materialismo&dialettica
Schede tematiche > Cultura e costume
Gli intellettuali

§* Trovo drammatica la condizione intellettuale degli intellettuali. L'incapacità di vedere il fondo dei problemi. Di venire a capo di concetti al fondo semplici. Ma evidentemente non evidenti. Forze cieche del processo storico nel quale si trovano calati.

 

[JJ Rousseau e l'intellettuale piccolo borghese]

Ne le Confessioni a) senso crepuscolare dei rimpianti per le grandi illusioni perdute; b) fascino del primitivo e dell'ingenuo; c) gusto del pittoresco e del «printanier» nelle memorie autobiografiche.

Discorso sull'ineguaglianza → individua nella società la fonte di tutti i mali, particolarmente nell’avvento dell'agricoltura e della proprietà che promossero lo spirito di competizione fra gli uomini e diedero il via al processo di alienazione. JJR separa l'individuo dalla società attribuendo alla società tutti i mali dell'individuo. Il buon selvaggio corrotto dall'avvento della società nata con l'agricoltura.

Nell'Émile detta le norme per una educazione ragionata che tenga conto della natura del bambino e dei suoi stadi di sviluppo. Il bambino va rispettato. Il bambino, un essere debole, incapace, da proteggere, e da educare. Non un adulto con scarsa esperienza come erano stati considerati i bambini fino a quel momento. Bensì in poche parole un essere inferiore.

Ne La nuova Eloisa pone in risalto l'amore e le convenienze, il matrimonio convenzionale contro l'amore, contro i sentimenti e i moti del cuore. Pone i buoni sentimenti e i moti del cuore alla base dell’amore. Promuove la teoria delle anime gemelle. In base alla quale la ragione non può non volere che la felicità degli uomini. Tuttavia si rende necessario riformare le istituzioni. Per rifondare le istituzioni bisogna prima cambiare gli uomini (a proposito di cambiare gli uomini c'è da ricordare che JJR era  un pervicace onanista. E sin qui niente di male a patto di dimenticare il suo altrettanto pervicace moralismo. Con cinque figli affidati al brefotrofio.)

 

I personaggi di JJR sono sempre colmi di buoni sentimenti. È la società che produce i comportamenti aggressivi, e via a non finire.

Secondo l'autore di GIN Paul Johnson, JJR. inventa il culto della natura, il gusto dell'aria aperta,  la ricerca della freschezza e della spontaneità,  sposa il concetto di salute fisica, della pratica di una vita «naturale». Pone al centro della vita naturale l'attività fisica. Lo sport diventa un mezzo necessario alla salute del corpo e dell'anima. Inventa il fine  settimana che consiglia di passare in campagna. Si schiera contro la pratica del pensiero razionale sostenendo che esistono nell'individuo  risorse nascoste e inesplorate che vanno ben oltre la ragione. Pone fra queste l'intuito poetico /GIN 9/.  Inaugura il personaggio dell'intellettuale insolente, orso, trasandato, barbuto, arrogante frequentatore dei salotti bene, prototipo del giovane arrabbiato ricco di autoconsiderazione. Dà il via al piagnisteo romantico dell'autocommiserazione /12/,  scopre il senso di privazione, oppone i sentimenti alle convenzioni, gli impulsi del cuore ai precetti sociali  /20/.   Restituisce una funzione alla fede religiosa /16/.

L'abbigliamento bohémien, inaugurato da JJR, ha poi improntato di sé gli intellettuali romantici. Byron /42/ e Shelley.

Di Shelley, Byron scrisse "senza ombra di dubbio l'uomo migliore e meno egoista che abbia mai conosciuto" ...  "...nessuno che non fosse un bruto al suo confronto".

JJ. Rousseau sintetizza i costumi, gli ideali e le aspirazioni dell'epoca  (Hegel sostiene che con lui il concetto di libertà prese corpo nella storia umana /DOP/).

® In realtà con JJR nasce l'intellettuale piccolo borghese. L'ideologo della egemonia borghese che poggia sulla massa fluttuante, economicamente incerta, e intellettualmente arrogante dei ceti medi.  Nasce l'ipocrisia borghese, particolarmente forte nell'Inghilterra vittoriana, fatta di buoni sentimenti per sé e di sfruttamento delle classi sottostanti.

