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Sul lavoro

& - Lo sfaldamento del modo di produzione feudale creò masse enormi di poveri. Masse che fornirono la base per la costituzione di quel tipo di mano d'opera capitalista che è stato l'operaio, nullatenente ma libero di vendere la propria forza lavoro.

& - Il lavoro come maledizione e il lavoro come bisogno. Man mano che le forze produttive si sviluppano il lavoro passa da maledizione a bisogno.  Ma sempre con il consueto andamento dialettico, mai lineare.  Oggi la maledizione del lavoro è nella sua natura alienata e la misura dell'alienazione è data dalla crescita sociale dei bisogni.

& - Non è possibile collocare il benessere collettivo e individuale fuori dal lavoro. Fuori dalla produttività che è anche se non soprattutto produttività della coscienza (da #10-11).

 

[fattori originari della ricchezza]

I fattori originari della ricchezza sono due. Terra e forza lavoro |CAP 1°/661|.

 

[due produzioni fondamentali]

L' uomo produce la propria vita con il lavoro, e l'altrui con la procreazione. Duplice rapporto, naturale e sociale |IT/26|.

 

[funzione della povertà]

La questione della povertà (cfr LINN 1°/105). Il comportamento della Gens romana verso gli elementi più bisognosi della città e della repubblica.  Ugualmente del rapporto delle Corporazioni medievali con i nullatenenti e gli indigenti.

A pag 138 la riflessione fondamentale sulla condizione della povertà (dal tardo medioevo al Rinascimento) quale presupposto necessario alla nascita dell'operaio nel modo di produzione capitalistico, così povero e così libero da non avere altro da vendere che la propria forza lavoro.

 

[forze di produzione e ricchezza materiale]

|CAP1°/72*75| La forza produttiva del lavoro è determinata dal grado medio dell'abilità dell'operaio, grado di sviluppo e applicazione tecnologica della scienza, combinazione sociale del processo di produzione, entità e capacità produttiva dei mezzi di produzione, situazioni naturali.

La ricchezza materiale non presente nella natura, ha sempre dovuto essere procurata mediante una attività speciale, produttiva in conformità a uno scopo, che assimilasse particolari materiali naturali e particolari bisogni umani (vai a @BIS).

 

[autorealizzazione & lavoro]

L'uomo è libero se la natura è opera e realtà sua, così che egli riconosca se stesso in un mondo che egli stesso ha costituito (MRR/308).

L'autorealizzazione dell'uomo richiede l'abolizione della forma di lavoro prevalente (308).

Il lavoro nella sua vera forma è un mezzo per la vera autorealizzazione dell'uomo per il pieno sviluppo delle sue potenzialità (310) (sul tema dell’estraniazione dell’uomo dal suo lavoro vedi @ALN).

L'utilizzazione consapevole delle forze della natura dovrebbe servire alla soddisfazione delle esigenze e dei desideri dell'uomo (310).

 

[presa di coscienza]

"Riconoscere i prodotti come prodotti suoi e giudicare la separazione dalla condizione della sua realizzazione come separazione indebita e forzata – è una coscienza enorme che è essa stessa un prodotto del modo di produzione basato sul capitale e al tempo stesso il knell to its doom [rintocco funebre al suo destino], al pari dello schiavo di non poter più essere proprietà di un terzo, la sua coscienza di essere una persona, la coscienza che la schiavitù ormai continua a vegetare soltanto come un'esistenza artificiosa e non può più essere alla base della produzione" |LINN 2°/84 – GSCM/502|.

 

[lavoro - forme storiche e non]

Nel lv degli schiavi «tutto» il lv appare come lv non retribuito (compreso quello che lo schiavo produce per sé e per il suo sostentamento) – nel lv feudale il lv del servo per sé è distinto dal lv coatto per il suo signore – nel lv industriale tutto il lv appare come lv retribuito.

Nel lv degli schiavi il rapporto di proprietà cela il lv che lo schiavo fa per se stesso. Nel rapporto monetario capitalistico si cela il lv che l'operaio salariato compie senza alcuna retribuzione |CAP 1°/590|.

