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Politica, regole, legalità (2)

(► continua da #PRL)

 

§* In Occidente il valore è la professionalità, la corruzione è l'incidente. In Italia il valore è la corruzione e la professionalità l'incidente.

§* La legalità dovrebbe essere il tema all’ordine del giorno del paese. Strettamente connesso alla discussione sul suo sviluppo (o mancato sviluppo) economico e sociale.

 

[politica & legalità]

La teoria di Stefano Rodotà (Corsera) è che il riferirsi della politica alla magistratura proviene direttamente da un calcolo «furbo» della classe dirigente. Dati i lunghi tempi dei processi, questa delega si traduceva in una sorta di impunità e rinviava all’infinito scelte politiche altrimenti dolorose.

Si stabilì così che gravi andavano considerati soltanto i fatti penali. Che questi potevano essere accertati soltanto dal giudice e che fino a quel momento l’accusato andasse considerato innocente. La presunzione di innocenza durava per tutti e tre i gradi del processo. Ecco spiegata un’altra singolarità italiana. I processi duravano anni e spesso cadevano in prescrizione quando non venivano insabbiati.

È la chiave per capire meglio come, lentamente, la politica abbia dato spazio alla magistratura, lasciando che questa occupasse il terreno proprio della politica, di come si formasse la commistione, nascesse una nuova peculiarità, o anomalia tutta italiana nella gestione del paese,

Una classe dirigente – una classe tout court – tesa principalmente a mettersi al riparo dalla giustizia e dalle regole. Arbitraria al punto di considerarsi al riparo dal corso stesso della storia che le andava irrimediabilmente contro (da fpg 23.03.98)

(7.04.98) Questo aspetto della politica e della vicenda italiana accompagna la storia e caratterizza le lotte politiche dello stato nazionale dal suo formarsi. Oggi il processo continua. E rimane la chiave di lettura più evidente dell’intera vicenda riformatrice in corso. L’affanno economico della borghesia. La sua difficoltà/incapacità di affrontare i fenomeni del capitalismo maturo. Di fronteggiare le contraddizioni del processo economico generale. Come l’unificazione dei mercati, l’inasprirsi della lotta economica nella forma di una concorrenza accentuata.

La corruzione è la forma presa da questa debolezza. Dietro la corruzione c’è il Vaticano e la borghesia cattolica con la sua trasandatezza morale. O meglio con la sua incapacità di accogliere i criteri di una morale laica - giansenista - adatta allo sviluppo capitalista nell’era dell’unificazione generale mondiale.

G. Sartori in un articolo (Corsera 6/4/98) individua il gioco opportunista di Prodi contro D’Alema, a favore di Bertinotti, condotto a spese del paese. Il gioco di una classe dirigente generale che tenta di entrare nella modernità senza pagare prezzi, furbescamente, sornionamente, alla vecchia maniera, seguendo i dettami della politica di santa romana chiesa.

La magistratura giustizialista si pone come la vera classe riformatrice dello Stato (Davigo, Bocassini, Cordero, Caselli, Cordova). L’errore ( o la colpevole imbecillità) di D’Alema è di non capire - o non voler capire - l’impossibilità di un paese normale in una situazione di accentuata anormalità. L’eccesso di tatticismo della sua politica rischia di ingoiare il disegno politico che la sottende.

(25.03.00) La collusione fra magistratura e mafia a Messina mostra come l’intreccio mafia - politica sia ancora vegeto. Dove nasce questo intreccio? Perché la lotta al potere mafioso si è arrestata dopo i primi successi? Perché alla commissione antimafia andò Del Turco invece di Arlacchi?

Gherardo Colombo in una intervista a Corsera (che segue l’uscita di una sua corrispondenza con Corrado Stajano) sottolinea il baratto della giustizia e della legalità da parte della politica. Merce di scambio, insomma. Baratto con chi? In cambio di cosa?

[classi dirigenti e criminalità]

G. Bocca (Repubblica 05.04.00) "...  quella complicità fra Stato e delinquenza organizzata che corre come un filo nero per la storia italiana." 

