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Marxismo e transizione

§* L'inizio della transizione può fissarsi con la rivoluzione di ottobre. L'economia mondiale è una struttura complessa di strutture complesse. Dal momento in cui la rivoluzione di ottobre ha dato vita a un nuovo sistema economico in Urss, l'economia mondiale è entrata in una fase di transizione (TES/10).

§* Sono anni in cui (ndap – agosto 1974) il movimento econo­mico e sociale prende il sopravvento sugli avvenimenti politici e militari. La crisi sovietica è determinata dalla crisi economica cominciata negli anni '70. La brutalità della concorrenza sta portando allo scoperto la natura del capitalismo al di là di ogni tentativo di occultamento.

[transizione e crisi]

(da ndap gennaio 1974) - Negli ultimi anni sulla politica internazionale e interna, pochi appunti. Fra questi uno solo valido (battuto a macchina), da riprendersi, da approfondire e dal quale partire.  È l'appunto scritto in occasione del maggio del 1968.  Tutti gli altri non approfondiscono l'analisi e cadono nell'errore di generalizzare fatti particolari, senza tener conto del movimento reale in cui si formano e si manifestano.

L'appunto del 1968 individuava i nessi fra il sorgere del mondo socialista e il parallelo sviluppo del capitalismo.  I due movimenti sono legati e fanno parte di un unico movimento.  Ogni modificazione all'interno di una struttura è destinata a produrre modifiche nella struttura contrapposta. 

Individuava la futilità di anticipare il comunismo nelle sue determinazioni reali (puro gioco dell'immaginazione) senza rinunciare, tuttavia, al lavoro di individuazione del suo possibile avvento né alla carica ideologica contenuta in queste previsioni.  Le une e l'altro svelano la spinta al rinnovamento racchiusa nel periodo attuale.  Lo stesso dicasi per gli obiettivi, prefigurati, ma criticamente individuati.  All'interno di questa analisi i movimenti di avanguardia, la teoria della lotta di classe, la teoria dell'imperialismo, eccetera, riacquistavano un senso.

Da allora a oggi sulla stessa linea dell'appunto c'è da aggiungere

1) la teoria di Bettelheim che individua l'attuale periodo storico come «periodo di transizione» è più precisa e valida della teoria del tardo capitalismo elaborata dai movimenti studenteschi del '68.  (Nel concetto di "tardo capitalismo" è implicito un giudizio sulla "fine del capitalismo" che manca di scientificità perché anticipa una sintesi senza che ne sia stata fatta l'analisi).

Il concetto di transizione è più aperto, meno escatologico, racchiude unificandolo il periodo attuale nello spazio e nel tempo e calza con l'appunto del 1968.

Da aggiungere solamente che l'inizio della transizione può fissarsi con la rivoluzione di ottobre.

2) la crisi monetaria internazionale [qui si parla della crisi del 1970] svela non soltanto una debolezza del modo di produzione capitalistico ma anche una sua vitalità.  Ciò non toglie che l'elemento di crisi potrebbe rivelarsi più forte di quello vitale.  Ma quello vitale lascia aperta al sistema la possibilità di rinviare la crisi, il che significherebbe niente altro che la crisi non è matura e il sistema non ha consumato tutte le sue possibilità.

Questo elemento può individuarsi nella esigenza manifestata dal capitale internazionale di ristrutturare il mercato mondiale nel suo complesso dopo averlo unificato completamente, dalla comparsa delle società multinazionali che possono essere le forme strutturali con cui il nuovo livello si manifesta e dal tentativo di abolire l'oro come moneta generale per sostituirla con una forma monetaria più adatta al nuovo livello e che ne racchiuda le contraddizioni.

3) il movimento del periodo di transizione è irreversibile.  Ogni tentativo (anche riuscito) del sistema di uscire dalla crisi si risolve in un indebolimento complessivo delle forze del capitale internazionale consistente nella perdita di potere economico e militare.

4) che il marxismo come teoria scientifica ha un suo movimento contraddittorio.  Vicino a un approfondimento scientifico della teoria si verifica un annacquamento ad opera degli stessi partiti storici della classe operaia. Nello stesso tempo questo annacquamento porta molti uomini di scienza borghesi a una riconsiderazione dialettica della realtà (Apostel e altri).