Nella società comunista il lv sarà per l'uomo, non solo un mezzo per vivere ma →  il primo bisogno della vita – cfr Critica al programma di Gotha.

Il lv è un processo che si svolge fra l'uomo e la natura |CAP 1°/211|.

L'attività che soddisfa il bisogno in maniera immediata è preumana. Perché l'uomo si formi, occorre che l'immediatezza si rompa – che fra bisogno e soddisfazione si inserisca il lavoro |LLM/10|.

Nel lv (anche quello artigianale) la lavorazione è individuale, ma il «modello della lavorazione è sociale» |cfr MEF/257|.

Il lv è alienato nella misura in cui serva per «qualcosa d'altro» (si lavora per sopravvivere, eccetera).

Lo studio del processo del lv è assolutamente necessario per scoprire le condizioni per la realizzazione della ragione e della libertà in senso concreto |MRR/305|.

Il lv per H. ha una funzione di fondo poiché inserisce la certezza dei sensi e la natura in un processo storico |MRR/304|.

Al principio il lv è un atto che passa fra l'uomo e la natura – nello stesso momento che l'uomo agisce sulla natura esterna e la modifica egli modifica la propria natura interna – e sviluppa le facoltà che vi «sonnecchiano» |CAP 1°/145|.

Il valore del lavoro |CAP 1°/589| – non è che una espressione irrazionale per valore della forza lavoro.

Nei LINN/11| il lv che crea valore di scambio - è lavoro astrattamente generale.

Forza lavoro |CAP 1°/248| – la forza lavoro è soprattutto materiale naturale convertito in un organismo umano.

Produttività del lavoro = massimo di prodotto col minimo di lavoro |MCI/72 - MEK/251|. Ma anche →  produrre di più in minor tempo. 

Tutto il tempo in più per il funzionamento dei mezzi di produzione – si traduce in una perdita della produttività.

Il lavoro produttivo per il modo capitalistico di produzione (mcp) è quello che produce capitale |LF 1°/292|.

La produttività sta nella produzione non nel consumo.

Tempo di lavoro e valore →  Il valore è determinato dal tempo di lavoro sociale generale.  Il valore delle merci si riferisce non alle specifiche quantità di lavoro contenuto in esse, ma a quella parte relativa di tempo di lavoro sociale che esse rappresentano (MEK/407).

Il produttore di merci non vive più dei prodotti del suo lavoro – ma vive esclusivamente del suo lavoro.

 

[lavoro concreto e lavoro astratto]

Lv concreto e lv astratto sono due facce dello stesso lv che si oppone a se stesso.

Nel CAP 1°/70, Marx fornisce un'indicazione di cosa intenda per lavoro umano astratto.

Il lavoro (se astraiamo dal suo valore d'uso e dalle sue parti costitutive e forme corporee che lo rendono valore di uso)  non è più – tavola, casa, filo, né altro di utile.  Tutte le sue qualità sensibili sono cancellate. Non è più nemmeno prodotto del lavoro, di un lavoro determinato.

Insieme al carattere di utilità dei prodotti del lavoro scompare anche il carattere di utilità dei lavori rappresentati in essi.

Scompaiono anche le diverse forme concrete di questi lavori, le quali non si distinguono più, ma sono ridotte tutte insieme (identità dei diversi) a lavoro umano uguale – lavoro umano in astratto .

La scomparsa di tutto ciò dà vita a una presenza altrettanto concreta – dispendio di forza lavorativa umana senza riguardo alla forma del suo dispendio.

 

[modi di produzione: lavoro occulto e lavoro palese]

L'inizio della vita sociale umana comincia con la libertà.  Si tratta di una libertà semplice.  L'uomo è libero.  Libero allo stato naturale.  La sua è una libertà naturale fusa con il gruppo, con il territorio, con la natura.

Per conquistare una libertà piena dovrà passare per un lungo periodo storico – diciamo il neolitico – distinto da almeno cinque modi di produzione (mdp primitivo, mdp asiatico, mdp antico, mdp medievale, e il mcp) e da un’incessante lotta di classe.

