materialismo&dialettica
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Letture & frammenti

Domenica, 12.12.99 – La riflessione di ieri su Amin, Chatwin e la necessità di rivederli pone il problema sulla qualità della lettura. Provo il bisogno di stare più sui libri. E approfondire meglio. Questa brama di sapere e leggere tutto con l'unico obiettivo di capire, capire, capire è il reale difetto che si frappone fra me e la mia produzione intellettuale. Non c'è tempo per capire tutto e approfondire tutto. Anche se quantità di qualità la mia rimane una quantità semplice, una produzione di sussistenza della cultura.

 

[Hauser]

Continuo la rilettura delle Teorie dell'arte di Hauser. Molto complesso e interessante. Nelle precedenti letture (due, ma per errore) questa complessità mi era sfuggita.

[B. Placido]

(da ndc 06.85) - Un articolo di Beniamino Placido su Stalin svela finalmente il fondo qualunquista classista culturalmente povero di Placido.  Quel finalmente riguarda il modo ben nascosto con cui Placido si presenta di solito.  Questa aria di anticonformismo che aleggia nei suoi scritti, questa falsa iconoclastia verso le strutture esistenti, quest'aura di verità anche sofferta, questa sfida al pensiero comune, eccetera.  Già i suoi servizi televisivi erano più scoperti.  Forse perché con la televisione si può giocare di meno.  Il confronto con le cose è diretto e se anche riesci a metterti tra le quinte con il pretesto di lasciare "libero gioco" alle parti in campo, non puoi del tutto celare la natura e la struttura della trasmissione che si qualifica e svela le scelte attraverso un'infinità di indizi (per esempio i personaggi invitati al pantagruelico dibattito).  Ma anche i suoi articoli emanavano un certo odore di pensiero avariato tanto più fastidioso in quanto presentato come merce fresca anzi freschissima anzi avveniristica, di domani.  Mentre al contrario c'era un certo che di imbellettato ricomposto con molte salse e forti spezie per confondere il naso del lettore. Ma posto di fronte alla storia della seconda guerra mondiale e dello scontro Urss - Terzo Reich il tonfo è totale.  Totale la disinformazione, totale il qualunquismo degli argomenti. E la platealità patriottardo-democratica traspare riga dopo riga, concetto dopo concetto.

A sua difesa c'è da dire che Placido non è affatto isolato nel panorama giornalistico e letterario nazionale. Anzi è uno dei rappresentanti più trasparenti della tendenza manipolatrice della compagnia.

 

[le Br]

(da ndc 7.3.88) – Finisco il libro di Franceschini sul nucleo storico delle Br. Le prime azioni, il carcere, l'ideologia, la crisi, la dissociazione. Primo. Non erano veri intellettuali. Quando lo erano, in buona sorte con Negri, erano intellettuali della falsa coscienza. Una sorta di bogdanoviani e bukariniani all'epoca dell'esistenzialismo e dell'egemonia culturale delle teorie logico matematiche e post moderne. F. legge in carcere il Capitale e non ne parla. Nulla lo colpisce dell'opera di Marx. Di Lenin lui e i suoi amici colgono solo le parole d'ordine. Di Mao, i suggerimenti all'azione. Della dialettica hanno appreso il concetto di contraddizione, che applicano meccanicamente a questo e a quello. Quanto al resto, la dialettica tace nelle loro teste. Non sono riusciti a cogliere di Marx, di Lenin e di Mao il pensiero profondo. Né la logica che ha portato gli ultimi due alla vittoria. Rimane vera la riflessione di Lenin che i marxisti non conoscono il marxismo. Non lo conoscono perché non lo hanno capito. Le condizioni economiche e storiche per capirlo, forse, stanno appena, appena nascendo. E ammesso che ci siano, sono lì, in Urss.

 

[il Glabro]

(da fpg 23.2.90) – Leggo R. il Glabro e la sua storia dell'anno mille (CAM).  Motore e  causa degli avvenimenti dell'epoca, la volontà divina con la sua coda di punizioni, espiazioni, eccetera.  Allora una ideologia oggi un'altra.  Penso a un pezzo con brani del Glabro e brani alternati di articoli di Pirani, Ronchey, eccetera.  Non due ideologie a confronto, ma sempre la stessa cosa, l'ideologia.  Un'invenzione di classe.  L'effetto non sarebbe male.  Invece leggo una vecchia intervista di Pasolini e del trionfo di Eco a Parigi (supplemento di Repubblica).  La confusione è notevole.  Le manifestazioni della cultura mi sconcertano alla pari degli avvenimenti internazionali. Eppure il nesso c'è.  Sviluppo delle forze produttive e suo livello, rapporti di produzione e loro governo, massimo di coscienza possibile medio raggiunto dal periodo storico.