 

[marxismo, positivismo, lotta di classe]

Alla nota del gennaio 1974 c'è da correggere il punto 4°.  Non è che il marxi­smo come teoria politica abbia un movimento contraddittorio.  E che a una sua espansione corrisponde un suo annacquamento.

La realtà è

1) che il pensiero borghese ha sempre contrastato il pensiero marxista in due modi.

a) opponendoglisi direttamente; b) infiltrandosi nel suo stesso pensiero sotto le forme di evoluzionismo darwinista e di neokantismo, ambedue adialettici.

2) questa opposizione segue naturalmente le sorti degli scontri e della contesa sul campo.  Viene battuta dal leninismo quando il movimento proletario internaziona­le vince in Russia e dalla conseguente espansione della teoria  marxista - leninista. Ma si raf­forza in occasione della espansione capitalistica dopo la vittoria nordamericana  nella seconda guerra mondiale.  Perde di nuovo terreno con la crisi eco­nomica degli anni 70 e nella misura in cui il sistema non riesce a risolvere le sue contraddizioni (America latina, Asia, eccetera).

3) il pensiero borghese ha sempre conservato la sua egemonia e la conserva. Segno che il sistema è vitale.  Ma perde terreno. Spesso è obbligato a camuffarsi e a prendere le forme del suo avversario diretto.  Segno che il sistema è assediato e che il suo antagonista è altrettanto vitale. 

Il marxismo nelle forme inquinate suggerite dallo stalinismo e dalle teorie della Terza internazionale di nuovo si espande. Forte della vittoria ottenuta con la conclusione della seconda guerra mondiale.

L'inquinamento prende la forma del revisionismo.  Il revisionismo come dice Lenin in Materiali­smo ed empiriocriticismo, consiste nel modificare l'essenza del materialismo col pretesto di criticarne la forma. 

Il revisionismo è la forma più insidiosa con cui si manifesta l'egemonia del pensiero positivista borghese. Insidiosa perché mina il marxi­smo dal suo interno, se ne appropria e lo distrugge.

Va anche messa sul tavolo la questione se lo stalinismo sia a sua volta una forma di revisionismo. Discorso complesso che investe direttamente la teoria. Può un sistema avanzato come il socialismo nascere e svilupparsi in realtà economiche arretrate come quelle che caratterizzano la Russia presovietica e la Cina premaoista?

La storia ce lo dirà.

Al momento lo scontro fra l'ideologia borghese e ideologia marxista terzointernazionalista è nel suo pieno sviluppo. Data da 50 anni.  E non è lotta fra due sa­peri, il sapere borghese e il sapere marxista, il positivismo e la dialettica mate­rialista, ma è lotta fra le classi, di cui la lotta del Sapere è il riflesso.  La persi­stenza e la forza sottile del pensiero positivista non indica soltanto che la lotta di classe è sempre nel suo pieno, ma anche che le condizioni oggettive, le forze di produzione, il loro sviluppo non hanno ancora raggiunto quel punto da far precipitare il sistema capitalista, non hanno raggiunto quella carica che sola può fornire la forza alla lotta di classe per quella spallata che molti aspettano (erroneamente) da 50 anni.  Mostrando in questa attesa una certa insofferenza che altro non è (Hegel, Fenomenologia/23) che la volontà di raggiungere la meta senza averne i mezzi.  A sua volta sintomo di una immaturità politica e scientifica.  Di nuovo riflesso della insufficiente pienezza delle forze produttive e del loro basso punto di scontro con i ruoli derivati dai rapporti di produzione.

4) c'è da scontare la possibilità che il revisionismo si insedi stabilmente nel prossimo assetto che prenderà il mondo una volta uscito dagli scontri presenti.  Nella forma di un marxismo che si è andato fortemente positivizzando, in senso comtiano, neokantiano, evoluzionistico, strutturalistico, eccetera.  Cioè nel senso di un dominio borghese, ma nuovo e più avanzato. 

A livello del capi­tale imperialista (di stato? misto?), che tutto va unificando nell'esplodere con­tinuo delle contraddizioni. Unificando le forze produttive, i popoli e lo stesso sapere.  Sapere in questo caso unificato sotto il segno marxista che ha mutato di segno e conterrebbe in sé la contraddizione vecchia fra dialettica materiali­sta e positivismo idealistico sotto la forma nuova di marxismo positivista.  Forma ideologica nuova di un nuovo assetto economico e politico.

