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Sul capitalismo italiano (4)

(leggendo Giulio Sapelli  - riflessioni e appunti)

 

[localismo – primato della terra  – rendita urbana]

Prima caratteristica della economia italiana, il localismo.

Il declino comincia nel Cinquecento.

Cosa accade dopo l'esplosione rinascimentale che aveva portato il paese, la sua parte più avanzata, a costruire per primo al mondo le strutture economiche e finanziarie dalle quali prese l'avvio il modo di produzione capitalistico?

Nel Cinquecento il primato dall'attività finanziaria e commerciale che aveva caratterizzato la pratica economica rinascimentale torna alla terra. L'espansione finanziaria e commerciale si arresta.  Le città perdono la loro autonomia economica.  Cessano di diventare il motore propulsore del nuovo. Si torna al contado, al latifondo, alla proprietà terriera. Le città tornano a dipendere dal contado.

Con il primato alla terra si impone la rendita urbana. La rendita urbana è il riscontro nelle città della rendita fondiaria o agraria. 

Primato della terra e rendita urbana erodono le strutture e l’organizzazione di quella «modernità» che aveva posto le fondamenta del capitalismo nel mondo occidentale.  Le grandi gerarchie ecclesiastiche alleate alla rendita agraria si battono con l’obiettivo di frantumare  gli assetti che avevano dato vita alla rivoluzione commerciale e finanziaria del Quattrocento.  Il loro obiettivo è la restaurazione delle pratiche feudali della gestione economica. Il rafforzamento e l’accrescimento dei loro patrimoni fondiari (cfr SCI/ 25). 

Questo  il lato economico della controriforma.

 

[le due conseguenze della controriforma] 

→ economica (rafforzamento fondiario e distruzione dell’avvio capitalistico del ‘4oo), 

→ sociale (ritorno alle pratiche feudali come il fidecommesso, il primato ecclesiale e aristocratico, il mantenimento delle corporazioni), eccetera.  Le aristocrazie fondiarie si concentreranno nelle città esercitando e misurando il controllo sociale sulla rendita fondiaria e sulla imposta /26/.

La controriforma fondiaria dà vita alla struttura familistica italiana. Che si organizza su tre livelli. La famiglia congiunta.  La famiglia agnatica proveniente dal diritto romano nel quale i rapporti di parentela si estendono ai sottoposti legandoli alla potestà del capofamiglia. La famiglia nucleare che rappresenta un'evoluzione del familismo nella società capitalista. D'altra parte tutti e tre i tipi di famiglia tendono a mantenere le caratteristiche che sono loro proprie all’interno della so­cietà industriale. Strutture che di fatto si organizzano come una difesa dalle novità proprie della società moderna. Novità che vengono di fatto ostacolate, aggirate, neutralizzate con tutti i mezzi a disposizione.

Asse di questa difesa è la cultura economica, sociale e politica che ha nella chiesa di Roma il suo punto di riferimento. E non solo quello.

[evoluzione del sistema e struttura familiare]

Così al momento dell’Unità solo parte degli scambi commerciali veniva realizzata con mezzi monetari.  Nei primi dieci anni, metà della produzione colonica è indirizzata all’autoconsumo, sistema che interessava i due terzi delle famiglie.

Nel commercio e negli scambi finanziari la pratica è quella dei rapporti personali. Rapporti che garantiscono la riproducibilità  del sistema   /cfr 28 e 29/. Economia di relazione (*) al posto dell'economia di mercato.

La situazione rimane pressoché immutata fino agli anni ‘50.

Il cambiamento comincia solo dopo  il 1950.  In quegli anni si tenta di organizzare alcuni processi che pongano il paese al passo con le esigenze del mercato internazionale. Il massimo dello sforzo è rappresentato dalla costruzione delle autostrade. Tuttavia ci si ferma generalmente lì. Lo sviluppo regionale rimane la caratteristica (il localismo) del sistema.  Da un lato il triangolo industriale, dall’altro il Sud. Nel mezzo o interno a queste due realtà una serie di piccole realtà locali. Generalmente sganciate l'una dall'altra. Lo sviluppo fra la fine del novecento e l'inizio del duemila dell'economia del Nord-Est è una conseguenza di questa visione localistica e della mancanza di una visione nazionale. Anche la Lega nasce da questa struttura. La padania non è una entità etnica a differenza dei baschi o, dei sudtirolesi o dei cossoviani. È una visione localistica dell'organizzazione del paese. Si fonda principalmente sull'idea che il Nord più operoso e danaroso debba tenere e spendere per sé  i propri denari.

