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Il marxismo come processo storico

L'Urss è il marxismo che si fonda – la Cina è il marxismo che si supera – L'Urss, la Cina + Cuba e i movimenti rivoluzionari latino-americani e gli stessi movimenti di contestazione occidentale sono il marxismo che si fa – La sintesi dipenderà dalla praxis e dalla teoria che la individua, la localizza, la fonda e la provoca (feb. '72).

 

(gennaio 1976 – gennaio 1992)

Il marxismo – come unità immediata – presenta due lati.  Da una parte è teoria, dall'altra pratica storica.

Sia come teoria, sia come pratica storica il m. si determina come processo. Il processo della teoria e il processo della pratica marxista.

 

Così determinato non possiamo più prenderlo come un immediato la cui de­terminatezza è la contemporaneità di tutti i suoi momenti da Marx ed Engels fino ai nostri giorni.

L'aspetto più sconcertante della ricerca marxista degli ultimi trenta anni è di giudicare e analizzare il marxismo come una unità immediata e compatta e non come processo.

Questo metodo non è marxista, non è dialettico, non è materialista, non è sto­rico.  È positivista.  L'analisi viene condotta con il metodo delle scienze mate­matiche.  L'oggetto viene esaminato come un qualcosa slegato dal soggetto che lo esamina.  La sua collocazione è metastorica e le sue leggi naturali e assolute.  Il «dopo» serve solo a controllare l'errore del «prima», nel senso che ciò che è negativo oggi non poteva non essere negativo anche ieri, prima.  Questo per via della immutabilità e compattezza dell'oggetto esaminato.  Per cui la negatività attuale è identica alla negatività trascorsa.  E il passato diventa un grande cimitero di errori alla maniera degli storici anglosassoni come Fisher* o di anomalie o di malattie alla maniera degli storici come Croce. 

(* "Se la ragione fosse sostegno sufficiente alla fragilità dell'uomo, lo stoi­cismo, il più nobile contributo del mondo pagano all'arte e alla scienza del retto vivere, avrebbe conquistato stabilmente la società". Invece: "Gli abitanti dei paesi mediterranei, assetati di colori, immagini e consolazioni, non potevano appagarsi di un sistema austero monoteistico e di etica ragionata".  Così Fisher! in Storia d'Europa 1°/97.) →

 

È la storia il campo di battaglia dove le forze della razionalità – già completa­mente formata sin dall'inizio del mondo sull'esatto modello della cultura e della visione dei Fisher – si battono contro le forze dell'irrazionalità – formata da quanti non la pensano come i Fisher o i Croce. Questa assonanza delle forze del bene contro le forze del male è meno casuale di quanto si vorrebbe.

 

All'interno del campo marxista la lotta del bene contro il male, della razionalità contro l'irrazionalità si ripete sotto forma di lotta della verità contro l'errore, della libertà contro la tirannide.  C'è un Marx vero e un Marx sbagliato (si indi­vidua addirittura il punto del trapasso dalla verità all'errore, individuando l'esatto momento della rottura epistemologica), un Marx filosofo – sbagliato – e un Marx scientifico – vero –, un Marx utopico e metafisico (1° e 2° del CAP) e un Marx realistico e concreto (3° del CAP).  E via continuando.

Se lo stesso Marx diviene il terreno su cui la verità si scontra contro l'errore, per via di forza maggiore lo diventerà il marxismo nel suo insieme. Engels, Lenin, Mao, Stalin, il riformismo, il revisionismo, l'estremismo, l'opportunismo, eccetera.

L'analisi si trasforma in una caccia all'errore e l'intero metodo dialettico, storico e materialista in una profezia di cui si cerca di cogliere il grado e la misura della preveggenza.

Astraiamo dalla lotta di classe e dalla corrispondenza fra base materiale, forme sociali e forme del pensiero con cui sarebbe più semplice affrontare la que­stione.  Saremmo costretti a vedere il marxismo come momento di un proces­so più vasto entro il quale esso stesso è già contraddizione e negazione.  Do­vremmo vederlo come una parte di una totalità più ampia che esso nega e che lo nega.  Totalità che ha proprie contraddizioni e proprie leggi delle quali il marxismo (come movimento concreto e come teoria) fa parte e che ne tra­sformano il movimento interno e la stessa essenza.

