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Coscienza come fine

(► continua da @CSCZ)

 

§* Lo sviluppo della coscienza umana è il fine di ogni altro sviluppo.

§* La presa di coscienza e la capacità di elaborare piani finalizzati sono il segno a livello individuale di ciò che sta accadendo nella società e l’inizio della riappropriazione dell’uomo di se stesso e della società in cui vive. 

 

[4PP e la vita]

La vita non ha altro senso che quello che ha. Il fine del fine è il fine. Difficile trovare un'altra verità. In realtà ciò a cui non ci si rassegna è a essere semplicemente degli esseri umani. Non basta. Quella della vita è una vicenda ancora troppo misteriosa per essere accettata tranquillamente. Siamo stravolti dal terrore di essere un numero senza capire che per ognuno di noi questo numero è tutto. Un puro assoluto. Difficile entrare nel rapporto fra assoluto e relativo. Capire come ogni relativo contenga in sé un assoluto. Amen (da fpg 15.04.97).

 

[la difficile consapevolezza di essere umani]

Difficile per l’umanità accettare la casualità della propria esistenza. La Ragione può molto, ma il suo esplorare ha il risultato di raggiungere la propria negazione. La ragione non sa darsi una ragione del proprio essere. L’avventura umana, una volta esplorata, risulta caratterizzata dalla precarietà. Precaria non è soltanto l’umanità, ma la Terra, il sistema solare, il Sole. Tutto si presenta come destinato a finire. Finire ma con quale fine? Questa impossibilità di decifrare il fine di ogni fine si pone alla base della pura angoscia.

C’è qualcosa di profondamente ingannevole nella cultura umana se non riesce a decifrare il senso della propria esistenza e, non decifrandola, ad accettarla per quella che è.

Appunto. Cosa è? È il nulla essente. Qui la dialettica dell’essere e del nulla può dare una mano. Nel senso che il nulla non sarebbe se non ci fosse un qualcosa. Ma tutto ciò proviene da una logica che si è venuta formando sul 4PP dell’umanità. Una logica che non buca il senso dell’umano, né lo sorpassa.

Proviamo in altro modo. L’umanità sarebbe disposta a rinunciare alla propria esistenza? Di fronte al nulla provocato dalla scomparsa della vita, il qualcosa che noi cerchiamo lo troviamo nell’esistenza. Nella vita. Il senso del nulla è il qualcosa. Nell’esistenza il senso del qualcosa è la vita. La massima espressione della vita è la vita umana. La vita umana come genere. La vita del genere umano.

Questo il senso della vita. Questo il fine della vita. Il fine della vita è la vita.

E qui sta la difficoltà.

La vita è quanto di più alto. Più alto di che? Di quanto conosciamo. Se la vita è il meglio dell’esistenza che senso avrebbe rinunciarvi? Non a caso la vita è un qualcosa che non siamo disposti a perdere. Non a caso consideriamo la sua perdita come la maggiore delle sciagure. E, per un passaggio analogico, consideriamo una perdita tutte le volte che perdiamo ciò che la rende gradevole. Ora sempre più spesso la gradevolezza della vita non coincide con la sua conservazione né con la sua espansione, né con la sua riproduzione allargata.

Al contrario è sul senso e sul significato da dare alla riproduzione allargata della vita che poggia la ricerca stessa e l’approfondimento del senso della vita.

Ora tutto questo è tanto semplice quanto complesso da approfondire, da capire. Anche perché il 4PP dell’umanità ha uno sviluppo determinato. Sviluppo che è dialettico, contraddittorio, disuguale. Eccezionalmente affascinante ma anche lontano da un apprendimento appena all’inizio.

L’uomo non riesce ancora ad amarsi per quello che è. Lotta senza sosta per la propria sopravvivenza ma ha un concetto estremamente elementare della sopravvivenza. E non comprendendone il senso, lo cerca altrove. Per esempio nella gradevolezza, nel piacere, nell’eccesso (falsa coscienza laica) oppure nella religiosità, nell’ideologia, nel mito, nel rito, nel magico (falsa coscienza ideologico - religiosa).