L'unificazione, naturalmente, è soltanto formale.  E già riesplode nello scontro politico e culturale fra le forze che portano avanti e recuperano con nuove ana­lisi di vecchi contenuti e vecchie analisi di nuove forme il materialismo volgare o altro pensiero legato alla falsa coscienza del momento, come materialismo dialettico e le nuove lotte di classe impensabili e imprevedibili nella forma e nei contenuti futuri.  Questo quarto punto della revisione al quarto punto della nota del gennaio '74 prevede un passo avanti e un approfondi­mento di quella analisi nel punto 2 che rimane valido ma precisa una delle possibilità del sistema nel rinviare la sua crisi, con un cambio di mano dall'attuale sistema occidentale a quello orientale mutato nella sua forma ma non nella sua sostanza benché anche la sostanza subisca un mutamento nel pas­saggio. 

Questa precisazione è dovuta alla crisi economica che solo nel 1975 ha mostrato i suoi effetti politici e militari fra le forze e le classi in lotta a livello internazionale.  Per cui i nord americani sono stati battuti non dai loro avversari sovietici, ma dalla crisi che ha investito il sistema e dalla lotta di classe (strettamente legata alla crisi economica) che divampa nel mondo – sotto ogni forma, compresa quella nazionalista (da ndap – maggio 1975).

 

[rapporti di produzione nella società socialista]

(Bettelheim in La transizione dell'economia socialista - marzo 1970) – B. affronta il problema dei rapporti di produzione soprattutto all'interno delle società socialiste.

Ne segue. Il campo di azione dei rapporti di mercato si restringe solamente se si modificano le condizioni politiche oggettive e le condizioni scientifiche, e se le masse vi partecipino concretamente. Il piano quinquennale sovietico sarà effi­cace solo se riuscirà a coordinare le differenti unità di produzione. Rispec­chiando nel medesimo tempo le realtà economica e sociale esistente.  Come? Attraverso una analisi scientifica che sia autentica e non ideologica. Di qui la necessità di rivedere il cal­colo economico.  Sì al piano economico (economia pianificata), ma solo se profondamente inserito nella so­cietà. Per inserire il piano nella società è necessario inserire la società nel piano. Con nuovi rapporti politici (partecipazione attiva delle masse) e nuovi rapporti ideologici i quali nel momento in cui si «affermano» rivoluzioneranno contemporaneamente i vecchi modi di pensare e i vecchi comportamenti – nascita, insomma, della società nuova.

® (marzo 2008) - Con le sue analisi sulle società socialiste Bettelheim conferma la necessità che cresca la coscienza perché un progetto come quello comunista sia in grado di funzionare. Tuttavia se il livello delle forze produttive non raggiunge un determinato grado di sviluppo la coscienza non può a sua volta svilupparsi. B. lo sostiene indirettamente ma piuttosto chiaramente. Afferma. Se ci sono le condizioni generali per organizzare un piano economico è necessario che delle finalità del piano, come dei suoi modi di attuazione, siano consapevoli i lavoratori e la collettività in genere. Per diventarne consapevole la collettività deve essere informata. Deve essere coinvolta. Deve avere la capacità culturale di decifrare l'informazione. Eccetera.

Per attuare un programma del genere sarebbe probabilmente stato necessario che il livello della coscienza delle classi dirigenti sovietiche fosse in grado di concepirlo e di adottarlo. Così non è stato. Probabilmente lo scarso livello di sviluppo economico dell'Urss non lo permetteva.

Infatti. Il fine dovrebbe essere il dominio da parte dei produttori dei mezzi di produ­zione. Dominio che può avvenire solo nei limiti dello sviluppo delle forze di produzione. Ora se le condizioni necessarie non si verificano, allora i rapporti propri dell'economia di mercato non si estinguono (né velocemente né lentamente – forma valore, prezzi, moneta) e alla lunga producono i loro effetti anche in quelle società che hanno nazionalizzato i mezzi di produzione. –|

