materialismo&dialettica
Schede tematiche e riflessioni > Arte e narrativa
A proposito di letteratura

(vista da un materialista dialettico)

 

(da fpg 21.10.99)

& – È un momento in cui non ho voglia di seguire la politica, di occuparmi di economia e, in generale, di teoria. La questione della letteratura mi sta occupando. E vorrei anche affrontare il rapporto con la scrittura. Io, che dovrei essere un uomo di lettere, ho avuto da sempre una pratica conflittuale con i miei scritti. Sto cominciando a capire meglio il perché. Questo perché è legato alla questione letteraria.

& – Una fantasia letteraria è che questo ritorno alla letteratura – per momentaneo che sia – equivalga al ritorno verso il sentimento religioso che di solito si ha in prossimità della morte. Una vera conversione. La mia religiosità, il mio mistero tuttavia si limita alla letteratura. Il piacere di leggere che sovrasta improvvisamente il piacere di apprendere. L'apprendimento c'è sempre, ma in seconda fila, mentre lo scrivere per scrivere e il leggere per leggere prendono il sopravvento. Amen. Qui amen è proprio indicato.

& – Cos'è un testo brillante? Un testo pieno di trovate filosofiche e linguistiche.

& – Il rilegatore di via Brunetti e il rilegatore di via Flaminia  Quello di via Brunetti vuole 50 mila lire e 10 giorni per la consegna. Quello di via Flaminia vuole 25 mila lire e chiede 8 giorni per la consegna ...

 

[un discorso letterario]

(da fpg 1.02.99)Scoprire l'ingenuità del mondo è ingenuo. Come scoprire il basso livello della sua falsa coscienza. Non è ingenuo partire da quel basso livello per confrontarlo con il livello superiore. Insomma da un lato il mondo come dovrebbe essere, dall'altro il mondo come è. È la differenza che fa drammatico il discorso, o ironico, o tragico. È la contraddizione fra l'essere e l'essenza che crea la tensione letteraria (anche in un'opera di analisi scientifica). Quello che conta, ciò che deve porsi al centro del discorso è la condizione umana. L'oggettività assoluta smorza questa tensione. Sciogliersi dentro l'umano, lo abolisce. Rende opaco il discorso, smorza gli interessi, nasconde le differenze, ignora lo scambio.

Qui sarebbe, anche, necessario capire dove si colloca l'autocoscienza. Cosa è un'autocoscienza, il suo rapporto con il mondo.

 

[letteratura 2]

(da fpg 6.10.99) – Comunque la buona letteratura, la buona scrittura si caratterizza per il suoi pensieri alti. Ora. Quali sono questi pensieri alti? I misteri della vita, più che la vita. Le angosce primordiali, più che lo sviluppo umano. L’uomo con le cose più grandi di lui, più che la lotta per l’autocoscienza. I suoi vizi, più che le sue virtù. Il suo grandioso, più che la lotta quotidiana. L’impossibile invece che il possibile. Eccetera. Senza considerare che misteri, angosce, vizi, l’impossibile, eccetera sono visti, affrontati e descritti secondo un armamentario soprattutto fantasmatico. La tragedia e il dramma si rifanno soprattutto ai miti, alla tragedia e al dramma greco. Corretti qua e là dal fantastico medievale, compreso quello annidato nel Quattrocento almeno fino al Seicento. La ragione vi compare poco. Difficilmente è di scena se non come ragionamento e dibattito e riflessioni un po’ noiose dei personaggi. Allora. Una critica della buona letteratura che non sia rivolta come quella surrealista di Breton, e/o distruzione dei miti del passato con sostituzione con i miti del presente. Ciò che rimane. È di legare la letteratura ai periodi storici e agli stadi dello sviluppo economico e sociale. Analizzarne e comprenderne la funzione. Legarla alla storia evolutiva dell’uomo di cui fa certamente parte. Toglierla dall’assoluto dove la si vuole per forza cacciare.

& – Eliminare l’assoluto fra i valori umani. Ma non a favore del relativo. Al loro posto c’è la ragione hegeliana. La ragione e le ragioni del processo.