La grande borghesia non ha intellettuali propri.  Li arruola nei ceti medi, in particolare nella piccola borghesia (pcbg). Costoro si portano dietro l'arroganza, la violenza, la viltà, l'arrivismo, la cattiva coscienza, la malafede, il paternalismo, il patriottismo, la sicumera, l'approssimazione, il sentito dire, l'orecchiato, la superficialità, il gusto per l'eccezionalità, per l'estetismo, per il sentimentalismo, per l'eroismo, per il naturalismo, per la purezza, per la castità, per la libertà genericamente intesa, per il modo forte del sentire, per il sentito, per il soggettivismo, per l'egocentrismo, per l'ostentazione quale che sia, per l'esibizione comunque concepita compresa quella della modestia, del coraggio, del sacrificio, della dedizione, l'ammirazione per lo stupefacente, per il sublime, per l'orrido purché a sua volta grandioso, per la spregiudicatezza, e via continuando.–|

 

[nascita dell'ipocrisia borghese, rapporti di produzione e ruolo degli intellettuali]

La società avanza con tutta la sua carica di violenza. Solo che la maschera nella esatta maniera con la quale i rapporti di produzione capitalisti mascherano lo sfruttamento. Quello che si fa avanti dunque è lo sfruttamento mascherato dai rapporti del libero mercato, dall'ideologia dei buoni sentimenti, dell'amore per il prossimo, della civiltà portata ai popoli e tutto quel che sappiamo. 

Il salto di qualità, che tuttavia c'è, consiste nella maggior produttività, nell'affermazione della legalità, della uguaglianza e della libertà necessarie alla buona organizzazione dei rapporti di produzione, essenziale all'intensificarsi dei livelli produttivi.  Ma siccome il modo di produzione non è in grado di soddisfare le sue promesse, necessarie alla stabilità del sistema, deve trovare la maniera di mascherare i suoi obiettivi reali che conservano alti livelli di violenza e di sopraffazione.  Questo compito è affidato agli intellettuali (vedi @DS).

Gli scienziati rivestono il doppio ruolo di tecnici geniali, essenziali al salto di qualità, e intellettuali organici al mdp di matrice culturale piccolo borghese. La disputa fra le varie scienze è quella di valletti in un cortile che sgomitano per l'onore di servire il piatto più succulento per la piazza d'armi allestita nel salone del castello.

 

[nascita degli intellettuali borghesi]

Mao in Cultura e politica parla della produzione intellettuale e culturale della borghesia come tesa a diffondere il modo di sentire e di pensare borghese.  Fare di questo modo di sentire e di pensare «il modo» per eccellenza, il modo umano per eccellenza.  Secondo la formula, si è umani se si è borghesi  A questo proposito cfr Hauser SSA 3°, 2°cap 100-101.  Per l'intellettuale borghese essere insensibile equivale a essere ottuso.  La sensibilità tuttavia investe pressoché esclusivamente  il campo sentimentale, la facile commozione, i buoni propositi, eccetera.  Anche il concetto di bellezza viene mediato dal sentimento. La bellezza, l'eroismo (fascista), la guerra, la letteratura e la stessa scienza divengono un  modo di sentire.  La razionalità diventa razionalizzazione del sentimento. 

 

[fascismo e intellighenzia occidentale]

Il fascismo come funzione dell'anticomunismo. È lo spavento del comunismo l'esca che accende il fascismo. Forse da qualche parte lo avrò già scritto. Cos'è il comunismo per la borghesia fascista? Un modo alternativo di analisi della realtà sociale che nega il pensiero borghese. Quella parte del pensiero borghese anchilosato in ideologia. Preoccupato di sopravvivere a se stesso. La chiusura verso la dialettica hegeliana dell'intellighenzia occidentale ha le stesse radici. In questo senso si può tranquillamente affermare che la lotta di classe sottenda e guidi le vicende umane. Compresa la produzione della coscienza e del sapere. L'intellettuale occidentale, sostanzialmente neo-kantiano, si mostra così stupidamente ingenuo di fronte alla questione che finisce ogni volta con lo stupirmi. Non se ne salva (non ne salvo) nessuno, scienziato o artista che sia (da fpg 12.2.08).