 

[De Rougemont]

(da fpg 29.6.90) – De Rougemont suggerisce un metodo analitico interessante dato il periodo.  Signori, non voglio provare niente.  Tuttavia non possiamo fare a meno di constatare che la realtà non va come si dice né riflette né conferma le teorie correnti.  Esistono fenomeni che le contraddicono.  Il compito che mi assumo è di individuare questi fenomeni e suggerire quello che questi fenomeni mi suggeriscono.  L'unica dimostrazione che sono tenuto a dare è che il fenomeno individuato esiste, c'è. Individuarlo, descriverlo, descriverne le contraddizioni alla luce della logica corrente (matematico scientista democratizzante o altro) e di quelle teorie che lo negano o lo individuano e descrivono per altro.  Suggerire delle ipotesi fondate sullo stato della ricerca e della cultura del periodo. Può andare. Molto attuale. Riflette lo stato dell'arte della ricerca.

 

[Nando dalla Chiesa]

(da fpg 3.7.90) – Leggo Nando Dalla Chiesa.  Ricevo la medesima impressione del libro di Orlando (vedi @MDCP).  Un mondo che va reagendo, una socialità nuova.  Questo da un lato.  Dall'altro un'ottima descrizione della falsa coscienza e delle sue forme.  Naturalmente il concetto di falsa coscienza non gli appartiene.  La sua critica - efficace - si manifesta a sua volta come falsa coscienza.  Guardate come va il mondo!  E non, questo è il mondo, cerchiamo di capire perché vada così.

 

[Wetter e il materialismo sovietico]

(da fpg 18.01.97) – Leggo Wetter, un gesuita, sul materialismo dialettico sovietico. Scritto con cura e puntuale. Solo poche righe a metà libro per difendere la cultura cattolica della «verità ri­velata». Il libro è del 1948. Sin da allora si potevano avere buone notizie sulla situazione filosofica sovietica. Sul livello dei loro studi dialettici, sugli scontri, sulle divisioni, sulla base teorica della svolta teorica staliniana. Me ne ero fatto una idea diretta, sugli autori, ma incompleta per la mancanza di un quadro generale di riferimento. Questo mi ha messo di cattivo umore. Già da ieri. Aumentato dalla sensazione di gal­leggiare sulla quotidianità piuttosto che navigarla. →

(23.01) Finisco il libro di Wetter. Dato alle stampe da Einaudi nel febbraio 1948, il saggio è stato totalmente ignorato dai comunisti italiani. Forse un uomo come Franco Ferri ne era a conoscenza. Ma certo non c'è stato dibattito. Gli italiani all'accezione di materialismo dialettico, hanno preferito quella di materialismo storico. Ed hanno ignorato le origini dialettiche del pensiero di Marx, Engels, Lenin, eccetera, con grande disinvoltura. Il dibattito anche in Urss deve essersi fermato, quando la filosofia materialistico dialettica si trasformò, sotto la spinta del principio dell'identità fra teoria e pratica, in una strumento di supporto ideologico alle esigenze tattiche e politiche dello Stato e per lui del partito. Stalin e il socialismo in una solo paese fu la causa della svolta. Svolta che ebbe un prezzo molto salato.

