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Sul capitalismo italiano (2)

Ciò che interessa, che ha interessato, è di conservare l’equilibrio. Tutto viene sacrificato in nome della strategia dell'equilibrio. Anche perché l’equilibrio e la stabilità non amano scossoni, non amano cambiamenti. E quando il processo storico (il 4PP) esige dei cambiamenti, la strategia dell'equilibrio suggerisce di frenarli, organizzarli al fine che il vecchio equilibrio permanga e i nuovi equilibri, se proprio si debbano formare, si formino in maniera indolore.

È per questo che la «palude italiana» si richiude sempre, inesorabilmente sul paese e ogni mutamento è rinviato, graduato, concesso in porzioni indolori come un veleno dal quale poco a poco ci si debba mitridatizzare. E quando il processo storico preme alle porte, spesso, nella speranza di ritardarlo, o di ritardarne le conseguenze, si finisce col lasciarsi travolgere. Sempre nella speranza che dalle macerie rinasca la vecchia struttura più o meno modificata, ma ancora in piedi.

 

lo sviluppo dell’economia italiana

[secondo dopo guerra] – La disoccupazione preoccupazione principale del paese dalla sua costituzione. Risolta con l’emigrazione transatlantica fino alla seconda guerra mondiale poi con l’emigrazione europea (Germania, Francia, Svizzera e anche Belgio) fino al 1970 (SEI/11).

Si cerca di evitare che la pressione della disoccupazione si tramuti in un pericolo per la stabilità sociale /10/.

 

[caratteristiche dell’economia italiana] – Priva di materie prime attinge all’estero la maggior parte delle risorse produttive /9/.

Priva di un’industria di avanguardia si fa strada sui mercati internazionali puntando sull’economicità dei prezzi più che sulle novità del prodotto /10/.

Di piccole dimensioni. Concentrata nel triangolo industriale.

Il resto del paese agricolo, fino agli anni del «miracolo economico» (1955–1963).

Il «miracolo» favorito dalla ripresa migratoria in Svizzera, Francia e Germania.

 

Aumenti della produttività del lavoro nelle industrie esportatrici (evitando di aumentare troppo i salari) /10/.

‘45–’55 – Prima ristrutturazione dell’industria del Nord. Riforma agraria e opere straordinarie nel Mezzogiorno /11/.

‘63–’73 – Al Nord. Investimenti intensivi nell’industria, decentramento produttivo (oltre il triangolo industriale), sviluppo della media e della piccola impresa /12/.

‘73–’79. – Crisi petrolifera. I due fronti dello sviluppo italiano. a) I paesi industriali avanzati con le loro tecnologie di avanguardia. b) I paesi di nuova industrializzazione che si affrontano e battono con l’arma del prezzo /12/.

Dal 1979 entrati nell'eurozona.

 

© Per capire vanno approfonditi la politica di classe e il livello degli interventi della borghesia nazionale.

1. Sotto il profilo della capacità finanziaria.

2. Sotto il profilo della capacità imprenditoriale e culturale.

3. Sotto il profilo dello scontro sociale. → La riforma agraria al Sud rivolta allo sviluppo dei coltivatori diretti invece che alla sua industrializzazione, eccetera. → La politica dei bassi salari per mantenere bassi i prezzi evitando di puntare sullo sviluppo tecnologico, sulla ricerca, sull’innovazione (innovazione dei processi e non dei prodotti), lucrando invece su salari e prezzi.

4. Parte rilevante dell’anomalia italiana   la presenza di un vero e proprio Stato (lo Stato Vaticano) all’interno del proprio territorio e delle proprie strutture economiche, sociali, finanziarie. In particolare la struttura economica basata sulla rendita e una notevole disinvoltura finanziaria che caratterizza l'andamento della nostra economia trovano la loro ragione d'essere nei comportamenti e negli interessi della finanza vaticana. Non a caso la classe dirigente delle banche italiane è composta almeno all'80% da cattolici praticanti. →

 

→ [ciampi e fazio] (07/99) – La manovra di Fazio a favore della finanza cattolica e di Mediobanca è inqualificabile. Uomo più attento agli interessi della comunità cattolica che a quelli del paese in generale. Il principio che ha permesso i suoi interventi è stato di scegliere la stabilità complessiva degli istituti di credito al posto delle esigenze e delle spinte del mercato. La preoccupazione italiana e cattolica di non rompere gli equilibri sconvolgendo il quadro. Ecco la filosofia dell’Opa ostile e dell’Opa concordata. Contro l’Opa ostile a favore della sola Opa accettata dallo «scalato».

A badar bene nel suo insieme è la medesima linea che ha caratterizzato la politica e i comportamenti politici di Ciampi. Ciampi, nel confronto con Amato che gli è successo al Tesoro e lo ha preceduto una volta nella direzione del governo, ne esce come uomo di compromessi, mediazioni, attento alle strutture esistenti e intento soprattutto - appunto - a non sconvolgere il quadro. Si avverte insomma l’influsso di quella politica dell’equilibrio, della stabilità e del controllo che ha caratterizzato (dalle leggi bancarie del 1930) il progetto bancario nazionale guidato da Banchitalia. Che oggi sta portando quel progetto al tracollo (vedi Fazio) e impedisce al paese di decollare anche per via degli abbagli di D’Alema.Non a caso D’Alema si è arreso al sistema della destra tardo-imprenditoriale e del sindacato tardo-corporativo. 