Da pag 1439 a pag 1440 B. ribadisce il già detto per concludere 1) il piano deve essere sostenuto da una «volontà sociale», deve tendere a un lavoro sociale, politico e ideologico; 2) obiettivo profondamente diverso dalla manipolazione del mer­cato attraverso i calcolatori e le grandezze contabili: 3) la legge del valore è una forma della legge di ripartizione del lavoro sociale e  presuppone il ® dominio di rapporti di produzione determinati sulle forze produttive (caratterizzate da una determinata struttura del processo del lavoro). © B. pone una questione teorica di non poco conto, questione che non affronta nemmeno. Forse non la avverte); 4) il con­cetto rapporti di produzione indica ® un sistema di posti assegnati agli agenti della produzione – questi posti sono i luoghi  dove le funzioni del processo di pro­duzione vengono esercitate ¬|; 5) l'azione dei rapporti di produzione determina gli effetti sui portatori delle differenti funzioni con ruoli precisi (classi); 6) l'azione dei rapporti di produzione sul processo del lavoro gli fornisce la forma di un processo di produzione – questo, così formato tende a garantire oltre alla produzione anche la riproduzione dei prodotti e con i prodotti la riproduzione del sistema dei posti assegnati agli agenti della produzione; 7) il processo di produzione svolge anche la funzione di riprodurre i rapporti di produzione esi­stenti secondo lo schema – a) rapporti di produzione (funzioni) – b) rapporti so­ciali di produzione (ruolo della funzione) – c) rapporti ideologici (per garantire la riproduzione del ruolo) – d) rapporti politici (per garantire la riproduzione del ruolo contro coloro che si schierano contro l'ideologia dominante o contro la classe dominante); 8) l'insieme dei rapporti sociali di produzione, dei rapporti ideologici e politici costituisce una struttura complessa (in cui gli elementi sono nello stesso tempo causa ed effetto – si sostengono gli uni con gli altri) fenomeno che dà vita a un modo di produzione dominante, cioè a un modo che tende a ripro­durre e riproduce l'insieme della struttura data.

®  In Urss le spinte sono in equilibrio – come sono in equilibrio in Occidente e in Cina. In altri termini noi stiamo passando attraverso un processo di tran­sizione globale cominciato almeno 100 anni fa. Sicuramente alla fine della prima guerra mondiale. Di veramente nuovo c'è – 1) l'internazio­nalizzazione del processo – 2) la formazione nel mondo occidentale, in Urss e in Cina, di quei processi che innescheranno la fase finale del processo.

La persistenza in Urss delle categorie di mercato (prezzi, moneta, valore) dissimula e svela la presenza di rapporti sociali specifici di tipo capitalistico. –|

[forze produttive e  lotta di classe]

(da ndap – luglio 1975) - Nella premessa a Le lotte di classe in URSS 1917/1923 (LCU), C. Bettelheim include fra gli errori fondamentali di "semplificazione del marxismo" che caratterizza­rono la Terza internazionale nel corso degli anni trenta  il primato dello svi­luppo delle forze produttive.  Cioè la tesi che lo sviluppo delle forze produttive costituisce il motore della storia . Questo, dice B., è puro economici­smo.  Il mio appunto dell'agosto 1974 pecca dunque di economicismo?

"Uno degli effetti principali dell'economicismo – poiché definisce lo sviluppo delle forze produttive come motore della storia – è di presentare la lotta politica di classe come il prodotto diretto e immediato delle contraddizioni di classe”, scrive B. "Si suppone così che queste debbano generare da sole le trasfor­mazioni sociali e «venuto il momento»  le lotte rivoluzionarie".

Se l'economicismo consiste nel ritenere che la lotta politica di classe nasca come prodotto diretto e immediato  delle contraddizioni di classe allora non sono caduto nell'economicismo. Ugualmente se si ritiene che que­ste debbano generare da sole le trasformazioni sociali e le lotte rivoluzionarie. Non sostenevo questo. 

Tuttavia dicevo forse qualcosa di peggio e di diverso.

Cominciamo dal diverso.

Lo sviluppo delle forze produttive rimane il motore dello sviluppo storico. Tuttavia per trasformarsi in energia rivoluzionaria devono determinare, dar luogo alla lotta di classe. Ora. Coloro che sono lì ad attendere che la  lotta di classe si produca da sola, in realtà vi stanno partecipando, ma a favore della conservazione. Gli altri, quanti credono alla lotta di classe come un motore dello sviluppo, non possono e devono far altro che spingere la scontro di classe verso il mutamento dei rapporti di pro­duzione che soffocano lo sviluppo delle forze produttive. Mutamento che pro­voca un nuovo sviluppo delle forze produttive. Se la lotta di classe si svolge a favore della conservazione dei vecchi rapporti di produzione lo sviluppo delle forze produttive ne viene frenato, ma non bloccato. Poiché l'espansione è una legge generale dei processi.