La prima libertà è una libertà naturale.  Conserva le impronte del mondo animale di provenienza.  Branco, territorio, natura. È il tipo di libertà entro la quale si muove ogni mammifero che si rispetti.  La seconda libertà è più espressamente umana.  Una libertà sociale.  È da questa libertà nella quale viviamo, che l'uomo si accinge a passare a una libertà più compiutamente umana, nella quale l'individuo sociale che conosciamo cederà il posto all'individualità (vai a @INDIV1).  In un'epoca storica in cui l'uomo naturale avrà ceduto completamente il passo a una natura ormai largamente umana.

Nel preneolitico il rapporto è completamente natura - uomo con tendenza al passaggio all’inversione del rapporto.  Nel neolitico il rapporto è uomo - natura con progressione verso il passaggio al rapporto uomo - uomo.  Nel terzo periodo il rapporto è uomo - uomo con probabile successivo passaggio all’individualità.

  Il periodo che meglio conosciamo è il neolitico contraddistinto dai tre modi di produzione. Ognuno di questi modi ha avuto una sua specificità nel rapporto fra lavoro e appropriazione del lavoro.  Nel mdp antico era palese come il lavoro dello schiavo appartenesse al padrone che se ne appropriava totalmente.  L'appropriazione totale celava la parte del lavoro che lo schiavo faceva per sé.  Nel mdp feudale il lavoro che il servo della gleba doveva al padrone e il lavoro che faceva per sé erano ambedue palesi.  Tot giornate per il padrone tot giornate per sé.  Nel mcp è palese il lavoro che l'operaio svolge per sé (il suo salario).  Rimane occulta la parte che produce per il padrone.

– In tutti e tre i mdp del neolitico il rapporto è fra classe e classe.  Cioè fra gli individui mediati dalle classi.  Nel preneolitico il rapporto era fra gli individui mediati dalla natura.  Nel neolitico il rapporto è fra gli individui mediati dalla società divisa in classi.  Il rapporto con la natura non è scomparso ma è a sua volta mediato dal rapporto sociale (opere sociali per la trasformazione della natura).  Il rapporto con la natura sarà superato nella fase dell'individualità quando lo scambio uomo - uomo sarà pienamente raggiunto ed egemone e la natura completamente sussunta all’umano.

– Ora quale è il rapporto uomo - natura nelle società collettivizzate dell'Est?  La natura lì come qui,  sempre presente.  Quella che non è presente è una classe borghese di tipo occidentale.  Nel medesimo tempo la forma legale del rapporto di produzione è fra l'operaio e la società - stato.  Dove lo stato - partito rappresenta la società nella sua totalità.  In un regime collettivizzato il lavoro è direttamente appropriato dalla società attraverso lo stato -partito.  Questo non solo è palese ma è la forma stessa dell'appropriazione.

– Così mentre nel mondo antico l’appropriazione avveniva attraverso la proprietà dello schiavo, nel mondo medievale attraverso la proprietà della terra alla quale lo schiavo / servo della gleba era giuridicamente legato, nel mcp la forma legale dell'appropriazione manca proprio perché occulta, all'Est la forma legale dell'appropriazione è collettiva.  Si lavora giuridicamente per la società.  Rimane occulto al contrario il lavoro che si svolge per sé.  Il lavoro che si svolge per sé è al massimo giuridicamente tollerato.

– Se questo è vero si sarebbe tornati a qualcosa che ripete l'inizio del neolitico.  Cioè l'inizio dell'appropriazione.  Si tratta ora dell'inizio di un ciclo nuovo?  Notare che nella società dell'individualità il lavoro sarà legalmente fatto solo per se stessi.  Ma l'appropriazione invisibile sarà collettiva.  Cioè non sarà.