 

[storiografia degli Annales e storiografia italiana]

(da fpg 1.02.97) – Leggo P. Burke sulle «Annales». Paragone fra la storiografia francese e italiana. Lì si fonda una scuola. La storia della svolta della storiografia francese apre alla rfl ampi orizzonti metodologici. Un intellettuale e un ricercatore che si rispetti deve possedere il coraggio di sbagliare. Il contributo di ognuno consiste in una idea innovativa (un modello, una ipotesi di ricerca) sostenuta da un forte lavoro documentario. L'attuale congiuntura scientifica marca l'abbandono dei sistemi filosofici e delle teorie complesse in genere per spingersi verso l'esplorazione dello sapere utilizzando tutti gli strumenti che la ragione in un modo o nell'altro ci ha lasciato in eredità. Ogni ipotesi è buona purché proficua, ricca di conseguenze, aperta alla riproduzione allargata della conoscenza. In questa prospettiva nessun filosofo, nessuna teoria sono completamente sorpassate. Tutte fanno parte della storia e della crescita del pensiero. Come d'altra parte Hegel aveva chiaramente scritto. La sua Scienza della logica è il risultato di questa totalità storica della Ragione. In un certo senso questa è la sintesi del lavoro svolto dalle tre generazioni di storici che hanno rappresentato le «An­na­les» (vedi §SG).

 

[Tarzan]

(da fpg 17.04.97) –  Leggo il Tarzan delle scimmie di Burroughs. Un autore fortunato. Una settantina di libri, 200 milioni di copie (in circa un secolo). Perché questo libro è piaciuto tanto. Dice Gianni Pilo che lo ha tradotto e curato, la fantasia, il linguaggio semplice e colorito. No. È l'ideologia di B. che parla alla gente. I suoi animali sono trattati come uomini di livello inferiore. Non scrivono, però pensano e parlano. La tribù dove Tarzan è stato allevato si comporta come una qualsiasi tribù selvaggia dell'Africa nera. Anche gli altri animali hanno sentimenti e in qualche modo capiscono. Tarzan impara a leggere da solo e a scrivere. Trova un coltello e lo arrota. Si costruisce delle corde. Insomma. La vita è lotta. Il nostro uomo lotta. Eppure tutto gli viene facile, spontaneo, semplice e gustoso. Anche perché appartiene quattro volte a una razza eletta. È uomo, è bianco, è anglosassone, è un lord.

Un linguaggio per essere accessibile deve articolarsi sul pensiero comune, sull'ideologia condivisa. Questa è la semplicità che si richiede ai pubblicitari e agli scrittori popolari. Ancora oggi per la maggior parte delle persone, gli animali nutrono sentimenti. Sono intelligenti (e questo è vero), ma ciò che più conta sono consapevoli. Non hanno una vera coscienza, ma quasi. Gli uomini a loro volta hanno sentimenti non molto diversi da quelli animali.  Tutto è tanto approssimativo quanto fantastico. Il sogno consiste nel vedere le cose, i comportamenti, gli status, la ricchezza, la bellezza, eccetera, a portata di mano. E non potendola avere a portata di mano tu, ami tutti coloro che a portata di mano la hanno. I miti sociali nascono sulla facilità del successo. Il successo è amato perché considerato facile, dietro l'angolo (non a caso dietro l'angolo è una frase di successo di Maurizio Costanzo).

Quando i cristiani hanno inventato la favola del paradiso terrestre e della punizione dopo il peccato originale, sapevano quello che facevano. Il lavoro è di questa terra. Eppure dovrebbe essere bandito da questa terra. A meno che sia coronato dal successo. E il successo, è il lavoro più la ricchezza e tutti gli attributi della ricchezza che rendono facile e gradevole il lavoro. Tu lavori perché hai un premio. È così che si ammaestrano gli animali.

È questo il rapporto misterioso dell'uomo con se stesso. Il suo essere animale. La sua immediatezza. L'incapacità di capire la complessità del meccanismo che lo tiene in vita. Qualcosa al fondo suggerisce ai più avvertiti che la vita è oltre. Che la verità del suo essere è tanto più a portata di mano in quanto non esiste.

Per ora l'unica cosa di cui possiamo essere certi è la riproduzione allargata di soggetto e oggetto. La vita è la riproduzione allargata.

 

[leggendo Goleman]

(da fpg 2.05.97) – Libro non profondo ma interessante. Tendenza biologista. Esempio. I sentimenti di solidarietà nascono dall'empatia. L'empatia è la capacità di immedesimarsi nella situazione di un altro. La solidarietà si traduce, o proviene da un sentimento di pena. Si soffre con l'altro o per l'altro. Può essere senz'altro così. La pena per l'altro mi sembra la base della morale cattolica. Il problema è di «alleviare» la pena dell'altro. Alleviando la pena dell'altro allevio anche la mia.  Manca la concezione superiore che è già la solidarietà. Un concetto più sociale. Parallelamente alla solidarietà si collocano i concetti di indignazione. Dalla indignazione alla rabbia. Dalla rabbia alla lotta. Dalla lotta all'organizzazione per la lotta. Dall'organizzazione per la lotta alla classe. Dalla classe e dalla lotta alla lotta di classe.