 

[letteratura 3]

(da fpg 7.10.99) – Leggo Gide. Il libro terzo del Diario. Siamo nel 1934. Nato nel 1869 Gide aveva 65 anni. Ho ripreso in mano il «diario» con interesse. Gide è scrittore acuto e penetrante. Ricordo – e rileggerò – lo scritto su Narciso. A differenza dei primi volumi questo terzo è ricco di riflessioni. La cronaca accademico letteraria si attenua, quasi scompare a favore della cronaca intellettuale condotta principalmente sul filo di considerazioni generali.  

Il 4 agosto, per esempio, una descrizione, magistrale nella sua semplicità, della alienazione e del rapporto fra lavoro e il suo proprietario. La felicità dell’uomo è nella gioia del lavoro, scrive. G. L’uomo, in altri termini si realizza nel lavoro. Ora, chi si appropria di questo lavoro? Se è l’uomo medesimo che lo svolge, allora è una gioia e la fatica si dilegua, non pesa. Se i frutti di questo lavoro vanno a un terzo, cioè un terzo è proprietario del lavoro, subentra il rifiuto. "La maledizione non è nella fatica, ma nell’annullamento di questa fatica", scrive Gide. Poiché al terzo interessa solo il rendimento del lavoro.

Alcuni giudizi sono discutibili. Comunque sempre bene espressi. Ci sono anche ingenuità (cfr pag. 424). Quando analizza il pensiero delle classi dominanti, si chiede da dove provenga e si risponde che proviene dalle condizioni materiali della loro vita ("dal fatto che questo sistema torna a loro vantaggio"). Non è una grande scoperta. Forse ci si sarebbe attesa una profondità maggiore. Ma era il 1934. E forse per l’epoca era già abbastanza. Oppure no, considerato che era anche un momento di marxismo dilagante, già reso ideologico, eccetera. Che Gide ignora del tutto.

& – La lettura conferma anche le riflessioni sulla letteratura [letteratura 2] di gio, 7. La letteratura corre sul filo dei pensieri alti, di osservazioni sulla psicologia e i sentimenti di cui è percorsa una società, di audaci esplorazioni della morte, dell’angoscia, del dolore. A pag. 426 una velata polemica sugli indigenti, la miseria. Perché l’uomo mi interessi non è necessario che sia miserabile, afferma G. Ancora. "Ah, se, cessando di soffrire, sapessero diventare uomini. Ahimè quanti fra loro devono la loro dignità, i loro diritti alla nostra simpatia, soltanto per la loro miseria!".

Ci sarebbe da commentare a lungo, per esempio, su quel diritto alla nostra simpatia. Pensiero sostanzialmente reazionario anche se ingenuamente, oggettivamente reazionario, privo dell'intenzione di esserlo. Esempio tuttavia del pensieri di cui è fatta appunto la letteratura che si misura sempre con le ideologie correnti e quasi mai riesce ad affrontarle in tale modo da favorire la crescita del massimo di coscienza possibile (mdcp). Rimane, al contrario, impigliato nella falsa coscienza del periodo.

Anche quando ironizza. Poiché l’ironia – già detto – non è rivoluzionaria. Come non lo è il dramma e, quasi sempre, nemmeno la tragedia. Rivoluzionaria, in realtà, è solo la lotta. E la lotta può anche soffondersi di ironia e di tragedia che rimangono comunque ingredienti che non le appartengono. Sono una confezione? A volte. Ma non necessaria. Al contrario, a volte perfino pericolosa. Quando non certamente pericolosa. Pericolosa perché tende a esorcizzare l’azione. Non a caso le opere borghesi ne sono così piene.

E la tragedia greca? Lo sberleffo romano? Erano pur sempre espressioni di classi dominanti. Quando l’umanità intera sarà dominante il che significa che non ci saranno dominatori, allora ironia, tragedia, eccetera, avranno un titolo maggiore per proclamare la loro universalità. Sempre che abbiano ancora una ragione di esistere.

& – Gide scriveva di tutto. La sua vita era immersa nel suo quotidiano. Fosse esso letterario, accademico, personale, riflesso nelle azioni della giornata, negli avvenimenti, nel tempo, nelle riflessioni.

E uno scrittore non può essere diverso.