 

[libertà individuali, collettività e libertà politiche]

Se Rousseau spingeva per la rivoluzione collettiva, Ibsen predicò la rivoluzione individuale.  Il senso e la concezione della libertà che ogni individuo avverte dentro di sé deve passare avanti alle esigenze della collettività.  Dice Ibsen che con questo si erano poste le fondamenta della società permissiva.  La liberazione, scrisse nei suoi appunti, consiste nel garantire agli individui il diritto di vivere liberamente, ciascuno secondo i propri personali bisogni.  Non si stancava di ripetere che le libertà politiche formali non avevano senso se il diritto fondamentale non era garantito dal comportamento effettivo degli altri membri della società /GIN 113/.

 

[intellettuali di genio]

Secondo Johnson gli intellettuali di genio sono figli unici o allevati come tali.  Egoisti, egocentrici, tendenzialmente paranoidi, scrocconi, donnaioli, amorali, eccetera.

 

[intellettuali, massimo di coscienza possibile media e falsa coscienza]

GIN aiuta a comprendere attraverso l'imbecillità ottusa del suo autore, che questa imbecillità è imbecille ma rappresentativa.  É imbecillità diffusa.  Indica il livello del massimo di coscienza possibile media storicamente raggiunto. Il livello di cultura raggiunto in una data epoca storica.  E anche che di questa imbecillità tutto è impastato poiché la coscienza è il prodotto del movimento del massimo di coscienza possibile raggiunta e della falsa coscienza residua.  D'altra parte nel concetto di massimo di coscienza è già racchiuso il concetto di falsa coscienza poiché il massimo è tale rispetto al livello della falsa coscienza esistente e il suo livello si misura sul livello di quella.

Così gli intellettuali di GIN sono mossi dalla → contraddizione tra il massimo di coscienza possibile storicamente raggiunto che esprimono e la falsa coscienza nella quale vivono. 

Le componenti dominanti del gruppo di intellettuali scelti da Johnson sono (1) l'egocentrismo e il senso della propria missione nel mondo, (2) il rapporto con la propria sessualità/affettività e le concezioni della società circostante, (3) il rapporto con il danaro.  Infine (4) il rapporto con la propria produzione (o con la propria missione) alla quale sottomettono ogni altro rapporto.  Johnson legge tutto ciò come prodotto dell'egoismo, ma in questa chiave non riesce a dare conto della bontà della loro produzione intellettuale o della influenza che esercitano sul mondo sia prima che dopo (sia nel momento della contemporaneità sia nel momento della posterità).

Colpisce  da parte di tutti gli intellettuali selezionati da J. il tentativo permanente di sfuggire alle leggi del senso comune.  Nei rapporti sessuali, familiari (con figli e mogli) e sentimentali, pessimi sotto tutti i punti di vista.  Nei rapporti sociali (professionali, mondani e di amicizia).  Ciò che viene loro rimproverato un po' da tutti è il «distacco» giudicato di volta in volta egoismo, cinismo, freddezza, mancanza di sensibilità, opportunismo, e altro.

In realtà essi vivono la contraddizione - di cui sono portatori - fra la loro ideologia pcbg e la loro genialità che tende a rinnegarla nei comportamenti. Genialità uguale a pensiero analitico generalizzante.

 

[intellettuali e analisi materialista dialettica]

Vedi in “Ma.dialAnalisi tradizionale & analisi ma.dial  e successivi.

 

[dell'onestà intellettuale]

I diari di Gide all’epoca della prima guerra mondiale affrontano in controluce il problema della sincerità dello scrittore, il valore della trasparenza dei suoi scritti, in altre parole l’autenticità del suo essere intellettuale. Se un intellettuale non rivela fino in fondo chi è, dove si colloca la sua onestà intellettuale? Ora, l’onestà intellettuale va considerata un valore irrinunciabile per un’intellettuale? Questa onestà ha dei limiti? Il contesto culturale può essere considerato un limite? In quale considerazione va tenuto il fraintendimento?