 

[ripensare il rapporto uomo-animali] 

(da fpg 6.08.97) – Franz De Waal, «Naturalmente buoni: il bene e il male nell'uomo e in altri animali», Garzanti. Il tema non è da poco e investe il sistema della moralità dell'uomo. La solidarietà quale funzione della sopravvivenza della specie. Il rapporto fra solidarietà e aggressività. Il problema della coscienza quale confine e discrimine fra gli uomini e gli animali. La solidarietà in embrione esiste negli animali? Se sì il fatto che ne abbiano o non ne abbiano coscienza rappresenta una discriminante fondamentale? È fondamentale o no individuare questa discriminante? Non fa forse parte della coscienza laica tenere conto della discriminante della coscienza senza sacralizzarla?

[sull'amore]

(da fpg 6.08.97) – Un libro sull'amore. Di Ulricht e Elisabeth Beck, «Il normale caos dell'amore», Bollati Boringhieri. Una riflessione sull'impossibilità dell'amore moderno dopo che un certo tipo di famiglia ha cessato di esistere e svolgere alcune funzioni che le erano peculiari (e intorno alle quali si formava e girava l'amore) e dal momento in cui le donne chiedono la libertà e la parità con gli uomini, le persone si emancipano dai ruoli sessuali interiorizzati che vengono sostituiti dalle regole del mercato del lavoro, dell'istruzione, della mobilità sociale al posto di quelle dei legami famigliari, di coppia, di vicinato.

 

[la storia]

(da fpg 27.09.97) – Ieri ho finito di leggere Il sarto di Panama, un libro del famoso Le Carré. Francamente noioso. Immaginifico, probabilmente. Letterario. Mi aspettavo un romanzo sui servizi segreti del dopo guerra fredda. Si. Un accenno al fatto che i servizi inglesi non vogliono che gli americani abbandonino il Canale. Poco, direi. Il resto ridotto a macchiette. Le «spie» saranno senz'altro degli imbecilli, come vuole Le Carré, ma si tratta di una imbecillità che va presa molto sul serio e nasconde la trama profonda dello scontro all'interno del periodo storico descritto. La realtà storica, alla fine, va letta nella storia dei servizi segreti, nella corruzione degli apparati di governo, nei rapporti fra malavita e apparati finanziari e produttivi. La realtà della Storia, poi, diverge asintoticamente, dalla realtà storica. La realtà della Storia rappresenta il tentativo del massimo di coscienza possibile di comprendere il movimento profondo dello sviluppo umano. È la sintesi dei processi economici, geopolitici, culturali, antropologici, sociali, psicologici sottostanti al modo di produzione.

 

[Gnoli e Flaiano]

(da fpg 08.03./99) – Torno a un diario manoscritto del nonno di Mc. Un'idea efficace degli anni della guerra in Umbria (1943–1945). Lo scritto non possiede l'abilità di esposizione che caratterizza Flaiano. Tuttavia al suo posto, una tensione più alta. Data dagli avvenimenti e anche dal senso che Umberto Gnoli riesce a dar loro senza perdersi in descrizioni di sentimenti personali che pure si avvertono.

Al contrario Flaiano è tutta una soggettività, un divertimento. Anche là dove si coglie un aspetto sociale, manca il paese, mancano le condizioni del periodo storico, eccetera. Rimane impigliato nella curiosità dei personaggi, nell'assurdo delle storie descritte, nell'eccezionale che gli sembra di cogliere nelle situazioni scelte.

Leggo Gnoli e penso al libro UB. Dove diavolo avevano vissuto i Baduel?