Ne fornisce una dimostrazione particolarmente calzante il libro di Bruce Chatwin Anatomia dell’irrequietezza (JAI /321), una serie di scritti alcuni narrativi, altri di abbozzi di analisi storica (sul nomadismo), altri di ritratti di intellettuali, personaggi, luoghi, eccetera. Ebbene quando va nell’analisi e nei ritratti più che letteratura fa della saggistica. Come nei ritratti del giornalismo (di ottimo livello, come andrebbe fatto, ma non letteratura). Perché? Perché nella letteratura è necessaria l’invenzione, l’intreccio, l’analisi psicologica del personaggio, la descrizione dell’ambiente sociale. Sempre almeno un po’ romanzato. Si può anche trasportare l’analisi psicologica e sociale nel romanzo, come ha fatto Proust nella Ricerca. La quale non è cronaca, ma ricostruzione della cronaca, una ricostruzione che seguiva i ritmi della fantasia e dell’intelligenza dell’autore più che la fedeltà agli avvenimenti. Non a caso, per dirne una, Albertine non esiste, non era una donna e il suo amante era il suo amante ma di un «genere» diverso da quello descritto nel racconto. Ciò che interessava P. era la sottigliezza del sentito, il giuoco del sociale, il suo comporsi e scomporsi. La cronaca era indifferente a questo giuoco. Forniva la materia prima. Non la materia finale. E questa è la letteratura (su Proust vedi anche §LETT4).

& – Ne sanno qualcosa i sovietici e i comunisti cinesi che ci si sono scontrati e non sono riusciti a superare l’ostacolo che si era posto loro improvvisamente di fronte. I cinesi, in particolare, hanno analizzato acutamente la struttura e la fattura della letteratura e della cultura borghese e/o tradizionale senza venirne a capo.

 

[letteratura 4]

(da fpg 10.10.99) Continuo Gide. L’impegno politico gli distrugge l’estro creativo (GD3/451). Altre riflessioni  sulla letteratura. Scrive "... non vedo che angoscia, disordine, follia; giustizia schernita, buon diritto tradito, menzogna." Quali sono i parametri di riferimento di questi giudizi? Il fondo della letteratura  (cfr sopra fpg) consiste nella differenza fra come va il mondo e come si pensa che dovrebbe andare. Come si pensa che dovrebbe andare è il sublime. Come va è follia, menzogna, diritto tradito, eccetera. Chiaro!, qualcosa non va. Anche per questo l’impegno politico distrugge la creatività letteraria di Gide. Su questo termine di letterario è necessario insistere. La creatività letteraria, non una creatività altra. È necessaria una forte dose di idealismo perché la creatività letteraria si manifesti. In termini più comuni perché si manifesti il dono dello  scriver bene. Avere una concezione alta di come il mondo dovrebbe essere. Ma. Perché il mondo dovrebbe essere diverso da come è e da come è stato? Il «mondo» è un processo. Uniche leggi, le costanti del processo. È l’evoluzione del processo che bisogna cogliere. Anticiparlo se si vuole. Il resto è spazzatura. Fa parte della parte bassa del processo. Letame del processo. Letame necessario, indispensabile materiale di base dello sviluppo del processo. Il concetto di processo contiene quello di sviluppo con le sue contraddizioni che prendono la forma da tutti avvertita del «va e vieni» della vita. È nell’aver capito e fatta propria questa concezione del mondo che fa dei marxisti dialettici (che si contano sulle dita di una mano) le figure più avanzate del processo.

 

[letteratura 5]

(da fpg 11.10.99) Chiamo balordo quel tempo trascorso senza seguire un obiettivo. Oppure, come oggi pomeriggio, che pur realizzando il programma non lo attuo con forza e si avverte nello scorrere delle ore e dei fatti una certa anarchia. No, queste riflessioni che poi diventano scrittura, non sono fatte per me. È proprio questo che chiamo letteratura. Si presentano come osservazioni intelligenti con una carica formale di verità. Una descrizione della forma che confeziona gli avvenimenti e il loro consumo psicologico. Seguendo le pieghe delle apparenze si possono scrivere pagine e pagine per ore e ore. In bella lingua e dando loro la forma di una grande acutezza.

