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Scrittura e pensiero linguistico

§* Il contenuto di un concetto altro non è che il suo rapporto con la realtà. Anche i concetti di vero o falso del pensiero logico matematico rappresentano il rapporto con la realtà dell'enunciato.

§* I segni matematici sarebbero simboli di simboli. Il livello della loro astrazione permette di raggiungere livelli di astrazione superiori a quella del linguaggio. Questo potrebbe significare che il linguaggio della lingua (scritta e parlata) non riesce a raggiungere il grado di astrazione del pensiero. Grado di astrazione raggiunto dal linguaggio matematico in grado di riflettere meglio e raggiungere la complessità relazionale (oggetti in relazione) del reale.

§* Ora l'universale per eccellenza è il linguaggio, in sé privo di ogni riferimento materiale ma carico di riflessioni, patrimonio del sapere passato e conservato dalla lingua.

§* …Più determinazioni che la lingua non permette di esprimere con un termine, un concetto, una parola. Insomma una sintesi. Allora più noi penetriamo nella realtà, più la afferriamo. Più l’afferriamo, più ci sfugge. Il principio di indeterminazione applicato alla lingua. Se sintetizzo non afferro, se afferro non sintetizzo (da §LETT).

 

[Omero]

Rileggo brani dell’Iliade in prosa e versi. Migliore quella in prosa. Mi è difficile cogliere la mentalità di Omero. I suoi eroi sono anche dei vili. Ettore fugge di fronte a Achille. E non c’è bravura in loro. Solo doti naturali o divine. Il più debole può solo soccombere. Primo perché più debole, secondo perché gli dei lo abbandonano. Gli dei a loro volta dominati da qualcosa che li sovrasta. Giove o altro.

Aggiungo. Interessanti le riflessioni di B. B. Powell su Omero (OBP). La letteratura occidentale discende da Omero. L’alfabeto greco inventato per scrivere l’Iliade e l’Odissea. Rapporto fra oralità e scrittura (da fpg 6 apr. 07).

 

[funzione della scrittura e dell’arte]

La funzione dell’oralità era tramandare la memoria della storia. Il racconto scritto o il poema sono la prosecuzione scritta di quella funzione. Attraverso la parola l’uomo comunica, insegna. La parola scritta è uno sviluppo della parola orale. Attraverso lo scritto la corteccia accrescerà il suo volume, conquistando nuovi spazi all’interno della scatola cranica.

Questo è l’unico modo per analizzare e capire cosa sia la letteratura e con la letteratura, la musica e la pittura. Comunicazione, modi per tramandare la conoscenza. Sia che la conoscenza si presenti come memoria del passato che per essere sorpassato va conosciuto, sia che si presenti nelle altre forme proprie della comunicazione umana.

La musica è un modo per esprimere e tramandare stati d’animo. Riguarda l’orecchio più che la vista. L'emotività più che la ragione. Più vicina alla comunicazione orale (orecchio) che a quella scritta (occhio).

La pittura è un modo per scoprire la realtà, esercitare l’occhio a osservare in modo nuovo, diverso, il mondo circostante. E conservarne le immagini. Ampliare la funzione della vista. Raffigurare la storia (25.10.99).

 

[letteratura e cultura orale]

La letteratura nasce dalla cultura orale. Riporto questo breve appunto da fpg. 

... Emerge una teoria sulla cultura orale e la cultura scritta. Sulla traccia di Vygotskij (@PEL1), la cultura della scrittura è la cultura scientifica per eccellenza. Elenca e descrive (e analizza?) una serie di modalità della cultura orale. Le canzoni, le ballate, le rime, i poemi, eccetera. sarebbero tutti «artifici» per facilitare la memoria.

® In questo senso la cultura contadina sarebbe la conseguenza oltre che della pratica dei campi anche di una cultura ferma all’oralità. – Con la scrittura la memoria muta le sue strutture. Nasce la logica (Aristotele marca il passaggio dalla cultura orale alla cultura scritta mentre Platone (nel Fedro) difende ancora l’oralità).  Qui si afferma anche l’incidenza del mezzo di comunicazione sulle strutture stesse che lo utilizzano. Il «testo» in senso proprio nasce con la stampa.  Altra conseguenza, il rapporto fra sviluppo filogenetico (le teorie di Piaget per intendersi) e sviluppo dovuto all’evoluzione dei mezzi di comunicazione (la scrittura appunto, la stampa e oggi l’informatica). –|

