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Dal 2010 al 2011

[2010]

 

[transizione  49] - Si accentua lo scontro con il mondo islamico tenuto al guinzaglio dal fondamentalismo religioso. Fine sostanziale della politica di apertura del presidente SU.

La crisi internazionale si concentra su due fronti principali. Il fronte economico. Crisi del modo di produzione. Con le conseguenze sociali e culturali che comporta. Il fronte islamico. Contraddittorio. Da un lato va battuta l'arretratezza culturale soprattutto per via della questione femminile. Dall'altro è l'espressione della rivolta del terzo mondo sfruttato contro i suoi sfruttatori occidentali.

– Si fa seria la questione delle monete. Dollaro, yuan, euro.

– L'economia internazionale si avvita. La crisi lambisce (feb 2010) gli stati. Banche di affari cooperano attivamente a truccare i conti pubblici di alcuni governi. La crisi del modo di produzione travolge i suoi uomini e le strutture stesse dell'economia che lo sorregge. La cultura, l'ideologia di riferimento, si sfrangia e si frantuma. La cosiddetta crisi morale è questa. Il sistema non riesce ad autogovernarsi (cfr crisi greca).

La tendenziale caduta del saggio di profitto, oltre alla creazione di valore nel sistema finanziario, viene anche contrastata con iniezioni di debito privato e pubblico. Negli SU attraverso un consumo al disopra delle possibilità di quella formazione sociale. In Europa - in particolare quella mediterranea - con un consistente aumento delle strutture burocratiche (più assunzioni, buoni stipendi), l'aumento incontrollato del debito pubblico, un sistema previdenziale tanto generoso quanto insostenibile e una evasione fiscale massiccia. Evasione che indica chiaramente come la lotta di classe sia sempre all'ordine del giorno. Da un lato i paradisi fiscali, dall'altro un salasso sistematico sui redditi da lavoro.

Accorgimenti e strategie economiche che stanno mostrando la corda. Hanno rinviato la crisi per decenni. Frazionandola in crisi brevi (dette congiunturali) fatte pagare regolarmente alle classi (e ai popoli) più deboli. Ma al momento l'accumulo dei rinvii sta moltiplicando la violenza del rivolgimento investendo il sistema nelle sue strutture portanti. I cittadini SU non potranno più consumare come hanno fatto sinora. Gli europei dovranno tirare i remi in barca e dare vita a programmi di restrizione (altrimenti detti di austerità) (sul tema “crisi e caduta del saggio di profitto” vedi @SP).

Al momento lo sviluppo globale si regge sulla forte immissione di forza lavoro a poco prezzo e ad alto sfruttamento dei paesi asiatici. Cina e India in testa. Paesi che tuttavia riescono a volgere a loro profitto il vantaggio che offrono offrendo lavoro a basso costo. L'epoca coloniale è chiusa. Il vantaggio dello sfruttamento della mano d'opera cinese va soprattutto alla Cina. Che offre mano d'opera e incassa know-how.

La svolta non è chiara. Anche perché sarà necessario attendere lo sbocco della crisi. Crisi superiore alla crisi del 1929.

– Altra conseguenza della crisi, la stretta sul sistema di welfare europeo. Detto anche stato assistenziale o stato del benessere. Quel complesso di norme che ha ottuso la percezione della necessità. Segna anche il necessario allineamento dell'economia europea all'economia SU. In altri termini gli europei dovranno lavorare di più. Possibile che con il tempo si faccia strada la consapevolezza che il benessere non risieda fuori dal lavoro ma piuttosto nel modo di lavorare. Fa parte della modernità la coscienza della centralità del lavoro nella vita collettiva e individuale. L'ozio non esiste. Quando è puro ozio precipita l'individuo nel vuoto della propria esistenza. Una forma di recessione agli istinti animali. Il cagnolino da salotto sarebbe l'essere più felice della terra. Quando al contrario l'ozio diventa tempo necessario alla riflessione, lontano da essere ozio, è lavoro dedicato alla crescita della coscienza. Tempo liberato. Una condizione del benessere è la crescita della coscienza. Non può esservi benessere senza coscienza dello stato del mondo e del proprio stato nello stato del mondo. L'obiettivo è il massimo di coscienza possibile.