 

Preso in sé il marxismo si determina come processo.  La nascita di questo pro­cesso ha come presupposto il capitalismo industriale e le lotte operaie che ne accompagnano lo sviluppo.  Marx trova già l'uno e l'altro.  E è figlio sia dell'uno sia dell'altro.  Diciamo che con Marx il movimento operaio dell'epoca trova la sua prima negazione interna.  Marx ne nega tutto. L'esistenza così come era stata data sino allora, il metodo di lotta, le ideologie che l'accompagnavano, le interpretazioni che ne sostenevano l'azione.  Ma il marxismo di Marx e di Engels ha in sé una doppia negazione. Nega il movimento operaio così come era stato posto sino allora e nega il capitalismo industriale così come era stato po­sto sino allora.

 

Delle due negazioni Marx sviluppa principalmente la seconda.  Engels accenna qualcosa di più sulla prima.  Ma nel complesso il marxismo di Marx ed Engels si ferma lì.  E lì trova il suo limite che si configura nella morte di Marx, nella interruzione della sua analisi, nella impossibilità di estendere il metodo alla realtà fenomenica dell'intero periodo storico e alle sue forme.

 

Il marxismo dopo Marx si presenta così come un immediato in sé compiuto e determinato come inizio.  Inizio metodologico.  Fermo tuttavia come tale e co­me tale già determinato quale suo limite.

 

Diciamo subito che il marxismo quale primo immediato non supera il limite dell'inizio del metodo.  Negato in quanto inizio, il marxismo si trasforma in un assoluto.  Negato come metodo, il limite del metodo si trasforma in barriera ideologica.

È questa la sostanza della Seconda internazionale che prende la forma di ideologia marxista e – come tale – barriera al marxismo.  È questo il riformismo della socialdemocrazia tedesca e, in genere, di tutti i riformismi e i marxismi ideologici che scontrandosi con i limiti del marxismo dopo Marx non riescono a superarli, li irrigidiscono e li trasformano in barriere e ideologie.

 

Lenin supera il limite del secondo immediato ma non tanto dal lato dell'analisi del processo di cui si appropria ma non porta sostanzialmente avanti, quanto affronta e su­pera il limite dato dalla prima negazione della teoria e pratica del movimento operaio. {ampliare e precisare che L. non portando avanti la teoria sul capitalismo, porta avanti la pratica del movimento operaio nella sua operatività}.

 

Ora il marxismo si presenta come fenomeno storico con più facce (lati aperti), più contraddizioni, più negazioni.

C'è il marxismo di Marx e di Engels interpretato dalla Seconda internazionale e dai riformisti come un bibbia, un corpo di idee in sé compiuto e assoluto.

C'è il marxismo di Lenin materialista, storico, dialettico ma sviluppato essen­zialmente dal lato della pratica del movimento operaio rivoluzionario.

C'è il marxismo di Marx ed Engels insuperato nella sua autonomia  teorica e analitica, al quale tutti sono costretti a rifarsi.

 

Nel medesimo tempo insieme al marxismo e alle sue contraddizioni interne, si sviluppa anche il capitalismo e insieme al capitalismo si sviluppa la pratica e la teoria del primo stato socialista del mondo che se da un lato conferma il marxi­smo, dall'altro ne sviluppa i limiti concreti una volta che si passa dal presuppo­sto teorico al concreto storico reale.

 

Ora il marxismo si è arricchito di un altro lato, il lato della costruzione del so­cialismo in un paese che ha abolito la proprietà privata.  Qui il primo e più forte limite con il quale si scontra è quello dell'inizio, del cominciamento.  Ogni inizio porta in sé la contraddizione, la negazione della propria continuazione.  Sul ter­reno della realtà questi concetti astratti prendono vita e si legano e si intrec­ciano con lo sviluppo generale e con lo sviluppo totale del genere umano che il capitalismo intanto sta portando a termine continuando quella missione storica che Marx gli riconosce.