 

[il modello italiano – controllo equilibrio stabilità]  Ne viene fuori che il modello italiano, delle classi dirigenti e della borghesia nel suo insieme è mantenere la stabilità insieme a dosi calcolate di controllo ed equilibrio (sulla “sacralità” dell’equilibrio vedi §REL).

Non è quindi il fare, lo sviluppo del paese, la crescita culturale e umana, la qualità di questa crescita.

Ciò che interessa, che ha interessato, è di conservare l’equilibrio. Tutto viene sacrificato in nome della strategia dell'equilibrio. Anche perché l’equilibrio e la stabilità non amano scossoni, non amano cambiamenti. E quando il processo storico (il 4PP) esige dei cambiamenti, la strategia dell'equilibrio suggerisce di frenarli, organizzarli al fine che il vecchio equilibrio permanga e i nuovi equilibri, se proprio si debbano formare, si formino in maniera indolore.

È per questo che la «palude italiana» si richiude sempre, inesorabilmente sul paese e ogni mutamento è rinviato, graduato, concesso in porzioni indolori come un veleno dal quale poco a poco ci si debba mitridatizzare. E quando il processo storico preme alle porte, spesso, nella speranza di ritardarlo, o di ritardarne le conseguenze, si finisce col lasciarsi travolgere. Sempre nella speranza che dalle macerie rinasca la vecchia struttura più o meno modificata, ma ancora in piedi.

A veder bene questa è la storia del cattolicesimo e della sua chiesa dalla controriforma in poi. La sua cifra popolare è il quieto vivere. –|

 

[alleanza borghesia imprenditoriale del nord con gli interessi agrari del sud] – La tesi di Romeo /SEI/45/ → lo sfruttamento del settore agricolo del Mezzogiorno fornì le risorse per i grandi investimenti (strade e ferrovie) che permisero il decollo industriale del paese, decollo concentrato prima nel triangolo industriale poi quasi misteriosamente nel Nord-Est  (*).

/45-46/ Alleanza fra borghesia industriale del Nord con gli agrari del Sud. L'industrializzazione del Nord venne contrattata dalle classi dirigenti meridionali in cambio di alti dazi sui cereali col conseguente aumento del prezzo del grano e la crescita delle rendite fondiarie. E con lo smantellamento dell'industria del Sud, al momento dell'unificazione in ottime condizioni. Su questo aspetto della questione vale la pena di dare un'occhiata al libro di Carlo Rodanò  (MSE).

– La Francia reagì con forza al tentativo della nascente agricoltura del Sud di darsi una strategia d'esportazione. A differenza dei governi italiani i governi francesi sostennero l'iniziativa dei loro connazionali. Fu così che venne stroncato sul nascere l'unico processo di accumulazione tentato al Sud. E con questo tentativo venne prima scoraggiato, poi distrutto lo spirito imprenditoriale del Mezzogiorno. Investimenti e miglioramenti andarono in fumo. Conseguenze. Danneggiate le classi contadine (crescita del prezzo del grano e abbassamento dei salari). Favorita la proprietà assenteista. Crescita dell’emigrazione quale risorsa principale per mantenere in equilibrio la struttura sociale meridionale. Allo stesso fine cominciano i provvedimenti di sostegno per il Mezzogiorno.

Pressione fiscale più gravosa al Sud che al Nord.

 

[(*) g. bocca su Rep 20.08.97] – "Uno strato sociale padano vissuto per decenni in laboriosa povertà, nel grembo della chiesa e dei suoi parroci, affidato per ogni faccenda finanziaria al sistema bancario cattolico, subfornitore nei migliori dei casi della grande industria, ha improvvisamente raggiunto l’indipendenza economica e l’autonomia imprenditoriale. Ha voluto il caso che questo ceto sociale fornito di denaro ma non di cultura, senza tradizioni alle spalle sia diventato soggetto politico nel momento più delicato, più sensibile della transizione italiana dal nazionalismo al mercato mondiale, dal protezionismo alla rivoluzione tecnologica,  ... veda nella Padania il paese mitico, la terra promessa, dove ognuno fa i suoi affari senza pagare le tasse, senza dividere niente con nessuno, né con gli immigrati né con i meridionali, né con i partiti né con lo Stato né con i sindacati né con la Chiesa dei «vescovoni»."

 

[ceti medi -  piccola borghesia] – Rapporto ceti medi/piccola borghesia. Il ceto medio è già classe dirigente. Diciamo la borghesia fornisce i dirigenti, i ceti medi forniscono i quadri, la pcbg è la manovalanza intellettuale di classe.

L’Italia non solo manca di una borghesia che si ponga come classe generale, ma conseguentemente manca anche di ceti medi volti a divenire borghesia (quadri). Da noi è la pcbg a fornire quadri e dirigenti.