Il benessere come fuga dalla necessità è stato ed è un passaggio storicamente necessario, un momento del processo, per raggiungere la coscienza dello stretto rapporto esistente fra sapere, massimo di coscienza possibile storicamente raggiunto, lavoro e benessere. La fuga dalla necessità è un modo di proporsi, una forma, dell'alienazione. Alienazione provocata dal modo di produzione.

La crisi del modo di produzione capitalista obbliga la società occidentale a riprendere contatto con lo stato di necessità. Stato che rappresenta una delle strutture portanti del rapporto fra umanità e realtà fisica e sociale nella quale è immersa. È attraverso la necessità che si raggiunge quel genere di benessere che comunemente identifichiamo come felicità.  Felicità. Cioè l'equivalente del vivere pienamente la propria vita. La propria vita lontana dalla vita consigliateci dalla pubblicità della grande produzione di merci. Il welfare europeo non era poi così lontano dal consumo acritico di qualsiasi genere di merce offertaci dal mercato. Merci fisiche e merci intellettuali. Ivi inclusa la propria identità a sua volta ridotta a merce. Identificata con un benessere posto nel consumo di qualsivoglia oggetto e situazione. Dall’auto al viaggio esotico, dalla religione alla passione sportiva, alle forme più svariate di vita fisica e culturale ma tutte con la caratteristica di essere suggerite dal mercato per il mercato. Ivi compreso l'ozio.

Al contrario. Non è possibile collocare il benessere collettivo e individuale fuori dal lavoro. Fuori dalla produttività che è anche se non soprattutto produttività della coscienza. Coscienza che è impossibile collocare fuori dalla realtà. E non indipendentemente dal lavoro. In primo luogo poiché è essa stessa lavoro. In secondo luogo perché ogni lavoro fatto con partecipazione e passione nel senso di forza produce coscienza. Fare un lavoro con coscienza vuol dire saperlo collocare nel massimo di coscienza possibile storicamente raggiunto. Una volta raggiunto questo stadio alcun lavoro può essere noioso, fastidioso, pesante. Un traguardo che non può non essere sociale. Lo si può raggiungere solo quando la società lo raggiunge.

 

[la medesima sorte attende l'Occidente?] - Scrivevo negli anni ’80 (#80). “…L'Italia segue i riflessi interni ed esterni di questa politica. Un esempio.  Battuto il movimento operaio ad opera della Fiat nel 1975, scoppia l'epidemia degli scandali e si acuiscono le lotte interne fra le frazioni borghesi e i gruppi loro alleati.  La corsa all'arricchimento si fa violenta.  Domina il mercato politico, da un lato riflesso della lotta per la concorrenza, ma dall'altro conseguenza della improvvisa libertà di manovra nel campo della speculazione e dei legami politico - economici, eccetera, dovuti alla decisa vittoria politica e ideologica sul campo contro il nemico di classe e il suo partito.”

Quanto è avvenuto in Italia negli anni '80 si è verificato nel mondo con la caduta dell'Urss alla fine del '91. Corsa all'arricchimento delle classi dirigenti economiche, violazione delle norme e delle regole, libertà di speculazione del mercato finanziario, conflitto fra le frazioni della borghesia internazionale, corruzione graduale dei ceti borghesi e politici, eccetera.

