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Dell’oligarchia

(► continua da #GD)

 

§* L'oligarchia non è solo un sistema di potere, è una cultura politica, economica, sociale. Una struttura della società vera e propria. Organizzata in gruppi oligarchici e corporazioni. Una  pratica di derivazione medievale nella quale a contare sono solo le esigenze dei gruppi dirigenti distinti a loro volta in vassalli, valvassini, valvassori.
§* Disprezzare il nemico dal punto di vista strategico e globale è alla base dell'opportunismo di destra. Sottovalutarlo nelle singole fasi della lotta è alla base dell'opportunismo di sinistra.  

[disinformazione e campagne stampa]

Il lungo fenomeno Berlusconi chiarisce bene metodi e comportamenti di un'oligarchia nel suo obiettivo di raggiungere e mantenere vantaggi economici e sociali tramite il controllo delle strutture finanziarie e politiche.

Palese come Berlusconi controlli oltre le televisioni anche buona parte della stampa. Sia pure giornali minori. Minori ma in grado di fare notizia. Anche per l'eco che danno loro le televisioni Mediaset e Rai. Queste seconde più o meno colonizzate. Come attraverso questo apparato siano state montate campagne di stampa di vario genere. Contro i giudici, contro i politici, contro quanti traversavano la strada a Berlusconi in persona. Invenzione e falsificazione di fatti. Produzione artefatta delle opinioni. Notizie fittizie, inventate, cronache alterate, falsi di tutti i tipi possibili.  E cos'altro?

Perché un sistema così fatto abbia potuto svilupparsi e il paese non sia stato in grado di contrastarlo se non di bloccarlo. Perché?

In primo luogo per via della debolezza della nostra stampa d'opinione. Da Repubblica al Corsera. Che ha accettato supinamente la situazione. Ponendo falsità e verità sullo stesso piatto della bilancia. Come se dietro i fatti non ci fossero fatti ma solo opinioni. E come i fatti e la loro realtà fossero declassati a voci, a pareri. E come il fatto reale e il fatto inventato avessero lo stesso valore. La mia parola contro la tua.

Ho scritto debolezza della stampa di opinione. Avrei forse dovuto scrivere connivenza.

La classe politica non è stata da meno. Rivelando una incapacità congenita di ragionare. Di fare analisi. Di distinguere un giudizio da un fatto. Un sillogismo da un processo di causa - effetto. La difesa del centro sinistra è risultata inadeguata, carente. Non sapendo far altro che opporre opinione a opinione. Scambiando i fatti per idee e le idee per fatti.

Vero che non possedeva il volume di fuoco dell'avversario. Stampa e televisioni. Tuttavia ha finito col condividere i metodi dell'avversario. Ritenendoli opportunisticamente vincenti. Condividendo parzialmente il metodo, di conseguenza lo si è accettato. Quando non lo si è addirittura ammirato. Schierati, più o meno consapevolmente, a favore del lestofante, contro l'azione punitiva della magistratura.

E gli intellettuali? Gli scienziati? I logici? I filosofi? I maîtres à penser?

È la mentalità di una intera classe dirigente che emerge. Di intere formazioni sociali. Nessuno ne esce immune. Ma è anche un prodotto del pensiero debole post moderno. Non esistono fatti ma opinioni. Noi italiani ci siamo andati a nozze! (da fpg 1.2.07).

[il metodo Vespa]

La sera con Ps vediamo un Vespa esecrabile intento a linciare con quattro fascisti della destra, Di Pietro. Salutandomi mi chiede se ce l'ho con lei. Ce l'ho con te perché il tuo metodo è simile a quello con cui Vespa e quei quattro, cinque accoliti di Forza Italia, tentavano di mettere nell'angolo Di Pietro. Attribuendogli comportamenti e atteggiamenti di loro fantasia, respingendo proditoriamente le sue interpretazioni. E Di Pietro era obbligato a difendersi da accuse dovute all'immaginazione degli accusatori, con prove e fatti che non era tenuto a fornire. Non a caso invocava la sua credibilità.