 

[il pensiero linguistico]

Leggo i miei appunti sulla linguistica. E mi annoio. Questa riflessione sulla lingua dovrebbe rivestire il massimo interesse. L'interesse invece è relativo. A causa della materia, trattata specialisticamente. La riflessione si mantiene ai margini. Si procede per definizioni. Raramente il pensiero linguistico punta alla realtà dell'oggetto linguistico. La sfiora. Gli gira intorno. La scavalca. Quale è il rapporto fra lingua e realtà? Fra lingua e pensiero? Fra pensiero e realtà? Quale è la funzione della lingua all'interno di questo rapporto? Come nasce la lingua, cosa è la lingua? È la lingua una funzione del pensiero? Eccetera. C'è appena un'ombra di queste riflessioni. Siamo ancora alla fase descrittiva, collezionando modi di dire, figure retoriche, regole di grammatica e di sintassi sconnesse una dall'altra. Si può dire così e anche così oppure così. Perché? Non lo so. Intanto annoto il fenomeno e lo collaziono, a volte gli fornisco un nome, lo porto al livello della regola. Eccetera. In realtà. Come il pensiero, la lingua è troppo complessa per essere afferrata nella sua realtà  Così la realtà della lingua ci sfugge.  (13/08/99) Come tutti i fenomeni complessi segue il principio della selezione. Ma cos'è che seleziona? Gli organismi biologici sono andati dal semplice al complesso. Dalla cellula al tessuto, dal tessuto all'organo, dall'organo all'organismo. Fino all'uomo. Anche la logica segue il medesimo percorso. Una selezione progressiva di soglia in soglia con aumento di senso. Dalla sensazione alla percezione, dalla percezione al concetto, dal concetto alla ragione teorica, dal sapere individuale al sapere collettivo. Probabilmente una riflessione andrebbe condotta sul rapporto pensiero individuale - pensiero collettivo. Per Sartre il pensiero logico trova la sua compiutezza solo nel collettivo. È nel collettivo che la logica si trasforma in fenomeno sociale. Che interviene sulla realtà mutandola. Come una rivoluzione, per esempio. Ma nella lingua? Cosa è accaduto fra latino e lingue romanze? Il latino si è frantumato quando si è spalmato su una popolazione molto estesa rispetto a quella originale. La lingua - forse - racchiude il segreto del rapporto fra individuo e collettività, fra una collettività e un insieme di collettività nel momento della loro fusione o nel momento della loro frantumazione. Va vista in rapporto al movimento della popolazione umana. Al suo accrescimen­to, alle sue trasformazioni. Rapporto che  attraverso la lingua riguarda il pensiero e l'espansione della corteccia frontale nell'affastellarsi e susseguirsi dei secoli  (da fpg 10.08.99).

 

[lingua, dialettica, pensiero positivo, mcp]

Continuo con la grammatica di Dardano. Il miglior lavoro letto nel campo. Si rafforza comunque l'idea che il tentativo di formalizzare il linguaggio non ha raggiunto l'obiettivo. Se non formalmente. D'altra parte in linea con il massimo di coscienza possibile storicamente raggiunto. Negli ultimi tempi la ricerca ha cercato di approfondire. Con il risultato di esplorare i propri limiti. Dardano stesso a un certo punto ammette (NGL/123), "i concetti grammaticali derivano dal dominio dei concetti concreti". E, cosa si intende per concetti concreti?  La connessione è fra linguaggio, pensiero, realtà. Allora è necessario rifarsi a Hegel, Piaget, Vygotskij. Soprattutto Vygotskij, analizzato alla luce di Hegel e di Marx (vai a @PP). Anche lo studio e la comprensione del funzionamento della corteccia, se pur rappresenterà un passo decisivo, non risolverà alcuni problemi di fondo. Così come la Fisica non riesce a risolverli.

Va comunque detto che, allo stato dell'arte, ci troviamo di fronte al lento fallimento di tutte le logiche predialettiche, positiviste e matematiche capaci di esplorare, analizzare, descrivere, sistematizzare l'evidente. E lo si vede con la fisica matematica dove l'evidenza è assolutamente racchiusa nelle pieghe di un universo ricco di risorse e di possibilità per l'uomo. E che ci si presenta come insondabile. Almeno fino ad oggi. Filosofie d'altra parte che seguono il declino della borghesia quale classe egemone e del processo capitalistico di produzione. Solo che questo ultimo ha una sua logica e un suo sviluppo. Assolve una funzione che non può dirsi ancora esaurita. In linea con tutta una serie di condizioni che insieme alimenta, pone e crea. Mentre il pensiero positivista si sbraccia tentando di arginare la corrente della transizione e dei processi in corso che lo travolgono (da fpg 18.12.98).