Le conseguenze in Italia sono stati i venti anni sboccati nel dominio dei berluscones e della mentalità grossolana della Lega. Fra Lega e berluscones il  paese ha toccato il fondo del barile. Lo sta ancora raschiando (estate 2010). La medesima sorte attende l'Occidente? Qualche segno affiora. Tuttavia non è ancora detto. L'Occidente nel suo complesso è culturalmente meglio dotato. La sua crisi è di fatto la crisi del modo di produzione capitalistico. Un discorso parzialmente diverso. Comunque sarà bene tenere d'occhio il grado di corrispondenza fra gli avvenimenti italiani che hanno seguito il 1975 e gli avvenimenti occidentali e internazionali nel loro complesso che hanno fatto seguito alla caduta del muro di Berlino.

Stille nota una radicalizzazione nella politica, nei media e nella società SU. Percentuali consistenti di cittadini SU credono che Obama sia un mussulmano (31%), che non sia un americano di nascita, che sia un socialista, che aiuti i terroristi (40%). Che l'idea del riscaldamento globale sia un'invenzione, un complotto internazionale per mettere in ginocchio gli SU.

[non detto] Da un lato emerge il non detto, parallelamente crescono le fantasie autoprotettive. L'emersione del non detto crea smarrimento e angoscia. Le fantasie rappresentano il tentativo di proteggersi dallo sconcerto creato dall'emersione del non detto.

Allo stesso tempo l'emersione del non detto crea maggiore consapevolezza e coscienza della realtà. La presa di coscienza individuale tuttavia non è significativa. Lo diviene solo quando investe un numero crescente di persone. A questo punto si formano due insiemi. L'insieme di coloro che prendono coscienza e l'insieme di coloro che rifiutano la presa di coscienza. Destinati alla radicalizzazione e allo scontro. Che è poi il fenomeno, la radicalizzazione e lo scontro, indicato da Stille come nuova caratteristica della società SU. Con deperimento del centro moderato. Stille attribuisce ad alcuni passaggi tecnici il fenomeno nel suo farsi.  Anche per lui tuttavia il risultato è la radicalizzazione e ideologizzazione dello scontro. Anche in questo l'Italia sembra precorrere il fenomeno.

 

I disastri climatici dell' estate 2010 fanno parte della transizione e dei limiti del modo di produzione capitalistico.

 

novembre – Il caso Wikileaks. Nuova prova di forza del detto a spese del  non detto. Le rivelazioni rivelano poco di nuovo. Ma certificano quanto si sussurrava o s'intuiva.

 

dicembre – Obama risale nei sondaggi perché cita passi della Bibbia.

 

[2011]

 

[transizione 50]  - Occidente sviluppato in difficoltà. I candidati alla successione. Cina, India, Brasile, Russia, Messico.

Gennaio. Due avvenimenti. La rivolta popolare in Tunisia investe il processo in corso nei paesi islamici. Si tratta di un cominciamento. Un inizio. O che?

Hu Jintao, presidente cinese si reca negli SU. Coglie l'occasione per dire come l'obiettivo dell'esperienza cinese sia di "sviluppare la democrazia socialista, costruire lo stato di diritto in una nazione socialista". Il fine dichiarato da Jintao non è in contraddizione con una certa concezione che Lenin aveva della questione democratica all'interno del partito e dello Stato. Al contrario tende in certo senso a realizzarla.

La costruzione dello stato socialista cinese al momento potrebbe rimettere sul tappeto la visione marxista della società. Non è dunque dall'Est europeo che verrebbero le novità. Ma dall'oriente cinese.

Da analizzare anche la differenza dell'economia sociale di mercato tedesca dall'economia socialista di mercato cinese.

 

[transizione  51] - Si sollevano i paesi arabi del nord Africa. Il movimento travolge la Tunisia, l'Egitto, la Libia. Gli insorti si organizzano utilizzando al meglio Facebook. La tecnologia al centro del processo sociale e politico. Il processo sociale e politico fa leva e si sviluppa per mezzo del progresso tecnologico. Il fenomeno trova il suo epicentro non nei paesi più sviluppati ma nei paesi meno avanzati. Controllarlo diviene sempre più difficile. Probabilmente impossibile.