& – Questa trasmissione di Vespa, indecente e profondamente disonesta come è disonesta questa classe politica e giornalistica alla testa del paese. Tutto il mondo internazionale se ne rende conto. Fuorché loro. Cioè. A loro non interessa. Loro mancano della sia pur lontana idea di cosa possa essere l'interesse generale. Lo invocano solo quando con l'interesse generale devono e vogliono coprire il proprio interesse personale. Oltre il quale non riescono a distinguere alcunché (da fpg 24.10.01).

 

[la destra]

La sua donna, una destra ottusa di Forza Italia. L'incontro con Salv P. mi irrita. Soprattutto la lei. Mi fa meglio capire che la destra italiana non è in malafede. Come al fondo si spera. È proprio stupida. Ottusa. Incapace di stare al passo con la cultura e il mondo moderno. Priva di senso critico. Figuriamoci, autocritico. Priva ancora di un'idea generale. Di un'ideologia che non sia quella fascista. Che ci fai con una classe dirigente così? (da fpg 12.1.07).

 

[i partiti]

­Confuso articolo di Diamanti su 24 ore. I partiti hanno esaurito la loro funzione. Mediavano. Ora non mediano più. 1. Mediavano fra chi e chi, fra cosa e cosa, fra chi e cosa?  2. Perché hanno esaurito la loro funzione?

D. constata e per qualche verso descrive come i partiti l'abbiano persa. Non perché l'hanno persa. Prendere i partiti quale punto di riferimento può essere una buona ipotesi di lavoro. Fermarsi all'ipotesi, è riduttivo. Non serve. A meno che la situazione culturale e intellettuale italiana sia tale che il solo formulare l'ipotesi vada considerato un passo avanti. Un qualcosa al posto del niente (da fpg 17.01.99).

 

[opportunismo politico]

Fp e la sua associazione di dottorandi. Vedo opportunismo politico e vitellonismo. Penso al film di Fellini. Il nostro cinema ha descritto l'Italia ma non è riuscito a esprimere alcuna tensione progettuale di cambiamento del paese. Il Nord e il Sud uniti da questi due simboli, Arlecchino e Pulcinella. La coscienza della propria condizione espressa in uno sberleffo. A volte in una smorfia. Rampini avanza l'ipotesi che sotto l'impatto della unificazione europea il capitalismo italiano crolli e venga spazzato via. Ma questa giovane classe dirigente – si fa per dire – non legge i giornali. Non parla di politica se non in termini di potere (Milano contro Roma per capirci). Non si diverte nemmeno. Il suo problema sembra essere quello di passare il tempo. Come passarlo (da fpg 29.03.98).

 

[la sinistra – il potere per il potere]

Una classe dirigente piccolo borghese. Marcata, come lo sono i pcbg, dall'insicurezza, dall'ideologia, dalla presunzione. Al tempo del pci queste caratteristiche venivano cancellate dalla forza del partito, dalla teoria comunista, dalla pratica del movimento internazionale. Oggi la forza del partito è solo un'eredità che non riescono a gestire. La teoria si è anchilosata in ideologia. Sorpassata dai tempi dello sviluppo storico.  La pratica internazionale è svanita, surrogata dalla pratica della propria esistenza particolare. Così il loro statalismo si traduce in corporativismo. Il loro anticapitalismo non fa i conti con l'attualità del capitalismo. Che per essere combattuto e superato va prima capito. La loro pratica politica è inficiata dalle lotte del potere per il potere  (da fpg 3.1.07).

 

[scadimento & oligarchia]

Il gioco dell'oligarchia si impone. Ormai lo scadimento è generale. D'Alema ne è risucchiato. Ammesso che a sua volta non sia fatto di quella stessa pasta e che il suo tatticismo null'altro sia che il risultato della cultura oligarchica. Verrebbe buona una riflessione sul rapporto tra la pratica oligarchica e il pci. Il pci se individuò la questione  giudicò che non lo riguardava e avrebbe aumentato il deterioramento del campo avversario. Una mancanza grave dei comunisti italiani fu di pensare che quanto avveniva al di là del muro non fosse affar loro. Una riflessione anche fra pratica oligarchica e pratica cattolica. E fra oligarchia e rendita (questa già più chiara) (19.10.99).