A volte per comunicare il contenuto di un messaggio è necessario alterarne la forma. A volte la stessa sostanza. Anche lo scrittore più autentico ha di fronte la questione del rapporto fra sé e il proprio pubblico, fra sé e la propria produzione, eccetera. Il tema dell’autenticità è ricco di incognite. La sua complessità tuttavia non toglie valore al fatto che l’autenticità vada almeno perseguita e rimanga uno dei temi centrali e base del concetto di onestà intellettuale (gio,15.03.01).

 

[onestà intellettuale e volontà di potenza]

Nel corso dell'ultima crisi con Fp spunta il tema dell'onestà intellettuale come criterio per dare un nuovo senso al logoro concetto di moralità e quale misura delle persone. Rifletto che se ho avuto una presa nella vita è dipeso da un comportamento intellettuale trasparente.

Base dell'onestà intellettuale è la volontà di capire e di agire conformemente a ciò che si è capito. Motore della disonestà intellettuale è la necessità della affermazione di sé al posto della affermazione del sé. È questa affermazione di sé che si traduce nella volontà di potenza. La volontà di potenza è la forma presa dalla necessità di conservare vecchi rapporti di produzione e dalla lotta sociale per mutarli sia all'interno delle classi, sia nello scontro fra le classi. A livello del soggetto la volontà di potenza è la forma presa dalla patologia del soggetto (l'affermazione di sé). Ciò che accade dunque è che modi di produzione che producono alienazione sono alimentati da alienati. Individui cioè inconsapevoli delle condizioni storiche che creano e contribuiscono a creare (FENN 2°/138) e della stessa funzione che svolgono.

In mancanza di questa consapevolezza e di questa coscienza il motore interno prende la forma della volontà di potenza quale affermazione di sé (il capitalista il cui unico scopo è quello dell'accumulazione di danaro – altrimenti non è vero capitalista /cfr Marx, CAP/ – vive questo scopo, a volte a sua volta inconsapevole, come una febbre di potenza di sé).

Man mano che la consapevolezza della funzione si fa strada e diviene coscienza delle condizioni storiche esistenti, di come vadano mutate e delle azioni da compiersi per mutarle e assecondarle, l'affermazione di sé cede il posto, si trasforma in affermazione per sé, dove, a livello del soggetto, l'affermazione del sé si realizza solo nella creazione delle condizioni che l'individuo crea o contribuisce a creare. Egli interviene sull'oggettività del processo, oggettività che comprende l'universalità (l'altro da sé come oggettività), la particolarità (l'altro da sé come altri) e la soggettività (il sé). Dunque per sé e per gli altri. Questo travaso del sé negli altri è il per sé (da fpg 3.04.94)

 

[gli intellettuali occidentali e la pax americana]

"Essere governato dal più potente e più saggio è condizione di uguaglianza per tutti ... Perché il mondo sia salvato occorre una mano ferma ...  La leadership americana è la garanzia del mondo, la pax americana prologo alla pax umana"  appello firmato da  → Thomas Mann, Lewis Mumford, Reinhold Niebuhr, e altri. Un brivido!

 

[il contrasto fra possibile e reale]

Henri Lefebvre (@QHL) - Critique de la vie quotidienne pag 239  "Il contrasto fra possibile e reale, questo contrasto storico e sociale si trasferisce all'interno degli individui più dotati, diventa conflitto più o meno cosciente fra teoria e pratica, tra sogno e realtà e questo conflitto è causa d'inquietudine e di angoscia, come ogni contraddizione non risolta o che sembri insolubile". → Ciò come conseguenza del fatto che l'intellettuale è a sua volta tagliato fuori dalla vita produttiva e dalla vita politica.  Ha la coscienza di questa alienazione.  Egli «sa», intellettualmente e teoricamente, «ciò che è possibile», ma non sa come possa esserlo concretamente.  Finisce quindi col non saperlo.  Ma sa anche che la vita reale, la realtà effettuale, manca della dimensione del possibile.  Per cui anche la vita reale degli «uomini concreti» è soltanto irreale.  In una società incapace di superare la contraddizione, l'intellettuale l'assume.  Ma la assume come angoscia e malattia, come patologia della propria incapacità, come proprio limite che riflette il limite storico da cui non riesce a uscire.  Di qui il suo velleitarismo, le sue ingenuità, i suoi capricci infantili o i suoi cinismi repellenti.