 

[logica del formale e logica del concreto]

Ieri (ven) ho ripreso la grammatica di Dardano. Si conferma la lenta dissoluzione dei formalismi. Ma. Cosa erano, quale funzione svolgevano, che rapporto avevano con i concetti concreti? Con i concetti concreti alcuno. In realtà li occultavano. Questo mascheramento andrebbe analizzato(da fpg 29.01.99)

 

[moduli innati quali ragione prima delle lingue]

Finisco il libro di Piattelli Palmarini. Devo andarmi a vedere gli appunti mm su Chomsky. Noto comunque che nelle ricerche dei cognitivi il criterio di far derivare i fenomeni dal loro rapporto con la realtà sembra non interessarli più che tanto. Così la natura ci avrebbe fornito di «moduli sintetici» innati, tali da generare in ogni lingua le regole sintattiche proprie di quella lingua. Questi moduli sono universali. Qualunque lingua essa sia, la sua struttura sintattica è generata dai medesimi moduli sintetici innati. Sono essi a stabilire se una frase è da accettare o da respingere. Ritenere che sia il contenuto della frase e la sua aderenza con la realtà a suggerire anche la sua forma sintattica probabilmente sarebbe giudicato ingenuo. Il risultato tuttavia mi sembra essere che la teoria suggerita attribuisca ai moduli la ragione prima delle lingue. Ragioni che non si sarebbero formate perché gli uomini si comunicassero le loro esperienze nate dal necessario rapporto con la realtà. Al contrario gli uomini hanno potuto comunicarsi queste esperienze perché la natura ha loro fornito apparati mentali tanto innati quanto preformati (da fpg 20.5.08).

 

[la comunicazione]

La comunicazione è un processo che si compie solo con il raggiungimento del fine che le è proprio. Il fine che le è proprio è il ritorno alla fonte del messaggio arricchito. Un processo che come ogni processo reale è strettamente dialettico. «A» comunica a «B» un messaggio che torna ad «A» avendo in sé «B» (da fpg 22.10.99).

“La comunicazione è la forma dell'azione verbale in appoggio all'azione fisica rivolta al fine/desiderio” (da §CTT).

 

[comunicazione e processo sociale] 

« ... la comunicazione è ben più che trasferimento di dati. È invece un processo sociale che riguarda la "costruzione comune di significati"». Un processo che riguarda soprattutto il simbolico (Giuseppe Mantovani - Comunicazione e identità - il Mulino) (15.06.95).

 

[la lingua]

Altra questione, mai dichiarata esplicitamente ma indirettamente fondamentalmente presente, è la funzione della lingua nel rapporto fra le due nature (esterna e interna). In realtà la lingua è il tramite creato dalla natura interna per individuare le due nature e comunicare questa individuazione.

La lingua nasce come strumento di lavoro. Ma siccome è nel lavoro che l’uomo prende coscienza delle due nature, la lingua da strumento di comunicazione assume la funzione di strumento del pensiero. Di quella facoltà che bene o male permette all’uomo di capire le due nature per modificarle (da @SF).

 

[le parole]

«Le parole di solito hanno un significato che è tratto dalle opinioni volgari e segnano i confini delle cose con linee corrispondenti all'intelletto volgare. Quando poi l'intelletto reso più acuto e l'osservazione fatta più diligente vogliono spostare quelle linee perché corrispondano meglio all'ordine naturale, le parole vi si oppongono» (Bacone – Novum Organum).

 

[i linguaggi]

Quale è il rapporto fra mito, letteratura, poesia, arte in genere e la ragione?

L’arte in genere è il linguaggio dell’emotività? Il linguaggio dell’immediatezza? Compresa l’arte del comunicare?

La matematica è il linguaggio della riflessione e della mediatezza astratta e simbolica (le lettere dell’alfabeto e i numeri sono simboli).

La filosofia e la teoria è il linguaggio della ragione e della mediatezza (il pensiero scientifico di Vygotskij)? (giugno ’07).