Sull'operosità, la produttività e la competitività  del Nord la dice lunga il fatto che il paese non riesca a produrre e a esportare altro che manufatti, poveri di valore aggiunto, poveri di organizzazione industriale, poveri di mano d'opera specializzata se non di tipo artigianale, poveri di capitali, poveri di tecnologia. Tendenza che si stabilizza dopo la II guerra mondiale. Un'organizzazione che generaa una crescita industriale senza che si sviluppi una reale società industriale.  Proprio perché si tenta di organizzare le capacità artigianali di cui il paese è ricco senza fare il salto di qualità dalla produzione di tipo artigianale a una effettiva produzione industriale. Di conseguenza la crescita c’è  ma è relativa. La grande industria non riesce a prendere corpo. Nonostante gli sforzi dei governi democristiani che cercano di supplire alle carenze della borghesia fondiaria del paese (di cui sono parte integrante) creando grandi industrie di stato. Nell'assenza di un'economia capitalista vera e propria,  la formazione di una società civile, struttura essenziale nei paesi industrialmente avanzati, stenta a prendere corpo. Nel senso che  il sistema si articola sulla totalità di una serie di relazioni personali prima ancora che economiche. Relazioni che trovano nell'interesse personale e locale e familiare la loro ragione di essere ignorando il meccanismo economico finanziario proprio del modo di produzione capitalista (cfr 30). 

Anche la nostra stampa soffre di questa situazione. L'assenza di una società civile moderna, produce un'opinione pubblica asfittica, spenta. Un'opinione pubblica spenta e asfittica produce una stampa a sua volta asfittica e spenta. Priva di editori di mestiere, dipendente e legata a quei gruppi di interesse che la finanziano.

 

In queste condizioni famiglia e mercato si fondono. Dando forza al clientelismo, al burocratismo e alla organizzazione criminale.  Fusa con il mercato, la  famiglia domina la scena economica e sociale (cfr 30 e segg).

Questo assetto contrasta con uno sviluppo capitalistico moderno che non esclude le grandi famiglie ma le assoggetta alle regole generali del mercato e della classe egemone che se le dà. Così in Italia la grande industria, come sistema industriale, non decolla. Decolla la Fiat per il cui sviluppo il paese paga un prezzo generale alto (p.e. il sottosviluppo ferroviario). Decolla la grande industria statale (Iri, Eni, Enel e quel che sopravvive loro) il cui prezzo è il monopolio e l’allargamento e il rafforzamento della base  politico-clientelare.

La massima degenerazione del sistema del secolo scorso è rappresentata dal Caf (Craxi, Andreotti, Forlani), dalla commistione fra politica e economia, fra politica e organizzazione criminale dell'economia e dall’approdo laico al craxismo inteso come modello e metodo di vita. Sprezzante di ogni regola morale, regole indicate con sprezzo come moralistiche, come moralismo. Giudicate imbecilli e superate.

 

L’assenza di una industria organizzata attraverso un numero diciamo «sufficiente e necessario» di grandi «complessi» ha conseguenze gravi. Prima fra tutte il mancato ingresso nell'epoca della modernità  fra i paesi protagonisti dello sviluppo occidentale.

L’assenza sostanziale delle grandi industrie caratterizza il sistema paese, caratterizza lo sviluppo stesso della piccola e media impresa. Provoca l’assenza di servizi avanzati, sia nella finanza che nell’elettronica. Blocca la formazione di tradizioni manageriali, blocca l’avvento della ricerca sviluppata come quello di un sistema di formazione universitaria in grado di creare una classe dirigente di impresa. Soprattutto l’assenza di vere economie di scala fa mancare l’offerta di quei servizi avanzati necessari alla crescita. Economie di scala e servizi avanzati indispensabili nel crearla. Mancando una classe manageriale viene a sua volta meno una soddisfacente cultura delle regole. E senza regole vengono meno le condizioni per la crescita delle imprese (esistenti e di nuove).

Le grandi imprese abituano la classe dirigente ad avere a che fare con questioni economiche di livello globale. Sia da un punto di vista dei mercati globali sia sotto il profilo di una visione più ampia dello sviluppo internazionale,  con l’individuazione dei problemi relativi a questo sviluppo. Eccetera, eccetera (cfr Bernabè su Rep del 26.6.99).

 

Sapelli insiste sulle strutture frantumate del sistema in­dustriale italiano. Frantumazione dovuta al fatto che "molto del nostro passato industriale è le­ga­to all’antico regime, agli antichi stati" le cui relazioni commer­ciali erano prin­cipalmente transnazionali.  In altre parole, il mercato dell’esportazione è più sviluppato del mercato interno, che rimane per qualche verso misero e le­gato a vecchie pratiche.