® L'intellettuale marxista dovrebbe poter superare la contraddizione.  Integrandosi alla classe che «farà» la storia e che ha più acuto delle altre classi il senso del possibile come fatto concreto storico futuro, al quale si comincia a lavorare in concreto nel presente. Attraverso la lotta per l'emancipazione dell'intero genere, l'intellettuale marxista supera il divario, recupera il possibile al concreto, cessa di essere un intellettuale borghese per divenire un intellettuale rivoluzionario. 

Tuttavia per essere un intellettuale marxista non basta fare professione di marxismo.–|

 

[veri comunisti - politici e intellettuali]

Non si entra nell'agone della lotta culturale con lo spirito della sperimentazione. Poiché ciò che si esperimenta è altro. Si sperimenta la lotta di classe. Sperimentare la lotta di classe in un momento di totale riflusso della lotta di classe occidentale? Non basta capire. In questo caso sono necessarie teste come Lenin, Mao, Ho Chi Minh. Uomini e comunisti autentici. Insieme politici e intellettuali. Sintesi concreta di pratica e teoria. Marx - il più forte pensatore del XX secolo - non fu un politico. Indicò e avvertì la necessita della fusione fra teoria e pratica. Ma non riuscì a mettere in pratica la teoria. Era un intellettuale puro. Così Engels. Capirono. Prepararono le condizioni per il futuro. La pratica politica e teorica di Lenin e di Mao fu lucida e efficace. Le previsioni storiche di Marx e di Engels marcano il loro limite pratico. Da intellettuali puri mancò loro il senso del processo storico nel suo farsi - non furono in grado di misurare i tempi del processo che loro stessi avevano individuato. Individuato questo sì con un anticipo sui tempi di almeno un paio di millenni. Una delle ottusità di Marx fu di non aver compreso come, accanto al Cap dovesse scrivere una guida nella quale svelasse la sostanza e l'uso del pensiero dialettico come metodo applicato al processo economico e sociale che lui aveva così profondamente compreso ma non descritto (vai a @MAD). Metodo che si ricava da una analisi dei suoi testi. Analisi che nessuno si è preso la briga di fare. Così quel metodo è rimasto sostanzialmente sconosciuto. La dialettica della natura di Engels non supplisce quella lacuna. E, come comprese Lenin, i marxisti, in mancanza di quel chiarimento, non furono posti in grado di capire la dialettica del marxismo. Cioè il marxismo (da fpg 29.05.96). 

 

[intellettuali marxisti]

Leggo Hobsbawm (DHH), l'economista marxista. Di marxista nelle sue pagine ho letto poco. Piuttosto anglo-psicologista. Esempio. La lotta di classe continua in Urss dopo la rivoluzione perché il regime cerca una legittimazione. In altre parole, un pretesto. Naturalmente se si ammette che la lotta di classe continua in Urss come nella Cina rossa allora è necessario dare un fondamento oggettivo alla politica stalinista e analizzare più da vicino i processi rivoluzionari comunisti.

Hobsbawm pone tra gli obiettivi centrali dello storico la previsione. Penso che la previsione faccia parte degli obiettivi del politico come di tutti coloro che praticano una attività fattuale. Fare significa generalmente prevedere oppure sperimentare. Sperimentare nel senso di rischiare e l'esperimento con rischio calcolato comporta sempre una previsione. L'intelligenza dello storico è quella di capire. Come d'altra parte ogni intellettuale «puro». Poi c'è quella categoria di mutanti creati della pratica marxista della storia che è la fusione del politico con l'intellettuale. Tali sono state le figure centrali dell'espe­rienza comunista.

In realtà Hob. è marxista per il metodo di analisi e per aver assunto certe categorie di Marx. Nella sostanza è uno storico aperto, molto intelligente, colto, raffinato, moderno e innovatore. Soprattutto eclettico. Ma borghese nella pratica, compresa la pratica intellettuale.

La sua presenza pone in evidenza il problema del marxismo oggi.