Non è così. Dietro o sotto quelle forme la realtà è altra. Ed è quella che andrebbe descritta. Solo che è difficile se non impossibile descriverla. Quella realtà va analizzata. Il suo rapporto con noi si stabilisce attraverso la ricerca, l’analisi, l’esame, l’osservazione, l’approfondimento, la documentazione. La descrizione è allora descrizione di questo processo. Descrizione dei tempi e dei modi della ricerca, descrizione e analisi della documentazione, dei criteri dell’osservazione, eccetera. E in questo procedere si svelano brandelli di realtà, li si porta alla superficie, cioè alla coscienza, eccetera. Un altro scrivere. Una diversa fantasia, una creatività altra.

C’è poi la descrizione delle forme della realtà. Ma la loro particolarità è che non possono essere inventate. Hanno la loro base nella concretezza storica di quelle forme. Forme che possono essere di individui, ambienti sociali, avvenimenti storici, eccetera. Oppure riflessioni su quelle stesse forme purché siano forme strettamente attinenti al reale, estratte dalla sua concretezza. È allora che la letteratura acquista uno spessore. È quando dà corpo e sangue alla coscienza. Diviene un prezioso, insostituibile strumento del sapere. Un uso sapiente della metafora e dell’analogia che sono strumenti della mente umana per penetrare il reale, appropriarsene.

Anche la musica è un manufatto della conoscenza. E un linguaggio umano. Per Adorno - come ho scritto in §ISM1 - l’essenza della musica va rintracciata nel suo rapporto con la società. La musica esprime, rivela, nasconde un contenuto sociale, un bisogno sociale, un momento del processo sociale. Questo contenuto è quello che va individuato e analizzato.

 

[letteratura 6]

(da fpg 13.10.99) Al fondo dell’inconscio umano rimane il grande mistero del rapporto fra umanità e universo. La vera domanda è, cosa ci stiamo a fare? La letteratura gira intorno a questo interrogativo che poi è la sua ragione di essere. La scienza risponde visto che ci stiamo cerchiamo di starci al meglio. Anche in questo senso il marxismo fa parte del progetto scientifico. La politica è pura gestione.

(20.10.99) [Gide] – "Se non mi ridicessi continuamente la mia età, certo non la sentirei. E anche ripetendomi come una lezione che si fatica ad apprendere a memoria: ho sessantacinque anni passati, non riesco bene a convincermene ...".  Gide e la sua età. Un modo semplice, diretto e persuasivo di dire la cosa. Ecco la funzione della letteratura (GD3/414).

Registro il seguito per amore del documento. "...  e mi persuado solo di questo: che è ristretto lo spazio dove i miei desideri e la mia gioia, le mie virtù e la mia volontà possono ancora sperare di stendersi. Essi non sono mai stati più esigenti".

 

 [letteratura 7]

(da fpg 20.10.99) – In margine al diario di Gide, terzo volume – Annotazioni per la letteratura. Necessità e funzione del ritmo (416). "Il pensiero astratto è glaciale". Ed anche sul «pensiero commosso». Qui appare con chiarezza come G. non abbia compreso la funzione dell’emotività nella struttura psichica dell’uomo. E il suo rapporto non solo con la letteratura, ma con tutto. Non si tratta di commozione, bensì di «tensione», tensione emotiva. È questa tensione che accomuna un artista a uno scienziato. Poi c’è la «direzione della tensione», il suo fine. E siamo sul terreno di Hegel. Forse la sua intuizione fondamentale.

(21.10.99)  – Rileggo anche di Gide Incontri e pretesti, Bompiani e un’ottima traduzione di Enrico Emanuelli .

Rileggo il suo ricordo di Oscar Wilde. Vi si parla molto di letteratura. Concetti. La vita opposta alla letteratura. La letteratura come racconto, emozione. A proposito di Nietzsche, Gide dice che per capirlo è necessario amarlo. I libri, insomma, la letteratura e le arti in generale vanno amate se le si vuole comprendere. È lo stesso equivoco che vuole separare la tensione emotiva del soggetto dall’oggetto. Come se la tensione emotiva del soggetto debba essere rivolta verso se stesso e l’opera d’arte una proiezione del soggetto ricavata dall’oggetto ma da lui separata. Qualsiasi oggetto per essere compreso va «amato». In altre parole è la realtà nel suo insieme che va amata. Poi naturalmente la realtà prende di volta in volta la forma dei singoli oggetti che la rappresentano. Il vizio dunque è idealista. L’uomo al centro della realtà, la domina con la sua creazione intellettuale. Priva della creazione intellettuale la realtà è solo vita vissuta. E una vita può anche portare il segno della genialità (come Gide dice di Wilde), una genialità scritta sull’acqua, senza memoria, un fumo. Va notato come al centro di questa visione culturale, la religiosità occupi un largo spazio e lo occupa sotto la forma reale della religione. E siccome siamo occidentali, la religione e la religiosità sono quelle cristiane, del Cristo e dei vangeli.  