– Lo schiavo lavora in condizioni di produzione ... appartenenti a un altro – Il servo della gleba è un produttore diretto, in possesso dei propri mezzi di produzione, delle condizioni di lavoro oggettivamente necessarie per la realizzazione del suo lavoro e la produzione dei suoi mezzi di sussistenza ... egli coltiva il suo campo ed esercita in modo autonomo l'industria domestica rurale connessa a questa coltivazione. – Tuttavia non è libero. Oscilla dalla servitù della gleba con corvée fino al puro e semplice obbligo tributario

– L'operaio prodotto dal capitalismo – non è più produttore indipendente (come il servo della gleba) ed è separato dai suoi mezzi di produzione e dalla possibilità di provvedere al proprio sostentamento direttamente. – A differenza del servo della gleba il suo rapporto con il possessore dei mezzi di produzione è puramente contrattuale – è ugualmente libero di scegliersi un produttore e di cambiarlo – non è sottoposto a obblighi di lavoro o di pagamento verso l'imprenditore che non siano quelli imposti dal contratto |PSCS/70 & CAP 3°|

 

[lavoro produttivo, improduttivo, socialmente necessario]

Lavoro produttivo & lavoro improduttivo – è produttivo quel lavoro che →  valorizza il capitale. Questo è l'unico criterio di produttività accettabile all'interno del mcp.

In questo senso → 

sono produttivi solo quegli operai la cui forza lavoro accresce il capitale (DMD),

sono improduttivi tutti coloro il cui valore non accresce il capitale. Come i soldati, i funzionari e in genere,  i lavoratori nei servizi dove la spesa è spesa per un servizio (valore d'uso) e il processo è MDM.

La produttività del lavoro →  non va confusa con il lavoro produttivo. 

E il lavoro produttivo →  non va confuso con →  l'utilità del lavoro o con il particolare valore d'uso in cui questo si rappresenta (MCI/79)

Il lavoro socialmente necessario  è quella media necessaria determinata dalla produttività media del lavoro in una data società in una data epoca.

La quantità di lavoro socialmente necessario in una merce determina il suo valore di scambio – considerando il lavoro specializzato come un multiplo del lavoro semplice (una ora di lavoro + gli anni necessari per conseguire la specializzazione).

La valutazione sociale (al posto della valutazione monetaria o di valore) è fatta  secondo il suggerimento di Engels  calcolando il tempo di lavoro e l'utilità di uso dell'oggetto economico prodotto. Un sistema di valutazione profondamente diverso dal mcp e dal modo di valutazione delle società in transizione.  Non esiste paese al mondo che abbia un modo di produzione socialista (cfr Charles Bettelheim – LTM n.284/mars 1970/1432).

 

Oggi →  in genere →  non lavoro per me, non per la società in generale, ma lavoro con il solo obiettivo di arricchire e rendere più forte un altro che userà questa forza contro di me. Lavoro per una produzione largamente e socialmente inutile, una produzione di spreco che può distruggermi (armamenti). Al contrario se lavorassi →  per una produzione socialmente utile come ospedali, scuole, mezzi di trasporto collettivi, aiuti ai paesi terzi per uno sviluppo sempre più forte della produzione mondiale, farei un lavoro socialmente utile. Un lavoro dal punto di vista del capitale, assolutamente improduttivo. Lavorerei per un sistema in grado di ridurre le tensioni sociali compreso il livello internazionale. Mentre il lavoro non pagato di cui il capitale si appropria è un lavoro che perdo e non posso utilizzare per il libero sviluppo della mia personalità.

Questo porta alla differenza fra tempo libero e tempo liberato. Il mcp produce tempo libero. Lo sviluppo della coscienza esige tempo liberato (vai a @INDIV3).

 

[tempo libero, tempo di lavoro, alienazione]

Fp mi racconta di una conversazione sul tempo libero. Sembra che un libro suggerisca un modo ottimale per organizzare la vita. Come se la soluzione fosse l'organizzazione. E il binomio fosse felicità e organizzazione. Organizzazione uguale felicità. Data la situazione del mcp si tratta più o meno di sciocchezze. Forme prese dall'alienazione corrente. Ma anche forme di pensiero che anticipano alcuni passaggi della transizione. Quando la distinzione fra tempo libero e tempo di lavoro sarà scomparsa come nell'individualità. O pressoché scomparsa.

