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Il paradigma perduto, di Edgar Morin

Si può separare lo sviluppo biologico, da quello fisico, da quello storico, da quello ecologico, da quello antropologico, da quello psicanalitico, da quello economico, da quello sociologico? In altri termini è corretto affrontare i problemi dell’uomo dividendo in compartimenti stagni i risultati delle analisi condotte nei vari campi? E lasciando che le conclusioni di ogni settore smentiscano ed entrino in conflitto con quelle di tutti gli altri? Oppure è necessario considerare i risultati delle singole discipline, delle singole filosofie, dei singoli autori, fonderli e tentare di cavarne una visione di insieme che dia conto e utilizzi quanto di meglio sia stato scoperto – si sia raggiunto – nei singoli settori nei quali è suddiviso lo scibile umano?

È quanto tenta di fare Edgar Morin, sociologo e direttore di ricerca al Consiglio nazionale della ricerca scientifica di Parigi. La sociologia deve ampliare i suoi orizzonti e la sua ricerca. L’antropologia non può continuare a chiudersi nella visione di un uomo completamente distinto dagli animali poiché la biologia e l’etologia mostrano come l’uomo conservi ancora molte caratteristiche (compresa l’organizzazione sociale) ereditate dal mondo animale. L’uomo culturale non può continuare a essere opposto all’uomo naturale poiché fra natura e cultura c’è una continuità. Non solo la cultura nasce dalla natura ma ne viene costantemente modificata e la modifica. L’ecologia è una scienza naturale fondata sulla nozione di Natura. Essa concepisce la comunità degli esseri viventi (biocenosi) in uno spazio o "nicchia" geo-fisica (biotopo) che dà luogo insieme a questo a un’unità globale o ecosistemi. La scienza e la tecnica non possono essere opposte al mito, al rito e alla magia, non solo perché a loro volta ne derivano ma perché riti e miti non sono estranei, come vorremmo, al sapere tecnico e scientifico. Esistono rituali tecnici e miti scientifici. È ugualmente errato opporre la ragione alla follia poiché i progressi dell’homo sapiens sono largamente dovuti all’homo demens che alberga in ogni civiltà, in ogni cultura, in ogni società e in ogni individuo.

® Vero. Esiste una continuità fra natura e uomo. L’uomo fa parte della natura. Acuta la riflessione su scienza e mito. Il mito è stato scienza e la scienza ha i suoi miti.

Allora tutto uguale? Non ci sono differenze? Le differenze ci sono. Sono nello sviluppo del processo. Processo che lo stesso Morin individua. Lo sviluppo del processo ci dice che nel suo corso compare la ragione. La corteccia si sviluppa a sua volta. Sviluppandosi, la ragione contrasta il mito. Dà l’avvio alla coscienza. Nel corso dell’evoluzione il rapporto uomo-natura, mito-scienza, storia-geografia &c, si altera. Spesso si rovescia.–|

 

Nella realtà Morin individua la complessità. Ed è dalla complessità della realtà che a suo avviso si deve partire e nella quale dobbiamo immergerci. «Così la "rivoluzione biologica" è appena abbozzata». I vecchi paradigmi «sono in frantumi, il nuovo non ha ancora preso forma». La nozione di vita è «definitivamente modificata». Legata come è «implicitamente o esplicitamente, alle idee di autorganizzazione e di complessità».

Ed è sull’autorganizzazione e sulla complessità che si svolge la ricerca di Morin.

Autorganizzazione spontanea dal momento che «a dispetto e attraverso il caso e l’incertezza», un «ciclo gigantesco» parte dall’energia solare per giungere, attraverso una serie complessa di contraddizioni, all’uomo. In una totalità completamente autorganizzata.

All’interno di questo processo nel 1945 Schödinger scopre che l’uomo non si nutre solo di energia (solare) bensì anche di entropia negativa. Cioè «di organizzazione complessa e di informazione» nella quale l’ecosistema funge sia da coorganizzatore sia da coprogrammatore del sistema vivente che vi si trova integrato.

Più un sistema vivente è autonomo più risulta dipendente nei confronti dell’ecosistema. Non a caso «l’autonomia presuppone la complessità, la quale a sua volta presuppone una grande ricchezza di rapporti di ogni genere con l’ambiente». Cioè dipende «da interrelazioni che costituiscono ... dipendenze che sono le condizioni di una relativa indipendenza».

Più è grande la complessità dell’ordine ecosistemico, più questo è capace di «nutrire la società di oggetti e prodotti di un’estrema ricchezza e varietà, più esso è idoneo a nutrire la ricchezza e la varietà dell’ordine sociale, cioè la sua complessità».

L’«individualità umana, ultimo fiore di questa complessità, è essa stessa quanto di più autonomo e di più dipendente vi sia in rapporto alla società». Ma questo uomo non si è fatto da solo e non è stato lui a creare la tecnica, il linguaggio, la società, la cultura. «Laddove si vedeva l’homo sapiens liberarsi con un balzo maestoso dalla natura e produrre con la sua bella intelligenza, la tecnica, il linguaggio, la società, la cultura si vede al contrario la natura, la società, l’intelligenza, la tecnica, il linguaggio, la cultura, coprodurre l’homo sapiens nel corso di un processo di molti milioni di anni».