© Insomma la tesi è che esiste un «quarto livello» della struttura di comando di fronte alla quale si sono fermati anche mafiosi decisi come Buscetta e Badalamenti, rifiutandosi di fare nomi e fornire informazioni. Leoluca Orlando chiama questo livello con una sigla, il Pamm. Uguale a politici, affari, massoni, mafiosi. Buscetta considera  che aver svelato il nome di Andreotti sia stato un errore, l’unico errore commesso. E Dalla Chiesa sosteneva "Pensare di cancellare la mafia è un’illusione. Ma cercare di controllarla, di controbatterla, cercare di formare una società legale antagonista è possibile".

In effetti. In effetti il Pamm di Orlando va ribattezzato come Pammv dove la v sta per Vaticano.  Un legame è criminalità organizzata - oligarchia massonica. Vedi la P2, vedi i socialisti craxiani. Ma dietro Andreotti c’è il Vaticano con la sua lunga scia di affari giudiziari soprattutto nel campo finanziario. 

E mentre la cupola massonica e socialista è finita in galera o in esilio, comunque condannata, la cupola cattolica ne è uscita indenne, forte come prima, pronta a ricostituire il livello.

Per la completezza del discorso non va dimenticato, a livello internazionale, il concetto della criminalità braccio armato della produzione (vedi @FORR2) ed esercito schierato (come le compagnie di ventura) al servizio della concorrenza e della lotta provocata dalla concorrenza. Questo interessa il paese poiché il suo modo di produzione per quanto contrastato  è quello capitalista.

Da dire tuttavia che Buscetta come Mani pulite e dopo Mani pulite ha pensato per un lungo momento che il quarto livello potesse essere attaccato, forse vinto. Così fece il nome di Andreotti. Ma il quarto livello prima ha resistito, poi ha reagito. E il paese se lo è ritrovato al governo con i berluscones. Tuttavia lo scontro degli anni ‘90 ha dato vita a quel nucleo legale che è tuttora sulla breccia. Contrasta i berluscones e a sua volta resiste e contrattacca  Questo tutto sommato è un fatto nuovo. Mentre la presa del potere dei berluscones è la conseguenza della reazione delle vecchie classi dirigenti cattoliche e laiche alla pressione della modernità (vedi #ID).

Un paese, una borghesia perennemente in ritardo. Altrove l’equilibrio legalità - criminalità è stato raggiunto da tempo. Noi siamo ancora allo scontro.–|

 

[mafia  Polo borghesia]

(fine gen  2001) - La magistratura (Palermo e Caltanissetta) dà la caccia a Provenzano. Nel corso dell’inchiesta un mafioso Francesco Di Carlo, svela il mistero della morte del giornalista dell’Ora Mauro De Mauro, avvenuta trent’anni or sono e rimasta misteriosa. Ora si viene a sapere che De Mauro sapeva del golpe Borghese, del coinvolgimento dei golpisti con la mafia e che l’ordine del suo assassinio, consumato in Sicilia, partì da Roma. In occasione, intervistato, Giandelio Maletti già capo dell’ufficio «D» del Sid rivela/sostiene come l’allora capo dei servizi segreti, Vito Miceli, coprisse il golpe. Probabilmente venne proprio da lui l’ordine di eliminare Di Mauro (questo Maletti non lo dice). Si scopre anche, in occasione della morte (naturale) di Gianfranco Piazzesi, come il giornalista perse il posto di direttore della Nazione per aver pubblicato i primi articoli sulla P2 di Licio Gelli. Infine dall’attuale inchiesta giudiziaria su Provenzano risultano coinvolti - ancora - esponenti del Polo.

Insomma.

Insomma la destra borghese italiana era d’accordo con Gelli e la P2, con i fascisti di Valerio Borghese, sosteneva quell’ala dei carabinieri pronta ad appoggiare i golpe (generale De Lorenzo e il presidente della repubblica Segni), trafficava con la mafia e continua a trafficarvi.

La borghesia cattolica che ha il suo massimo esponente in Andreotti, era contro i golpe, trafficava con la mafia e se ne serviva.

La borghesia liberale e avanzata, semmai ve ne fu una, ha retto il moccolo, si accontentava del rispetto dello statu quo e di evitare il peggio, tollerando se non servendosi - vedi la Fiat di Romiti - del liquame fascista e stragista per volgerlo ai propri fini produttivi immediati.

