interno dei paesi sviluppati, e fra i paesi sviluppati e il resto del mondo. Forme che investono l'economia, il diritto, la cultura, gli usi e i costumi delle formazioni sociali nazionali e internazionali.

Di conseguenza alcuni fenomeni tratteggiati nei paragrafi precedenti sono corretti nelle forme descritte ma non nei contenuti che le provocano. Se venissero analizzati esaurientemente i contenuti si giungerebbe alla conclusione che il rovesciamento consumo produzione non è nemmeno in atto. L'ascolto del consumo da parte della produzione è solo un modo di affrontare la concorrenza. Non a caso l'innovazione proviene dalla produzione non dal consumo. La confusione è comunque un frutto della complessità prodotta nel passaggio (transizione) da un mdp a un altro.

 

[globalizzazione, transizione, sovrapproduzione]

Scrivevo nel settembre del ‘99 commentando un articolo di Fredéric F. Clarmont su Le monde diplomatique che l’economia mondiale si trovava in grande difficoltà. Per via della forte crisi di eccedenza causata dal ribasso generalizzato dei prezzi.

"... i paesi e le imprese continuano a produrre con margini di guadagno vicini allo zero". Da qui, scriveva l’a., sostituzione del guadagno con la creazione di valore.

Questa era già una buona riflessione. Spiegava la conversione dei mercati finanziari dell’epoca alla creazione pura e semplice di valore. Nel proposito di far fruttare al massimo l’esportazione dei capitali. Contesto nel quale la situazione oggettiva delle imprese e l’esportazione delle merci perdeva ancor più di interesse.

Tuttavia una riflessione più vicina alla realtà economica in corso avrebbe fatto capire come ci si trovasse di fronte a una  prolungata crisi di sovrapproduzione. E a un considerevole abbassamento del tasso di profitto. In altri termini il capitale rendeva sempre di meno sia che fosse investito nella produzione di merci sia che lo fosse nell’esportazione di capitali pura e semplice.

Con quali conseguenze?

La conversione al valore finanziario era un rimedio passeggero. Più una risposta speculativa congiunturale che altro.

D’altronde la vera risposta era diciamo così in cantiere. Si fondava sulla spinta alla concentrazione crescente dei capitali, delle imprese e a una robusta ripresa della esportazione di capitale. Concentrazione e esportazione realizzate con l’espansione e l’unificazione del mercato mondiale. Fenomeno che è stato individuato come la globalizzazione internazionale del mercato.

La globalizzazione è stata la vera risposta alla caduta dei profitti e alla stagnazione incombente.

Con quali obiettivi?

Il solo fenomeno dell’allargamento e la crescente unificazione dei mercati ha permesso una circolazione più fluida e massiccia del capitale. Favorendone l’esportazione. Sia che esso si presentasse sotto la forma finanziaria, sia sotto la forma tecnologica, sia sotto la forma di capitale umano. Un modo oggettivo per contrastare non senza efficacia la caduta dei profitti. Con l'obiettivo della loro ripresa.

Secondo effetto della globalizzazione è stata l’immissione nel mercato globale di mano d’opera fresca a basso costo (cfr India e Cina, paesi asiatici in genere. In Europa, i paesi dell’Est). Permettendo così l’espansione dell’area di sfruttamento come mai era accaduto fino ad ora.

(e da fpg marzo 2007) → L’analisi degli effetti della globalizzazione ha posto alcuni problemi di carattere economico. Primo fra tutti il rapporto fra l’esportazione di capitali e l’esportazione di merci. C’è un momento, con i monopoli, le multinazionali, che la produzione di capitali prende il sopravvento sulla produzione delle merci. La produzione delle merci rimane naturalmente la base della produzione ma il vero profitto lo fornisce il capitale investito. Che è sostanzialmente un capitale finanziario. Motivo per il quale la produzione di merci pur rimanendo la base della produzione non ne rappresenta più la ragione principale.

