materialismo&dialettica
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Due posizioni della filosofia moderna

[la linea e il circolo]

(Studio logico-filosofico sull'analogia di Enzo Melandri)

(1) (LCM/14–15 / 1059–1075) – Per Enzo Melandri l'atto di consapevolizzazione va preso come il sintomo di qualcosa. Per EM  consapevolizzazione e presa di coscienza sono considerati sinonimi. Detto questo il qualcosa di cui sono il sintomo è una disfunzione del comportamento pragmatico umano. Io mi accorgo della funzione di un mio arto solo quando questa funzione viene a mancare. Altrimenti non ci faccio caso. Parlo, cammino, mi muovo, appongo il pollice alle altre quattro dita, ingoio, eccetera. Me ne rendo quindi conto solo quando incorro in una patologia della funzione.

Analogicamente il fatto che a un certo punto l'uomo si sia reso conto di pensare è indice di un qualcosa, di una disfunzione. Prima di questa disfunzione pensavo senza rendermene conto.

A questo punto EM pone un secondo problema /17/. La disfunzione in una qualche misura è stata rimossa. Perché? Risponde EM, perché insopportabile. Ma egli non sembra poi dare una qualche indicazione di questa insopportabilità.

Da un lato mette in guardia dal rischio della razionalizzazione (in senso psicanalitico) e pone la questione della necessità di mettere in qualche misura il pensiero al riparo dal pericolo razionalizzante. Dall'altro /21/ sostiene che la dialettica segna il limite dell'analogia e definisce il limite di complementarità di questa con la logica.

Sembra quindi che la dialettica sia la risposta. Infatti /1059–1075/.

In realtà.

(2)  – Commento LCM a partire dal 19° capitolo. Il tentativo di EM è di rileggere il sapere scendendo sul terreno stesso del lomat e delle filosofie non dialettiche. Il loro rapporto con la realtà, con la logica, con la tradizione e la storia. Il sapere di cui si serve sembra essere vasto, erudito, accademico ma anche profondo. La lettura nel suo insieme ostica ma gradevole. E accattivante. Solo c’è da chiedersi, è anche necessaria? A un certo punto, nelle funzioni dell’analogia, affronta la questione delle contraddizioni. Si chiede. Le contraddizioni sono nella realtà o rappresentano una sia pur utile creazione del pensiero umano? Analizza la questione procedendo fra azioni, retroazioni (tipico linguaggio lomat), conflitti, de-sublimazioni, allegorie, simbologie, &c. Pur di giungere alla conclusione che la dialettica materialista (il nostro ma.dial) è la più adeguata per una riposta.

Ora. La questione è questa. L’insieme, la trama della realtà sono dialettici? E cioè formati da salti e negazioni che caratterizzano e ne formano il movimento? Tutto il movimento. Dall’astrofisico al biologico compresi il nucleare e le nanotecnologie? E questo movimento possiamo fissarlo nel concetto di processo? Se sì, allora la dialettica del processo crea le contraddizioni nelle quali ci imbattiamo che sono il motore del processo.

L’altra questione è se il cervello sia in grado di riflettere la realtà, come la riflette e perché è in grado di rifletterla.

Di tutto il sapere che precede il materialismo dialettico c’è da analizzare i precedenti che hanno concorso  alla nascita del materialismo dialettico. Analizzare le parziali scoperte successive alle quali quel sapere è certamente pervenuto, se queste sono riconducibili al materialismo dialettico, e dove non lo sono, perché se ne discostano, dove e perché ne rappresentano il precedente necessario. In altri termini fare con il sapere il lavoro che Marx ha fatto con l’economia. Selezionando e separando il buono, l’utilizzabile, il falso.

E alla fine, una volta compreso come si sia giunti al materialismo dialettico, affrontare la questione del superamento del materialismo dialettico. A sua volta momento del processo generale.

(3) –  Se si vuol risolvere il rapporto cervello-realtà analizzandolo da parte della logica, cioè di quella produzione del cervello che è la logica, si fa solo della speculazione. Il problema concreto è solo uno. Il cervello è in grado di riflettere la realtà?

Anche la differenza fra scienza e filosofia che EM affronta non mi sembra corretta. La filosofia supplisce la scienza dove la scienza non giunge. E anche per la filosofia l’unico riscontro è quello della realtà. Come nel caso della psicanalisi, la realtà immaginata corrisponde a una realtà non verificabile fisicamente ma soddisfacente per la decifrazione di alcuni fenomeni, quelli sì reali e verificabili. Questo è già scientifico e poco speculativo. Anche la teoria mm dei nessi è un’ipotesi che serve a spiegare il fenomeno della riflessione di un aspetto della realtà da parte del cervello. Eccetera.