Su tutto, la ragnatela vaticana e cattolica, con il suo malaffare, la sua pratica medievale, la sua falsità e ipocrisia strutturali.

La conseguenza li vorrebbe in difesa e difficoltà di parola. Invece, il contrario. È la sinistra a essere impacciata. Forse l’enormità da fronteggiare è tale che la paralizza e la ipnotizza.

 

[manca un centro moderato]

(29.01.01) - Continuano gli attacchi vaticani. Domenica L’osservatore romano si è chiesto se di fronte a certe trasmissioni (Santoro, Corrado Guzzanti, Daniele Luttazzi) sia ancora il caso di pagare il canone. Schierandosi così a fianco della Lega di Bossi e Maroni molto facili alla ribellione contro lo Stato e le sue istituzioni.

In realtà è l’atteggiamento della Lega che deriva dalla mentalità cattolica del Nord,  priva di cultura e del senso dello Stato. Così fu col fascismo, così con il doroteismo cattolico - veneto, con il craxismo milanese, eccetera.

(20.03.01) - La strategia di S. Berlusconi sul caso Rai segue il modello collaudato. Lui attacca a tutto campo. Loro, il Polo, non possono fidarsi della Rai, fatta da militanti travestiti da giornalisti, eccetera. Insomma tutto ciò che fa l’avversario è delegittimato, infamato, scorretto. Tutto ciò che fa il Polo, la qualsiasi cosa, questo e l’opposto di questo, è corretto, evidente, sacrosanto. – Il centro moderato del paese non realizza come questa strategia sia sostanzialmente violenza pura, puro arbitrio, pura sopraffazione. Perché non l’avverte? La minima azione del cs (centro sinistra) è complotto. La violenza e il tartufismo polista è normale. Il paese non si rende conto poiché la natura stessa del centro moderato è violenta e tartufista? In altre parole in Italia manca un centro moderato. Il cm abituato a seguire l’arbitrio e la violenza e l’ipocrisia tartufista della gerarchia ecclesiastica è solo «palude»? Questa è la risposta. La media borghesia e la pcbg italiana sono fasciste o sono palude.

Manca un’opinione pubblica di livello occidentale con valori borghesi adatti a un’economia avanzata (vedi #INT2).

[a destra]

(14.01.02) - O Berlusconi riesce a esportare il sistema o il sistema lo schiaccerà. Questione di tempo.

La destra europea, una volta ripreso il potere, potrebbe liquidarlo come socio scomodo e inaccettabile. Penso che chi stia lavorando in proposito sia Casini la cui forza è nel Ppe.

Non a caso Casini vuole portare Fini nel Ppe, con sé, per inglobarne la forza elettorale. Insieme possono raggiungere sulla carta il 18, 20 per cento. Nella realtà si assesterebbero fra il 15 e il 18 per cento. Fini perderebbe qualche voto nel passaggio.

Di conseguenza lo scontro è fra destra cattolica moderata e destra fascista. Dove fra la destra moderata va considerato Fini e nella destra fascista vanno posti i falchi di Fi, gli industriali della linea D'Amato e gli uomini di Bossi. Questa è la vera partita a destra.

 

[a sinistra]

(09.04.01) - Il compromesso di D’Alema sul conflitto di interessi al tempo della Bicamerale risulta sempre più grave. Cosa significa che D’Alema rispetta l’opinione della metà del paese? In realtà lui fornisce alla metà corrotta del paese un segnale preciso, uno dei tanti che mantiene il paese nella corruzione, nell’illegalità, nell’anar­chia e nella violenza. Mentre non fornisce all’altra metà nessun segnale, nessuna indicazione, nessuna parola d’ordine, abbandonandola a se stessa e già solo per questo sfidu­ciandola.

(gennaio 2002) - D’Alema rivede le sue posizioni? Il suo intervento a Roma nella celebrazione dell’anno giudiziario segnano una svolta? Sta forse capendo che la forza della sinistra moderata e socialdemocratica è nel recupero della legalità? E che la legalità si recupera solo se la politica se ne appropria di nuovo? E che l’unica in grado di svolgere questo compito è la sinistra ex comunista e oggi socialdemocratica? Poiché la socialdemocrazia di Boselli e il moderatismo cattolico del ppi sono dentro la corruzione fino al naso rispettivamente per via del craxismo e di cinquanta anni di corruzione democristiana. E che anche parte della sinistra massimalista è recuperabile per questa via che rappresenta in questo paese una radicalizzazione dello scontro che è quello che la sinistra massimalista ama.