In questo senso la lotta di classe è una necessità oggettiva. Ma questa neces­sità oggettiva non viene percepita come tale a livello soggettivo dove si pre­senta, nel momento storicamente dato, come libertà assoluta dell'individuo.

D'altra parte lo sviluppo delle forze produttive è sempre un fatto umano. Sono gli uomini che sviluppano le forze produttive.  La loro oggettività non rispecchia altro che il processo della oggettività della storia dell'uomo. "Il primo presup­posto di tutta la storia umana è naturalmente l'esistenza di individui umani vi­venti.  Il primo dato di fatto da constatare è dunque l'organizzazione fisica di questi individui e il rapporto, che ne consegue, verso il resto della natura".  Marx parte da lontano.  Il primo fatto oggettivo della storia dell'uomo è la storia della sua organizzazione biologica.  Il secondo è la storia della sua produzione e riproduzione. "Essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché comin­ciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza.  Producendo i loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la loro vita materiale". Indiret­tamente, ecco uno dei dati della oggettività del processo.

Il secondo dato dell'oggettività del processo è che "il modo con cui gli uomini producono i loro mezzi di sussistenza dipende prima di tutto dalla natura dei mezzi di sussistenza che essi trovano e che devono riprodurre". "Ciò che gli individui sono dipende dunque dalle condizioni materiali della loro produzione". (Sia «ciò»  che producono sia «come»  lo producono).

Lo sviluppo delle forze produttive è dunque alla base della lotta di classe e la condiziona. Soltanto che, sia lo sviluppo delle forze produttive sia la lotta di classe, sono un prodotto degli uomini. L'errore consiste nel separare il processo (nel credere di poterlo separare) e ritenere che la struttura, la base, sia più im­portante della sovrastruttura. Che ciò che viene prima sia più importante di ciò che viene dopo. È ancora il modo di pensare che privilegia la causa sull'effetto. Il fatto che lo sviluppo delle forze produttive produca la lotta di classe non si­gnifica che la lotta di classe non vada fatta e che a seconda del modo con cui viene condotta produca delle profonde influenze sullo sviluppo delle forze pro­duttive.

Il peggio riguarda tuttavia l'altra riflessione.

Riflessione che recita. Lo sviluppo delle forze produttive mondiali condiziona la rivoluzione. Per cui l'esperienza sovietica doveva fallire. Così come dovrà fallire l'espe­rienza cinese. Ciò non toglie che l'esperienza sovietica è stata fondamentale per lo sviluppo del socialismo nel mondo e che l'esperienza cinese rappresenta ancora un passo avanti. Di cui non si sa bene a cosa metterà capo. Ma non al socialismo. Pur rimanendo la Cina quel paese che lotta più di ogni altro per la sua realizzazione. E pur essendo questa lotta fondamentale per la continua­zione della lotta di classe che metterà capo al comunismo, come d'altra parte lo è stata (e potrebbe continuare ad esserlo) l'esperienza sovietica.

D'altra parte B. ci parla degli errori ideologici che hanno fatto approdare la ri­voluzione russa là dove noi oggi la individuiamo.  Ne analizza il processo di classe, le lotte di classe che ve l'hanno condotta.  Ma non si chiede cos'è che ha provocato quel processo.  Da dove provenivano le idee errate della Terza internazionale.  Né quale sia il motivo che le abbia prodotte. Se coglie nel giusto quando individua l'economicismo come cavallo di Troia del pensiero borghese nella cittadella marxista, poi non si chiede come questo abbia potuto e possa verificarsi.  L'economicismo deriva da una concezione della cul­tura neokantiana, neospinoziana, evoluzionista, in altre parole positivista.  Quale processo si riflette nel positivismo o il positivismo riflette?  B. non parla mai nelle sue acute analisi dei processi sovrastrutturali di dialet­tica e ignora che Marx, Engels, Lenin e Mao sono dialettici.  Stalin non era un dialettico.  Diceva solo di esserlo. O comunque non lo era nel modo corretto.  Quando B. parla di marxismo sclerotizzato, dà un giudizio di valore, ma non si chiede perché.  Quella sclerosi è la sclerosi del positivismo che avvelena oltre al pensiero bor­ghese (avvelena nel senso che non è più in grado di fornirgli metodi analitici corretti) il pensiero marxista.