Tratto saliente delle rivoluzioni nordafricane. Prive di capi. Protagoniste le piazze (masse) insorte e rivoluzionarie.  Può trattarsi di una nota essenziale nel corso del processo storico. La tecnologia favorisce, permette la svolta. Il tam-tam elettronico è esso stesso protagonista dell'avvenimento che promuove. Un processo di autocatalizzazione. La presenza di una guida carismatica (un leader) non è più necessaria al movimento perché il movimento si produca.

Di fronte alla violenta reazione del rais tripolino che riprende il terreno perduto esclusivamente per via dell'appoggio aereo alle sue truppe e i bombardamenti della società civile, la comunità internazionale cosa fa? Discute. Si vuole strangolare (economicamente) Gheddafi e nel medesimo tempo assestare un colpo agli insorti? Liberandosi dell'uno e degli altri?

Alla fine (marzo) l'Onu dà il via libera all'intervento militare aereo.

Tutta la vicenda delle insurrezioni del Nord Africa merita una riflessione approfondita. La sensazione è che ci si trovi di fronte a un momento di svolta della transizione (compreso l'evento nucleare giapponese).

 

[sul non detto] - L'insurrezione araba provoca reazioni contraddittorie nei paesi occidentali. Reazioni legate all'emersione del non detto. Emersione che non lascia spazi al formarsi di giudizi oggettivi. Ragioni economiche, politiche, sociali, strategiche si intrecciano con lo sfruttamento, il neo colonialismo, lo scontro di civiltà, la corruzione, l'avidità finanziaria, e con tutto l'armamentario ideologico di sinistra e di destra. Per cui la perplessità, lo smarrimento, lo sbigottimento, l'incertezza hanno raggiunto livelli ragguardevoli. Con il risultato che nulla è vero e tutto è vero, nulla è falso e tutto è falso.

 

[scambio uomo-natura] (marzo ‘11) - La violenza della natura abbattutasi sul Giappone alla quale si aggiunge la violenza proveniente dal deficit tecnologico incapace di imbrigliare il nucleare segna una svolta. La svolta fa parte della transizione. È un suo «momento» forte. Dopo una grande sbronza economica e ideologica che tendeva a ignorare la necessità quale struttura portante del reale, la necessità ha fatto sentire la sua voce. Prima con la crisi economica del 2007, poi con vari disastri naturali di fatto snobbati e sottovalutati e ora con il Giappone. Disastro naturale che si impone per la sua ampiezza, al quale si è aggiunto il disastro scientifico del nucleare.

La tendenza di sottovalutare il sottovalutabile fa parte di un atteggiamento storicamente tipico di classi dirigenti che si inabissano e danno una mano alla loro fine non individuandola. I tempi di questa fine vanno misurati in decenni, ma la fine del capitalismo ha preso un avvio irrimediabile.

 

[crisi del concetto di democrazia] - L'emersione del non detto mina il processo democratico. Le opinioni pubbliche dei paesi occidentali disorientate, confuse, smarrite di fronte alla transizione del processo economico, sociale e politico. Il livello del massimo di coscienza possibile media troppo basso e insufficiente per comprendere il corso degli avvenimenti. Questa ignoranza, chiamiamola così, è una delle forme prese dall'alienazione prodotta dal modo di produzione. Alienazione che riguarda l'intero apparato concettuale dell'Occidente. L'incapacità che sembra aver colpito le classi dirigenti occidentali è la conseguenza del processo di alienazione in corso. Processo destinato a espandersi nella stessa misura in cui il modo di produzione capitalistico va espandendosi. Nell'espandersi il modo capitalistico di produzione (mcp) spinge il processo di sviluppo generale in tre direzioni. Continua a svolgere la sua funzione/missione storica, sgretola le strutture precapitaliste esistenti, produce le strutture  future. Va ricordato come l'alienazione prodotta dal mcp sia diversa dall'alienazione «naturale» delle economie e delle società precapitaliste esistenti.