 

[mito e linguaggio]

Cassirer (MST) si chiede se il fine della poesia non sia quello di evocare i fantasmi del subconscio per distruggerli obiettivizzandoli. ® Creare dunque e comunque dei miti. È la scelta dei miti da creare su cui possono nascere dei contrasti – Brecht crea fantasmi «giusti». Scatena forze positive. Positive perché dirette al superamento e a un allargamento della presa di coscienza media. Parla alle classi per mezzo del loro stesso mondo fantasmatico. Sostituisce nuovi miti a vecchi miti. Miti più moderni e avanzati a miti culturalmente sorpassati.

Ora il punto è questo. Deve l’uomo vivere senza miti? Oppure. Questo uomo smitizzato non è a sua volta una mitizzazione?

Il mito nasce dall’oscurità del processo. Anche vero che ci sono miti e miti. Il mito più che nascere dal linguaggio fa parte del linguaggio. Se non altro come simbolo, metafora e le altre forme retoriche dello scambio (l’allegoria, la metonimia, la sineddoche, l’antonomasia, &c).

Questo far parte del linguaggio gli attribuisce una certa forza. Come un’evidenza (sul tema mito e pensiero vedi @PP). –|

 

[le lingue]

(SCH/75) L'inglese può diventare la lingua internazionale di comunicazione, ma non il nuovo linguaggio internazionale. Le lingue nazionali insostituibili come lingue colte, cioè portatrici di una tradizione di pensiero sia essa filosofica, letteraria, artistica o che. L'esempio più vicino a noi è l'estinzione del latino che svolse a suo tempo il ruolo di lingua franca, cioè una lingua con la quale si comunicava ma con la quale non si pensava. Come lingua franca il latino si imbastardì e diede vita alle lingue romance (italiano, francese, spagnolo) mentre le lingue germaniche presero la via di una loro propria evoluzione. Se l'inglese divenisse l'unica lingua internazionale si imbastardirebbe fino a dare vita a una serie di «inglesi» equivalenti al fenomeno delle lingue romance. Questo fenomeno è già in atto in quei paesi dove l'inglese ha tentato di sovrapporsi ai linguaggi locali (in India ma anche negli SU) (da fpg 27.01.02).

 

[lingua pensiero scrittura]

Prendo coscienza di come, mentre si scrive, la lingua risolva di per sé alcuni problemi logici, fornendo «manufatti» (parole e concetti) già elaborati e che completano il concetto complessivo senza che questi li abbia pensati autonomamente. Una volta scritto, lo scritto si trasforma in un pensiero più compiuto, più organizzato di cui l'autore può in un secondo momento appropriarsi completamente. Questo è l'apporto collettivo e sociale al pensiero individuale nel momento stesso della sua produzione (da fpg 27.11.90).

 

[scrivere - l'organicità non esiste]

Sia quando rifletto sia quando scrivo mi rendo conto della impossibilità di produrre alcunché di organico. Ogni materia, ogni argomento rinviando a tutti gli altri e ognuno essendo a sua volta in trasformazione. Tuttavia ci sono punti fermi. È sui punti fermi che il pensiero va organizzato. E l'organicità? L'organicità non esiste. Per ora, almeno. Le stesse grandi opere organiche dei grandi pensatori sono una serie di riflessioni organizzate sulla base dalla ricerca della coerenza interna (da fpg 19.6.90).

 

[scrivere – la realtà non esiste]

Giorni fa una riflessione sul rapporto fra scrittura e realtà descritta. Esistono vari tipi di scrittura. 1. cronaca fedele degli avvenimenti. Lo scrittore scrive quello che ha visto. 1.1 Lo scrittore oltre a quello che ha visto aggiunge testimonianze di altri che hanno visto. O che hanno sentito, eccetera. 2. cronaca ragionata degli avvenimenti. Ciò che ha visto è inquadrato in una struttura logica che tende a ricostruire la realtà. Con l’ausilio di documenti, testimonianze, organizzazione causale dei fatti. 3. lo scrittore cerca il senso di ciò che racconta. Necessario stabilire il livello del senso. Il senso corrisponde all’analisi del processo. Il livello del senso dipende dalla porzione del processo esaminata. Qui nascono le categorie interpretative. Le categorie si riferiscono alla cultura nel cui ambito vengono scelte. Idealismo, materialismo, lomat, ma.dial, eccetera. Oppure teologica, filosofica, epistemologica, religiosa, del costume, eccetera.