Ora il senso della sopravvivenza umana è nell’umana sopravvivenza. Difficile da afferrare. Si presenta come una tautologia ma non lo è. È come se l’autocoscienza del genere fosse appena appena al sua primo formarsi, un barlume, un inizio, un cominciamento oltre il quale non ci è dato sapere cosa potremmo trovare. È questo solo uno dei momenti del concetto di vita. Il senso compiuto della vita è nel suo fine. Questo fine si presenta lontano. Lo scopo dell’umanità è nel perseguirlo. Il fine del fine è sì il fine, ma non è la fine. Il fine della vita non coincide con la fine della vita. Coincide con la sua riproduzione allargata nella quale se è dato individuare un fine non è dato ipotizzarne la fine.

 

[dall’incertezza alla certezza dell’esserci, all’autocoscienza]

De Martino sostiene che nei popoli primitivi la certezza dell'esserci è labile, allo stato fluido e non ha preso ancora corpo. Di qui una serie di pratiche e cerimoniali magici volti a contenere l'angoscia provocata dalla labilità dell'esserci e nello stabilire quel rapporto con la realtà che un io collettivo precario rende incerta.

Il concetto dell'io collettivo precario, è mio. Penso anche che la certezza dell'esserci sia uno dei momenti del processo che porta alla certezza del sé e all'autocoscienza. Mi tenta paragonare la formazione dell'io nell'uomo alla formazione della materia nella fisica dell'universo. Dallo stato quantico delle particelle allo stato solido dei pianeti e dei metalli.

Acuta l'intuizione di De Martino della fluidità della certezza dell'esserci nelle culture primitive e della differenza con la nostra in cui la certezza delle esserci è solidamente impiantata e talmente scontata da non meritare nemmeno una riflessione.

C'è da aggiungere che le culture occidentali hanno raggiunto la certezza dell'esserci e che questa certezza si combina con la certezza del sé. Tuttavia mentre la certezza dell'esserci è consolidata e profondamente radicata nell'inconscio collettivo, la certezza del sé è in corso di formazione, formazione che prende la forma di una crisi. Giusto, la consapevolezza del sé nasce dalla crisi del sé. Il sé vive la propria nascita come una crisi. D'altra parte ogni presa di coscienza nasce da una crisi e si identifica con la crisi che la sta facendo nascere (vedi @PERS-EQ).

Altro passaggio da analizzare è quello che porta dalla certezza del sé alla formazione dell'autocoscienza. Qui siamo lontani dalla crisi. Nel senso che non ce n'è la vista. L'autocoscienza al momento fa la sua apparizione qua e là in maniera sporadica. A macchie di leopardo. Lontana dal generalizzarsi e da quel processo di produzione allargata che la porterà a divenire un equivalente generale.

La certezza dell'esserci ha invece raggiunto lo stadio di equivalente generale, la certezza del sé è in via di formazione. Forse allo stadio di totalità. L'autocoscienza è in via di gestazione (da fpg 25.2.06).

 

[essere e esistere]

Differenza fra essere e esistere. L'esistere uguale fisicità dell’essere. La produzione allargata della fisicità riguarda la forma biologica dell’essere. È il presupposto necessario dell’essere ma non è ancora l’essere. Riguarda  l’aspetto biologico, l’aspetto organizzativo e sociale, la conoscenza diretta alla produzione qualitativa della fisicità. Non riguarda la coscienza. Si ferma alla percezione.

L'essere uguale alla coscienza. La riproduzione allargata passa dalla fisicità alla coscienza. È riproduzione allargata della coscienza. La forma della coscienza comporta la coscienza della coscienza. Senza questa coscienza, la coscienza fa ancora parte della fisicità. È coscienza della fisicità. È solo consapevolezza.

