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Crisi e caduta tendenziale del saggio di profitto

di F. Paolo Glorioso

 (da  SAPERE -  OTTOBRE NOVEMBRE 1977)

 

 

Nonostante ogni sforzo per negarlo, la crisi economica che ha investito il mon­do occidentale continua.

Cominciata di fatto nel marzo del 1968 e ufficialmente sanzionata nell’agosto del 1971 con l’abbandono della convertibilità del dollaro in oro, è carat­terizzata da una disoccupazione crescen­te, inflazione permanente, accentuarsi dello stato di anarchia del mercato mon­diale, acuirsi della concorrenza interna­zionale, con conseguente «destabiliz­zazione» sociale dell’intera area capi­talistica.

La ripresa è lontana. Il timido «boom» del ‘76, legato alla espansione della vendita dei beni durevoli e tessili, non ha toccato i «nuovi settori». Il ’77 stenta a partire. La stagnazione è or­mai la prospettiva per il prossimo fu­turo. Quella che precedette la Secon­da guerra mondiale durò venti anni: dal 1918 al 1938. Il New Deal non riuscì a mettere in moto l’economia americana e solo la guerra risolse i problemi lasciati inalterati dal conflit­to del 19151..

Dunque la crisi. Ma perché la crisi? Gli economisti del sistema, larghi nel descrivere gli effetti, sono molto par­chi nell’analizzarne le cause. Con insospettata onestà, confessano la loro perplessità e la loro impotenza. «Letteralmente — scrive Jacques Attali sul francese «Le Monde» — l’economia liberale è al suo ultimo respiro». «L’essenziale — prosegue Attali — è que­sto: il tasso del profitto a partire dal quale i responsabili dell’industria e dei servizi accettano d’investire, di produr­re e di far circolare gli stocks, è trop­po alto» 2. Il che significa che il saggio medio del profitto è troppo basso perché le aziende siano invogliate a investire i loro capitali nella produzione.

Cupidigia di guadagno? Immoralità del­la borghesia diretta da gruppi dirigen­ti cinici ed egoisti? Avidità di classe correggibile con una sana iniezione di parsimonia e di austerità generale? Op­pure ingordigia operaia restia a mollare i salari conquistati in decenni di lotte sindacali e sprezzante di seguire i consigli lanciati periodicamente sul­le colonne del «Corriere della sera» dall’economista italo-americano Franco Modigliani, diretti agli operai, per il loro stesso bene incitati a rinunciare a quella parte del salario che vada al di là della pura sussistenza?

Per Marx le cause delle crisi economi­che borghesi erano diverse. Una ne in­dividuava su tutte, una dalla quale tutte le altre dipendevano: la caduta ten­denziale del saggio del profitto, esclu­sivamente legata al modo capitalistico di produzione (mcp).

Per cogliere succintamente il meccani­smo della legge è necessario ricordare la teoria del valore-lavoro di Marx. Per Marx ciò che trasforma un bene di consumo3 in una merce è il lavoro umano. Gli uomini scambiano fra loro lavoro e ciò che pagano sul mercato è la quantità di tempo-lavoro umano so­cialmente dato racchiuso in una qualsiasi merce. Ciò che vale in un mine­rale è il tempo di lavoro socialmente dato, speso per estrarlo, in un anima­le venduto al mercato, il tempo di la­voro socialmente dato per cacciarlo e ucciderlo, eccetera. L’aria che per es­sere consumata non ha bisogno di nes­sun lavoro, pur essendo indispensabi­le alla vita umana più di una penna stilografica, non vale nulla sul merca­to, non è vendibile, mentre una pen­na stilografica sì.

Gli uomini dunque scambiano sul mer­cato il loro tempo di lavoro social­mente dato racchiuso in ogni bene di consumo-merce, e questo forma il va­lore di scambio, quel valore dal quale trae vita il modo capitalistico di produzione4. Ora il profitto del capitalista si fonda sul fatto che egli paga all’operaio solo una parte della sua giornata di lavoro. E’ esclusiva­mente per questo che conteggiati tut­ti i costi, salario compreso, all’impren­ditore rimane ancora qualcosa in più (il suo profitto). Questo qualcosa in più è la parte di tempo-lavoro rac­chiusa nella merce non pagata all’ope­raio, parte che viene regalata dall’ope­raio al capitalista, di cui il capitalista si appropria gratuitamente. È questa parte che Marx individua come plusla­voro, dalla quale deriva un plusvalore, da cui deriva il profitto.

Ora l’aumento della produttività si ba­sa sul fatto che il lavoro umano viene potenziato dalle macchine. Ma, attenzione!, se il lavoro dell’operaio è ne­cessario perché il capitalista recuperi tutto il valore già racchiuso nella mac­china, la parte di guadagno che egli può ricavare è solo dal lavoro vivo dell’operaio. Solo questo crea un plusvalore, solo da questo deriva il pro­fitto.