La ragione è la remunerazione del capitale. Produco bene non più in ragione del prodotto che produco ma in ragione di quanto il prodotto che produco fa rendere il capitale che vi ho investito.

Una riflessione che riguarda tutto il terzo libro del CAP. Che andrebbe riletto. Poiché è quella la riflessione di Marx in grado di fornire buone risposte ai fenomeni economici contemporanei. Anche se magari solo intuiti (vai a @SP).

(giugno 2011) - E questo vale anche al fine di condurre un'analisi corretta e esaustiva della crisi che ha investito il capitalismo nel 2008. Crisi più profonda lunga e densa di risultati della crisi del 1929. Dagli sbocchi assolutamente inimmaginabili  D'altra parte analizzare le forme di questa crisi servirebbe a poco.  Le conseguenze imprevedibili potranno cominciare a cogliersi solo verso la fine degli anni venti (2020) se non degli anni trenta.

Si può tuttavia sostenere che se il modo di produzione socialista è naufragato malamente e non ha retto l'impatto del processo storico, il modo di produzione capitalista a soli venti anni dalla sua clamorosa affermazione (negli anni della caduta del muro di Berlino) è precipitato in una crisi altrettanto profonda che ha come fine (traguardo) un tale rimescolamento del modo di produzione capitalistico che non sapremo più se sarà tale.

 

[Stato e multinazionali]

Anche le multinazionali vanno viste nell'ottica della produzione di valore.  Alla base c'è il processo di valorizzazione – Le multinazionali come lo Stato sono espressione di questo processo che va polarizzandosi in maniera crescente fra multinazionali e stati – Nel medesimo tempo le multinazionali hanno alle loro spalle la Grande industria – Gli stati hanno alle loro spalle gli stati nazionali – Il processo di valorizzazione del capitale e i limiti che questo processo incontra si manifesta sia nella formazione – estensione delle multinazionali sia nella trasformazione graduale dello Stato – Nel corso di queste due trasformazioni le contraddizioni fra i due poli (multinazionali / stati nazionali) della valorizzazione del capitale (valorizzazione che da un lato aumenta la potenza delle forze produttive mentre la limita nell'area dei rapporti di produzione in via trasformazione) esplodono in permanenza.  Riflesso anche del potenziamento limite delle forze produttive.

 

[mercato globale e capitale collettivo]

Un articolo di T. Negri interessante. Forse sbilanciato verso il potere quale struttura portante ma con il sospetto che il movimento economico lo sottenda e lo determini. Infatti. Il primo assunto è l’esistenza di un mercato globale. Ora un mercato globale ha bisogno di essere regolato da un ordine giuridico e un ordine giuridico deve avere a sua disposizione una struttura di potere che ne garantisca l’efficacia. © Quindi. Il concetto del potere ritorna. Ritorna fondato. E fondato sul concetto di mercato globale. Il mercato globale, una struttura economica. Il discorso si presenta come  fondato e fondato economicamente.–|

Il secondo assunto è che il sistema suscita e organizza con i suoi stessi mezzi nuovi aspetti della lotta di classe. Negri è un po’ più arzigogolato di come l’abbia messa io ora.

Altra teoria è che nel mercato globale le nazioni non contano. Anche gli Stati Uniti non contano. In altre parole non si può parlare di imperialismo americano. È lo stesso concetto di imperialismo a essere superato, le sue modalità, eccetera. Superato come il colonialismo fu superato dall’imperialismo. Ora l’imperialismo è superato dall’Impero. Impero di che, di chi? L’impero dell’ordine del capitale collettivo © resosi autonomo non solo dai capitalisti ma anche dalle nazioni capitaliste.