 

Lo stalinismo supera il limite e la negazione del leninismo come costruzione del socialismo in un solo paese.

Con lo stalinismo il marxismo si presenta come un immediato formato dalla pratica e dalla teoria, un blocco di leggi e di regole.  È il marxismo della Terza internazionale con le sue analisi, la sua politica, la sua interpretazione del capi­talismo.  È il lato internazionalista dello stalinismo che in qualche modo nega e si oppone al lato nazionale dello stalinismo, generando tutta una serie di nuove negazioni e contraddizioni.

Le più vistose sono rappresentate dal rapporto struttura/sovrastruttura, forze produttive/rapporti di produzione, spontaneismo e guida cosciente delle masse, costruzione di una economia socialista all'interno di un mercato internazionale che il capitalismo va creando, estendendo e omogeneizzando.

 

Queste contraddizioni si sviluppano su due lati.  Sul lato dell'analisi del capita­lismo e sul lato della costruzione del socialismo.

In questo senso lo stalinismo della Terza internazionale e, poi, del Comintern, lo stalinismo dell'Unione delle repubbliche sovietiche superato il limite dell'ini­zio non supera quello dello sviluppo.  Lo sviluppo si trasforma da limite in bar­riera.

 

Il materialismo dialettico e storico ha perso ogni vitalità.  Si presenta come un immediato, blocco di regole, di necessità storico/pragmatiche che fanno cadere le proprie determinazioni nel suo opposto, il positivismo borghese.  Il materiali­smo dialettico si è ora trasformato in idealismo oggettivo e il materialismo sto­rico in idealismo meccanico.

 

Va tenuto conto che dalla parte opposta l'illuminismo positivista e logico ma­tematico si è andato trasformando in idealismo psicologico e matematismo magico religioso.

 

Questo sul lato dello sviluppo della teoria e dell'ideologia che riflette puntual­mente (anche se con tutte le contraddizioni inerenti) il percorso della pratica stalinista che si presenta come prassi dell'Unione sovietica sia all'interno sia all'esterno.  Sviluppando nuove e più alte contraddizioni.  Dando vita a un nuovo tipo di processo storico che tende a porsi fuori dalle determinazioni del marxismo nella pratica dell'Urss di Krusciov e di Breznev.

 

Ma visto più da vicino il marxismo si presenta come teoria, analisi e rispec­chiamento del periodo storico attuale nel suo completo dispiegamento. I lati delle sue determinazioni, contraddizioni e negazioni crescono con la crescita del processo, la cui individuazione è d'altra parte permessa esclusivamente dalla sua presenza come teoria e come pratica.

 

In questo senso la teoria è ferma al marxismo di Marx e Engels, ne riproduce in continuazione le contraddizioni senza riuscirne a superare i limiti.  La con­traddizione principale è fra determinismo del processo storico e autonomia del movimento operaio e del capitale.  L'incapacità di superare il limite posto da questa contraddizione ne pone un'altro rappresentato dal limite della dialettica nel periodo storico dato nell’individuare il processo in corso.

 

Rosa Luxeburg, Hilferding, Bukarin, eccetera affrontano questi limiti senza riu­scire a superarli ma senza nemmeno trasformarli in barriere.  E ciò perché ca­dono all'interno del marxismo come processo storico, teorico e pratico.

 

A questo punto e da questo punto di vista che è poi il proprio specifico punto di vista, il marxismo si presenta come un im­mediato frammentario, contraddittorio la cui principale determinazione è la in­capacità di risolversi in sé.

 

Mao, la teoria e la pratica del partito comunista cinese cadono a loro volta in questa determinazione che è la determinazione dei "più marxismi".