 

[letteratura 8]

(da fpg 9.11.99) Riflessioni sulla scrittura. Non rintraccio il brano (mi sembra Chatwin) in cui si affronta la questione della spontaneità dello scrivere. Flaubert non era un grande scrittore perché lavorava troppo la sua scrittura. Un rovesciamento del fronte. Trent’anni fa si pensava e si predicava il contrario. Ancora uno scontro fra sostenitori del talento e i sostenitori della pratica intellettuale come lavoro, apprendimento, esercizio. Fra amanti dell’immediato e amanti del mediato.

Penso che alla base di un buona scrittura, della buona letteratura ci sia la chiarezza di ciò che si vuol dire e anche di ciò che si sente. Il fatto che il «sentito» come il talento provenga da un accumulo di cultura e, anche, da una selezione naturale dei geni non smentisce l’esistenza del talento. Della disposizione e della facilità al fare, allo scrivere. Ma non smentisce nemmeno la necessità della pratica e dell’esercizio.

Farei forse una differenza fra il dire e l’esprimere. O meglio, a volte si dice esprimendo, a volte ci si esprime dicendo. Alla base di ogni espressione, di ogni sentito c’è un messaggio culturale, una comunicazione che prende forme diverse a seconda delle circostanze, dell’ambiente culturale all’interno del quale viene manifestato. Così come alla base di ogni detto c’è un sentito. Se il detto è detto soltanto per dimostrare di saperlo dire perde di forza e non coglie la sostanza. È inutile. Pura dimostrazione di abilità tecnica o di talento allo stato elementare. Se il sentito è confuso, e non si ha il coraggio di esprimere questa confusione - caso in cui la sensazione della confusione deve essere chiara - il sentito «non parla», non trova la sua espressione proprio perché non ha nulla da dire ed esprime altri valori, valori di carattere puramente sociale della tipologia descritta nell’analisi della musica da Adorno. & – (In realtà sul rapporto emotività - razionalità la riflessione - il massimo di coscienza possibile - è appena agli inizi. Va di pari passo con le conoscenze sul sistema nervoso e l’organizzazione cerebrale. E sin quando non saranno chiari questi rapporti poco avremo da dire sull’intelligenza umana, le sue manifestazioni e i suoi derivati).

 

[letteratura 9]

(da fpg 10.11.99) Gide affronta anche il rapporto fra il messaggio e il suo pubblico. Più volte in tutti e tre i volumi dei suoi diari, così mi sembra. Il succo del discorso è che il nuovo non viene compreso, fa fatica ad affermarsi e, semmai, si afferma quando si è stagionato, cioè è meno nuovo (cercare le pagine dove esamina le difficoltà del pensiero di sinistra innovatore a fronte del pensiero di destra conservatore), facile e lineare perché confezionato con luoghi comuni. Altrove abbozza una riflessione sugli artisti più originali, il loro insuccesso iniziale (spesso fin quando sono in vita) e sulla affermazione di quegli scritti banali dove nulla di nuovo è detto. Per questo prende come cavia se stesso. Hanno successo i suoi scritti più inutili, mentre là dove scrive pensieri insoliti questi cadono nel tombino, senza eco né risonanza.

Riflessioni che chiariscono buona parte della mia storia professionale (Espresso, Giorno, eccetera)  oppure il successo di giornalisti alla Barbato alla Biagi, alla Montanelli, eccetera.