La crisi della democrazia quale forma politica del modo di produzione capitalistico e della borghesia, classe da questo modo di produzione prodotta, a livello politico e sociale è incrementata dall'incalzare della classe meticcia occidentale (vedi @CLAS) e dal proletariato internazionale che preme ai confini dell'Occidente. Preme in vari modi. Entrando nel modo di produzione capitalista (paesi del Bric). Entrando all'interno della sua cintura attraverso l'emigrazione. Minacciando il sistema con atti di guerra (detti terrorismo). Mischiandosi e concorrendo a alimentare l'enorme produzione di falsa coscienza che corrode dall'interno le borghesie e le società internazionali.

All'interno delle democrazie le classi meticce spingono i sistemi politici verso una crescente irrazionalità. Spinte come sono da insicurezze economiche e sociali. Colpite dalla crisi economica, dall'emergere del non detto che le disorienta, dalla mancanza di un ceto politico in grado di affrontare le questioni poste dalla transizione. Transizione che non sono in grado di individuare.

Ora crisi della democrazia non significa necessariamente crisi dei concetti di libertà e giustizia. Concetti che sono alla base simbolica delle rivoluzioni che al momento scuotono il Nord Africa come sono anche se confusamente alla base dei movimenti sociali che agitano l'Occidente. Al contrario. Si tratta di una crisi politica e di sistema. È in crisi il rapporto e l'equilibrio fra il concetto di maggioranza e di minoranza. La realtà politica e sociale non è più rappresentata dalle maggioranze che si formano nei paesi. Probabilmente è giunto il momento di riflettere se una maggioranza antidemocratica possa prendere il potere con le regole della democrazia per poi abolirle. Non è nemmeno chiaro il confine fra le ragioni delle minoranze e le ragioni delle maggioranze. L'emersione del non detto e la frantumazione dilagante della falsa coscienza di cui sono portatrici le classi meticce accrescono la crisi dei concetti base su cui hanno finora retto le democrazie occidentali. Le crisi economiche, il comportamento dei ceti economici e politici occidentali, il lusso quale unica molla e ragione di identità di questi ceti, i concetti di giustizia e di libertà che hanno conquistato il mondo sia pure sotto la forma ideologica della falsa coscienza, sono gli  aspetti più evidenti della transizione che sta minando le democrazie.

Prospettive? Alcuna a breve e medio termine. Il processo per prodursi deve consumarsi (vedi oltre, dicembre 2011 – gennaio 2012).

 

[transizione 51 → segue] (luglio ‘11) - La repressione in Siria più feroce di quella libica crea degli imbarazzi all'Occidente. Gli SU non vanno oltre la protesta. Solo la GB, dopo un eccidio più grave degli altri, non ha escluso l'uso della forza. Il fatto è che la Siria è stata un bastione contro Al Qaeda. Si abbatte Assad e si apre la regione al terrorismo.  In Turchia si rafforza il governo filo islamico. Decine di anni di regime laico non sono riuscite ad attecchire. Una lezione per le rivoluzioni autoritarie decise a tavolino. Le primavere arabe sono contrastate dalle correnti islamiche. Altro problema. La crisi del 2008 non accenna a esaurirsi. Difficoltà in Pakistan e Iraq. In genere la transizione morde ovunque. Anche se e tanto più che l'«ovunque» non viene seguito né monitorato. Per cui non si sa bene dove sia e cosa stia producendo.

La transizione prende la forma di crisi finanziaria e ideologica occidentale.

Finanziaria poiché i governi occidentali non riescono a gestire il sistema monetario mondiale prodotto dalla globalizzazione. Ma la crisi finanziaria è solo la forma presa dalla sottostante crisi economica che a sua volta è crisi del modo di produzione capitalistico. Una delle crisi. La terz'ultima, la penultima. Non certamente l'ultima.