La questione riguarda il livello del senso. Il senso di una ricostruzione risponde alla cultura dell’autore. L’autore non può, non è in grado, mai, di superare la propria cultura. Il senso è interpretazione. Riscrivere la storia è anche ricercarne e correggerne il senso alla luce degli avvenimenti successivi al fatto narrato o analizzato.

La ricerca del senso non va confusa quando a livello soggettivo si tenta di capire perché qualcuno ha fatto qualcosa. Il motivo soggettivo dell’agire. Motivo che può non coincidere con il risultato dell’agire che può andare oltre la volontà di colui che agisce. La persona ha fatto questo per questo e il risultato ottenuto è stato quest’altro. L’analisi della volontà soggettiva di un’azione è diversa dalla sua interpretazione. La volontà corrisponde al «ha fatto questo per questo», il risultato fa già parte dell’interpretazione. A meno che non si tratti di un’azione esclusivamente materiale. Volevo attaccare un quadro e ho tirato giù il muro. Il realtà non ho tirato giù il muro, il muro è venuto giù.

Eccetera, eccetera.

Questa riflessione è nata perché riscrivendo una vecchia storia mi sono reso conto che nel riscriverla la alteravo anche profondamente. Io trenta anni fa avevo fatto quelle cose per i motivi che andavo scrivendo? D’altra parte se non l’avessi riscritta come la andavo riscrivendo quella storia si sarebbe ridotta a poche righe. Il colore e il calore che ci mettevo l’alteravano.

Anche le analisi scritte nel racconto, tutto sommato sono fittizie.

Qui il discorso andrebbe approfondito. Riguarda il come ho vissuto la vita. Tutto un grande esperimento. A parte la pulsione sessuale, il resto, il senso, è stata la curiosità del vissuto. A volte la necessità (economica o sociale). Ho vissuto con molta curiosità e poca passione. Con molto impegno e nessun coinvolgimento (da fpg 2 luglio 03).

( 28.11.10)  Discuto con Mc. Oggetto le mie ndc. Si pone la questione della scrittura. Nella narrazione la lingua altera profondamente la realtà. A meno che non si faccia una narrazione il cui obiettivo è di cogliere la differenza fra linguaggio corrente e realtà. Ma allora ne soffre la cronaca.

 

[scrittura e dialettica]

Rileggo il vecchio stile. Periodi brevi. Articolati in concetti. Aderenti al pensiero nel corso del suo sviluppo. Alle contraddizioni e ai paradossi della realtà. Al suo presentarsi sulla scena della cronaca e della storia. Eccetera. Un modo di esporre e di pensare. Più dialettico di qualsiasi altro. Più logico, più stringente. Adatto all'analisi. Più moderno poiché taglia la maggioranza dei raccordi verbali. Concatenazione logica, ma taglio associativo. Si presta particolarmente all'evidenza del paradosso dialettico. Eccetera. Lo stile di cui parlo è il mio. Questa scoperta mi ha reso allegro (sul tema vedi anche “questo sono io e questo è il giornalismo” in NDC83) (da fpg 1.4.95).

 

[la lingua italiana]

Leggendo Ridolfi su Guicciardini. Penso che l'italiano sia una lingua che tenga conto del contesto più delle altre. Qui anche una sua imprecisione. Ma nel medesimo tempo il suo essere melodiosa (da fpg 30 giugno 05).

«Quella lingua si chiama di una patria, la quale convertisce i vocaboli da essa accattati da altri, nell'uso suo, ed è sì potente, che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro; poiché quello che ella tira da altri, lo tira a sé a modo suo» (Machiavelli – Dialogo intorno alla lingua).

Machiavelli qui si riferisce alla lingua italiana quando era una lingua egemone. Oggi la lingua egemone è l’inglese. L’italiano è diventato una lingua debole. Così debole da accogliere passivamente i termini delle altre lingue senza avere più la capacità di tradurli in italiano. Di farli suoi.

Esempio – USA anziché SU (come scelto in queste note),

Quando l’italiano era ancora una lingua egemone, Paris l’abbiamo tradotta in Parigi, New York in Nuova York. Nuova York l’abbiamo persa, è rimasta New York. Come non traduciamo più in italiano i nomi delle città straniere. Eccetera eccetera eccetera.

 

(sul tema vedi anche logica, lingua, scrittura in Rapporto pensiero-realtà”; Note quotidiane -  agosto ‘89; la teoria di Azzolini  sulla cultura orale e la cultura scritta in §FDC)

 

 

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“Scrittura e pensiero linguistico” [§P&S]

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