Il marxismo non è soltanto metodo e analisi della realtà ma è fusione dell'intellettuale con la realtà. È prassi. Non c'è marxismo fuori dalle sei tesi su Feuerbach. E per quanto riguarda gli intellettuali, la seconda, la terza, la ottava e in sintesi l'undicesima. Ora un intellettuale marxista anche se non entra nella pratica rivoluzionaria deve se non altro tener conto che non ci sta entrando. Non può ignorarla metodologicamente. Questa coscienza fornisce una prospettiva del tutto particolare alle sue analisi. Ed è l'essenza della sua metodologia.

Ora questa prospettiva del tutto particolare non esiste in Hobsbawm (da fpg 1.07.97).

 

[intellettuali marxisti statunitensi] 

La Monthly R., gli scritti di  Sveezy, Huberman, eccetera prendono una coloritura estremista per via della  loro ingenuità e della fede, acritica, nella fine dell'imperialismo |MR  maggio '68| e nella presa del potere da parte dei militari negli SU, eccetera.  Tuttavia nel medesimo numero della rivista Jim Mason (pseudonimo  di un professore di Berkeley), mostra di credere profondamente nella lotta  di classe (cfr anche Ash in Marxismo e rivolta nera  di chiara  intonazione marxista).

 

[intellettuali vecchio stampo]

Metto da parte Sartre, parzialmente riletto il suo saggio sulla letteratura. Intelligenza brillante. E anche acuta. Limitata da un idealismo e da un accademismo pronunciati. Il punto di riferimento non è la realtà nel suo insieme ma la realtà delle idee. La realtà sartriana è fatta da ciò che gli uomini hanno pensato della realtà. Quanto poi questo pensiero abbia riflesso la realtà non lo interessa. Non è questo il problema. Il suo. È veramente un intellettuale vecchio stampo.

Detto ciò è anche anni luce davanti agli intellettuali italiani che della realtà hanno un' idea ancora più vaga e fumosa di quella di Sartre. Anche perché la realtà come problema e come questione da analizzare non si pone loro mai. Ma solo quello della verità. Il mondo non essendo un mondo di realtà bensì un mondo di verità (da fpg, 30.7.06).

 

[transizione e coscienza]

Il dibattito culturale anche a livello internazionale è particolarmente attento alla varietà delle culture. Ogni cultura una visione del mondo. Ogni visione del mondo, principi e regole proprie ed esclusive. Che vanno rispettate. Oppure no. Esistono principi come quelli sui diritti umani che sono un patrimonio dell'umanità, come i numeri e la penicillina. Validi per tutte le culture. Conseguenza. Tutte le culture vi si devono conformare. No. Questo è eurocentrico. Si. L'eurocentrismo non conta quando si pone l'umanità al primo posto.

Ciò di cui in realtà si sta dibattendo è la validità del concetto di progresso. O se si vuole, meglio, del concetto di sviluppo. La realtà che conosciamo è realtà in sviluppo. Alla quale ben si attagliano i concetti di riproduzione semplice e riproduzione allargata. E tutto l'armamentario – il patrimonio – del materialismo dialettico.

Il dibattito sotto un certo profilo è irritante. Rivela lo smarrimento di fondo in cui si dibatte la cultura, la riflessione totale, in questo scorcio della transizione. Aderente fastidiosamente ai processi della falsa coscienza. Più che ai tentativi di individuare il percorso della coscienza (da fpg 6.10.06).

(1.8.09) – Leggo Savater. Interessante se non fosse così verboso. Una verbosità che riflette tuttavia la generale arretratezza nella quale attualmente si trova il pensiero intellettuale occidentale. Inutilmente colto e probabilmente innamorato della propria (inutile) cultura. A parte questo alcune acute intuizioni.

 

(vedi anche “Intellettuali italiani” e “A proposito di letteratura”)

 

 

parole chiave di ricerca

[intellettuali [intellettuale marxista [intellettuale e politico [materialismo dialettico [ideologia piccolo borghese [bambino [imbecillità [società, individuo e buon selvaggio [massimo di coscienza possibile media [possibilità e realtà [coscienza e falsa coscienza [cultura [fascismo [marxismo [onestà intellettuale

[Rousseau  [Johnson, Paul [Ibsen [Hobsbawm [Sartre [Lefebvre [Marx [Engels [Lenin [Mao [Gide

 

“Gli intellettuali” [§INT]

Torna su

Menu