 

[oligarchia e nazione]

Una caratteristica dell'oligarchia italiana è che nel conflitto fra interessi generali e interessi individuali prevalgono gli interessi individuali. E gli interessi individuali sono in sé meschini, in sé «sordidamente giudaici». Questo spiega molto dell'andamento e dei comportamenti della classe dirigente italiana nel suo insieme. La mentalità cattolica aggiunge a questo sentito la farisaica propensione verso i problemi dell'altro purché siano a loro volta sordidamente giudaici. Di qui al clientelismo, al corporativismo, alla corruzione, all'anarchia nazionale il passo è più che breve.  Il concetto di nazione è imbevuto di interesse generale. Non può esistere nazione senza un'idea più o meno lontana di interesse generale.

Queste riflessioni sono naturalmente sul terreno della sovrastruttura e della sua relativa autonomia.

Il paese nel suo insieme digerisce male il mercato e le sue regole. Legge sugli affitti, sciopero degli avvocati contro la Corte costituzionale per il 513, voto del Senato contro la legge xy, ostruzionismo dei palazzinari romani contro il progetto di Piano architetto, &c. Il mercato rompe le strutture dell'oligarchia, con le strutture dell'oligarchia rompe le strutture sociali ed economiche del paese. Il paese è abituato a queste strutture. Da un lato le vorrebbe cambiare, dall'altro ha paura del cambiamento. Un po’ non crede alla possibilità del cambiamento, un po’ il cambiamento rompe le regole del corporativismo, dell'assistenzialismo, del clientelismo, dell'omertà, del «fatti in là, non sono affari tuoi», dell'uso indiscriminato della cosa pubblica, &c.

Di nuovo gli interessi della oligarchia sovrastano gli interessi generali del paese. Visti in funzione del dominio oligarchico. Nelle borghesie forti il gioco è rovesciato. I gruppi di potere si muovono all'interno degli interessi generali. Darwinianamente si può dire che nelle borghesie forti la selezione avviene sulla falsariga degli interessi generali mentre in quella italiana sulla falsa riga degli interessi dei gruppi oligarchici in lotta per mantenere o conquistare le posizioni di rendita. Il gruppo oligarchico dominante in Italia è il Vaticano, contrastato da strutture massoniche da me non ben identificate. Il discorso sulla massoneria va totalmente riveduto:

La situazione fluida e difficile creata dalla frammentazione dei partiti facilita il comando oligarchico della vecchia oligarchia (da fpg autunno ’98).

La politica ruota sugli equilibri oligarchici, sulle entrate e le uscite all'interno del gruppo oligarchico generale nell'assenza degli interessi del paese dei quali si parla solo in funzione della lotta di potere oligarchica. L'oligarchia, naturalmente riflette le strutture economiche sottostanti. Tuttavia lo stesso scontro economico si svolge all'interno degli interessi dell'oligarchia. Interessi economici ristretti, provinciali, direi territoriali, comunali (come per certe banche). Equilibrio politico generale attraverso la mediazione con gli interessi corporativi. Assenti i grandi temi dello sviluppo del paese che, quando vengono agitati lo sono solo strumentalmente alla lotta dei gruppi oligarchici della borghesia italiana. Cattolica nella gran parte e massonica (ideologicamente laica) nell'altra. Qui l'analisi della rendita quale struttura portante dell'economia e degli interessi economici della borghesia torna perfettamente. Le ultime intuizioni rappresentano solo un approfondimento di quella analisi (da fpg gennaio ’99).

L'oligarchia non è solo un sistema di potere, è una cultura politica, economica, sociale. Una struttura della società vera e propria. Organizzata in gruppi oligarchici e corporazioni. Le «transazioni» si svolgono fra i gruppi oligarchici fra di loro, fra gruppi oligarchici e corporazioni. I partiti erano entrati in questa struttura.

La cultura politica e l'organizzazione oligarchica ha origine nel controriformismo ed è una pratica squisitamente cattolico romana (feb. '99).

 

[oligarchia & economia]

Alla struttura oligarchica è connaturata la struttura politica, sociale ed economica del controllo. Al controllo è connaturata la segretezza e la riservatezza delle azioni del gruppo dirigente, il loro camuffamento, l'assenza di ogni trasparenza. Comportamenti in contrasto con lo sviluppo del processo economico occidentale. Destinati tra il breve e il medio periodo a penalizzare e distruggere le aziende che non riescono a mettersi al passo con le necessità espresse dal mdp oggi individuato (non importa quanto teoricamente a torto o a ragione) con le ragioni del mercato. Certamente il mercato rappresenta un allargamento delle basi sociali dell'intervento economico (feb. '99).