Ideologica poiché stanno venendo meno i presupposti intellettuali necessari al sistema (leggi anche modo di produzione) per sopravvivere. Il comportamento dei repubblicani SU è classico di una classe al suo declino che non riesce a organizzare né a prevedere il proprio futuro. Le classi dirigenti nazionali europee non sono da meno. Incapaci di individuare un progetto navigano a vista. Una vista molto corta. A loro volta le popolazioni occidentali rifiutano la crisi. Finito il colonialismo non vogliono rinunciare ai vantaggi del colonialismo. Sono riuscite a prolungarlo per oltre mezzo secolo con l'egemonia finanziaria e militare. Sta finendo anche questa.

Come scrivono alcuni economisti, a fare progetti di lungo periodo e a riflettere sulle sorti del mondo sembrano rimasti solo cinesi e brasiliani.

 

[transizione 52] - Al momento la questione è la profondità della crisi occidentale. Della crisi del modo di produzione. Se la produzione allargata non stia venendo meno e se lo sviluppo non si sia al momento arrestato. L'errore potrebbe essere di puntare sulla crescita, come si va facendo, proprio quando la crescita generale si è bloccata. Un periodo di pausa. Le pause in un periodo di transizione possono durare decenni.  Il Medioevo rappresentò una lunga pausa. I consumi si contrassero. Gli scambi si contrassero. Lo sviluppo segnò il passo. È quanto sta accadendo? Naturalmente in condizioni ben diverse. Se l'Occidente smette di crescere anche i paesi emergenti rallenteranno. Non sono certamente in grado di reggere da soli la crisi del modo di produzione.

 

Ora se la stagnazione si generalizza non è più stagnazione. L'economia del globo andrà gestita con criteri diversi da quelli di uno sviluppo continuo e di una riproduzione allargata continua.

Sarà necessario gestire il globo con criteri adatti a una riproduzione semplice.

Al momento non è certo a questo che pensano gli economisti capitalisti e le classi dirigenti internazionali. Sono lì che spiano la ripresa dello sviluppo. Ma lo sviluppo non sembra si stia facendo vivo. La caduta tendenziale del saggio di profitto sta avendo la meglio. Questo è il filo rosso (motivo) della crisi attuale. È possibile allora che si renda necessaria una gestione centralizzata dell'economia (in parte questo già avviene con gli interventi delle banche centrali). Centralizzata ma non nazionalizzata. Un pubblico non del tutto pubblico. Un privato non del tutto privato. Un nuovo e particolare tipo di conduzione economica.

Centralizzata negli indirizzi ma libera nella gestione.

Con una diversa distribuzione dei beni prodotti da un'economia caratterizzata da una riproduzione semplice. Produzione semplice che non sarà necessariamente una riproduzione di pura sussistenza. Cosa sarà allora? Qualcosa che non conosciamo. Ma che è in atto (settembre ‘11).

 

Nell'attesa che tutto ciò venga compreso, lo scontro internazionale continua. La speculazione mette in crisi l'euro. La speculazione parte dagli SU. È il tentativo SU di contenere la forza dell'euro e dare un po' di fiato al dollaro ormai declinante nel tentativo (in sé disperato) di salvarlo. In questo senso bene ha fatto la Bce nel difendere i paesi attaccati dalla speculazione americana. Ma la politica della Bce è stata criticata. I governi europei non si mostrano sufficientemente europeisti da infondere un sentimento europeista nei popoli europei. Non spiegano con la forza necessaria che l'euro è diventato la ragione d'essere dell'Europa e che fuori dall'euro l'Europa sarebbe di nuovo colonizzata come lo è stata di fatto dalla fine della seconda guerra mondiale. A vantaggio di chi? Oggi dei cinesi o dei russi, o sarebbe sacrificata per rendere meno dolorosa, più dolce l'agonia americana. Perché gli europei si difendono così debolmente? Sono ancora vittime dei postumi della guerra fredda? Della sconfitta del 1945? Oppure non intendono adeguare il loro stile di vita alla transizione capitalista in corso? Transizione che impone una maggiore laicità nella cultura, una maggiore produttività nel lavoro, una maggiore spregiudicatezza nei comportamenti.  Competizione. Comportamenti e competizione all'interno del massimo di coscienza possibile storicamente raggiunta, dosi massicce di libertà democratica, crescita della coscienza collettiva, consapevolezza della propria posizione nel mondo, e altro. Poiché il capitalismo, come aveva capito e analizzato Marx, significa anche tutto ciò e come tutto ciò una volta raggiunto significherà la fine del capitalismo e il passaggio a un nuovo modo di produzione, un nuovo stile di vita, e altro ancora.