Nonostante questo, in contraddizione con questo e negandola come determi­nazione principale, il maoismo si presenta come quel marxismo che affronta e supera nella pratica politica e sociale i limiti finora insuperati posti dal marxi­smo di Marx e di Engels, ma soprattutto dal marxismo di Lenin, cioè del marxi­smo–leninismo.  In questo senso tende a racchiudere nella propria forma e de­terminazione l'intero marxismo.  Supera e porta avanti alcune contraddizioni del marxismo-leninismo fra le quali l'opposizione che si era stabilita fra masse e avanguardia operaia costituita sotto forma di partito.  Non supera tuttavia i limiti teorici posti dal marxismo di Marx e Engels che rimane il punto più alto e insuperato della teoria come capacità di analisi.  Questa impossibilità di supera­re quei limiti teorici ripropone tutte le contraddizioni e i limiti che la grande ana­lisi contiene.

 

In questo senso il marxismo di Marx e Engels, così come le analisi del CAP so­no superate nel senso che la realtà è più avanti di quella che il CAP analizzava.  Anche se quella analisi rimane la base della realtà presente. Immutata l'analisi del CAP in generale mentre muta l'analisi del CAP nella sua realtà.  È così sempre necessario partire dal CAP per comprendere il capitalismo.

 

Nel medesimo tempo il marxismo non è superato.  Non solo perché l'analisi del capitalismo in generale è stata posta una volta per tutte – di qui la sua capacità di rispecchiare continuamente la realtà capitalista nel suo farsi –, ma anche perché nessuno è stato in grado di superare i limiti posti dai fondatori.  Così quelle analisi, nel loro insieme, rimangono, anche rispetto al periodo attuale, le più avanzate e le più concrete.

 

I limiti del marxismo come teoria si erano progressivamente trasformati in bar­riere nell'Urss di Stalin, Krusciov e Breznev.  I limiti del marxismo come pratica del movimento operaio si sono trasformati in barriere nell'Urss di Gorbaciov.  Il tentativo di superarne i limiti con un ritorno al leninismo della prima maniera e della Nep, di affrontare e risolvere alla maniera leninista i lati della democrazia e della libertà si sono scontrati con la pratica stalinista e kruscioviana del co­munismo in un solo paese.

Dal lato teorico Stalin aveva dichiarata superata la lotta di classe (XVIII congresso) e Krusciov aveva introdotto il concetto del governo di tutto il popolo.  Ambedue negando in questo modo la teoria della lotta di classe hanno finito col negarne la pratica.  E la pratica – pur rimanendo formalmente e nella prassi ideologica all'interno della rivoluzione proletaria e di alcune sue conquiste – cadeva sul lato del nazionalismo (il socialismo in un solo paese) e sul lato dei principi borghesi negati nella teoria ma dalla stessa revisione teorica praticamente riammessi.

 

Gorbaciov è l'erede di questo processo.  Con lui la fine della lotta di classe all'interno si trasferisce all'esterno.  Così ora la lotta di classe – a differenza di quanto teorizzato da Stalin e seguito nella pratica da Krusciov e Breznev – viene cancellata anche a livello internazionale.  Come tale è di fatto con­cettualmente abolita.  E – poco dopo – all'abolizione teorica segue l'abolizione pratica.  D'accordo con il nemico di classe si consegnano alla borghesia inter­nazionale tutti i paesi dell'area comunista dell'Est con procedimenti unilaterali e spesso autoritari.

 

Se questo è lo sviluppo dell'abolizione della lotta di classe al XVIII congresso, il «governo di tutto il popolo» kruscioviano fa cadere il marxismo sovietico e gor­bacioviano fuori dal marxismo di Marx, Engels, Lenin e Mao.  La libertà e la democrazia invece di rappresentare la continuazione, la correzione e l'appro­fondimento – alla luce della pratica del movimento operaio degli ultimi 70 anni – della democrazia e delle libertà marxiste, divengono insensibilmente nella teo­ria e nella pratica la libertà e la democrazia della grande borghesia internazio­nale. 

 

A questo punto il marxismo sovietico veniva negato nella teoria e nella pratica.  Questa negazione ha portato il marxismo sovietico fuori del marxismo.  L'Urss è sconfitta.  La grande borghesia internazionale può cogliere le spoglie della sua grande vittoria di classe.