 

[letteratura 10]

(da fpg  02.07.00) – Ci sono due modi per scrivere un buon testo. Affidarsi alla fantasia della lingua e alla propria. Inventare la realtà per renderla interessante, appetibile, consumabile. Oppure entrare nella dialettica del reale. Opzione molto ostica, primo perché il reale bisogna capirlo, poi è necessario afferrare i meccanismi di produzione di quella specifica realtà oggetto dello scritto, poi sintetizzarli nella testa, infine raccontare il tutto scrivendolo.

Al contrario volendo riferire la realtà, così come ci viene fornita dalle circostanze, metà delle volte è piatta, l'altra metà è falsa.

Il nostro giornalismo, per esempio, come il nostro cinema sono falsi basati esclusivamente sulla capacità letteraria o filmica di chi racconta.

C'è dell'altro naturalmente, ma alla base si trova la volontà di conquistare il pubblico con la scorciatoia dell'invenzione. Un'invenzione non diretta, come può essere una metafora o un'analogia, a rendere più comprensibile il reale, ma a crearlo attraverso la fantasia. Alla faccia della realtà.

 

[letteratura 11] 

(da fpg 08.10.00) –  Compro due libri di Carver. Tutti racconti, brevi. Ha una scrittura rapida, con rapide sintesi descrittive. Non esprime nulla di ideologico né di preciso. Si limita a descrivere il mondo circostante, nel quale vive. Ma che efficacia! Fotografie. E invece è letteratura. Con l'efficacia dell'immagine. Invece più efficace di una immagine. Poiché la parola detta e scritta è, giustamente, più efficace di qualsiasi immagine. E qui tuttavia l'immagine c'è. Eppure non si vede. È detta. È scritta. Senza metafore esplicative. Le dita che circondano un polso per dire che le tiene il polso è un'immagine senza essere una metafora. Circondare è l'esatto movimento che descrive le dita di una mano mentre si impossessano di un polso, oppure lo afferrano, lo tengono, eccetera. Ma tenere, afferrare, esprimono una volontà che nel verbo circondare manca. Se vedo una foto con una mano le cui dita sono chiuse intorno al polso di qualcuno, non so bene cosa stia accadendo. Posso cercare di dedurlo dall'insieme della foto. Le posizioni dei corpi, l'espressione delle facce, eccetera. Qui no. Lui le circonda il polso con le dita, anzi sono le sue dita a circondare il polso e subito dopo lui ce le tiene. All'immagine segue la descrizione di un'azione. Insieme danno la foto di quel momento. E del rapporto fra i due. Eccetera. Ci vedo qualcosa di nuovo. Attinente al periodo privo di ideologie, di pensiero, di altra cosa che non sia l'azione. Dietro la quale c'è un pensiero che non si vede, perché una caratteristica di questa transizione è l'eclissarsi della coscienza, negata in nome dei fatti, del sentito, dell'immediato senza tener conto che dietro quei fatti, quel sentito, quell'immediato c'è un pensiero ora eclissato. E che tornerà arricchito di questa nuova immediatezza. Carver esprime e riproduce qualcosa del genere.  [Gio, 09.11.00 – Caratteristica dei personaggi. Impazienza e insofferenza. Tutto dà loro fastidio, tutto si presta a un qualche commento, esagerando e dilatando il significato di ogni particolare. Apatia, angoscia, mancanza di carattere, acuto senso di impotenza. Egocentrismo.]

 

[letteratura 12] 

(da fpg 08.06.01) I tentativi di scrittura sperimentata in generi diversi di cronaca di fantasia nel tentativo di cogliere e descrivere alcuni stati d’animo mm possono considerarsi falliti. Il livello di analisi può essere solo quello proustiano, poco valido tuttavia nell’introspezione.

In realtà la letteratura e lo stesso Proust non riescono a dare conto del dualismo racchiuso in ciascun individuo. La contraddizione e il conflitto che si instaura permanentemente fra istinti, corteccia, memoria rimossa, razionalizzazioni, ideologia, cultura, mentalità, rimane inespressa. E forse non può nemmeno esserlo come non può essere espressa la contraddizione fra leggi della fisica macroscopica e leggi della fisica micro, quantistica. 

Accade che la lingua ti chiude in una struttura data. In quella struttura non trova posto lo stato d’animo così come lo avverti. Anche perché nel momento in cui l’avverti, lo stato d’animo è filtrato dall’apparato nervoso e dai collegamenti che l’apparato nervoso ha con la zona razionalizzatrice della corteccia.

