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Sul capitalismo italiano (3)

(leggendo Salvatore Bragantini - riflessioni e appunti)

 

[sistema finanziario] – La globalizzazione dei mercati non ha cambiato un dato di fondo. Il partner naturale di un sistema è il sistema finanziario del proprio paese. In Italia a un sistema industriale sviluppato corrisponde un sistema finanziario inadeguato (CAI/17- 1996).

 

[le banche] /19–43/ – Il credito alle imprese veniva e viene erogato con una visione prevalentemente assicurativa.

Un ragionamento bancario corrente è "se la Cassa X gli ha dato un miliardo glielo possiamo dare anche noi". Il bancario italiano non conosce bene i suoi clienti e non è in grado di competere con loro /20/.

Il fattore della produzione in Italia è considerato il lavoro, non il capitale.

Le banche tendono a sostenere gli azionisti piuttosto che l’azienda.

La difesa dalle scalate ossessione del capitalismo all’italiana

Le fondazioni. Loro natura e la loro impiego (Capaldo/Andreotti) /24/. Nel 1995  Franco De Benedetti avanzò una proposta che mirava a ridurre il potere delle fondazioni nelle banche. Ridurre il conflitto di interessi fra i fondi di investimento controllati dalle banche, gli interesse del fondo e interesse della banca o del gruppo industriale che la banca rappresenta.

 

[mediobanca] – Status esclusivo che le ha permesso per 40 anni di affiancare all’attività creditizia, l’investimento del capitale di rischio (entro il limite del 15% del capitale).

Assoluta monopolista nei consorzi di garanzia per gli aumenti di capitale /33/.

Ne è derivato un gigantesco conglomerato dei campi assicurativo, bancario, finanziario, industriale e delle comunicazioni.

Nel settore industriale influenza su Fiat, Snia, Ferruzzi, Montedison, Burgo, Rizzoli, Ligresti, Orlando, Monti/poligrafici, Pesenti, Pirelli. Nella stampa su Corsera, La Stampa, Il Messaggero, più i quotidiani del gruppo Monti. Alleanze estere con Paribas, Lazard, Deutsche Bank /34/. Una coalizione improntata alla difesa, /35/ anche perché gigante in patria è nano all’estero.

La funzione e il ruolo di Mediobanca /39–41/ strozza il mercato finanziario e l’attività delle imprese. Con l’unico obiettivo di salvaguardare il potere delle famiglie.

 

[le aziende e il totem del controllo familiare] – Tutte le scelte fatte in nome del controllo. Il controllo di fatto impone una strategia generale come bassa tecnologia e alta intensità di mano d’opera, un rapporto particolare con il management dell’azienda attento alla voce del padrone e non a quella del mercato o degli interessi aziendali. Si tende a sfuggire la concorrenza, a indebitarsi con le banche, a evitare i grandi investimenti e le spese di r&s (ricerca e sviluppo). Si punta all’immagine, al controllo della stampa e alla pubblicità.

© L’industria pubblica invece di innovare segue le orme dell’industria privata. –|

/46/ La deducibilità illimitata degli interessi passivi rende conveniente l’indebitamento.

Il caso del TFR il trattamento di fine rapporto che ha favorito per decenni il mantenimento del controllo familiare attraverso questo prestito forzoso (al 4%) che i dipendenti facevano e in parte ancora fanno all’azienda e ai suoi padroni.

/61/ La tesi è che le società italiane sono di fatto delle public companies possedute da «famiglie» titolari per mezzo di leggi e strutture sostanzialmente truffaldine.

/70/ Il management italiano risponde allo «azionista di comando».

/82/ Un sistema fiscale esoso sulla carta (52%), in realtà favorevole (ammortamento anticipato (??)). I dividendi non vengono distribuiti anche per via del fatto che i «pa­dro­ni» posseggono solo dal 5 al 14 per cento del capitale. Perché incassare così poco quando possono mantenere il controllo totale sul cento per cento dei profitti non distribuiti con il sistema delle scatole cinesi? /84/ Tanto per dirne una!

Ne risulta distorta l’intera politica societaria volta sempre all’accrescimento del potere interno e mai verso l’investimento, come nel caso delle acquisizioni /87/.
 