Se il capitalista è obbligato per accre­scere la produzione ad aumentare il numero e la potenza delle macchine (capitale costante) e ridurre la propor­zione fra lavoro vivo degli operai (ca­pitale variabile) e le macchine a fa­vore di queste ultime, egli si appro­prierà di una quantità minore di plu­slavoro e in ultima analisi di profitto. In altre parole più il modo capitalistico di produzione si raffina, più ac­cresce la sua capacità tecnologica (la­voro delle macchine), più il capitalista guadagna meno (con buona pace delle analisi di Sweezy e Baran). A gua­dagnar meno, naturalmente, è il capi­tale complessivo internazionale e non le singole imprese. (Per via della con­correnza è necessario ricordare che la singola impresa non guadagna diretta­mente solo sul pluslavoro dei propri operai, ma si appropria anche del plus­valore prodotto dalle imprese più de­boli del mercato internazionale).

La legge è ferrea: può aumentare 1) il numero degli operai, 2) la massa as­soluta di lavoro, 3) la massa assoluta di pluslavoro, 4) la massa assoluta di plusvalore, 5) la massa assoluta del pro­fitto e diminuire il saggio del profit­to. «Ciò — scrive Marx — non solo può ma deve accadere»5..  E questo per­ché il numero degli operai, la massa assoluta di pluslavoro, la massa asso­luta di profitto, hanno alla loro base l’aumento dei mezzi tecnologici (macchinari sempre più sofisticati). La pro­porzione fra lavoro delle macchine e lavoro vivo degli operai si modifica a favore del lavoro delle macchine che non crea profitto. Più aumenta e si raf­fina la produzione tecnologica, più ogni singola merce contiene meno lavoro vi­vo; il guadagno che il capitalista può ricavarne è sempre più basso.

In base alla legge della caduta del sag­gio del profitto, per un’economia ba­sata sul valore di scambio, non c’è scam­po; il mcp è segnato a morte.

Tuttavia non muore.

La mancata morte del sistema (mcp) attesa forse con infantile impazienza dalla sinistra internazionale da cinquant’anni, fonte di delusione e revisioni teoriche, cavallo di battaglia di tutte le forze conservatrici, è stata, per quan­to indirettamente, affrontata da Marx. La difficoltà da parte degli economi­sti nello spiegare la diminuzione del saggio del profitto è «ora sostituita dalla difficoltà opposta, consistente nel­lo spiegare le cause per cui questa diminuzione non è stata più forte o più rapida»6.  Devono giocare, continua Marx, delle «tendenze antagonistiche, che contrastano o neutralizzano l’azio­ne della legge generale, dandole il ca­rattere di una semplice tendenza». Ecco perché la chiamò Legge tendenziale della caduta del saggio del profitto.

Man mano che si procede nell’analisi delle cause che frenano la caduta del saggio del profitto e delle contraddizioni interne alla legge, molti dei mec­canismi interni degli ultimi cinquanta anni di storia si fanno più chiari. Marx era morto, ma il processo di sviluppo del mcp continuava.

Fra le cause principali che frenano la caduta del saggio del profitto Marx ne elenca almeno sei: l’aumento del grado di sfruttamento del lavoro, la ridu­zione del salario al di sotto del suo valore, il deprezzamento degli elemen­ti del capitale costante, la sovrappopo­lazione relativa, il commercio estero, l’accrescimento del capitale azionario. Ognuna di queste cause, soprattutto le prime cinque, rappresenta una chiave indispensabile per organizzare un’ana­lisi delle vicende che hanno condotto dalla Prima guerra mondiale alla crisi del 1929, dalla crisi del 1929 alla Se­conda guerra mondiale, dalla Seconda guerra mondiale al boom degli anni Cinquanta, da quel boom alla crisi at­tuale. Prendiamo il deprezzamento de­gli elementi del capitale costante e ci troviamo di fronte al fenomeno della svalutazione e della distruzione di capi­tale, cioè delle guerre 7. Prendiamo la creazione della sovrappopolazione rela­tiva e ci troviamo di fronte a fenome­ni come la produzione dei generi di lusso, verso i quali questa sovrappopo­lazione è diretta perché si fondano spe­cificamente sul lavoro vivo oppure di fronte al lavoro nero che è oggi uno degli aspetti più arcani e una delle con­traddizioni più vistose del sistema. Prendiamo il commercio con l’estero, che rende possibile l’ampliamento na­zionale della scala di produzione, ma provoca anche, come avverte Marx, una sovrapproduzione e alla lunga accelera la caduta del saggio del profitto. Tutte queste cause da un lato frenano, ma dall’altro, alla lunga, provocano la ca­duta del saggio del profitto. Di qui oscillazioni, contraddizioni inspiegabili dei fenomeni che capitalisti e sinistra operaia devono affrontare.