 

[degenerazione politica]

A leggere più da presso la vicenda Telecom, lo scontro Prodi - D'Alema diventa lo scontro fra la vecchia connessione «poteri forti del capitalismo italiano» - politica - strutture burocratiche e il rinnovamento generale del paese. Prima fra tutte la rottura delle posizioni della rendita (capitalistica) a favore del mercato. Si comprende così meglio come la difesa della rendita parta dalla stessa classe industriale propensa a «fare soldi» attraverso la rendita piuttosto che attraverso la produzione di beni di consumo e di macchinari. In altre parole l'accumulazione capitalistica nel paese non è ancora giunta alla fase del capitalismo adulto.

Più che una degenerazione si tratta di un ritardo. Ma i ritardi, una volta raggiunta l'età adulta, persistendo, si trasformano in patologie e le patologie in degenerazioni. Inoltre questa patologia degenerativa rappresentata dall'intreccio perverso politica - economia innesca un livello degenerativo ancora più profondo quale è la collusione con le strutture criminali. L'assuefazione a questi livelli degenerativi e di corruzione è all'origine della corruzione quotidiana e spicciola. L'origine economica della patologia descritta è sempre la rendita. L'origine della rendita, una economia basata sui valori fondiari piuttosto che sui valori della produzione industriale (da fpg feb. 98).

 

[corporazioni e classe politica]

La corporazione ha vinto ancora una volta. E la vittoria delle corporazioni è la sconfitta dell’interesse generale. Interesse generale che dovrebbe essere rappresentato dalla politica.

Ciò che manca in questa storia è la capacità di persuasione e dissuasione.

La classe politica non ha l’autorevolezza della persuasione né la forza della dissuasione. Non ha l’autorevolezza della persuasione poiché nessuno crede che a starle a cuore siano gli interessi generali. Al contrario tutti pensano che a starle a cuore siano gli interessi molto particolari della categoria (una forma di corporazione a sua volta) con quel che segue. Quel che segue è essere portatrice di interessi particolari. Che siano interessi dei poteri forti o interessi dei poteri corporativi, oltre che dei propri in senso stretto. La debolezza, cioè l’assenza di forza, è una delle conseguenze.

In questo senso il centrosinistra ci ha provato. Più Prodi che D’Alema. E ha fallito. Se non proprio completamente, in larga parte. Prodi ha dovuto cedere ai ricatti di Bertinotti, capo di un partito fortemente corporativo e, come tale, demagogico. D’Alema deve cedere ai ricatti di tutti. Com­presi i ricatti della destra.

Per spezzare questo stato di cose ci vuole coraggio. Quel coraggio che D’Alema aveva mostrato di avere nelle parole e che è poi stato smentito, con regolarità impressionante, dai fatti.

Carattere e coraggio coincidono? Avere coraggio significa anche avere carattere? (da fpg 22.02.00)

 

[politica & università]

A col. Fp a vab. Le faccio un'analisi approfondita della sua condizione esistenziale all'interno dell'università e della politica. Il suo interesse per la scienza pura è relativo. Quello per la politica, claudicante. Resiste con onore l'interesse per la carriera accademica.

La ritengo  intelligente. Lei non ha coscienza di questa intelligenza. In altre parole possiede un autocoscienza debole. Che non le permette di collocarsi con chiarezza nel mondo né di affrontarlo.

Il partito. Il partito è inadeguato. Lei è politicamente più adeguata del partito. Ma siccome lei vive nel partito avverte di essere inadeguata al partito. Vero che è il partito a essere inadeguato. Ma lei ha a che fare con questo partito. Allora si adegua. Adeguandosi cozza contro l'inadeguatezza del partito. Ma avendo perso la forza della propria adeguatezza in assoluto, cade nella propria inadeguatezza relativa al partito. Lo giudica inadeguato ma non dal punto di vista dell'inadeguatezza assoluta del partito, bensì rispetto all'inadeguatezza relativa del partito. I vari episodi che ne rivelano l'inadeguatezza complessiva. In altre parole è scesa sul loro terreno e ci è rimasta intrappolata. E avendo perso la coscienza, o non essendo riuscita a convincersi della propria superiorità, si arrabatta nelle sabbie mobili della routine del partito. Essendo potenzialmente migliore del partito ma di fatto quadro inadeguato del partito.