 

[ancora su sviluppo evoluzione progresso]

(da fpg 10.08.99) – Il libro sui fondamenti biologici del senso morale - una conversazione fra il neurobiologo Changeux e il filosofo Ricoeur (vai a §EVL1) - la dice lunga sul vizio intellettualistico degli intellettuali. Anche due studiosi del livello di Changeux e Ricoeur non vi sfuggono. Intanto sullo sfondo della discussione si avverte l'ombra del pensiero religioso. È come se i due vi facessero continuamente riferimento. È là appostato dietro le loro riflessioni. Si sforzano, lo mettono da parte. Ma c'è. E pesa. D'altra parte più in generale l'ateismo anche là dove esiste è continuamente pressato dal sentimento magico–mitico–religioso. Secondo vizio l'idealismo. Qui, la stessa obiettività diventa mito. L'obiettività non la si persegue. Se c'è, è nella struttura stessa del ragionamento. Quando la si persegue è perché ci si sforza, ci si propone di raggiungere qualcosa che non è lì. Così, nel neurobiologo, la posizione contro il progresso diventa una presa di posizione. Vuole solo evitare quella accusa. Poi avverte che i concetti di evoluzione e di sviluppo cui preferisce riferirsi, hanno una qualche attinenza con quello di progresso. Ma quello di progresso è contaminato da quello di finalismo e loro sono per principio contro ogni finalismo. Ma il finalismo non è qualcosa da combattere. Semmai è qualcosa da analizzare. E soprattutto non è qualcosa di cui avere paura. Poiché non è il finalismo che si teme ma l'accusa di essere finalisti. Ed ecco che riappare lo scontro ideologico e con lo scontro ideologico, l'idealismo, e con l'idealismo la lotta di classe. La preoccupazione di non nuocere all'egemonia - vera o supposta - della propria classe.

& –  La coscienza umana prosegue faticosamente nel corso del suo sviluppo. Si sviluppa, ma a che prezzo? D'altra parte perché non dovrebbe pagarlo questo prezzo? E prezzo, sì, ma di cosa? Si tratta del prezzo della nostra impazienza. La vita individuale essendo troppo circoscritta in relazione al corso dello sviluppo generale. S'è detto - e scritto -  le illusioni e le mistificazioni politiche, economiche, filosofiche, ideologiche, sono parti integranti del processo di sviluppo. Ma non ci si libera con facilità da quel fastidioso e sciocco atteggiamento mentale che è l'impazienza. Eppure una vita non basta per capire tutto ciò che si vorrebbe. Questo dovrebbe bastarci.

 

[pensiero comune inglese]

(da fpg  28.08.99) –  Leggo la Tannahill. Una storia piuttosto esauriente dei costumi sessuali. Documentata e corretta. Invece. I suoi giudizi storici forniscono la misura della rozzezza della cultura anglosassone. Tutto viene giudicato da un unico punto di vista fondato soprattutto sul buon senso e nulla o ben poco sul massimo di coscienza possibile generale del periodo. Oltre la descrizione nessun riscontro con le altre culture. Viste alla stregua del pensiero comune inglese che è come dire alla stregua della mentalità della classe media di quel paese.

 

[maledetti architetti]

(da fpg 22.01.02)  – Leggo questo libro di Tom Wolfe, un lungo lamento sull'architettura americana colonizzata dalla architettura europea dal primo dopo guerra, razionalista e anti borghese (Surrealismo e Bauhaus).  Interessante perché l'intervento di Wolfe prende la forma di una metafora del processo culturale occidentale. Gli architetti europei che occupano il territorio teorico e pratico dell'architettura americana sono i portatori delle esigenze della ragione, una ragione che a sua volta prende come suo riferimento il proletariato da un lato e la pura razionalità dall'altro. Una rivolta insieme della Ragione e dell'opposizione intellettuale alla cultura borghese. Una questione complessa come è complessa l'analisi adorniana della musica. Tuttavia fra gli anni '60 e '70 i ceti medi tendono a sostituire per i nuovi architetti americani il riferimento operaistico. Ci vedo lo scontro in atto dalla prima guerra mondiale in poi fra la cultura razionalista morente e i nascenti diritti dell'emotività e del gusto fondato sul sentimento. L'avanzata dei ceti medi, il declino del proletariato, l'affermarsi dell'individualismo, la sostituzione piena dei diritti ai doveri, eccetera, eccetera. Per ora solo questo.