C’è la questione dei salari su cui è im­pegnata la lotta del movimento sinda­cale e di una larga parte della sinistra europea. La riduzione del salario al di sotto del suo valore frena la caduta del saggio del profitto. Ma contrariamente a quanto comunemente si pen­sa l’aumento dei salari non ne è la causa. Ne frena la caduta, ma non la determina. «Nulla di più assurdo— scrive Marx — spiegare la caduta del saggio del profitto con l’aumento del saggio dei salari». E nulla di più assurdo pensare, come largamente si pensa, che le crisi possano essere superate attraverso l’aumento del potere di acquisto del lavoro o attraverso l’au­mento dei profitti del capitalista (come da tutti oggi si reclama). «La diminu­zione del prezzo delle merci — scri­ve Marx — e l’aumento della massa del profitto contenuto nella massa più grande di queste merci diminuite di prezzo, non fanno altro che esprimere in forma diversa la legge della diminu­zione del saggio del profitto che si ve­rifica contemporaneamente all’aumento della massa del profitto». Il fatto che appaia il contrario dipende dalla «con­correnza» dove «tutto si presenta sot­to un aspetto errato e precisamente ca­povolto», spiega sempre Marx. Così come gli economisti volgari (Marx intende per economisti volgari coloro che seguono di fatto l’impostazione teorica dell’economia politica borghese, che so­no oggi la stragrande maggioranza e militano senza problemi sotto le ban­diere dei partiti e dei gruppi di tutta la sinistra) non fanno altro in pratica che «tradurre in una lingua in appa­renza più teorica e più generale, le biz­zarre idee dei capitalisti impegnati nel­la concorrenza, affaticandosi per dimo­strare l’esattezza di queste idee». Il giudizio di Marx è severo; ma indub­biamente di queste idee bizzarre ne abbiamo ascoltate diverse negli ultimi trent’anni, come quella, centrale fino alla crisi del 1970, che l’economia ca­pitalistica spacciata come economia tout court aveva superato il problema delle crisi, controllandole nella teoria e nella pratica. Negli ultimi anni le teorie, le contro-teorie, i piani, le fantasie e le bizzarrie si sono moltiplicate e si vanno rnoltiplicando. Tutti possono aprire un giornale, una rivista specializzata ­italiana o straniera, per rendersi conto dello stato di anarchia in cui ver­sano i nostri brillanti economisti. La realtà è ben diversa.

Durante la crisi del 1921 la prima reazione del Capitale americano fu quella di tagliare i salari, l’eguale si ripeté dieci anni dopo, nel 1931, l’eguale si ripete oggi, la seconda guerra mondiale pensò a tagliarli di fatto. Se si fa una analisi della crescita dei salari e della crescita della produttività fra il 1899 e il 1928 si scopre che in quei trent’anni i ­salari reali erano cresciuti del 23,6 per cento mentre il volume della produzione americana era aumentato del 183,8 per cento. Il potere di acquisto degli operai americani lontano dall’accresce­rsi era relativamente diminuito, il grado di sfruttamento in trent’anni era aumentato di sette volte. (Il meccanismo si ripete. La polemica oggi verte sul costo del lavoro in generale, sui salari in particolare, sull’assentei­smo - tempo di lavoro -, mentre il capitale di tutto il mondo punta sul rinnovamento tecnologico degli impianti ­nel tentativo di frenare la caduta dei profitti, con espulsione di mano d’ope­ra - disoccupazione crescente - e lotta al coltello all’interno dell’area sviluppata per una nuova divisione dei mercati).

Queste cifre ci portano alla causa prin­cipale che frena la caduta del saggio del profitto: l’aumento del grado di sfrut­tamento del lavoro, che non dipende tanto dal salario, ma dal grado di ap­propriazione della giornata di lavoro dell’operaio che aumenta invece di di­minuire.

Spinto dalla caduta del saggio del pro­fitto, il Capitale tenta di contrastarla intensificando lo sfruttamento del lavoro, principalmente. Come ci riesce? I modi che la realtà gli suggerisce sono essenzialmente due: allungare la gior­nata di lavoro e intensificare il lavoro all’interno della giornata. Il tentativo di allungare la giornata di lavoro lo si ebbe chiaramente sempre nel 1921 quando il Capitale americano si riman­giò la conquista della giornata di otto ore. Oggi, come si sa, si cerca di ridur­re la settimana corta.

L’intensificazione del lavoro è una ma­niera più sofisticata di allungare la gior­nata di lavoro: produrre di più in minor tempo. Da questa esigenza nasco­no tutta una serie di contraddizioni e di necessità per il capitale. Se comprimi il tempo di lavoro (il che equivale ad allungarlo) lasciando invariata la grandezza del capitale fisso (macchina­ri), riduci il rapporto lavoro vivo-macchinari a favore dei macchinari. In altre parole razionalizzando il lavoro riduci il numero degli operai. È que­sta la principale contraddizione del mcp: da un lato estrae il massimo del pluslavoro da una determinata mas­sa di lavoro, dall’altro riduce questa massa di lavoro. Da un lato cerca di allungare la giornata di lavoro, dall’al­tro espelle operai dalle fabbriche (di­soccupazione crescente).