Il discorso va fatto ponendo direttamente a confronto livello di alienazione e massimo di coscienza possibile raggiunti. Il tempo di lavoro «maledetto» è direttamente proporzionale al grado di alienazione. Dell'individuo e generale insieme. Più diminuisce l'alienazione più si libera il tempo di lavoro, più si libera il tempo di lavoro più cala il bisogno di tempo libero. Non è il lavoro la maledizione ma l'alienazione che lo accompagna. Alienazione, che coinvolge pressoché in uguale misura il tempo libero. Almeno tutto quel tempo libero fuori dalla coscienza della propria esistenza. A cominciare dal consumismo – una delle forme prese dall'alienazione nel tempo libero. Con la presa di coscienza anche il tempo di lavoro si disaliena, almeno parzialmente. Questa disalienazione assolutamente parziale prende le forme spurie del dovere compiuto (presa di coscienza del sociale), della «soddisfazione» del lavoro svolto, del piacere del fare, &c (da fpg 23.01.98) 

 

[differenza crescente fra prezzo della forza lavoro e remunerazione del capitalista] 

La forza produttiva del lavoro cresce nel tempo. Il prezzo della forza lavoro tende a scendere. La massa dei mezzi di sussistenza dell'operaio tende ad aumentare. Aumento che relativamente alla parallela crescita del plusvalore rimane molto al di sotto di quest'ultimo. Con il risultato che mentre i salari stentano a mantenersi al livello dei necessari mezzi di sussistenza, con perdita costante e relativa del potere di acquisto, "l'abisso", come scrive Marx,  esistente fra le condizioni di vita dell'operaio e le condizioni di vita del capitalista si fa sempre più profondo | cfr CAP 1°/571|.

Marx prevede che nel mcp la sproporzione fra il prezzo della forza lavoro e le rimunerazioni dei capitalisti sia destinata a crescere in maniera esponenziale e alla lunga, aggiungerei, in maniera socialmente intollerabile. Questo lo si è visto bene nella crisi economico finanziaria  nel 2008.

In Salario, prezzo e profitto Marx spiega come il salario sia una grandezza variabile poiché la ricostituzione della forza lavoro varia con lo sviluppo delle forze produttive.  Il suo valore è costituito da due elementi di cui uno esclusivamente fisico, l'altro storico e sociale.

Nella ricostituzione della forza lavoro va incluso il concetto di minimo vitale. Minimo vitale è quella parte della ricostituzione della forza lavoro che varia e dipende dalle condizioni storico sociali. Così i calzini entrano nel minimo vitale. E con i calzini la televisione, il giornale, e quanto viene storicamente considerato un bisogno essenziale alla  identità e alla «manutenzione» della persona umana. Nel  2° manoscritto MEF/242 Marx avverte che l'aumento dei salari (e del tenore di vita) nelle società opulente altro non è che il necessario adeguamento per una buona e produttiva "manutenzione della forza lavoro".  Cfr infatti negli SU 1950 - 1960 aumenta progressivamente la differenza fra la crescita dei profitti e i salari. Ovviamente a favore dei profitti.

Sennonché il concetto di minimo vitale variando con lo sviluppo delle forze produttive, varia da area geografica a area geografica per via dello sviluppo diseguale delle forze produttive nel mondo.

Il minimo vitale aumenta con lo sviluppo delle forze di produzione – Le calze.  Nel 1700 portava le calze meno di una persona su mille; nel 1800 meno di una persona su 500; nel 1900 non c’è una persona su mille che non porti le calze.  Le calze sono così entrate a far parte del minimo vitale.

(2006) – Con la globalizzazione lo sviluppo diseguale delle aree geografiche crea problemi economici e tensioni politico - militari.