Gli europei al contrario rimangono agganciati alle proprie tradizioni, alle proprie conquiste sociali, al proprio benessere che rispetto alle necessità imposte dal periodo di transizione in cui si trovano hanno un sapore, presentano un aspetto di qualcosa di superato e in via di superamento. Dove sono gli intellettuali in grado di analizzare e proporre strategie tali da affrontare e realizzare il superamento?

 

[transizione 52 → segue] (ottobre/novembre ‘11) - Negli SU rivolte e manifestazioni contro Wall Street. Contestato il sistema economico nel cuore del capitalismo. La prima volta. Nel giro di poche settimane il movimento si estende e corre di fatto in tutto il mondo. Fenomeno imponente anche se non incide più che tanto sul processo generale che rimane saldamente nelle mani dei gruppi dirigenti. Frutto della globalizzazione e dell'emersione graduale ma costante del non detto. Il contenuto è l'erosione del non detto. La condizione è la globalizzazione e la informatizzazione della comunicazione.

Altro risultato della globalizzazione è l'egemonia dei mercati. Sono i mercati a dettare le politiche economiche necessarie.  E pur essendo gli stessi mercati sostanzialmente nelle mani dei gruppi dirigenti  internazionali rappresentano un ulteriore passaggio, un momento rilevante nella direzione presa dall'economia e dalla politica complessiva e nell'andamento che ne caratterizza il processo. Quale sia il senso e la direzione di questo aspetto del processo rimane al momento oscuro, misterioso scriverebbe Marx.

Sta di fatto che la globalizzazione produce due fenomeni sovvertitori. Dal basso i movimenti popolari conseguenza dell'erosione del non detto. Dall'alto i mercati conseguenza della concentrazione e della integrazione del capitale. Con l'esito di collocare anche nella forma l'economia al centro del processo generale (4PP umano).

 

[transizione 53] (novembre ‘11) - L'Occidente preoccupato dall'avanzata dei mezzi tecnologici che rimpiazzano via, via lavoro umano. Come andrà a finire si chiede? Probabilmente andrà a finire che lo studio, l'apprendimento, la crescita delle capacità intellettuali e della coscienza verrà considerata un lavoro produttivo. Quale è. E come tale verrà pagato. La nuova produzione sarà (prevedibilmente) sempre più intellettuale. Così che al settore dei servizi (vedi “della transizione del mcp – 1” in #94-96) si aggiungerà il settore della produzione intellettuale. Non solo in funzione della produzione allargata di beni e servizi, ma al contrario la nascita di nuovi beni e nuovi servizi in funzione della produzione allargata della capacità intellettuale, del Sapere e della coscienza.

Quale è oggi il giro di affari per la cura del corpo? Per la soddisfazione del palato? Ebbene pensiamo a un giro di affari per la cura intellettuale della mente. Per il gusto e la soddisfazione del pensare. Una produzione allargata per la  produzione e la diffusione di quello che Vygotskij  chiamava il pensiero scientifico e che potrebbe essere individuato anche come la produzione del pensiero analitico generalizzante.

Tutto ciò in attesa dell'avvento e della produzione allargata dell'individualità.