Per fronteggiare la caduta del saggio del profitto e superare le contraddizio­ni intrinseche alla legge, il mcp è obbligato a razionalizzare incessantemen­te il lavoro, riorganizzandolo per adat­tarlo con la massima duttilità possibi­le ai nuovi metodi fornitigli dalla scien­za impegnata a fondo in questa lotta mortale contro il deterioramento pro­vocato dalla caduta del saggio del pro­fitto. Un altro modo per contrastare le conseguenze della legge è di rendere più fluido e scorrevole il processo pro­duttivo liberandolo da quegli ostacoli «che ne inceppano la circolazione, dal­le restrizioni arbitrarie o divenute in­gombranti nel corso del tempo e in genere da vincoli di qualsiasi natura»8; ostacoli di carattere sociale e giuridico che lo impastoiano e ne frenano la crescita. Di qui la necessità di «libe­ralizzare» e democratizzare la società abolendo infrastrutture burocratiche e poliziesche.

Così l’oscillazione alla quale assistia­mo da più di cinquanta anni fra fasci­smo e democrazia, fra libertà e repressione, riflette anche la necessità del mcp di liberalizzare da un lato il pro­cesso produttivo per facilitarne l’espan­sione (espansione, come vedremo, ne­cessaria a controbilanciare la caduta del saggio del profitto), dall’altra di inten­sificare la repressione per contrastare la contraddizione crescente fra lo svi­luppo delle forze produttive e i nuovi rapporti di produzione che nascono da questo sviluppo; e, nei periodi di crisi, per fronteggiare le masse il cui poten­ziale di lotta è alimentato dalla cre­scente disoccupazione (prodotta dalla riduzione del capitale variabile) e dal progressivo abbassamento del tenore di vita.

Ma questo ci porta direttamente nel cuore dell’analisi di Marx delle con­traddizioni intrinseche alla legge.

Per Marx la contraddizione non è un fenomeno logico, così come la dialet­tica non è una legge del pensiero. Il materialismo dialettico, per Marx (co­me per Engels, Lenin e Mao), è un sistema logico che riflette la logica del reale. L’analisi delle contraddizioni in­trinseche alla legge tendenziale della caduta del saggio del profitto è un’analisi delle contraddizioni concrete del concretissimo mcp.

La prima di queste contraddizioni, la principale, si manifesta fra la caduta del saggio del profitto e il processo di profitto e acceleramento dell’accumula­zione che sono semplicemente diverse e­spressioni di uno stesso processo, am­bedue esprimendo lo sviluppo della for­za produttiva. L’accumulazione accelera la caduta del saggio del profitto, in quanto determina la concentrazione del lavoro su ampia scala9 e di conseguen­za una composizione superiore del ca­pitale. D’altro lato la diminuzione del saggio del profitto accelera, a sua vol­ta, la concentrazione di capitale e la sua centralizzazione mediante l’espro­priazione di piccoli capitalisti, degli ul­timi produttori diretti sopravvissuti, presso i quali vi è ancora qualcosa da espropriare. L’accumulazione in quanto massa viene con ciò accelerata, men­tre il «saggio di accumulazione dimi­nuisce unitamente al saggio del profit­to»10 scrive Marx.

In questa contraddizione fra saggio del profitto e accumulazione è inscritta tut­ta la storia del mcp.

È la caduta dei saggio del profitto che a un dato momento provoca l’accumu­lazione ed è l’accumulazione che accen­tua la caduta del saggio del profitto in una serie di crescendi che hanno come risultato l’accelerazione dell’ac­cumulazione. L’accumulazione si acce­lera sotto la spinta delle pratiche che frenano la caduta del saggio del pro­fitto, ma nel medesimo tempo le pra­tiche che frenano la caduta del saggio del profitto creano una accelerazione più rapida, accelerano l’accelerazione. L’accelerazione più rapida contrasta ma non elimina la caduta del saggio del profitto che alla lunga riproduce tutti i suoi effetti («L’accumulazione in quanto massa viene con ciò accelerata, mentre il saggio di accumulazione di­minuisce unitamente al saggio del pro­fitto»).

Questo in breve il meccanismo centra­le. Ora questo meccanismo porta in sé ogni volta, provoca ogni volta, un’ulteriore diminuzione relativa del capita­le variabile (forza lavoro, operai, lavo­ro vivo), un aumento complessivo del­la forza lavoro impiegata, il progressivo incremento del pluslavoro e del profitto. In altre parole tutto ciò che il capitale perde relativamente, cerca di recuperare in assoluto. (Se è vero che ora per la giornata lavorativa di un operaio invece di 20 intasca come profitto solo 10, se riesce a mettere in moto il lavoro di tre operai, gli rimar­rà in tasca 30. Ugualmente se alla di­minuzione del 100% del rendimento di un operaio riesce ad aumentare la sua produttività del 120%, avrà an­cora un’espansione del suo guadagno del 20%).

Ma per raggiungere questo obiettivo deve aumentare la produttività, inven­tare nuovi e più potenti macchinari, espandere il mercato mondiale, investi­re capitali crescenti, coinvolgere sem­pre nuovi paesi, impiegare una quanti­tà sempre maggiore di materie prime, razionalizzare all’infinito i metodi di lavoro, liberalizzare il sistema, spingere la ricerca scientifica, ecc. Deve, non può farne a meno, pena la sua soprav­vivenza. È obbligato dallo stesso pro­cesso che ha messo in moto, dal modo stesso di essere e di operare del modo capitalistico di produzione.