(20.01.02) - D’Alema in un convegno della fondazione Italiani europei che guida con Amato torna ai i toni della realpolitik. La maggioranza regge, gli elettori di sinistra che spingono per lo scontro sono solo il 15 per cento, l’85 per cento chiede altro, essere più credibili. Cosa intenda D’Alema per essere più credibile lo sa lui e solo lui anche perché se lo tiene stretto e non lo vuol far sapere a noi. L’unico vero messaggio che consegna ai suoi è che non si può andare allo scontro poiché lo scontro è perso in partenza. Con l’indignazione non si vincono le elezioni, dice. Il suo rav­vedi­mento ha avuto vita breve, meno di una settimana. D’Alema ha la vocazione del compromesso nelle ossa. La sua realpolitik, a differenza di quella bismarchiana, affonda la sue radici nella convinzione pcbg che il mondo appartiene all’avversario e che l’unico modo di strapparglielo è di ricalcarne le mosse. È un uomo tutto intelletto e scarsissima ragione. L’intervento di Amato ancora più debole, e astratto, in termini liberal sociali. "Per una società di uomini liberi che si facciano carico dell’interesse generale" sembra che abbia testualmente detto. Già quel «farsi carico» è indice di una cultura scarsa. Il resto è generico, come generici sono di solito i suoi interventi. Forse lui sa cosa vuol fare, ma non ce lo sa dire.

 

[filosofia del lasciar correre]

Questa follia egualitarista italiana che spazza il paese da un capo all’altro. Una maniera di concepire l’egualitarismo che ricorda l’anatema marxiano contro il comunismo volgare profondamente diverso dal comunismo scientifico. Una follia che calza come un guanto alla mentalità generalizzata del paese.

1. Uscire dall’egualitarismo significa per qualche verso accettare delle regole.

2. Accettare delle regole significa doverle rispettare.

3. Doverle rispettare significa porre un limite alla propria personale libertà e all’arbitrio consumabile che questa libertà permette. Tengo il delinquente fuori poiché se per un caso debba andare in galera anch’io potrò a mia volta rimanerne fuori.

4. Anche se sono bravo, l’egualitarismo mi permette di essere pigro. Cioè di usare arbitrariamente la mia bravura. Quando ne ho voglia e se ne ho voglia. Al contrario, il merito mi obbliga a essere bravo, sempre, anche quando non ne ho voglia.

Questa filosofia del lasciar correre è legata all’illusione che lasciando correre si è tutti più liberi. Io lascio correre te poiché domani tu lascerai correre me. Anzi. Questa filosofia porta al lasciar correre come diritto. Ma di cosa ti immischi? Uguale a  «fatti gli affari tuoi», uguale a se tu ti fai gli affari tuoi io non mi immischio.

Ed ecco la selezione rovesciata. Il simbolo del lasciar correre, di farsi ognuno i propri affari ha un riscontro preciso nell’arrangiarsi e l’arrangiarsi un riscontro nella furbizia. Mi faccio i miei affari cioè mi arrangio  e tanto meglio mi arrangio quanto più furbo sono. E il massimo della furbizia coincide sia nell’invocare la situazione penosa, inventata, sia nell’imposizione del comportamento furbo che diventa prepotenza e violenza. Ecco come tra lasciar correre e violenza si percorra tutta la gamma dei comportamenti sociali del paese. E il furbo è nella sua struttura culturale e mentale un debole che cerca di farcela nonostante la propria debolezza. E anche l’arbitrarietà è un segno di questa debolezza. Così la debolezza emerge come simbolo della società, con il pietismo, il vittimismo, eccetera

5. Più liberi, forse, e nello stesso tempo, sicuramente, più imbecilli, più opportunisti, più vili, meno efficienti, meno organizzati. La mancanza di efficienza e di strutture organizzative, si traduce nel limite, ancorché invisibile, della libertà. Proprio di quella libertà in nome della quale si compie ogni scelleratezza. Soprattutto se il benessere, ancorché individuale, è sinonimo di organizzazione e l’organizzazione si rivela la condizione necessaria per estendere la libertà e con la libertà, le libertà. Il rovescio del lasciar correre, del farsi gli affari propri e lasciare che gli altri si facciano i loro, equivale a regole e le regole equivalgono a organizzazione.