 

Partito da queste premesse, Morin, delinea un quadro dell’intero processo umano.

In primo luogo c’è il processo di ominidizzazione al quale contribuisce in maniera decisiva  la posizione eretta che libera la mano, la mano libera la mascella, la verticalizzazione e la liberazione della mascella liberano la scatola cranica che liberata può fare posto ad altre funzioni come quella del linguaggio.

Ma già questo primo processo di ominidizzazione non si può concepire soltanto come un’evoluzione biologica o soltanto come un’evoluzione socioculturale, «ma come una morfogenesi complessa e a molte dimensioni risultante da interferenze genetiche, ecologiche, cerebrali, sociali e culturali».

Importante il passaggio dalla foresta alla savana (con il ritorno alla foresta in altre condizioni). È  nella savana che l’ominide diviene cacciatore ed è lì «il divenire uomo del cacciatore» e non il «divenire cacciatore dell’uomo». Ed è nella paleo, società degli ominidi, che si crea il paleo linguaggio, insieme a tutte quelle complesse premesse che porteranno alla proto società di sapiens. È nella società ominide che si forma la cultura (paleo cultura) e quello sviluppo progressivo della corteccia dal quale emergerà l’«attitudine innata ad acquisire e il dispositivo culturale di integrazione dell’acquisito. Più ancora. È l’attitudine naturale alla cultura e l’attitudine culturale a sviluppare la natura umana».

 © Toglierei i termini innato e  naturale. E scriverei → è dallo sviluppo progressivo della corteccia che emerge e si fissa l’attitudine ad acquisire e il dispositivo culturale di integrazione dell’acquisito. È l’attitudine alla cultura a sviluppare la natura umana. ® L’attitudine nasce da quel meccanismo complesso del processo in generale, che trasforma un mutamento casuale in una struttura stabile.–|

Per conservarsi e, in seguito, per svilupparsi la società ominide avrà bisogno – almeno a partire dall’homo erectus – di un insieme di informazioni strutturate secondo regole. Informazioni e regole non geneticamente innate, ma che devono essere trasmesse e apprese «per essere in grado di autoperpetuarsi e perpetuare l’alta complessità sociale». In questo giuoco il processo deve registrare non solo «ciò che appare», ma «anche ciò che sparisce» in un continuum permanente di morti e di nascite (di speci, strutture biologiche, sistemi simbolici e via discorrendo), il cui succedersi va nella direzione di uno sviluppo autorganizzato. Ed è così che a questo stadio si può dire nasca la cultura.

Ciò non significa che la cultura rimpiazzi il codice genetico, scrive Morin. Al contrario, il codice genetico dell’ominide sviluppato e soprattutto di sapiens produce un cervello le cui possibilità organizzatrici risultano sempre più atte alla cultura, cioè all’alta complessità sociale. Ed è questo cervello a produrre «strutture innate che rimpiazzano i programmi stereotipati o istinti» del mondo più propriamente animale. Strutture «ormai impresse nell’eredità genetica, mentre ne vengono sottratti o respinti un gran numero di comportamenti stereotipati». [In tal proposito si veda anche Geertz].

In sintesi ciò che si elabora nel corso del periodo di ominidizzazione è  il ruolo della cultura, ruolo capitale «per la continuazione della evoluzione biologica» fino a sapiens. Come si vede, nella sintesi di Morin, processo biologico, processo culturale e processo sociale sono strettamente intrecciati e la fine dell’ominidizzazione non è altro che il principio della proto società.

Prototipo della proto società è l’uomo di Neanderthal, sapiens. E quando  appare egli è già socius, faber, loquens.

Ciò che distingue sapiens è la scoperta della morte e della pittura. Con la morte nasce l’autocoscienza e con la pittura l’immaginazione e la fantasia. Dalla morte – come sepoltura – e dalla fantasia – come graffiti – nasceranno i riti, i miti, la magia, la religione, l’attitudine spirituale, la coscienza dell’errore, l’oggettività, la soggettività, il reale, l’immaginario, l’attitudine al piacere, all’ebbrezza, all’estasi, alla rabbia, al furore, all’odio. La demenza. La «confusione che fa considerare l’immaginario come realtà, il soggettivo come oggettivo» e che può condurre alla «razionalizzazione delirante».

® Si affida alla scoperta della morte una funzione molto larga. Troppo. Mi sembra più attendibile l’ipotesi di Bataille ( in proposito più vicino a Hegel e a Marx) che la coscienza e il senso dell’oggettività nascono con il lavoro. E che con il lavoro nasce anche la consapevolezza della morte. Anche il linguaggio nasce con il lavoro. Di conseguenza il lavoro al posto della morte. Il faber prima del socius e del loquens. –|

 

La soglia della società storica è vicina. La nascita della coscienza è posta. La riflessione filosofica prima e scientifica dopo sono in essere.