Ma tutto ciò non avviene senza con­traddizioni celate all’interno stesso dei singoli meccanismi utilizzati per contrastare la caduta del saggio del pro­fitto.

All’interno di un ciclo le contraddizio­ni risolte, ma non superate si accumu­lano, ripetono ogni volta, aggravati, i medesimi fenomeni, sboccano, favori­te dalla caduta del saggio del profit­to, in crisi di sovrapproduzione di capitale, di sovrapproduzione di popola­zione, alimentano la speculazione finan­ziaria, si riaccende la concorrenza. Non esistono nella .realtà crisi congiunturali e crisi strutturali. Ma esistono livelli diversi della crisi. Una serie di crisi minori prepara la crisi più larga. Ma ogni crisi, piccola o grande, modifica il sistema, lo spinge verso la trasformazione. Non c’è crisi dalla quale il sistema esca indenne. La crisi del 1929 era stata preceduta negli Stati Uniti dalla crisi del 1921, del 1907, del 1893 e del 1873. Gli Stati Uniti del ‘29 non erano certo gli Stati Uniti del 1873. Dopo la crisi del 1929 ci fu il New Deal. Ma il New Deal non riuscì a dar la spinta decisiva all’economia ame­ricana se non nei settori in cui inter­venne: lavori pubblici e armamenti. Fu solo la guerra e la sua intensa prepa­razione a rimettere in sesto l’economia del paese e a creare le condizioni per l’ultima espansione internazionale.

Come sopravvengono le crisi? Perché sopravvengono? Nel corpo della con­traddizione fra caduta del saggio del profitto e accelerazione dell‘accumula­zione, si manifestano fenomeni antago­nistici secondari, ma gravidi di conseguenze.

Prendiamone due: la creazione di plus­valore e la produttività sociale.

Dobbiamo ricordarci in primo luogo che il plusvalore è quella parte delle merci non pagata all’operaio che le ha prodotte e che si forma non appena la merce è stata prodotta.

Questo fatto è più importante e me­no ovvio di quanto si possa pensare a prima vista. La massa del plusvalore così prodotta, infatti, può gonfiarsi all’infinito. Il problema per il capitalista, tuttavia, non consiste tanto nella produzione del plusvalore quanto nella sua realizzazione. Perché il plusvalore si realizzi è necessario che la merce sia venduta, è cioè necessario che il capi­tale trasformato in merce (D-M) si tra­sformi di nuovo in capitale accresciu­to dalla aggiunta di valore (M-D’). Ora, le condizioni della produzione di plu­svalore e quelle della sua realizzazione non sono identiche, non coincidono. Queste condizioni trovano un limite: 1) nella forza produttiva della socie­tà, 2) nella proporzione esistente fra i diversi rami della produzione, 3) nel­la capacità di consumo della società. Cioè: 1) non è possibile produrre (no­nostante ogni volontà umana) più e meglio di quanto le forze produttive siano sviluppate (problema fondamen­tale dell’URSS e della Cina); 2) è ne­cessaria una certa proporzione fra i diversi rami della produzione (l’aver puntato principalmente lo sviluppo sul­la produzione delle automobili, ha crea­to scompensi tali nel mondo capitali­stico di cui a distanza di 50 anni ve­diamo fisicamente le conseguenze); 3) la capacità di consumo della società non è limitata dalla produzione assoluta né dalla capacità di consumo assoluta, ma dalla sproporzione in cui la «base del consumo» si trova rispetto al continuo allargamento del campo esterno (a que­sta base) della produzione. In altre pa­role la mancata capacità di consumo della società capitalistica è esclusiva­mente legata alla distribuzione antago­nistica tra le classi che si manifesta all’interno di questa società. Solo per questo abbiamo gente che muore di fa­me e tonnellate di merci che marcisco­no nei magazzini o (fenomeno di se­condaria importanza ma di grande evi­denza) frutta che va al macero.

In realtà non assistiamo alla deficienza della «propensione al consumo » del­la società, bensì a una sovrapproduzione di capitale (una parte del quale espresso in merce) divenuto troppo esteso rispetto alla propria base economica. «La contraddizione intrinse­ca», scrive Marx11 «cerca una com­pensazione nell’allargamento del campo esterno alla produzione. Ma tanto più la forza produttiva si sviluppa tanto maggiore è il contrasto in cui viene a trovarsi la base ristretta su cui pog­giano i rapporti di consumo».