Ormai è chiaro. Il partito preferisce la logica della fedeltà a quella della competenza. Detto questo cosa sta accadendo nel partito? È un puro scontro di potere? Sotto questo scontro s'intravede una strategia politica? Un progetto – invece di progetto vogliamo chiamarlo solo risultato – che buono o cattivo che sia, adeguato alle esigenze del paese o meno, va comunque individuato? Per poi misurarlo con le necessità e le urgenze del paese?  Oppure scoprire che è volto solo alle esigenze del partito? In questo caso l'analisi si approfondisce. Le esigenze del partito collidono con le esigenze del paese? Così il partito cresce ma non svolge la sua funzione verso il paese.  E è a sua volta autoreferente. Eccetera.

All'università le cose vanno meglio poiché la struttura del personale dell'università per disastrata e inadeguata che sia è meno mobile della struttura del partito. Più individuabile. Meno mobile nei ruoli operativi. D'altra parte è necessario un talento maggiore per fare i politici che non i professori universitari (da fpg 9.2.06).

 

[comunicazione & amministrazione pubblica]

Ieri Fp. Approfondito il concetto di comunicazione pubblica in Italia diverso dalla concezione SU che vede nella c. p. solo una comunicazione politica. È la struttura dell'amministrazione americana a essere politica, a differenza dell'amministrazione italiana (ed europea) separata dal suo oggetto diciamo così naturale che è il pubblico da amministrare. Appunto. In Italia il pubblico viene amministrato nel senso del "ti amministro io" e non sono qui al tuo servizio. La frattura fra amministrati e amministratori è qui. Il concetto da approfondire è proprio il verbo «amministrare». Nel concetto di amministrare il soggetto è l'amministratore. Al contrario nel concetto di servizio il soggetto è colui che riceve, che deve ricevere, che ha il diritto di ricevere, il servizio. Ci si ricollega alla nota «sudditi e cittadini» di questo giornale e la si precisa. La difficoltà stessa di collegare il concetto di comunicazione pubblica a quello di comunicazione politica dipende da questa concezione e denuncia la mentalità degli accademici italiani che non sanno nemmeno ciò di cui parlano. Nel senso che non ne hanno consapevolezza. Nella loro testa da un lato ci sono gli amministratori, dall'altro gli amministrati. In questo senso gli amministratori si costituiscono come un corpo a parte. Rappresentano una parte della struttura di potere necessaria al governo del paese  (da fpg 29.09.99).

 

 

NOTA A MARGINE

Alexandre Adler scrive sul Le Monde del 30 ottobre 1998 un articolo sugli italiani. L'Italia è sempre stato un paese all'avanguardia del continente. Le sue formule politiche hanno anticipato quello che poi gli altri paesi hanno ripreso. L'Italia vista come l'alta moda, gli altri come il prêt–à–porter della politica europea.

Cosa è che ha anticipato il paese? Gli italiani hanno inventato il recupero parlamentare del riformismo socialista nel 1912. Salvemini coniò allora il termine trasformismo, termine che poi Antonio Giolitti praticò senza problemi negli anni del suo governo. Il fascismo ha anticipato il nazismo di dieci anni. E Gramsci ha inventato l'antifascismo e l'Aventino dieci anni prima dei fronti popolari. La democrazia cristiana è nata cinque anni prima della democrazia cristiano tedesca (Adenauer). Non basta. L'Italia apre al neo capitalismo europeo con la formula del  centro  sinistra. Tra il '64 e il '68 il comunismo italiano si emancipa da Mosca e dà il via al comunismo anti stalinista e riformista. Negli anni '90 i giudici italiani sono alla testa di quella combinazione esplosiva dei giudici giustizieri (mani pulite) e nello stesso tempo dà il via alla formula dei banchieri che governano la politica. Può bastare.

 

 

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