(4) – Melandri mi affatica, alla lunga mi annoia. Lui stesso a un certo punto si chiede /1042/ se “queste considerazioni paiono perdersi in una gratuita aporetica”. Il suo è un gioco di concetti soprattutto formali. La verità è racchiusa nel pensiero generale degli uomini che l’hanno pensata. Nessuno escluso. Per quanto dialettico e materialista nelle intenzioni il metodo adottato da Melandri è positivista nella pratica. Nel leggerlo si conferma che il gioco dell’intelligenza per l’intelligenza scade nell’intellettualismo. E come questo sondaggio infinito che l’intelligenza umana fa di sé somiglia a qualcuno che sia venuto in possesso di uno strumento di infinita potenza ma non sappia bene cosa farne e come utilizzarlo. E siccome questo strumento eccelle sopratutto nella produzione di congetture, tutta la filosofia moderna si risolve in un labirinto congetturale. La ricerca dell’assoluto è tuttora pura metafisica, il resto è cattiva scienza. EM l’ha studiata, la conosce alla perfezione (così lascia pensare leggendolo), ne gode come di un pane e marmellata imburrato.

Ha il merito tuttavia di porre in evidenza i limiti sincretici del pensiero moderno. Pensiero che fuori dalla grande linea Kant, Hegel, Marx si perde. A volte in considerazioni scientifiche necessarie, a volte in riflessioni acute di filosofi e pensatori come Husserl e Merleau-Ponty, a volte in un pensiero speculativo in grado di riflettere solo l’angoscia del vivere propria della piccola borghesia e dei ceti medi come giudico per esempio il pensiero nicciano molto al di sotto dello stesso Nietzsche. O un filosofo come Deleuze.

(5)  – Anche quando affronta la questione della dialettica nel paragrafo /1061/ al di là dell’analogia EM lo fa attraverso l’uso di un linguaggio sostanzialmente lomat.

Penso che il problema sia più semplice. 1° la realtà fenomenica si realizza attraverso un processo che si articola in una logica? 2° È la logica umana un riflesso della logica del processo dell’universo? Se sì, la dialettica altro non è che la logica stessa del processo universale che caratterizza la realtà. Logica più complessa di quanto si sia ipotizzato fino a Kant. E alla quale Hegel è giunto attraverso una riflessione basata sulla logica formale ma che nei fatti la superava. Il materialismo dialettico l’ha superata definitivamente nel processo del pensiero ma non nel processo della pratica sociale. Eccetera, eccetera.

 

[un articolo sulla filosofia di Franca D'Agostini]

Tale Franca D’Agostini scrive sul Manifesto (di oggi) un articolo sulla filosofia. Noto. 1. Il tema è trattato psicologicamente. La tesi. Siamo malati di hegelismo o di kantismo infermità dalle quali ci possiamo liberare con degli antidoti e contravveleni quali il vaccino illuminista o quello empirista, e via di seguito. Questo perché Nietzsche scrisse che "quando si è stati malati una sola volta di hegelite non se ne guarisce mai del tutto". E bravo Nietzsche! E brava D’Agostini! La quale all’hegelite fa seguire la kantite 

2. Il pensiero, dunque, come malattia. La ragione come infezione. Nella lenta, lunga, secolare emersione, l’individuo si riconosce solo nella propria emotività.

La ragione infatti ha già una portata storica, è il risultato dell’evoluzione, qualcosa che il soggetto rifiuta perché il «processo» evolutivo lo trascende, ed egli, l’individuo, si sente trasceso anche dalla ragione che in una qualche misura gli si contrappone. Così, come la ragione, gli si contrappone la scienza, la necessità (per esempio delle diete, della ginnastica, eccetera) viene vissuta come estranea, nemica, mentre il soggetto si lacera agito dalle correnti contrapposte dell’emotività che è in lui. Che egli più non argina né contiene ma che pur tuttavia avverte come unica forza autentica. Autentica perché spontanea.

Così gli appare.