Da un lato la disoccupazione, dall’altro capitali inutilizzati. «Capitale inutiliz­zato da una parte e popolazione inutilizzata dall’altra»12. Poco prima della crisi del 1929 il «Chicago Daily Tri­bune» scrive: «Il denaro giacente nelle banche aveva difficoltà a trovare sbocchi sicuri; i tassi d’interesse cala­vano, ma i prestiti e gli investimenti non crescevano». Nel 1927 il plusva­lore in giacenza nei depositi delle ban­che sopravanzava di 17 bilioni di dol­lari quello del 192013. Nello stesso tem­po il numero dei disoccupati andava ra­pidamente ingrossandosi. Nel 1932 ave­vano raggiunto la cifra di 10 milioni. Per spiegare la contraddizione il «Bar­rons Weekly», scriveva «per dirla in breve, tutto dipende dalla possibilità che ha il capitale di realizzare un pro­fitto in maniera duratura». Il «Commercial and Financial Chronicle» scri­veva: «L’industrializzazione non è più in grado di realizzare profitto dalla pro­duzione di merci e smette, quindi, completamente di produrre; ecco che schiere di salariati vengono così a tro­varsi inattivi e disoccupati»14. Nel 1940 in pieno New Deal un milione di negri era ancora disoccupato15. Solo la guerra riportò alla sospirata si­tuazione in cui non c’erano più né uo­mini né danaro fermi. Nel 1944 i ne­gri lavoravano a migliaia nelle indu­strie che richiedevano manodopera qualificata e che «non li avrebbero mai accettati prima»16.

Se si va avanti con la lettura delle pagine in cui Marx analizza le succes­sive contraddizioni dello sviluppo del mcp collegate alla legge tendenziale della caduta del saggio del profitto, il numero delle risposte agli avvenimen­ti degli ultimi cinquant’anni si allarga. La necessità dell’espansione del mer­cato internazionale in estensione e in profondità, la liberalizzazione dei pae­si coloniali seguita alla seconda guer­ra mondiale, la crescente concentrazione del capitale, il riaccendersi della lot­ta all’interno del campo capitalista all’approssimarsi di ogni crisi, la specu­lazione e l’anarchia che accompagnano questi fenomeni nella loro fase acuta, l’aumento temporaneo dei salari che precede quasi sempre le crisi, il deprezzamento del capitale, la sua distribuzione come necessità, l’aumento del numero assoluto degli operai (malgra­do la diminuzione relativa del capita­le variabile speso in salari), l’assoluta necessità della spinta tecnologica, fino alla missione storica del capitalismo e la sua inadeguatezza a questa missio­ne, tutto ciò ci porta direttamente all’interno dei meccanismi che stiamo vi­vendo.

«Appena non si tratta più di ripartire i profitti ma di suddividere le perdite, ciascuno cerca di ridurre il più possi­bile la propria quota parte della per­dita e di riversarla sulle spalle degli altri. La perdita della classe nel suo insieme è inevitabile, ma quanto di essa ciascuno debba sopportare, in qua­le misura debba assumersene una par­te, diventa allora questione di forza e di astuzia e la concorrenza si trasfor­ma in una lotta fra fratelli nemici», scrive Marx17. Non c’è qui la storia del primo dopoguerra e della vicen­da che stiamo vivendo dal 1970 sul piano internazionale (scontro fra Sta­ti Uniti, alleati europei e Giappone) e nazionale?

Si potrebbe tranquillamente fare un collage di citazioni attraverso il quale ricostruire puntualmente la storia del­le due ultime crisi capitalistiche ana­lizzate in profondità. Questo collage potrebbe concludersi con queste quat­tro righe: «A partire da questo mo­mento il medesimo circolo vizioso ver­rebbe ripetuto con mezzi di produzio­ne più considerevoli, con un mercato più esteso e con una forza produttiva più elevata »18. Che riassume la vicen­da di questo dopoguerra rispetto al precedente. Tutte le analogie che si leggono sulla stampa, le analisi delle riviste specializzate, i discorsi dei po­litici e degli economisti e le loro po­lemiche sul grado di affinità e di somi­glianza dei fenomeni che hanno accom­pagnato la crisi economica che seguì il primo dopoguerra e la crisi attua­le, cesserebbero di incanto se si te­nesse conto in modo più corretto dell’analisi marxista esposta nel capitolo sulla caduta del saggio del profitto.

Prendiamo un esempio. Si è fatto un gran parlare del fenomeno della di­soccupazione e non è mancato chi ha fatto rilevare che la disoccupazione ur­bana tedesca del 1930 alimentò la ba­se ideologica e sociale del nazismo. Hitler, è vero, divenne capo carisma­tico del «movimento popolare» for­mato dai disoccupati. È altrettanto ve­ro che oggi le masse dei disoccupati formano un movimento per molti am­biguo. La verità è che l’analogia esi­ste, ma va fermata qui, e che l’analisi deve tener conto delle somiglianze co­me delle differenze del fenomeno per scoprire che le differenze sono diffe­renze di qualità legate alle differenze di qualità delle due crisi mentre le somiglianze sono legate al fatto che c’è qualcosa di concomitante fra le due crisi così come Marx indica in quelle quattro righe. Quattro righe che sono così cariche di significato perché im­merse nell’analisi più approfondita che sia stata fatta, sino ad oggi, sul capi­talismo come modo di produzione e, indirettamente, sui legami fra un mo­do di produzione e i fenomeni sociali, politici e culturali che lo accompa­gnano.