Il caso editoriale. Mancanza di editori puri. Fanno capo alla Fiat, Corsera  e Stampa, alla Ferfin Il Messaggero, alla famiglia Monti Resto del Carlino e Nazione, al gruppo De Benedetti la Repubblica e una serie di giornali regionali, a Berlusconi Il Giornale e Libero, Il Foglio alla Lario già sposata con Berlusconi,  eccetera. Risultato. Colore a profusione, informazione scarsa.

 

/90 e segg/ Il sistema non regge alla globalizzazione. Il caso Ferruzzi/Montedison, il rifiuto del sistema delle banche di finanziare il maxi aumento della Olivetti, il fallimento di Super Gemina.

 

/97-98/ Nonostante il mal funzionamento della nostra Borsa le società italiane hanno raccolto mediamente il 4,5 per cento della capitalizzazione di borsa contro il 2,4 della Germania, il 2,2 della Francia, lo 1,7 della GB, lo 1.30 degli Usa, e lo 0,7 del Giappone.

Situazione pericolosa poiché l’intero «campo trincerato» che fa capo a Mediobanca potrebbe improvvisamente cedere e cadere in mano al capitale internazionale.

 

/100 e segg/  In Italia mentre molte piccole aziende diventano medie, molto raramente le medie diventano grandi. Si tratta di una conseguenza del  «totem del controllo». La «proprietà» pur di mantenere il controllo evita la trasparenza di gestione, la separazione fra conti personali e conti societari, e in genere fra interessi proprietari e interessi societari.

 

/102 e segg/ Capitalismo anglosassone caratterizzato da un massimo di concorrenza e di controllo dei mercati e capitalismo renano (Germania, Francia e Giappone) di tipo oligarchico.

Nel capitalismo di tipo renano la società che lo esprime è caratterizzata da un forte senso di coesione e di consenso al suo interno e da strutture politiche e amministrative forti, coese ed efficienti.

In ambedue i capitalismi l’interesse comune e il senso di appartenenza sono particolarmente sviluppati. A differenza dell’Italia le cui classi dirigenti sono slabbrate mentre l’amministrazione pubblica è impreparata, cavillosa, formalistica, congenitamente lontana dall’efficienza.

Asfittico il mercato dei capitali. Tutto ciò fa dell’Italia un paese ad alto rischio.

Molto efficiente è il mercato dei titoli del debito pubblico, a dimostrazione che quando ci sono le condizioni siamo in grado anche di organizzare qualcosa di decente /106/.

 

/111 e segg/ Quello italiano non è tanto un problema di leggi quanto di comportamenti.

Poiché /95/ il sistema industriale e quello finanziario devono cambiare pelle e anima se non vogliono che il ruolo italiano in Europa sia, fra trenta anni, simile a quello attuale dell’industria meridionale nei confronti di quella del Nord Italia.

 

/117/ Alla radice di molti problemi italiani sta la separazione tra esercizio effettivo del potere e responsabilità legale degli amministratori  che sono coloro che teoricamente prendono le decisioni.

Necessaria una legge che riconosca la realtà dei gruppi economici (prevalenza dell’interesse del gruppo su quello delle società singole). Ma anche protezione degli azionisti di «minoranza» che rappresentano poi la maggioranza. Maggioranza che non riesce a esprimersi per via dell’organizzazione dei gruppi societari.

Restringere la costituzione delle «società per azioni» poiché la costituzione di quelle che oggi vengono registrate sotto questo regime societario sono in realtà delle srl., società a responsabilità limitata. Una società per azioni che si rispetti separa inequivocabilmente la proprietà dalla gestione, contrariamente a quanto avviene in Italia. Dovrebbero essere costrette a una certificazione contabile obbligatoria (secondo quanto avviene nelle S.p.A. di tipo tedesco).

Il nostro regime fiscale premia le società indebitate /121/.

Le cattive caratteristiche delle imprese italiane sono la proprietà autoreferenziale, la catena di comando a cascata, le società marsupio, la connivenza fra imprenditori e manager /127/.

 

 

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