E la spontaneità è oggi la sua bandiera. Mentre la ragione rappresenta tutto il passato, l’esperienza accumulata nei secoli nel percorso evolutivo, e per questo stesso motivo fuori di lui, mediata e nella mediazione la spontaneità muore. Così come la spontaneità muore nell’esperienza, muore nella corteccia e sembra essere appannaggio solo degli strati inferiori del cervello, sede di istinti e pulsioni.

3. Ecco dove nasce il rifiuto della filosofia e con la filosofia il rifiuto del concetto di oggettività e con il rifiuto del concetto di oggettività il rifiuto del proprio stesso passato, della propria memoria, anche perché la memoria in quanto esperienza consapevole nega la spontaneità .

4. L’individuo emergendo dalla storia si contrappone alla storia che è memoria e analisi della memoria e ricostruzione della memoria. Allo stesso modo che l’uomo emergendo dalla natura le si è contrapposto e l’ha vissuta per secoli come estranea e nemica. Mentre oggi vive come estranea e nemica la propria corteccia impegnata nel tentativo di appropriarsi e sottomettere la natura.

5. Si è perso il senso della filosofia. E della scienza. La filosofia e la scienza oggi vogliono essere, sono concepite come utensili al diretto servizio dell’uomo. Diretto, insisto. Cioè visibile, direi monetizzabile. La scienza con la sua ancella la tecnologia sono lì solo per allungare la vita, e/o rendere la vita più gradevole, più accettabile, più comoda. Una concezione per la quale la filosofia stessa, come la scienza, deve rispondere ai problemi dell’uomo. Strumentale ai bisogni umani e non essa stessa un bisogno.

6. Al contrario la filosofia nasce come bisogno e necessità di indagare il mondo, scoprire il reale, nasce come sapere puro. E la scienza che ne deriva, anche. Se non c’è gratuità, non c’è vera ricerca non c’è pensiero concettuale che regga. Il «ritorno» come si dice in economia, è indiretto. Quanto più l’analisi della realtà sarà fonda  tanto più il bottino sarà, potrà essere ricco.

La filosofia, la scienza e per ultima la teoria marxiana sono lì per capire il reale, decifrare il mondo, esplorare l’universo. Senza porsi la questione se questo servirà mai a qualcosa. Un bisogno che è poi quello di sapere a prescindere se questo faccia o meno comodo alla stessa umanità.

7. La spinta è una visione allargata per una crescita allargata. Una legge questa della crescita allargata che regge l’universo alla pari delle leggi fisiche come la gravità, forse anch’essa una legge fisica. E il pensiero ha seguito questa legge. Non esiste la kantite, esiste Kant, non l’hegelite, ma Hegel, l’illuminismo, il pensiero logico matematico, il pensiero fisico, il pensiero biologico, il pensiero psicanalitico, l’implosione esistenzialista, il pensiero marxista/marxiano in un crescendo allargato di crescita del sapere diretto alla scoperta della realtà. L’unico vero interesse e bisogno umano.

8. Cosa si contrappone a questo? Un pensiero di sussistenza che lontano dal tenere conto dello sviluppo e della crescita allargata si preoccupa del benessere (e sul benessere piagnucola) con la prospettiva di un sapere di sussistenza e di crescita semplice degno di questa imbecillità che sopraffatta dalla forza (e dalla grandezza) del processo che la transizione sta mettendo in essere, se ne sente minacciata e allunga le braccia nel tentativo di tenerla lontana da sé (eccetera).

9. Qui il discorso si allontana dalla filosofia per entrare nell’antropologia del periodo storico. L’uomo medio borghese e pcbg non sopporta di essere agito. Un’altra imbecillità che nasconde tuttavia il movimento più profondo che la provoca. È infatti un aspetto della contraddizione della transizione e sin quando la contraddizione la si mantiene artificialmente separata – incapaci di vederne la soluzione a fine processo – essa, secondo le leggi del lomat, si presenta come antagonista e inconciliabile (da fpg febbraio 01).

 

(Ancora la D’Agostini sempre sul Manifesto) – Esiste un linguaggio accademico e tecnico della filosofia dal quale si comprende come gli addetti agli studi filosofici poco mastichino di filosofia. Un assunto dello statunitense Rorty è che avere idee troppo chiare è fondamentalmente antidemocratico. Sostiene di non capire perché Adorno e Horkheimer temessero i media. I media non costituiscono un reale problema per la democrazia, ha sentenziato. Appunto! (da fpg giugno ‘01).

 

 

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“Due posizioni della filosofia moderna” [§MEL]

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