Ma anche il lasciar correre ha a  sua volta le sue regole. E queste regole del lasciar correre italiano sono dirette verso il crescente aumento dell’entropia sociale. La regola principe del lasciar correre nega ogni regola organizzativa. Si ignora come ogni organizzazione sia a sua volta portatrice di libertà. Parte dal sacrificio immediato di una libertà individuale, soggettiva, per raggiungere e allargare i confini della libertà collettiva, oggettiva, confini che a loro volta includono le libertà individuali, accrescendole.

Un processo dialettico. La negazione ha in sé una affermazione arricchita dell’oggetto, della cosa negata. La negazione della immediata libertà individuale una volta trasferita, negata, nella libertà sociale torna arricchita alla libertà individuale. Così, oggi, l’organizzazione è portatrice di quelle libertà legate allo sviluppo. Premessa necessaria per il passaggio allo sviluppo allargato di un paese nel suo insieme, di un gruppo e delle persone che ne fanno parte. Mentre il lasciar correre con le sue regole corporative è alla base dello sviluppo semplice, cioè della semplice riproduzione dell’esistente, uno sviluppo di sussistenza, sussistenza semplice e della società nel suo insieme e degli individui che ne fanno parte.

C’è da dire che quando si parla di sviluppo moderno si intende esclusivamente lo sviluppo allargato. Mentre lo sviluppo semplice è sinonimo di stagnazione, disoccupazione, e povertà.

Anche il gradualismo - pratica tipicamente cattolico romana - fa parte del lasciar correre, del non farsi male, dell’affrontare i problemi senza muovere troppo, senza spostare, senza sorprendere, eccetera. Una pratica generalizzata, largamente diffusa nella nostra classe medica. I ds - sotto l’acuta guida di D’Alema - l’hanno fatta completamente propria. Una pratica che bada a non spostare gli equilibri piuttosto che ha fare il necessario. Di qui il senso di debolezza del governo, l’accusa di mancare di coraggio, il suo mediare, non prendere le cose di petto, cedere ora a questa corporazione, ora a quella, ora a questo potere, ora a quello. È questo il galleggiare. E D’Alema galleggia senza nemmeno rendersi conto di farlo. E tutta la politica del centrosinistra risulta poco evidente, poco efficace, di compromesso, corta di vista, debole. Più correttamente questa politica può essere individuata nella ricerca costi quel che costi dell’equilibrio. E l’equilibrio ha in sé i due opposti dell’estrema corrività e della violenza. Poiché in nome e per le necessità dell’equilibrio si uccide, si calunnia, si distrugge ogni novità e ogni individuo portatore del nuovo che turba l’equilibrio e non lo persegua con l’unico strumento della gradualità. Sennonché la politica della gradualità ha il suo riscontro nello sviluppo semplice e blocca di fatto lo sviluppo allargato.

& – Naturalmente c’è dentro tutta l’ipocrisia cattolico romana. Non dare scandalo. Poiché lo scandalo turba l’equilibrio. Non forzare poiché il forzare turba l’equilibrio. Soffocare sul nascere le iniziative che possano turbare l’equilibrio.

Naturalmente questo concetto di equilibrio si rifà a un equilibrio statico, minacciato da ogni processo in sé dinamico. Per questo ogni politica di movimento viene vista con sospetto e ferocemente osteggiata.

Naturalmente la staticità equivale alla staticità nello statu quo, dell’assetto esistente, di un modo di produzione basato sulla rendita, eccetera. Naturalmente l’equilibrio statico non risparmia dallo scontro. Lo scontro può delinearsi fra due assetti in sé statici, per il primato di uno dei due. Il cattolico romano e il laico massone, per esempio. Di qui l’assetto oligarchico, lo scontro fra assetti oligarchici diversi, eccetera (da fpg 22 e 25.02.00).

 

 

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