Così se da un lato la tradizione rende il sistema industriale flessibile e arti­co­lato, dall’altro la pratica familistica dà l’impronta alle nostre imprese grandi o piccole che siano. È l’impresa familiare, azionaria o non azionaria  che sia,  a for­mare la spina dorsale del sistema. Una spina dorsale tanto fragile quanto arre­trata.

 

[la crescita in sintesi]

La piccola impresa trasformatrice dei pro­dotti agricoli (tessili e alimentari) fornisce la base dell’accumulazione. Poi fra Ottocento e Novecento rottura tecnologica dovuta alla meccanizzazione dell’industria cotoniera, alla siderurgia (per ragioni belliche) e all’elettrificazione.

Alla diffusione della produzione in grande e all’avvento di una industria di beni capitali segue, fra le due guerre, una fase di stagnazione economica

Risposta alla depressione del ‘29  è l’intervento statale in economia  con l’Imi nel 1931, l’Iri nel 1933, la riforma bancaria nel 1936, l’Eni nel 1953.

Nel II dopoguerra passaggio dalla società agricola alla società industriale.

Dal 1969 al 1979, ultima fase con spinte inflazionistiche, innovazioni tecnologiche e integrazione soprannazionale. Questo periodo raggiunge il suo apice nel 1993 .

Seguirà una fase altrettanto decisiva.

 

[impresa privata e impresa statale]

In un primo tempo la borghesia italia­na dà vita a quel sistema di impresa familiare che è alla base della società industriale del paese. In un secondo tempo importante è l’intervento statale  Lo stato sostiene e salva le imprese di beni capitali-strumentali (siderurgia, navigazione, cantieristica, telefonia, meccanica pesante, chimica); crea un mercato di beni energetici a basso costo (Eni e Enel); sostiene finanziariamente con le banche pubbliche l’intero sistema.

Ruolo modesto della grande impresa privata. Sapelli si chiede per quali motivi non si sia affermata la grande impresa quando è nota l’importanza delle grandi dimensioni per l’innovazione tecnologica e or­ganiz­zativa, per l’efficienza nel lungo periodo, per l’implementazione di reti di  ser­vizio a produttori e consumatori.

Perché?

1. Mancanza di una cultura dell’organizzazione.

2. Tradizione corporativa.

3. Scarso prestigio sociale del ruolo imprenditoriale.

4. Mentalità precapitalista e anticapitalista del paese.

5. Tendenza del capitalista medio a evitare il confronto in borsa.

6. Struttura delle banche orientata al sostanziale controllo del mercato dei capitali.  Controllo che favorisce →

7. Pratica dell’indebitamento al posto dell’autofinanziamento, capitalisticamente più corretto.

8. Avversione al mercato, ai meccanismi di mercato, alla concorrenza.

9. Avversione alla competizione anche sul piano individuale.

I nove punti individuati da Sapelli confermano l’ostilità del paese verso il pensiero e le pratiche moderne. Ostilità dovuta alla cultura cattolico romana e ai suoi interessi economici.

 

[l’impresa pubblica]

Le due caratteristiche dell’economia italiana, il  massiccio intervento pubblico e il nanismo organizzativo più che errori furono la conseguenza dell'arretratezza economica e culturale del paese. Con la conseguenza di protrarre e riprodurre l'arretratezza economica e culturale di cui il paese soffriva. Si provò così a ridurre i danni provocati dal forte ritardo dell’industria privata e dalla sua incapacità di fronteggiare le necessita della collettività creando le partecipazioni statali.  

Queste produssero la  geniale visione di Sinigallia (acciaio a basso prezzo e in grandi quantità per consentire la crescita di una industria meccanica su vasta scala) e l’errata previsione di Pasquale Saraceno (affidare alla siderurgia pubblica il ruolo di promuovere un processo di crescita nel Sud attraverso un indotto meccanico. Risultato le cattedrali nel deserto). Le ppss svolsero in qualche modo la loro funzione ma nel medesimo tempo crearono le premesse per l'intreccio economia-politica che con il Caf ha portato il paese sull'orlo della bancarotta e lo ha precipitato nella voragine del debito pubblico voragine dalla quale non riesce a venire fuori.

Perdita di redditività e ricorso ai fondi di dotazione  mutano profondamente il quadro dei rapporti fra politica ed economia.