Dal punto di vista della filogenesi la coscienza della coscienza è appena all’inizio. Data da Kant, Hegel, Marx. I salti di qualità vanno dall’idealismo, al positivismo, alla dialettica materialista. La dialettica materialista (ma.dial) supera la contraddizione fra idealismo e positivismo.

Rimane da approfondire il concetto di coscienza in Hegel. Analizzare il passaggio dalla coscienza della fisicità alla coscienza della coscienza.

H. coglie questo passaggio? E se lo coglie, come? Stessa analisi in Marx ed Engels. Lo colgono fino a che punto? Freud, Havemann, Sève, Vygotskij rappresentano il passaggio alla coscienza della coscienza. Paragone fra Vygotskij e Piaget. Piaget come punta avanzata della coscienza allargata della fisicità. Vygotskij come salto di qualità alla coscienza della coscienza.

Il fine del fine è il fine =  la coscienza della coscienza è la coscienza. Il fine del fine è la coscienza, la coscienza della coscienza è il fine della coscienza (da fpg 19.10.02).

 

[il fine del fine è il fine]

Il fine del fine è il fine è tautologico? No, perché il concetto di «fine» racchiude in sé il concetto di movimento. Conseguenza è che il fine del fine è il fine è già in sé un concetto dinamico formato da tre concetti dinamici. Il primo fine, il secondo fine, il terzo fine. Il terzo fine racchiude il dinamismo degli altri due. Il suo dinamismo è due volte superiore agli altri due. Nello stesso tempo coincidendo con il proprio inizio (il primo fine) dà il via a un processo all'infinito. Che è poi l'unico vero infinito che ci è noto, non avendo in sé limiti né alla partenza né all'arrivo (da fpg 4.11.01).

 

[il fine e i mezzi]

[R.  Il giudizio deve essere centrato sul come si fa, più che sul cosa si fa. Fondamentale tuttavia è il fine, l’obiettivo. Il perché. O anche il «dominio», cioè il contesto. L’obiettivo è uguale al fine? Il fine non può giustificare i mezzi. Una ragione è che la maggior parte delle volte il fine è inventato per giustificare i mezzi, per cui il vero fine sono i mezzi. Così un concetto corretto, il fine, viene svuotato dall’uso che se ne fa. L’analisi va quindi portata sul rapporto fra fine e mezzi. Se i mezzi siano adeguati al fine. O se l’uso dei mezzi, il come, non alteri il fine, l’obiettivo (da fpg 19.5.03).

 

[felicità]

Riporto una annotazione mm direttamente da AVA. Il concetto di felicità nasce da una concezione negativa della vita, «valle di lacrime». Il concetto di felicità va sostituito con quello di lotta per la realizzazione di finalità oggettive, proprie del livello di coscienza raggiunto. Fra le finalità da raggiungere c'è il livello della coscienza.

Fine della trascrizione. È quanto vado annotando negli ultimi tempi. L'uomo non accetta la sua finitezza. Tenta di limitare le tensioni che gli derivano dalla lotta contro la natura esterna e interna. E dalla necessità. La necessità di vivere. Che diventa necessità di produrre. Che diventa necessità di sapere. Che diventa necessità di capire. Che diventa necessità di formarsi una coscienza. Che diventa necessità di tendere al livello della massima coscienza possibile raggiungibile (da fpg 22.07.05).

 

[realtà vita coscienza e lotta] (vedi FPG90)

 

NOTA FINALE

Il talento è quella capacità intuitiva del saper fare senza avere coscienza di ciò che si fa.  Senza sapere cosa e perché si fa.  La razionalità, contrapposta al talento, è la consapevolezza di ciò che si fa, è cultura.  Di conseguenza è trasmissibile perché analitica (cfr H. in FENN 1°/44).  La ragione è la conoscenza della cosa.  È l’indicazione di contenuto, non l’indicazione del contenuto.  È la consapevolezza più la coscienza della cosa.  Di conseguenza analizzabile e trasmissibile.

 

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[De Martino

 

“Coscienza come fine” [@CSZF]

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