 

[romanzi]

(da fpg 9.5.06) – Il romanzo di Sussman (L'armata perduta di Cambise) sostanzialmente noioso. Questo tipo di narrativa ha ormai il medesimo impianto. Poliziesco, apocalittico, scontro di civiltà, volontà di dominio del mondo, famiglia, emotività, sentimenti, eccetera. Anche i romanzi finanziari e storici si vanno contaminando in questo senso. Il che li rende tutti uguali, sostanzialmente ripetitivi e conseguentemente fastidiosi. L'uguale sta accadendo nei telefilm. Dove una squadra di polizia lavora alla scoperta di questo o di quello.  

 

[Stalingrado]

(da fpg 8.7.06)– Finisco Stalingrado di Beevor (STNG). Ben condotto. Emergono dal racconto l'indifferente generica ferocia dell'uomo. La struttura di classe della società dove la catena delle privazioni si scarica verso il basso. Inclusa la struttura etnica. La forza sovietica non viene mai posta sufficientemente in risalto. Hitler e Stalin, due psicopatici. Quando un paese si riconosce in uno psicopatico, come è il caso della Germania nazista, allora lo psicopatico rappresenta quel paese. E lo psicopatico cessa di essere tale.

La descrizione del carattere di Hitler mi ha fatto più di una volta pensare a Berlusconi. Caratteristiche simili. La tenacia, l'amor proprio, la sicurezza della propria visione. Il talento del gesto pubblicitario. Il senso della propaganda. Genialità mischiata a imbecillità. Berlusconi è la farsa rispetto alla grandiosità e alla crudeltà di Hitler. Ma la tenacia è la stessa, come l'eccessivo senso del proprio io.

Fenomeni più che altro da capire. In relazione alle forze che mobilitano e alla loro «condizione» del processo storico.

 

[Schulze]

(da fpg 20.3.08) – Continuo Schulze lettere/romanzo sulla RDT all'epoca della caduta del muro. Anno precedente e anno seguente. Interessante ma vagamente noioso. Prolisso? Minuzioso. Ne esce un quadro anche per la banalità dei comportamenti, degli atteggiamenti, dei pensieri e della mentalità che ne emergono. Che la dice molto lunga su come il mondo occidentale abbia lo stesso impasto mentale. Le differenze si rintracciano nei rapporti che il pensiero comune dei vari paesi nutre con la propria cultura d'origine e con l'insieme di quella che oggi chiamiamo la società civile. Ognuno la propria. Soprattutto quella letteraria che forse è la più nota e a portata di mano. È il caso di questo autore che sto leggendo. Probabilmente nei francesi il riferimento è diretto verso i loro autori illuministi. Per i tedeschi i loro autori romantici. Per gli italiani, il cattolicesimo. Vedo in tutti una sostanziale assenza dei filosofi e della logica filosofica. Quella, la logica filosofica, impronta di sé la struttura logica delle varie culture. Ma non è citata, non dichiarata, non espressa. Non si vede. Né viene individuata nonostante l'uso tanto corrente quanto inconsapevole. Comunque i luoghi comuni pur riflettendo livelli diversi, hanno la medesima base culturale. Viltà, retorica, opportunismo, pietismo formano il contenuto del mescolo.

 

[ateismo]

(da fpg 7.11.08) –  Il biologo Richard Dawkins scrive un libro a favore dell'ateismo. Poi si meraviglia di non aver sbaragliato i credenti una volta pubblicato il saggio. Ho fallito, dice. Mi viene alla penna un'espressione romanesca. Ma che sei scemo! Scemo del tutto forse no, ma abbastanza scemo, si. Dice ancora, dipende dall'ignoranza. Degli altri, naturalmente. Della gente in generale. Congratulazioni! Se per ignoranza si intende il basso livello della coscienza media, allora non c'è molto di che meravigliarsi. È il problema dei problemi. Legato tuttavia allo sviluppo delle forze di produzione e della corrispondenza della falsa coscienza a queste forze. Il livello della coscienza generale è basso, mentre quello della falsa coscienza è alto. D'altra parte lo stesso livello della coscienza di RD, molto alto a livella della conoscenza biologica e della concezione del mondo rispetto all'esistenza di dio, appare a sua volta piuttosto basso rispetto al processo di produzione della coscienza umana. Sono gli scherzi dell'idealismo positivista. Che trasforma il pensiero scientifico, logico matematico, in ideologia. D'altra parte è questa la condizione in cui versa la cultura occidentale contemporanea.

 

 

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“Letture & frammenti” [§LETT3]

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