 

[transizione 54] (novembre  '11) - La crisi del modo di produzione capitalista genera uno scontro - sotterraneo ma di notevole virulenza - fra le economie anglosassoni (SU e GB), i loro affiliati (Giappone e élite europee) e l'Europa renana (UE). La crisi dell'eurozona determinata dagli investitori anglosassoni e giapponesi, dalle società di rating (vedi #IMOD), dalla campagna di stampa anglosassone (NYT, FT, Economist, WSJ), dalla pressione US e GB sui governi europei e sulla politica della Bce. Gli angli vogliono affrontare la crisi inflativamente (Keynes), l'Europa a guida teutonica deflativamente. Si aggiunga che l'idea di sbarazzarsi dell'euro non spiace affatto agli angli che eliminerebbero un pericoloso concorrente finanziario e farebbe ricadere i paese europei nella rete - slabbrata e bucata - della finanza US.

 

(dicembre '11) - La rivolta delle piazze russe si aggiunge alle primavere arabe. Un'onda in grado di raggiungere la Cina. Sintomi che confermano come la transizione proceda utilizzando la crisi economica internazionale. Maggior democrazia nel senso che i popoli sono chiamati a rendersi conto della situazione generale (del grado di evoluzione raggiunto dal processo generale). Maggiore trasparenza. Maggiore informazione. Maggiore cultura per fare informazione e per interpretarla. Maggiore sapere. E via di questo passo. Un cammino lento ma costante.

Costante ma lento (gennaio 2012). Dove l'accento va posto sulla lentezza. Lentezza che provoca un ritardo fra l'avanzare della sfera democratica e la necessità per le democrazie reali che i popoli siano in grado di affrontare le crisi poste in essere dalla transizione. Poiché al momento nonostante l'espandersi della democrazia nel mondo si manifesta un deficit di contenuti delle popolazioni occidentali (storicamente ancora le più avanzate), deficit che minaccia una crisi della democrazia reale nei paesi che ne sono i portatori.

Così da un lato espansione della democrazia universale, dall'altro crisi della democrazia reale.

I deficit di contenuto a loro volta dipendono dalle necessità e dalle modalità del modo di produzione capitalistico che non riesce a trasformare in valore il sapere e a trarre profitto dall'espansione del sapere come trae profitto (solo un esempio) dall'espansione del senso della salute fisica dell'uomo.

Non riesce. In realtà non sa. Non sa perché non può. E non può perché la struttura stessa del modo di produzione produce una cultura in sé alienata. Alienata ma la sola in grado ancora di tenerlo in vita. Il modo di produzione capitalistico produce quella cultura che a sua volta produce (sostiene, tiene in vita) il capitalismo. E se è vero che la democrazia reale è la struttura politica prodotta dal mcp, è fatale che con la crisi progressiva del mcp entri in crisi la democrazia reale.

Ora la crisi della democrazia reale non comporta come una fatalità la crisi della democrazia universale (indichiamola così) così come il fallimento del comunismo reale non necessariamente porrà in crisi il comunismo universale (indichiamolo così). Potrebbe anche porsi il caso che al termine della transizione si scoprisse che democrazia universale e comunismo universale siano le due facce di una medesima realtà.

Se provassimo a porre attenzione alle contraddizioni poste in essere dalla transizione - e rese più evidenti dalla crisi economica apertasi nel 2007/8 - scopriremmo che i due momenti della contraddizione sono la giustizia sociale da un lato e la democrazia dall'altro. Che si presentano quasi opposti e inconciliabili. Il solo fatto che la contraddizione si manifesti in modi sempre più evidenti è un segno che la transizione marcia verso il superamento stesso della contraddizione in una realtà terza che li concili e li fondi. Ma quale sarà l'assetto economico in grado di produrre la fusione?


(per le cronache politiche italiane, vedi in Italia #CDA e succ.,oltre a “Il punto di vista”)

 

(continua in Note di economia e politica > 2012)

 

 

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Note di economia e politica > Dal ’10 all’11” [#10-11]

 

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