Appena ti fermi e sostituisci la razionalizzazione con la ragione, lo stato d’animo svanisce. Tende a dileguarsi. A quel punto rimane solo la lingua. Che non è in grado di cogliere ed esprimere la complessità del processo. Può descriverlo come fa Proust. O più limitatamente fa Puig. Sottilmente, abilmente, con grande sensibilità e acutezza. Non può sintetizzarlo. La lingua non lo permette. La cultura non ha elaborato concetti che esprimono la sintesi. Fra l’altro qual è la sintesi?

Sono di fronte a un cibo che mi fa gola. Già questo modo di dire non è corretto. Non corrisponde, non calza con la realtà. Mi fa gola è esagerato, mi attira lo è un po’ meno ma non corrisponde, mi piace è riduttivo, e via sperimentando. Dunque nulla esattamente di tutto questo. Proust allora descrive l’impulso e cosa si cela dietro l’impulso. Memorie, reminiscenze che interferiscono con il gusto. Memorie e reminiscenze del gusto medesimo. E anche memorie e reminiscenze degli stati d’animo che sono rimasti incollati a quel cibo e ora concorrono a formare il gusto.

Ma in realtà cosa ho provato io alla vista del cibo? Più determinazioni che la lingua non permette di esprimere con un termine, un concetto, una parola. Insomma una sintesi. Allora più noi penetriamo nella realtà, più la afferriamo. Più l’afferriamo, più ci sfugge. Il principio di indeterminazione applicato alla lingua. Se sintetizzo non afferro, se afferro non sintetizzo. Una difficoltà in Marx è che Marx analizza e sintetizza. Una capacità molto particolare. Se non eccezionale. Di solito sono quelle sintesi, che prendono quasi sempre la forma di paradossi, che creano la confusione nella quale cadono i suoi lettori e studiosi. Che credono di capirlo per via della bellezza della lingua, che rende semplice il complesso, bellezza e apparente semplicità che finiscono con nascondere la profondità del pensiero, dell'analisi. Anche perché scendere a quella profondità richiede un'applicazione particolare che sostituisce alla semplicità della lingua, la complessità del ragionamento.

Paradosso. In logica = enunciato che, argomentato in modo apparentemente corretto, porta a una conclusione contraddittoria con i risultati noti. Se si perviene a una contraddizione anche negando l’enunciato, viene definito antinomia. In fisica = esperimento o fenomeno contraddittorio solo all’apparenza.

Per una mente positivista, lomat, il paradosso marxiano è indecifrabile.

Non adatto comunque a descrivere stati d’animo, condizioni psicologiche, e simili.

Punto di riferimento del letterato è, né può essere diversamente, il pensiero comune. Solo in contrapposizione al pensiero comune si può tentare di esprimere uno stato d’animo in sé originale. Prendendone le distanze, precisando le differenze.

(10.06.01) È questa comunque già una scrittura letteraria ma analitico/descrittiva. C'è poi la scrittura che Mc chiama poetica. Di immagini e metafore.

 

[letteratura 13] 

(da ndc 2.9.85) – Leggo di nuovo i fumetti. Ne trovo alcuni eccellenti. Una vera e potente forma narrativa. Meglio di qualsiasi racconto riescono spesso a sintetizzare i problemi del periodo, le sue ansie, le sue ideologie. Anche questa fusione di immagine e parola sbocca in un nuovo modo espressivo. Non è un caso che sia il cinema a prendere dal fumetto anche se il fumetto si è costruito sulle tecniche del cinema. Ma a queste tecniche ha aggiunto la narrativa tradizionale. Per qualche verso rifondandola. Così ci sono dei piccoli racconti alla Maupassant. Resi piacevoli dalla rapidità dalla sintesi e dalla modernità dell'impianto ideologico. Poi oggi c'è la pornografia. Una pornografia letterariamente raffinata che poco ha a che fare con i film e i fumetti pornografici commerciali. E la fantascienza. Il fantastico. Tutto molto ironico e insieme suggestivo. Sotto un certo aspetto profondo e poetico.