Questo concetto del capitale collettivo che si autonomizza (anche se Negri non lo descrive proprio così) è interessante. Ed è comunque all’interno della logica ma.dial. Non capisco bene quanto Negri se ne renda conto, ma non ho intenzione di affrontare il discorso Negri . –|

Al capitale collettivo rispondono (partecipano scrive TN) sia gli anglosassoni, sia gli europei sia tutti gli altri asiatici, russi, arabi, africani. © Ora anglosassoni ed europei rappresentano interi paesi capitalisti. Gli altri sono le élite capitaliste del resto del mondo. –|

Naturalmente, dice Negri, gli americani sono investiti più degli altri della funzione loro affidata dal capitale collettivo, eccetera, eccetera.

Altra novità consiste nel fatto che la repressione nel nuovo ordine non è più brutalmente fisica ma sviluppa un sistema di controlli che Negri definisce biopolitico. © La società si organizza sul modello del sistema nervoso. Ora tutto ciò lascia intravedere un tipo di sviluppo sociale ben individuato da Marx tale da sboccare alla fine nell’individualità (vai a @INDIV1). –|

Terza tesi è che questo genere di sviluppo deriva direttamente dalle lotte operaie del secolo precedente (il 20°).

L’articolo di Negri è ricco di spunti. Il libro che sta uscendo in francese, lo sarà ancora di più. Si tratta del tentativo teorico di capire la globalizzazione e lo stadio del capitalismo che le sta dando vita, fornirgli una struttura e ipotizzarne la fine, alla fine della sua «missione». La missione o compito storico del capitalismo, come scrive Marx.

[®]  In realtà anche se l’analisi di T. Negri ha il vantaggio di affrontare la questione dal lato della globalizzazione e della formazione del capitale, si intravede nel suo tentativo un residuo di ideologismo. Il capitale è capitale. Sia manifatturiero, sia industriale, sia finanziario.  Nel momento nel quale diviene collettivo, come suggerisce TN,  non cessa di essere capitale. Lo si è visto in Urss. Il capitale statale non ha cessato di agire come capitale pur essendo stato nazionalizzato e la proprietà trasformata da proprietà privata in proprietà statale. Engels lo ha anche scritto. Un capitalismo statale non avrebbe cessato di essere capitalista. Se l’esperimento sovietico avesse retto la sfida con il capitalismo occidentale si sarebbe potuto parlare, come si è parlato, del formarsi in Urss di un nuovo modo di produzione chiamiamolo impropriamente di transizione. Impropriamente perché le transizioni sono tali da un mdp a un altro. Se si configurano in un mdp nuovo non sono più transizioni. A meno che non definiamo il modo feudale di produzione un modo di transizione dal modo di produzione antico, schiavistico, al capitalismo. Sarebbe una forzatura.

Vero che il capitalismo nella misura in cui si espande, si democratizza. La democrazia funzionante può essere una forma politica più avanzata di capitalismo maturo. E guarda caso è uno dei risultati del capitale finanziario. Tuttavia per funzionare ha bisogno di sfruttare il lavoro umano su scala globale. Ed è sempre sullo sfruttamento che si regge. La democratizzazione è un fenomeno che investe solo i gruppi sociali che ne usufruiscono. Che usufruiscono dello sfruttamento.

I movimenti che spingono il capitalismo a essere «morale», boicottando le industrie più palesemente sfruttatrici (per esempio del lavoro infantile), rappresentano un momento del formarsi di una coscienza nuova perché più estesa. Questa coscienza che va formandosi può essere la spia della trasformazione del mcp, del suo possibile superamento e di conseguenza della sua morte. Ma il processo deve consumarsi tutto per intero. Il nuovo modo di produzione deve diventare operante e visibile. E non sarà mai capitalista. Sarà altro. Cosa sarà lo sapremo soltanto quando sarà giunto a destinazione.–| (da fpg 2001)

 

[globalizzazione del potere giudiziario]

Oltre a Negri, buono anche l’articolo sulla crescita del potere giudiziario nei paesi sviluppati che tende a invadere il terreno della politica e nel medesimo tempo ad assumere un livello internazionale superando i confini nazionali. Insomma una globalizzazione del potere giudiziario volto a unificare il mondo giudiziario in nome del diritto delle genti e dei diritti dell’uomo.