È necessario anche riconoscere che nel momento della sua disgregazione la borghesia libera dal suo seno forze estremamente avanzate. Giungendo con 50 anni di ritardo a quegli incroci obbligati dai quali era partita la rivoluzione russa, ma che il proletariato russo non è riuscito a difendere e ha perduto in­sieme alla propria emancipazione.

E anche questo non è legato allo sviluppo internazionale delle forze produt­tive, alla loro concentrazione sul piano mondiale, al loro universalizzarsi, alla loro necessità (per sfuggire alle crisi ricorrenti) di amalgamare i popoli del globo, fornendo loro addirittura una lingua comune (l'inglese)? Fornendo loro una comune strategia di lotta?

E non è lo sviluppo di queste forze produttive che entra in contraddizione con il modo capitalistico di produzione, modificandolo di continuo, tanto che l'unico e probabilmente ultimo sbocco di questo mdp è il capitalismo di Stato?

Mi pare ora che B. rischi a sua volta di cadere in errori altrettanto pericolosi di quelli che vuol correggere.

Così per contrastare l'economicismo che si cela dietro una concezione mecca­nica del rapporto fra lo sviluppo delle forze produttive e le lotte di classe che ne derivano, rompe il processo forze produttive – lotta di classe e sostiene che la Cina prova come il basso livello delle forze produttive non è di ostacolo alla trasformazione socialista dei rapporti sociali. E appende la trasformazione socialista e i rapporti sociali non si sa bene dove. Rischiando di far dipendere l'essere dalla coscienza, e non più la coscienza dall'essere.

L'analisi da condursi è invece del rapporto fra lo sviluppo delle forze produttive mondiali e i processi rivoluzionari mondiali.  Poiché una volta che l'intero pro­cesso storico si va unificando non è provato che la corrispondenza sia di carat­tere strettamente geografico e la contraddizione non esploda là dove i rapporti di produzione sono più arretrati rispetto allo sviluppo generale delle forze pro­duttive.

Ma è meno che un'ipotesi. A prima vista si potrebbe dire che il massimo della contraddizione politica si manifesta nei paesi sottosviluppati, mentre il mas­simo della contraddizione sociale nasce nei paesi sviluppati. In altre parole lì prende forza la rivoluzione politica, qui la rivoluzione sociale (dissoluzione della famiglia, aborto, libertà sessuale, eccetera).

È certo tuttavia che i due processi sono intrecciati e che la lotta di classe si manifesta a vari livelli e in modi diversi e che lo sviluppo delle forze produttive è sufficientemente internazionalizzato per entrare in contraddizione con i rap­porti produttivi in ogni parte del mondo.  Anche se il rapporto "sviluppo univer­sale delle forze produttive" e "relazioni universali fra gli uomini" pur essendosi ormai avviato con forza, non ha ancora raggiunto il punto critico di rottura.  È possibile cioè che la borghesia internazionale abbia ancora una manche o due, o tre da gio­care (prima di portare a compimento il suo compito) e che questa/e manche po­trebbe giocarla/e per essa quella che B. chiama la borghesia di Stato sovietica.  Questo dipende dalla forza attuale della crisi economica mondiale e da come e chi ne uscirà.

 

[nuovi rapporti di produzione in occidente?]
(da ndap – nov 75) - Quando scrivo che la borghesia ha probabilmente una manche da giocare mi riferisco al passo di Marx (PLCP/5), una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le sue forze produttive a cui può da­re corso.  E quando penso al fallimento sovietico e prevedo il possibile falli­mento cinese ho in mente il passo di Marx (idem) che sostiene come i nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni della loro esistenza.

Ma poco dopo Marx scrive che l'umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione (idem).

Ora. I problemi che l'umanità si è posta con il marxismo possono essere risolti? Le condizioni  della loro soluzione esistono già e sono in formazione?

Penso che a livello del genere umano le condizioni siano in via di formazione.  Nel senso che l'umanità è già in grado di affrontare e anche che deve af­frontare i problemi che lo sviluppo attuale delle forze produttive le pone.  Nes­suna crisi come quella che stiamo vivendo ce ne ha data un'indicazione così precisa.

Nel medesimo tempo il capitalismo non ha sviluppato tutte le forze produttive cui può dare corso (la cui conseguenza più macroscopica è l'unificazione del genere umano).