Da qui può ripartire la storia del controllo sociale poiché la scoperta del «potere dì invasione totale della sessualità nei confronti di tutte le attività mentali, fino al sogno e alla creazione intellettuale, deviandole, trasformandole, mutandone la natura». È la grande scoperta di Freud.  Alla quale va aggiunta la riflessione, per converso, della «controinvasione della corteccia superiore nei confronti del sesso, che gli fa subire le sue costrizioni, le sue eccitazioni, le sue inibizioni». Le nostre attività biologiche più elementari, dal sesso alla morte, sono in realtà «strettamente legate a norme, divieti, valori, simboli, miti. riti, cioè a quanto vi è di più specificamente culturale». Come, anche, la nascita della trasgressione, del senso del peccato, della sessualità (Foucault), dell’erotismo (Bataille), eccetera.

Allora, se è vero, come vuole Morin, che al codice genetico si è aggiunto (aggiunto e non sostituito) un codice culturale, è comprensibile come, «al controllo biologico che regolava i periodi del desiderio e alla libera concorrenza biologica che dava le donne ai capi, si sostituisca la regolamentazione sociologica che seleziona i desideri in leciti e illeciti e distribuisce le donne secondo principi indipendenti dagli individui».

Esempio principe della regolamentazione sociologica e della interconnessione (si potrebbe anche usare il concetto di rapporto dialettico) tra processo sociologico e processo biologico, è l’esogamia. «L’esogamia coinvolge una modificazione di portata considerevole nel divenire biologico dell’umanità».

Per cominciare le regole del matrimonio estendono a tutti gli uomini il diritto di fecondare (contrariamente a quanto accade a molti maschi tra i primati) favorendo così un «miscuglio genetico che accresce la differenziazione dei genotipi individuali». Ampliando il miscuglio genetico, l’esogamia determina un accrescimento delle differenze fra individuo e individuo. Nello stesso tempo frena la cladogenesi di gruppo spostando il processo evolutivo dal biologico al sociale e innescando, da questo momento ideale in poi, la reciproca influenza fra le due sfere che cominceranno a influenzarsi reciprocamente.

Sostiene Morin che l’esogamia e il tabù dell’incesto – attraverso un complesso meccanismo biologico e sociale – favoriscono la differenziazione delle razze ma impediscono all’umanità di generare nuove specie umane così come è avvenuto nel regno animale sino a quel momento. «Attraverso e malgrado le differenze razziali e etniche, la specie umana, sparsa sull’immenso pianeta, ha mantenuto la sua unità grazie alla protosocietà», cioè grazie alla regola dell’esogamia.

La società «interviene sempre più nel processo di riproduzione biologica, che non si effettua più a caso o secondo gli stretti rapporti di dominazione individuali, ma subisce sia nuovi limiti sia nuovi impulsi sociali che contribuiscono allo sviluppo dell’individualità». Sviluppo che, a nostro avviso, ha preso una forte accelerazione dal  XVI secolo a oggi. Ed è nel pieno della sua espansione.

E sin qui è quanto ci interessa del sociologo parigino. Il quale ha una sua visione particolare del rapporto maschio - femmina e della prevalenza (o dominazione) maschile sull’altro sesso. Ugualmente egli vede le paleo società ominidi fortemente strutturate in senso gerarchico.

 

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(da fpg 8.10.95)  – Ieri ho finito di leggere Morin. Tesi interessante che fonde in un unico processo analitico di ominazione la crescita biologica, l'ecosistema, l'aspetto culturale e l'aspetto sociale (la paleo - società, la proto - società, le società storiche e la società attuale). Fonde anche - non so con quanta consapevolezza - il metodo positivista e quello dialettico. In realtà spezza ogni schema logico e tradizionale. Ricompone tutto in una serie di scoperte (biologiche, fisiche, matematiche, filosofiche, antropologiche, e altro) senza tener conto del campo nel quale sono sorte. Al centro della crescita umana pone il cervello e con il cervello la nascita della coscienza. Con la coscienza nasce anche la demenza. Homo sapiens convive con homo demens. Eccetera.

Avverto nell'analisi l'assenza della dialettica. Morin l'assume largamente ma non quale schema metodologico di riferimento. Giudica Hegel troppo semplice e razionale. Posso capire  il razionale. Avrei da ridire sulla semplicità dell'impianto. Marx da quell'impianto ha cavato fuori un'analisi estremamente complessa. E nella formazione dell'equivalente generale accennata nel Capitale colgo una teoria della formazione del processo (di tutti i processi) più soddisfacente di quella abbozzata da Morin. Il concetto hegeliano di «superato per rimanere» avrebbe avvantaggiato la sua ricostruzione del processo di ominizzazione. Avverto anche la mancanza di un autore come Vygotskij. (La mia idea di rivedere Hegel alla luce delle scoperte di Vygotskij non era del tutto folle).

 

 

parole chiave di ricerca

[sociologia [antropologia [biologia [logica del vivente [mito [realtà [produzione della materia e organizzazione [processo umano [cultura [homo sapiens [morte [esogamia [società

[Morin [Schödinger [Bataille

 

“Il paradigma perduto”, di Edgar Morin [§MOR]

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