 

[la società del rischio globale]

L'articolo sull'ultimo libro di Ulrich Beck, sociologo tedesco – Corsera di ven, 5, – tratta della società del rischio e del rischio globale della seconda modernità, come recita il titolo del giornale. I rischi reali sono quelli ecologici. E ancora. L'affermarsi del lavoro flessibile mette a rischio la stabilità del lavoro. La disgregazione della famiglia mette a rischio l'identità sociale. Rischi? Ogni transizione distruggendo le strutture del passato crea un'instabilità. Oggi questa instabilità è vissuta, probabilmente, con maggior forza dal momento che uscivamo da un'epoca di certezze. Anche questo è vero? E il terrore della fine del mondo, che coincideva poi – come vuole Mazzarino – con la fine dell'impero romano, non ha forse dominato l'immaginifico per alcuni secoli?  Tutto è relativo e riferito all'occidente sviluppato. Vero è – come dice Beck – che l'attesa dell'inaspettato e l'attesa dei rischi possibili domina la scena della vita occidentale. Della nostra vita appunto, di individui dell'occidente economicamente avanzato che fa entrare in crisi una parte delle loro abitudini e dei loro privilegi. Di conseguenza Beck coglie e ci descrive le paure della società occidentale. Il timore che le proprie «conquiste» frutto dello sviluppo capitalistico siano poste in forse dall'avanzare della transizione. Paure, cioè stati d'animo, ancorché collettivi, che hanno poco a che fare, se non sotto il profilo psicologico, con i reali problemi del periodo sintetizzati nel concetto di globalizzazione. Insomma tutto si presenta piuttosto labile, scarsamente pensato. Trionfa la logica analitica. Peggio la logica intuitiva prekantiana. Già il lomat è più serio, anche con tutto il suo idealismo positivista. Utile comunque stabilire che alcuni parametri stanno frantumandosi come quello della unità economica della famiglia o quello della piena occupazione, del posto fisso, eccetera. Quanto al resto, un pensiero debole se non vuoto (da fpg 06.01.01).

Legandosi per qualche verso a Beck, Friedman , pone il problema dell'evoluzione che sconvolge le strutture sociali ed entra in conflitto con la cultura tradizionale. Usi, costumi, mentalità, modi di pensare. Richiama le tematiche di Beck affrontandole più seriamente di Beck.

© Nel mondo sviluppato il conflitto produce soprattutto alienazione e provoca ribellione. All'esterno la ribellione assume le forme più tradizionali degli scontri armati, fra nazioni ed etnie. Gli scontri fra nazioni (non sempre armati) sono di carattere prevalentemente economico. La contesa riguarda il controllo e/o il possesso delle fonti di approvvigionamento, della distribuzione e della divisione internazionale del lavoro, e/o il dominio geopolitico dei punti nevralgici della produzione di materie prime. In particolare petrolio e sue vie di transito (oleodotti, eccetera).

Gli scontri etnici rientrano nella sfera della tradizione, del passato storico non sorpassato. In un certo senso un qualcosa che richiama alla mente Huxley e il suo Mondo nuovo. Di qua la tecnologia, di là il tribale. Che poi tutto rientri nella logica pressoché sconosciuta dello sviluppo fa parte dello sviluppo, appunto.

La logica di Friedman è di carattere immediato. Coglie piuttosto acutamente le forme del processo. Non scende nella analisi della sua realtà e del periodo che corriamo ma è già sufficiente ad allargare il campo della riflessione. Il contrasto, la dialettica fra il nuovo e il vecchio, fra lo sviluppo che avanza e le resistenze che incontra è un modo corretto per cogliere l'evoluzione delle forme del processo (07.01.01). –|

 

(continua in 4PP e globalizzazione - 2)

 

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“4PP e globalizzazione”[@GLOB]

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