In secondo luogo se lo sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produ­zione a livello internazionale hanno suggerito i modi e le forme della rivolu­zione russa e della rivoluzione cinese non c'è da pensare che siano maturati nella so­cietà sovietica né in quella cinese le condizioni per nuovi e superiori rapporti di produzione.

Penso invece che stiano maturando in occidente.

In tutto il mondo sia pure con squilibri e in maniera assolutamente dialettica, ossia qua e là, in modo contraddittorio, irregolare, squilibrato, spesso incom­prensibile per lo stato della coscienza moderna, stanno maturando le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche e filosofiche che permettono agli uo­mini di combattere l'attuale conflitto sociale.

 

[lotta di classe e transizione]

(da fpg 14.6.90) – Leggo e prendo appunti. La sensazione è che ci sarebbe stato ben poco da scrivere che non fosse immediatamente superato. Alla luce delle ultime letture mi rendo conto che tutto quanto è stato detto sino a oggi altro non è che una preparazione per un salto di qualità del massimo di coscienza possibile media (mdcpm), che le condizioni della cultura scientifica generale sono sostanzialmente al di sotto del mdcpm e la falsa coscienza (fs) sotto forma di ideologia permea ogni strato sociale, ogni strato scientifico, ogni strato culturale. La lotta di classe ha raggiunto un livello particolarmente acuto. Inavvertito tuttavia poiché si svolge sul terreno della crescita della coscienza.

Il trionfo del positivismo democraticista borghese annuncia la fine della lotta di classe. Non so se dieci anni o venti (dieci o venti solo perché io potrei viverne ancora  dieci o venti) saranno sufficienti per capire che non si tratta di nessuna fine. Che l'annuncio della fine è un argomento della stessa lotta di classe. E che la lotta di classe è oggi caratterizzata dalla transizione.  Ma se la data di riferimento dell'inizio della transizione è il 1917, il 1989 ne segna una svolta. Svolta che ci avvicina alla fine. Al principio della fine.

Mi rendo conto che può apparire folle parlare di fine oggi, proprio oggi. Ma sono convinto che si tratti di una lucida follia. Forse è di questo che sarebbe necessario scrivere. Di questa follia e del perché sia lucida. Di questa lucidità e del perché prenda la forma della follia. Del perché la falsa coscienza prenda la forma del senso comune, il senso comune la forma del buon senso, e questo a sua volta rappresenti la forma generale dell'alienazione. Così fc, senso comune, buon senso uguale alienazione. O anche. L'alienazione produce fc nelle forme di senso comune e buon senso. E di come dietro il senso comune e il buon senso possa individuarsi un acutizzarsi della lotta di classe.

 

[ciò che manca è il marxismo]

(maggio 1990) - Leggo alcune riviste della sinistra marxista e dialettica.

1° L'attività di analisi è in crescita.  Si può dire che il marxismo in questo senso non è morto.  E che gli avvenimenti dell'Est non lo stanno mettendo ideologicamente al tappeto.  (Ne conto almeno una decina, ma ce ne saranno certamente di più).

2° Tutte, tuttavia, analizzano più le forme del 4PP che indagarne la sostanza e il rapporto forme sostanza.  Leggono Marx, Engels, Lenin, Mao non tanto per capirli, quanto per utilizzarli. A quali fini?  Basta questo per fare di loro degli ideologi piccolo borghesi (pcbg). La confusione dei Notebook di Autonomia per esempio è notevo­le.  Si rifanno a Foucault, a Paul Nizan, Klaus Offe. C'è di tutto.  Ciò che manca è il marxismo.  La dialettica si risolve in un continuum.  Un po' Foucauld (credo) e molto Antonio Labriola.  I concetti marxisti trasformati in categorie.  Un loro punto di forza è il concetto di sussunzione reale, di loro invenzione.  Uno.  Cosa intendono per sussunzione?  Due.  Cosa intendono per fase della "sussunzione reale"?  Che il lavoro è al posto della forza lavoro, che la società è al posto del capitale, eccetera.  Da un lato un ritorno a Ricardo (il lavoro al posto della forza lavoro), dall'altro una fuga esistenziale verso l'individuale. Ec­cetera.

Le altre riviste scivolano invece più verso forme positiviste, scientifico mate­matizzanti.  Eccetera.