Ma se quella è la conclusione, come ci si è arrivati? Domanda che equiva­le a porre il problema di sapere, sia pur vagamente, verso quale direzione ci stiamo muovendo oggi.

L’aumento della forza produttiva non accresce in sé il valore del capitale. Perché questo valore si accresca a sua volta è necessario che con l’aumento del saggio del profitto, aumenti il va­lore del prodotto che sarà riconverti­to in capitale19. Ma a sua volta il va­lore del prodotto che sarà riconvertito in capitale aumenta solo se si accre­sce il plusvalore relativo, se aumenta cioè il grado di sfruttamento del la­voro (lavoro non pagato all’operaio), oppure se diminuisce il valore del ca­pitale costante, cioè se si deprezza il capitale.

Nell’analisi di questo particolare aspet­to della legge tendenziale della cadu­ta del saggio del profitto, Marx mostra come ogni fenomeno sia la conseguen­za delle contraddizioni di fondo della legge e come, a loro volta, ognuno di questi fenomeni derivati porti in sé delle contraddizioni. Questo chiarisce molti aspetti tenebrosi, molti arcani dei fenomeni economici, delle lotte colla­terali, degli aspetti sociali e politici ai quali assistiamo.

Aumento del grado di sfruttamento e deprezzamento del capitale sono dun­que i due elementi essenziali per ogni espansione del modo capitalistico di produzione e questa ulteriore espan­sione è l’unico modo per uscire dalle crisi economiche proprie del capitali­smo. Ma attenzione, il grado di sfrut­tamento ha un limite invalicabile che è la riproduzione stessa della forza la­voro e cosa c’è di meglio del deprez­zamento del capitale se non la sua distruzione? E cosa meglio di una guer­ra spinge alla ricerca di nuovi ritrova­ti tecnologici, impegna la forza lavoro con tutte le sue forze, utilizza al com­pleto le risorse sociali e socializzate dei paesi e, nello stesso tempo, distrugge a un ritmo vertiginoso capitale co­stante?

Il mondo occidentale uscì dalla grave crisi economica del primo dopoguerra solo con la seconda guerra mondiale. Perché? Perché se 1) con la distruzione aumenta lo sfruttamento (per via del­la riorganizzazione del processo produt­tivo più la cascata tecnologica dovuta alla guerra), 2) si estende la popola­zione operaia (l’industrializzazione ha fatto un largo passo avanti nei paesi del Terzo mondo anche attraverso il processo di decolonizzazione), 3) si al­larga il mercato internazionale e si in­tensificano gli scambi, si ha lo svilup­po che ha seguito la seconda guerra mondiale. (Nella ripresa furono pro­prio i paesi sconfitti che ebbero il più alto tasso di crescita del prodotto lor­do. Tra il 1950 e il 1964 la crescita giapponese aumentò del 9,9%, quella della Germania federale del 7%, quel­la italiana del 5,3%. Quella USA del 2,3%. Se esaminiamo il tasso di cre­scita pro capite la proporzione non mu­ta: Giappone 7,8%, Germania federa­le 5,9%, Italia 5,2%, USA 2,4%)20. Ma nel medesimo tempo si ha la ri­produzione allargata dei fenomeni pro­dotti dalla caduta del saggio del pro­fitto. Crisi attuale. Il ciclo ricomincia?

Quello che mi sembra si possa dire è che queste crisi più profonde, in pri­mo luogo portano un salto di qualità all’interno del modo di produzione (passaggio dall’economia libero scambista a una economia guidata, da que­sta a un capitalismo di stato, con cambio ogni volta di classi dirigenti all’interno dei singoli paesi e di lea­dership internazionale) e in secondo luogo sboccano in una guerra o nella rivoluzione.

«Se il modo capitalistico di produzione è quindi un mezzo storico per lo svi­luppo della forza produttiva materiale e la creazione di un corrispondente mer­cato mondiale, è al tempo stesso la contraddizione costante fra questo com­pito storico e i rapporti di produzione che gli corrispondono», avverte Marx. E altrove: «La produzione capitalisti­ca tende continuamente a superare que­sti limiti immanenti, ma riesce a su­perarli unicamente con dei mezzi che la pongono di fronte agli stessi limiti su scala nuova e più alta»21. E que­sto perché «la caduta del saggio del profitto può essere ostacolata, ma non annullata».

La contraddizione costante fra compi­to storico e rapporti sociali di produ­zione è un’altra di quelle analisi il cui approfondimento potrebbe chiarire una serie di problemi fra la perversità del sistema, la sua utilità e le alterne fasi della lotta di classe nei singoli paesi e a livello internazionale. Si stenta spes­so a capire che nonostante la sua negatività, il sistema come mcp assolve ancora ad alcuni compiti, ha in altre parole un suo grado di utilità (che ogni crisi rende sempre minore). Il proces­so risulta oggettivo e il suo sviluppo avviene al di fuori della volontà della stessa classe dirigente capitalista; «sen­za che tutto ciò dipenda minimamente dalla volontà del capitalista», scrive Marx. E questo è importante poiché toglie alla lotta di classe quel tanto di vizio soggettivo che ne ritarda l’esi­to e ne allontana la risoluzione.