Dal punto di vista delle classi è questo che forma lo specifico della società borghese italiana. In realtà una società non borghese, con una borghesia subalterna nei comportamenti all’aristocrazia, nella cultura alla chiesa romana e,  in contrapposizione a questa, a una cultura esterofila altrettanto subalterna come quella cattolico romana.  Per il rimanente piccolo borghese. Possiamo dire che in Italia è la pcbg a porsi come classe generale. E siccome la pcbg non è in sé classe generale, ma un ceto sociale frantumato, oscillante ideologicamente, insicuro socialmente, eccetera, la classe generale manca. Le funzioni della classe generale sono rappresentate dalla gerarchia ecclesiastica che non a caso ha un suo partito e quando non ce l’ha tende a formarlo. Contrariamente alla borghesia che ne è priva e quando si pone come classe generale lo fa assumendo in maniera subalterna  come propri i grandi interessi stranieri (da fpg 9.06.00) (sul tema delle classi, vai a @CLAS).

 

(06.02.01) – Non credo ci sia molto più da aggiungere sul concetto di capitalismo italiano . C’è da tenere sotto osservazione lo scontro in corso fra le forze che resistono alla nuova economia (forti quelle vaticane e cattoliche) e le forze che spingono per la modernizzazione / europeizzazione / globalizzazione.

 

(08.08.01) – Franco Bernabè sul Corsera del 6.10 fornisce alcuni dati sul capitalismo italiano. Significativi. Le banche. Mancano gli intermediari finanziari necessari per lo sviluppo delle medie industrie e per la buona riuscita delle scalate come banche d’affari. Le imprese. Le imprese con più di 20 addetti sono (solo) 70 mila. Le aziende sotto i 20 addetti sono tre milioni e mezzo. Queste ultime poggiano su organizzazioni elementari con servizi a basso valore aggiunto oppure operano nel commercio e nell’edilizia. Le aziende con più di 250 addetti sono (solo) 2.500. Impossibile in queste condizioni formare un numero sufficiente di manager tali da alimentare un mercato (di manager). Eccetera.

& – Da un rapporto di Mediobanca risulta che la resa del capitale nelle industrie italiane è inferiore al suo costo. La resa è del 7,1% contro il costo che è dell’8% (Turani su Repubblica del 10.08.01).

 

(12 gen. 01) (Vincenzo Visco sul Corsera di sab 11.01) – Il declino italiano comincia tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80. Di fronte allo shock petrolifero l’Italia - diversamente dagli altri paesi europei - non riesce a riequilibrare i conti pubblici. Fra il 1974 e il 1984 l’inflazione italiana è del 15,8%, la spesa pubblica era in espansione e la pressione fiscale inferiore di 10 punti alla media europea. L’inflazione svalutava il debito pubblico e i risparmi privati (imposta inflazionistica).

Il «sistema» entra in crisi con l’adesione italiana allo Sme e con la fine dell’obbligo per la Banca d’Italia di finanziare il disavanzo pubblico.

I tassi di interesse diventano positivi, le tasse non crescono. Tutto a spese del debito pubblico che nel rapporto con il Pil passa dal 57,7% al 91% del 1987 fino a raggiungere il 108% nel 1992 e il 124% (?) nel 1994.

Si era vicini al collasso. Dal ‘96-’01 graduale ritorno alla normalità. Trascinandosi sempre dietro il peso del debito pubblico. Anche se la spesa per interessi passò dal 13% al 6%. Comunque sempre più alta di almeno tre punti su quella degli altri paesi avanzati europei.

Negli anni ‘80 comincia la crisi delle grandi imprese. Il paese esce dai settori produttivi decisivi. Nel medesimo tempo si deteriora progressivamente la «resa» dei grandi apparati pubblici. Nei quali, come nelle infrastrutture, non si investe più.

Il paese nel suo insieme non riconosce e tende a negare le condizioni in cui versa l’economia nazionale. Con conseguenze che si fanno di anno in anno più gravi.

© L’incapacità della borghesia italiana come classe generale consiste esattamente nell’incapacità di affrontare la situazione. Ci si illude, si producono discorsi e si mostra di essere quello che non si è. Che non si sa di essere. Che non si vuole essere.–|

 

Scrive Alessandro Penati (Corsera/E10/4/03), in Italia tutti vogliono comandare, ma nessuno ha i soldi per farlo e nessuno si fida di nessuno.

 

(giugno ‘03) – Giuseppe Tesauro, presidente dell’Antitrust, individua le strozzature dell’economia italiana. Alcuni mali classici. Collusione fra imprese nella fornitura di beni e servizi allo Stato, il cartello delle assicurazioni, rigidità del mercato elettrico e di quello del gas. Esemplare la risposta di Mincato, Ad Eni. “Per l’apertura al mercato ci vogliono tempo e investimenti”.  Di tempo il sistema industriale italiano ne ha avuto quanto ne ha voluto. Almeno del 1960, all’inizio degli anni del boom. In quanto agli investimenti, all’Eni certo non sono mancati i capitali per farli, dati gli enormi ricavi da rendita monopolistica e di posizione  realizzati proprio in questi ultimi anni.

 

 

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“Sul capitalismo italiano (2)” [CI2]

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