Allora?  Si tratta di un'altra fase del processo del marxismo come movimento della transizione.  Oggi è il momento individuale e soggettivo.  La presa di co­scienza delle masse in sé.  La pcbg, incarnandosi nei ceti medi, ha bisogno di una spiegazione e di una teoria.  Probabile.

Vedi negli anni successivi il doc sule classi nel quale si accenna all'ipotesi della nascita di un nuovo proletariato. Al momento dato sotto la forma di «classe meticcia» (vai a @CLAS).

 

[globalizzazione e nuova classe proletaria]

(2006) – La concorrenza internazionale, la sconfitta dell’Urss (vedi #90-93), il crescente benessere dei paesi capitalisti, lo sviluppo di questi paesi basato sullo sfruttamento delle ricchezze del globo e dei paesi fuori dall’area sviluppata, la progressiva crescita della produttività generale, l’entrata nella zona dello sviluppo di formazioni economico sociali come la Cina e l’India, hanno trasformato la lotta di classe nei paesi occidentali. Spezzando la spinta della classe operaia, insieme indebolita e costretta alla difesa corporativa delle conquiste ottenute nel secondo dopoguerra.  E cedendo il passo a una classe di proletari completamente inedita e in gestazione. Di cui non è possibile comprendere la struttura essendo ancora in essere. Si intravede ma non c’è.

D’altra parte Marx non lo aveva escluso. Il capitalismo si sarebbe esaurito e avrebbe lasciato il posto a un mdp diverso e più evoluto non necessariamente attraverso una rivoluzione cruenta.

 

[marxismo & capitalismo]

(maggio 2013) – Metto mano agli appunti di ieri (*). Trovo la riflessione buona. Non sembra essere mai stato chiaro a nessuno come il comunismo sia un prodotto del capitalismo. Naturalmente negli scritti di Marx è implicito. Con evidenza. Ma nel corso storico il concetto (implicito) si è perso (**). Si è posto l'accento sul «momento» della negazione. Il momento della negazione è divenuto un assoluto. Il comunismo - e per esso il marxismo – ha coinciso con la negazione, lo scontro. La lotta al capitalismo in sé. Si è perso il concetto del capitalismo momento storico nel processo umano di evoluzione. E del «superare per rimanere» del capitalismo (superato, quindi negato) all'interno del comunismo.

Naturalmente la lotta di classe all'interno del capitalismo rappresenta un momento essenziale del trapasso dall'uno all'altro. Ma il suo obiettivo non è di distruggere tutto ciò che il capitalismo ha prodotto. La distruzione indiscriminata di questa produzione va contro la storia del processo umano di evoluzione. Anche se, giustamente, al momento dello scontro ne prende la forma. Assume la forma dello scontro totale. Ora la forma dello scontro totale è ideologica. Necessaria alla lotta. Almeno sino al momento nel quale le masse proletarie non assumano il sapere marxista nella sua complessità e nel suo insieme. Probabilmente quando questo avverrà il processo sarà maturo per il passaggio al comunismo e all'individualità.

Oggi penso che si possa fare della facile ironia nel commentare un linguaggio nel quale la lotta di classe e il proletariato vengono dati per attuali. Ebbene la lotta di classe è permanente sia fra le classi sia all'interno delle classi. Chi non la vede è perché manca degli strumenti culturali per vederla. E si perde nei vari psicologismi e sociologismi con i quali si dà ragione del conflitto permanente e quotidiano al quale assistiamo.

Quanto al nuovo proletariato è in gestazione. Al momento ha preso la forma di una classe meticcia (vai a @CLAS).

(*) “Il marxismo è moderno. Molto avanzato. Ha sussunto dal capitalismo la determinazione da parte dell'uomo di affrontare la realtà modificandola a proprio vantaggio. La studia per conoscerla, la conosce per cambiarla. E via. D'altra parte il comunismo è un prodotto del capitalismo. Lo assume e lo supera. Per superarlo lo nega. La negazione prende la forma dello scontro sociale. La lotta di classe” (da #ID).

(**) Riflessione metodologica (per Michou). Un concetto è nuovo quando è letteralmente espresso anche se già implicito in analisi e riflessioni precedenti.  Conferma come un concetto non dichiarato esplicitamente, di fatto è come se non fosse stato individuato.

 

(sul tema della transizione vedi “4PP e transizione”)

 

 

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[Bettelheim [Hegel [Marx

 

“Marxismo e transizione” [@MT]

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