Questo articolo troppo lungo per es­sere breve e troppo breve per essere esauriente, è giustificato dall’abbando­no in campo marxista di una larga parte della tematica marxista proprio nell’analisi della realtà economica, po­litica e sociale da un lato e di al­cuni fondamenti del pensiero marxista (materialista dialettico) dall’altro. Que­sto del rapporto fra oggettività del pro­cesso e soggettività degli elementi che lo formano, per esempio, lontano dall’essere approfondito è stato semplice­mente messo da parte. Non è qui il caso di tentare una riflessione sui mo­tivi che hanno portato al progressivo abbandono del materialismo dialettico e di alcuni capisaldi della teoria eco­nomica marxista (come questo della legge della caduta tendenziale del sag­gio del profitto) da parte della sini­stra, cosa questo abbandono nasconda e come vada interpretato alla luce del­la lotta di classe. Sta di fatto che c’è stato e che è in atto. Il danno è grave in assoluto.

Nel presentare un vecchio lavoro di Charles Bettelheim su Saggio del pro­fitto e aumento della produttività, Paolo Giussani, Antonio Bort e Gino Cassetti, in un’ampia introduzione22 scrivono: «Più la crisi oggettiva del capitalismo e dell’imperialismo avanza e più rigogliosamente crescono le teo­rie sottoconsumiste e le strategie spon­taneiste». I tre italiani affrontano sui terreno più strettamente economico la validità della legge della caduta ten­denziale del saggio del profitto, a sua volta confermata dal saggio di Bettel­heim con un’analisi empirico-matema­tica dimenticata da tutti, compresi Sweezy e Baran che ne avrebbero do­vuto tener conto nella loro teoria sottoconsumista di sapore neokeynesiano23. Ma tant’è: Sraffa è esaltato e Bettel­heim ignorato.

Non basta naturalmente la sola anali­si di Marx per comprendere (al fine di trasformare) tutto ciò che stiamo vivendo oggi. Per raggiungere questo sco­po è necessaria un’analisi specifica, ma condotta con gli strumenti marxisti, che parta dal materialismo dialettico e dalle riflessioni di Marx, Engels, Le­nin e Mao che potranno essere supe­rate solo nel fuoco del lavoro speci­fico e della pratica. Ignorarli senza fa­re i conti con essi alla luce di 150 anni di storia del movimento operaio internazionale, ha solo il senso di una grave e profonda regressione i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti.

 

 

NOTE

1 Mattick Paul, Marxista, economista, La crisi permanente, da «International Council Cor­respondance», n. 2, novembre 1934, pub­blicato da United Workers Party, 1604 N. California Ave., Chicago, Illinois; ora ri­prodotto in copia anastatica in New Essays. A Quaterly Deroted to the study of mo­dern society, vol. I (1934-1935), Greenwood Reprint Corporation, Westport, Connecti­cut 1970; per l’Italia Capitalismo e fascismo verso la guerra, Antologia di New Essays, La Nuova Italia, Firenze 1976.

2 Attali Jacques, esperto economico, «Le Monde », 4 settembre 1976, Parigi.

3 Una cosa, un oggetto che mediante le sue qualità soddisfa bisogni umani di qual­siasi tipo. Il valore di questi oggetti nella misura in cui sono destinati a soddisfare bisogni umani è identificato da Marx come valore d’uso.

4 Quindi ogni merce racchiude in sé due valori. Come bene di consumo diretto a soddisfare bisogni umani possiede un va­lore d’uso, come bene di consumo destina­to a essere scambiato sul mercato possiede un valore di scambio.

5 Marx K., Il Capitale, Libro terzo, Editori Riuniti, Roma 1965.

6 Ibidem.

7 Lo studio sulla guerra appartiene all’ana­lisi della concorrenza come lo studio sull’oscillazione dei salari.

8 Marx K., op. cit.

9 La concentrazione del lavoro si ottiene at­traverso l’impiego di un macchinario sem­pre più tecnologicamente sofisticato, vedi Il Capitale, Libro I.

10 Marx K., op. cit.

11 Ibidem.

12 Ibidem.
13 Mattick Paul, op. cit.

14 Ibidem.

15 Boyer R.O., Morais H.M., Storia del movimento operaio degli Stati Uniti 1861-1955, De Donato, Bari 1974.

16 Ibidem.

17 Marx K., op. cit.

18 Ibidem.

19 Ibidem.

20 Dos Santos Theotonio, La crisis norte-americana y america latina, America nueva,Santiago del Cile 1971.

21 Marx K., op. cit.

22 Bettelheim Charles, Saggio del profitto e aumento della produttività, Cooperativa edi­trice nuova cultura, Piacenza 1976.

23 Ibidem.

 

 

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“Crisi e caduta tendenziale del saggio di profitto” [@SP]

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