 

Tuttavia questa vittoria è mutilata.  La pratica del movimento operaio in Unione sovietica ha sperimentato una serie di strutture marxiste nei paesi del vecchio impero zarista e nei paesi conquistati dall'armata rossa dopo il 1945.  Econo­mia pianificata, pieno impiego, abolizione della proprietà privata, diritto concre­to alla salute, alla casa, allo studio, emancipazione femminile, efficienti strut­ture sociali di appoggio, eccetera.  È questo che si trova di fronte il capitalismo come modo di produzione nei paesi della vecchia gestione marxista.

 

Improvvisamente i limiti del mcp e della ideologia della borghesia internaziona­le emergono con maggior nitidezza.  Il fascismo percorre l'intera area control­lata dalle borghesie occidentali.  La crisi economica – tenacemente negata nel momento cruciale dello scontro all'epoca di Reagan – corrode ora palesemente il sistema economico e sociale.  Le popolazioni dell'Est ex marxista hanno dei violenti soprassalti.  Il mcp non riesce ad assorbire quei sistemi economici.  Anche la Germania si trova in difficoltà con il suo Est – pur non rinunciando a una forte espansione verso le aree orientali del continente. Non più armato né ideologizzato rimane tuttavia la pratica economica e sociale del marxismo sovietico.

 

A questo punto è necessario un momento di riflessione.  Quando Marx scrisse il CAP, il movimento operaio era già in moto.  Non fu Marx a inventare il movimento operaio, ma fu il movimento operaio a inventare Marx.  Da un lato, dunque, il movimento operaio in lotta, dall'altro il pensiero borghese più avanzato, quello di Hegel.  Il più avanzato anche se il più mistificato.  È pro­babile che per raggiungere quel grado di mistificazione fosse necessario quel grado di avanzamento.  Marx fornisce al movimento operaio nella sua realtà concreta lo strumento più affinato di analisi creato dalla borghesia capitalista all'apogeo della sua vittoria e della sua egemonia.  C'è un particolare.  Hegel pensa il suo sistema nel momento della rivoluzione francese e delle vittorie bonapartiste.  Il suo dunque è il massimo del pensiero borghese nel massimo della rivoluzione borghese.  Ricordare che Marx giudica Bonaparte la conti­nuazione del Terrore.  Marx non precede i tempi, ma è figlio del suo tempo.  Dopo Bonaparte la rivoluzione borghese diventa regime.  Cade la spinta rivo­luzionaria, nasce la necessità della teoria come ideologia dello sfruttamento borghese e dell'espansione economica posta come necessità assoluta alla re­lativa perdita di velocità del capitalismo.  Fra positivismo, scientismo, darwini­smo, illuminismo, filosofia dell'ottimismo borghese e della spinta all'egemonia e l'idealismo hegeliano – filosofia della massima egemonia borghese ma anche filosofia del suo limite e della necessità del suo superamento – nonostante la confessione ideologica che sostiene il contrario – la borghesia sceglie le prime che svuota e riduce a pure verità ideologiche. Rifiuta l'idealismo hegeliano senza darsi la pena di analizzarlo e superarlo sia pure adattandolo alle necessità proprie del capitalismo come modo di produzione.

 

Lo stesso è accaduto al movimento operaio internazionale a partire dal 1918. Nel 1918 il movimento operaio internazionale ottiene la sua prima vittoria. Ma dal punto di vista marxista è una vittoria parziale e teoricamente non fu nem­meno considerata tale da Lenin.  Nel 1920 era chiaro che la rivoluzione inter­nazionale era mancata.  Il comunismo in un solo paese fu considerata una sconfitta del marxismo così come Marx ed Engels lo avevano individuato. Tuttavia quella vittoria ha segnato le sorti del processo storico mondiale e lo ha influenzato e mutato in maniera irreversibile.  Non solo ma ha portato avanti la teoria con gli strumenti che possedeva, nelle circostanze storiche che aveva e si erano create.