In altri termini. Il minimo vitale connesso alle forze di produzione è un altro di quei concetti chiave con i quali leggere le vicende locali, nazionali e internazionali. Come lo stesso Marx avverte quando sostiene che la forma fenomenica del salario (metamorfosi del valore e del prezzo della forza lavoro nella forma del salario) rende invisibile il rapporto reale e si presenta come suo opposto. Ed è su questo fenomeno (che estenderei al concetto del minimo vitale) che si fondano "tutte le idee giuridiche dell'operaio e del capitalista, tutte le mistificazioni del modo di produzione capitalistico, tutte le illusioni sulla libertà, tutte le chiacchiere apologetiche dell'economia volgare" (CAP 1°/590).

Anche perché i rapporti di produzione si organizzano in strutture sociali. E sfociano in una lotta di classe permanente. A volte palese a volte nascosta. Ma certamente in atto.

(2007) – Aggiungerei che il minimo vitale deve essere connesso socialmente allo sviluppo delle forze di produzione e individualmente allo sviluppo della coscienza. In altri termini non è consumo immediato, ma consumo mediato dal lavoro, dallo sviluppo generale (sviluppo delle forze di produzione) e dallo sviluppo dell’individuo (sviluppo della coscienza). Lo stato della coscienza individuale si misura dalla sua distanza dal massimo di coscienza possibile raggiunto dal periodo storico dato.

 

[movimento generale del salario]

Il movimento generale del salario è uguale al rapporto classe operaia, cioè forza lavoro complessiva e capitale complessivo sociale |CAP 1°/699|

Il capitale produce l'operaio salariato come l'operaio salariato produce il capitale  |idem/634|.

Differenti fattori del processo lavorativo prendono parte differente alla formazione del valore del prodotto |idem/233|.

 

[giornata lavorativa & sviluppo]

L'accorciamento della giornata lavorativa impone al capitalista la condensazione del lavoro umano e l'accorciamento di quella parte della giornata che genera valore generico (A - B).  Questo spinge sicuramente la crescita.  Va analizzato, tuttavia, il rapporto fra sviluppo nazionale e appropriazione internazionale del plusvalore, attraverso il meccanismo del plusvalore relativo.

 

[moneta]

La giornata lavorativa più intensa di una nazione si rappresenta in una espressione monetaria più alta che non quella meno intensa di un'altra |CAP 1°/573|

 

NOTA FINALE – IL LAVORO OGGI

Lavoro necessità o lavoro realizzazione e piacere personale? Il quesito è posto da Nadia Urbinati su Repubblica del 29 luglio 2008. Per la Urbinati ormai è il «lavoro realizzazione e piacere» ad affermarsi. Una concezione del lavoro moderna alla quale si oppone solo un pugno di ottusi reazionari. Incapace di capire la modernità. Eccetera. Il quadro descritto dalla Urbinati elencando le doti del lavoro personale è suggestivo. Vi si prefigura l'avvento dell'individualità così come Marx la descriveva.

Che una tale concezione del lavoro si vada facendo strada è uno dei segni, dei più rilevanti, che il processo procede nel suo movimento. Come non potrebbe? Va avanti nella direzione anticipata dalle analisi ma.dial, dal materialismo dialettico. .

Ottimo! Peccato che  l'analisi della Urbinati non sia corretta.  Un difetto della nostra sinistra è di intendere la direzione del processo storico come conclusa. Scambiando il corso del processo con il suo obiettivo/fine. Ciò che è in corso è dato per acquisito. E se la sua realizzazione incontra degli ostacoli la causa viene attribuita a un nemico. Preferibilmente esterno. Una posizione e un vizio molto cattolici. Se il bene non si realizza nel mondo la colpa è degli uomini che peccano, del diavolo che li insidia, della sessualità, dell'avidità, dell'ignoranza, eccetera. Alla stessa maniera se il fine del processo storico non si è ancora realizzato, la colpa è del capitalismo, delle classi dirigenti, della borghesia, eccetera. Come se la borghesia, le classi dirigenti, il capitalismo non facessero a loro volta parte del processo storico.

La questione non è tanto di prendersela con chi ostacola il processo storico quanto di capire il motivo per il quale il processo storico non proceda (come si vorrebbe). Non avanzi con quella velocità che l'impazienza della nostra sinistra esige. La nostra sinistra più radicale, ideologica e pcbg che marxista.