 

[letteratura 14] 

(da fpg 13.6.05) – Comincio un romanzo del Sole–24 ore di un italiano. Domenico Cangemi. Scritto bene, devo dire. Ricco di metafore, di invenzioni, di modi dire. "Un tuono improvviso spaccò in due il silenzio del cielo. Il lampo gli stette dietro di un niente, macchiando della luce di un attimo il buio della stanza dove Giannino dormiva". Molto immaginifico. Letterario. E, almeno al momento, noioso. Infatti credo che lo abbandonerò. Cos'è che manca? Manca l'azione che viene descritta invece che raccontata. La presenza dell'autore è soffocante. E per quanto si esprima con una scelta anche ricca di termini e un uso fantasioso della lingua spoglia il racconto di ogni oggettività. Sfocandolo e allontanandolo. Mentre i personaggi perdono ogni autonomia. Ciò che rimane è la bella lingua, appunto. Il lato estetico del racconto. I fatti invece di rappresentare l'ossatura del romanzo, vengono ributtati sullo sfondo. Mentre avanzano i personaggi così come l'autore li vede e li racconta. Personaggi, appunto, nei quali la cronaca non pulsa e il cui carattere o il cui comportamento è detto. Invece di emergere dalle loro azioni, dalle loro parole, dai loro ragionamenti, dalla loro educazione, dalla loro cultura, dalla loro mentalità di classe.

(da fpg 28.2.08) – Sto leggendo un romanzo di Monica Bighini. Trovo il risultato funesto. Un esercizio di bella scrittura. La descrizione per la descrizione. La metafora per la metafora. Per la descrizione. I personaggi così ampiamente descritti (quattro pagine per raccontare le posture di una ragazza nelle scale) risultano oscuri. Si sa tutto sulle loro fantasie ma nulla sui loro pensieri, sulla loro mentalità, sulle ragioni del loro comportamento. La cultura di riferimento è banale, sciatta, una sfilza di luoghi comuni priva anche di quel tentativo di ironia che gli autori di Starnoce hanno tentato di inserire nella loro narrazione. Leggo saltando le pagine. Lo finisco. Ne comincio un altro di Giulia Fantoni.

(da fpg 4.11.07) – Gli autori americani tendono a dare il senso dell'oggettività del racconto. Descrivono, ma sarebbe meglio dire, riportano ciò che i personaggi fanno. I caratteri emergono dalle loro azioni. Oppure riportano ciò che i personaggi pensano. Insomma l'autore tenta di estraniarsi dal suo racconto. Lo tratta come un fatto di cronaca.

La letteratura tradizionale commenta il personaggio, mentre lo descrive lo giudica, giudica le sue azioni. L'autore per qualche verso fa parte del racconto. Adesso ti dico perché lui fa così e così, fa questo e quello.

 

ANNOTAZIONI

 

[qualche notizia storica]

Nel ‘600 e nei primi del ‘200 → letteratura di edificazione.

– La letteratura per intrattenere e divertire comincia appena a fare la sua comparsa con Defoe e Richardson.

– Verso la metà del ‘700 crescita del mercato librario (almeno in GB) e diffusione dei periodici.

– Influenza della mentalità aristocratica.

– Qualità letterarie per eccellenza sono l’ingegnosità, l’arguzia, il virtuosismo. Poi, lentamente, l’arguzia cede il posto al buon senso e l’eleganza formale (il virtuosismo) all’immediatezza del sentimento.

– Defoe e Swift prima casi di letteratura «politica» anche se non militante (Hauser, SSA3°).

 

[Illuminismo & Sturm und Drang] 

L’Illuminismo nasce dalla persuasione di poter conquistare e dominare la realtà.

Lo Sturm und Drang tedesco nasce da un sentimento di smarrimento e di ab­bandono – La moderna, romantica concezione del genio, nasce dalla filosofia dello Sturm und Drang → (Hauser 3°/182)

 

[Taine]

T. segue fedelmente lo schema hegeliano.  Ogni popolo esprime una qualità dello Spirito del mondo.  Gli inglesi una, i latini una, i popoli germanici una, eccetera.  Mettiamo al posto dello spirito del mondo il concetto di umanità e la riflessione diverrà utile e accettabile.

 

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“A proposito di letteratura” [§LETT]

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