A questo si aggiunga l'impressionante arretratezza dell'organizzazione e della struttura bancaria. Poco o affatto Penati propensa a fornire capitali di rischio, portata a «pesare» come sosteneva Cuccia, aziende e persone invece di misurarne e analizzarne le capacità imprenditoriali, la produttività, l'esistenza della ricerca, la qualità tecnologica. Le banche in realtà sono concepite in funzione del salvataggio e dell'equilibrio della classe e delle famiglie che sono al vertice dell'economia del paese. Cuccia in realtà bada solo a mantenere in piedi la struttura oligarchica della immatura borghesia italiana. Una strategia e un atteggiamento che peserà e pesa tutt'ora sulla selezione della classe dirigente. Ed è così che lentamente la classe politica si attribuisce la funzione di soggetto economico, che si crea la compenetrazione tra partiti e stato.

A sua volta il sindacato si politicizza, cresce in maniera abnorme e crea una classe politica sindacale organizzata da un lato per favorire la propria conversione in ceto economico approdando attraverso il sindacato vissuto come una carriera ai posti più ambiti della struttura economica statale del paese (ferrovie e altro). Dall'altro tesa nella difesa degli interessi della mano d'opera meno qualificata ma più numerosa in grado di fare numero essendo quei numeri a indicare la forza e la buona salute del sindacato. Il sindacato diviene e si organizza come struttura oligarchica nella difesa dell’assetto interno e come struttura corporativa nella difesa dell’assetto esterno. Il risultato sono i Bertinotti, i Larizza, i D’Antoni e, anche se in maniera più articolata degli altri, i Cofferati.

È così che alla fine il sindacato partecipa al saccheggio dello stato, entrando nei consigli di amministrazione, strumento ideale per il passaggio ai ruoli dirigenti dell’industria ppss fino alla politica vera e propria.

Nel resto del mondo industrializzato la funzione sindacale è intesa in maniera diversa. Diretta a promuove l'alleanza fra salario e profitto, a contrastare le posizioni di rendita,  attenta allo sviluppo industriale generale e particolare dei settori che la riguardano.

 

[gli errori]

Errori della classe politica, di quella imprenditoriale e di quella sindacale nel secondo dopo guerra hanno seguito una serie di idee guida che sono alla base delle azioni che ispirarono la classe dirigente. Le idee guida provengono da una determinata mentalità, da una determinata cultura, da una determinata visione del mondo. Se cultura, visione del mondo e mentalità non sono al passo con i tempi, non sono al passo con il sapere raggiunto nel resto del mondo, non possono che inspirare idee guida inadeguate, destinate al fallimento degli obiettivi che si propongono.

Le idee guida del secondo dopoguerra sono state più o meno le seguenti..

Si è ipotizzato – che l'industrializzazione e l’aumento del reddito avrebbero automaticamente pro­mosso la democratizzazione e la razionalizzazione dei rapporti individuali, – che da un sistema sociale fondato sullo status si sarebbe passati automaticamente a un sistema fondato sul contratto.  Senza danni e cambiamenti di fondo, ma solamente più avanzato.

È facile riconoscere in questa una delle tante «fantasie» che hanno accompagnato la classe dirigente italiana nel corso della intera storia nazionale. Più particolarmente dall’avvento della sinistra nell’Ottocento e da  quello dei cattolici democratici  nel secondo dopo guerra. L'idea che il progresso possa ottenersi automaticamente senza cambiare la cultura, senza analizzare le situazioni, senza un lavoro di formazione delle generazioni in essere. In altre parole senza sforzo ma soprattutto senza trasformazioni di fondo. Un miglioramento, generico, dell'esistente. Poiché è l'esistente che non si vuole abbandonare.

Particolarmente grave fu credere che le società siano tout-court assimilabili al mercato. I risultati come anche Sapelli sostiene, furono la distorsione dei processi della crescita. Distorsione alla quale la «società» reagì con la fuga, la protesta, i comportamenti opportunistici e la ribellione. Oppure con la mobilitazione operaia antigovernativa e l’imprenditorialità mafiosa e criminale.

Una serie di errori del sindacato furono commessi  proprio su questa scia.

E altrettanti  ne furono commessi impegnando le ppss in compiti di salvataggio e di supplenza a sostegno della pace sociale, di particolari interessi privati e di strategie elettorali.

Ci fu anche qualche risultato positivo. Nel Mezzogiorno si riuscì sì a rompere il vecchio gruppo di potere agrario, latifondista, burocratico e a bloccare l’emigrazione. Ma nulla di più.

A mantenere la società italiana nell'arretratezza, oltre al comune sentire cattolico, contribuirono gli interessi SU, la guerra fredda dal ’45 in poi, gli interventi della Cia, dell’ambasciata americana nella lotta contro il comunismo che vide l’Italia come uno dei paesi al centro di questa lotta. L’appoggio alla mafia, la funzione dei servizi segreti, la P2, la corruzione, eccetera.