Se si approfondisse l'analisi e si esaminasse il processo storico più da vicino si noterebbe come l'idea del lavoro piacere incontra non soltanto gli ostacoli che l'Urbinati va elencando. Ma si imbatte nei limiti medesimi che quella concezione del lavoro, come la si vorrebbe, produce. Pigliamo il concetto di lavoro personale. Il lavoro è un prodotto sociale. Dove gli uomini, i singoli uomini, secondo l'analisi di Marx, sono “condizioni del processo”. Processo nel quale gli individui contano come insieme generale, non come singoli. Infatti, non a caso, come singoli, hanno perso di vista le finalità della specie alla quale appartengono e hanno scambiato il fine per un diritto.

Che la direzione del processo storico dell'umanità vada individuata nel progressivo e permanente miglioramento delle condizioni umane, è chiaro. Così come è chiaro che il movimento del lavoro - all'interno del fine storicamente inteso - sia di fatto quello di realizzare - una volta superato lo scoglio della sopravvivenza - la crescita della società e degli individui che ne fanno parte. Mentre non è affatto chiaro che tutto questo si traduca in un diritto. Al contrario, appena compare la categoria del diritto, diritto alla propria realizzazione, diritto alla felicità, diritto a un lavoro che la deve procurare, non solo si cade nell'utopia ma si contribuisce a frenare quel medesimo processo che al contrario si vorrebbe già realizzato. Né più né meno come lo frenano quegli esecrati personaggi che svolgono il loro lavoro di capitalisti e di reazionari.

Ecco cosa è che accade. Il lavoro realizzazione personale e piacere perde la sua caratteristica di fine che va raggiunto e si è trasformato in diritto che si è acquisito. Diritto. Qualcosa che già c'è, che ci spetta e che qualcuno ci impedisce di appropriarcene. Ora questa cosa che si rivendica, il lavoro realizzazione e piacere personale, non c'é. Comincia appena a mostrarsi come conseguenza dello sviluppo delle forze di produzione, dei rapporti di produzione, in altre parole del processo storico. Non essendoci, non avendo ancora sussunto la concezione del lavoro necessità,  la rivendicazione diviene ideologica, di un ideologismo di origine piccolo borghese. Non a caso se prendiamo il precariato come riferimento - come fa la Urbinati - constatiamo che il precariato, riguarda non solo gli operai, quanto i figli dei ceti medi in perdita di potere sociale, della piccola borghesia permanentemente in ansia per la propria collocazione nella società  e quelle famiglie operaie che vogliono realizzare il salto sociale attraverso i propri discendenti.

Ora la questione posta dalla Urbinati va affrontata all'interno di un campo di analisi più vasto.

La sviluppo del lavoro perché raggiunga il suo fine (quello individuato dalla Urbinati è sicuramente degno di essere preso in considerazione) non può non andare di pari passo con lo sviluppo della coscienza collettiva che, a sua volta, non è in grado di sopravanzare lo sviluppo delle forze di produzione. Qui il discorso si allarga sensibilmente. Passa da un'analisi delle condizioni del modo di produzione capitalista, oggi. Da un analisi della condizione della classe operaia occidentale, oggi. Dalla individuazione del proletariato, oggi. Dagli effetti della globalizzazione, oggi. Ora classe operaia occidentale e proletariato, oggi, coincidono ancora come coincidevano ieri? Ancora. A che punto è lo sviluppo del modo capitalistico di produzione? La sua espansione in tutte le aree del globo? La sua crisi, oggi. La natura della sua crisi. Il suo livello di sviluppo. In espansione, in declino. Vicino all'esaurimento. E, in questo ultimo caso, in vista di che?  In altre parole a che punto è lo sviluppo del processo storico, oggi?

Qualcosa di più complesso di quanto l'Urbinati non abbia individuato (29.7.08).

 

(sul tema “lavoro e sessualità” vedi §AMO)

 

 

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“Sul lavoro”  [@LAV]

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