 

A questo punto il marxismo si presenta come un processo i cui momenti princi­pali possono essere così individuati.  Da un lato c'è il momento dello scontro con il capitalismo vittorioso nei paesi dell'Est.  Qui si pone il problema se una volta instaurato un sistema a economia collettivistica e centralizzata sia pos­sibile convertirlo in un sistema di mercato libero di stampo capitalistico.  L'esi­to di questo passaggio sarà fondamentale per il marxismo come teoria del movimento operaio internazionale.  Da un secondo lato ci sono le sorti del marxismo cinese e dei suoi tentativi di correggere gli effetti del balzo in avanti operato dalla rivoluzione di ottobre, prima e da quella cinese poi.  Da un terzo lato ci sono i movimenti marxisti occidentali e del Terzo mondo che non si so­no fatti sopraffare dalle vicende della sconfitta sovietica.  Per ultimo c'è il lato della teoria del materialismo dialettico, del suo parziale ma sostanziale abban­dono da parte dei marxismi nazionali dell'Est e dell'Ovest, della sua ripresa, del suo sviluppo e della sua messa a punto.

 

Ora se i marxismi nazionali/internazionalisti che hanno presieduto ideologica­mente e guidato le società del socialismo reale e i marxismi occidentali, asiatici e latino-americani non sono in grado di fornire gli strumenti per comprendere quanto è accaduto nell'Est socialista e quanto stia accadendo oggi nel mondo, il materialismo dialettico lo è.  Come è in grado di portare avanti contempora­neamente l'analisi del capitalismo alla fine del XX secolo e all'inizio del XXI.  A differenza del pensiero logico matematico neokantiano ha gli strumenti metodologici in grado di fornire un quadro del processo generale dello sviluppo dell'umanità nel suo insieme e nell'attuale momento storico. Quale teoria più avanzata per com­prendere il processo storico generale.  Per affrontare questo lato (il momento della teoria) sarà necessario partire dal giorno in cui Lenin giudicò che il cento per cento dei marxisti non è marxista, non ha capito il Capitale, non è in grado di leggere Marx.  Una rilettura completa del marxismo di Marx, Engels, Lenin, Mao. Rilettura che comporta una riorganizzazione.

 

In questo senso la stesse categorie che hanno sostenuto l'analisi di questa nota andranno in qualche modo riviste.  La riflessione sul marxismo torna nel suo alveo corretto che è l'analisi della lotta di classe e del grado di sviluppo delle forze produttive. La nascita di nuove classi proletarie e non. L'espandersi della lotta di classe nel mondo globalizzato e le sue forme.

 

L'esigenza di fare il punto sul marxismo come strumento di analisi è fondamen­talmente giusta.  Specie in un momento in cui il movimento operaio ne è fon­damentalmente privo e gli errori ideologici si sommano agli errori teorici.  Ma nello steso tempo va tenuto presente che è la lotta di classe che crea Marx, Lenin, Mao.  Così come crea la Seconda internazionale, Tugan Baronovskij, la Luxemburg, Stalin, la Terza internazionale, Trotskij, Baran, Sweezy, la scuola di Santiago, eccetera.

 

Naturalmente capire la lotta di classe senza analizzare lo sviluppo delle forze produttive è impossibile.  Qui i momenti si fondono di nuovo con il movimento reale.

A questo proposito  esaminare se sia il caso di sostituire il concetto di classe operaia con quello più duttile di proletariato. Di classe proletaria. Con una riflessione sull'analisi incompiuta che Marx fa nel Capitale al capitolo intitolato Le classi.

 

In ultimo va tenuto presente che la sostanza del processo, il suo interno, la sua realtà concreta emergerà solo alla fine del processo, al momento della sua conclusione quando al suo posto sarà già posta la nuova società, risultato e sostanza del periodo storico precedente che si porrà allora, ma solo allora, co­me suo presupposto.

 

 

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[materialismo dialettico [marxismo come teoria [marxismo come processo storico [II e III Internazionale

[riformismo [stalinismo [maoismo [marxi­smo–leninismo [lotta di classe [l'Urss [rivoluzione borghese [movimento operaio internazionale [comunismo [negazione della negazione

[Marx [Fisher [Croce [Engels  [Lenin [Stalin [Hegel

 

“Il marxismo come processo storico” [@MPS]

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