 

[la cultura imprenditoriale della rendita]

Interessante la riflessione sulla cultura industriale che risente della sua provenienza dai modelli di organizzazione terriera, modelli  in sé paternalistici e autoritari. E questo è un aspetto.

L’altro aspetto, più grave, è che gli imprenditori italiani, piccoli e medi, non esclusi i grandi, hanno una concezione economica che li spinge verso la rendita e alla speculazione piuttosto che verso il profitto.  È la mentalità della rendita che li porta a non tenere conto del mercato se non come un accidente che possibilmente debba essere aggirato ed eluso. Mai conquistato, ma obbligato - con leggi o altro - ad indirizzarsi verso quel prodotto. Imposto, se possibile. Il sistema delle banche, il rifiuto della borsa fa il resto. È il confronto ciò che si vuole evitare. Ed è questo rifiuto del confronto a creare quella mentalità truffaldina del mettiamoci d’accordo a caratterizzare la nostra vita civile come la vita aziendale.

 

[la borghesia] 

La borghesia italiana non raggiunse mai ne raggiunge il livello di «classe generale». La borghesia italiana manca di un proprio partito. Ne ha sempre mancato. Giolitti  non risolse. Il suo tentativo di aggregare il consenso attraverso la clientela e il governo attraverso l’amministrazione si rivelò inadeguato. 

Nasce la pratica di governare attraverso il «potere situazionale» piuttosto che attraverso il potere diretto. Nel medesimo tempo la mancata democratizzazione appare una sorta di scelta funzionale della borghesia industriale che si accompagna al rifiuto di confrontarsi con le regole. 

Conseguenza anche questa del rifiuto più generico di confrontarsi. Togliatti notava come in Italia la grande industria - che pur esiste - non sia in grado di regolare la vita economica del paese. E come il peso dell’economia agricola e degli strati intermedi sia  rilevante.  In altri termini si tratta ancora una volta delle conseguenze dell’alleanza della borghesia industriale con la rendita anziché con il profitto.

Il fascismo fu a sua volta il risultato dell'arretratezza e della mancanza di una classe borghese moderna in linea con i tempi. Mussolini e il gruppo dirigente borghese che lo sosteneva (Grandi) tentò di unificare la borghesia eliminando da un lato la corrente liberale, dall’altro la corrente clericale. L'obiettivo non venne raggiunto e la divisione fra società laica e società cattolica continuerà a pesare nel secondo dopo guerra e tutt'ora pesa. Andò meglio con l' organizzazione dei ceti medi in un partito unico. Organizzazione che poi permise al berlusconismo di mantenersi al potere per quindici anni.

 

[l'occupazione democristiana del potere]

L’occupazione democristiana del potere organizzò la distribuzione delle risorse provocando le aspettative della distribuzione.
Il mercato politico divenne lo strumento regolatore dell’accesso e dell’erogazione delle risorse.
Il mercato economico ne fissava  la quota.
Espansione della spesa pubblica e proliferazione del debito pubblico furono le risposte monetarie che  la classe politica tentò di dare al mercato.

Alla fine il Caf concepì la distribuzione delle risorse come la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Si ignorò la produzione che era alla base della produzione delle risorse.

Non a caso la chiesa romana non produce, raccoglie. Raccoglie elemosine, vende indulgenze. Beni immateriali.

Consuma il necessario e distribuisce il rimanente. Il necessario era l’arricchimento illecito dei gruppi dirigenti craxiani e andreottiani, il rimanente era la massa di leggine che distribuivano benefici (le leggine) a chiunque li richiedesse. La conclusione fu la bancarotta del paese.

(settembre 2008) - In realtà la situazione invece di migliorare si è andata avvitando. La borghesia (fascista) si è riparata dietro il berlusconismo. Incapacità industriale e corporativismo sindacale hanno distrutto buona parte della capacità produttiva del paese. Già in mano al capitale europeo d’oltralpe.

Il liquidatore per eccellenza è Berlusconi che si arricchisce nella svendita.

 

(*) (maggio 2005)  Alessandro Penati su Repubblica scrive di una economia di relazione al posto di un'economia di mercato. E descrive questa economia di relazione.  "L'accesso alle persone, i contatti, i rapporti d'affari, il prestigio, le entrature, il lignaggio valgono più dei capitali, delle capacità e delle regole".  Di qui l'importanza dell'im­magine, della visibilità, del successo gridato.

Questa è l'Italia.  Una società in ritardo di almeno due secoli

 

 

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[Sapelli  

 

Sul capitalismo italiano (4) [CI4]

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