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Gli italiani - 1

(identità di una nazione - spunti e rapide riflessioni)

 

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& - Il paese avverte la modernità come negazione della propria identità.

& - Un paese ricco di ideologie e povero di valori. Morte le ideologie ciò che è rimasto è il vuoto. Un vuoto assoluto. Che la chiesa si illude di riempire. Anche perché è la prima a produrlo.

& - In Italia l'oggettività dei fatti riscuote uno scarso favore. I fatti giocano a favore di qualcuno, contro qualcun altro. Per conseguenza il dibattito si dispiega su chi viene favorito da quel fatto e chi ne viene penalizzato. L'oggettività del fatto interessa poco. A volte niente.

& - Da un lato le correnti antimoderniste sotterrane alla cultura del paese. Antimoderniste come è antimodernista il cattolicesimo romano… Dall’altro l’impostazione massimalista e anarchica delle sinistre che nasce dalla modernità avvertita non come conquista e lotta contro l’arretratezza, tutta cattolica appunto, della borghesia e delle classi dirigenti italiane, ma come diritto a una modernità prodotto e dono delle conquiste altrui (da #PRL).

& - Comunque appare molto chiaramente l' esistenza di due paesi. Il premoderno con tutti i vizi della premodernità. I suoi campioni sono Ratzinger, Ruini,  Berlusconi, Fazio, Pera. Il moderno i cui campioni sono i magistrati della legalità, Guido Rossi e gli economisti della concorrenza, Prodi, Travaglio (ott 05).

 

[strenua resistenza alla «modernità»]

(febbraio 2010) – Affiora vistosamente la corruzione di cui è affetto il paese. Mazzette. Bertolaso. Sesso e malaffare. Gli alti gradi della magistratura romana di nuovo coinvolti  nella rete dell'illecito. Talpe dell'illecito. Difesa dell'illecito contro la magistratura fiorentina che lo indaga. Lo scandalo FastWeb e Telecom sul riciclaggio. Vengono a galla anche i limiti della strategia mediatica del governo. Rivolta all’Aquila contro la politica del fare che lascia la città nelle macerie e contro il TG1 che nasconde la realtà di un fare che è di fatto un non fare. Serpeggia una sorta di ribellione che incrina i palazzi del potere. La strategia delle menzogne mostra la corda. Si formano crepe profonde. La scommessa è se il potere cadrà un pezzo alla volta o si verificherà un crollo. E quando. Le contraddizioni sono cosi macroscopiche che dovrebbero essere ormai sotto gli occhi di tutti. La questione è che una larga parte di quei tutti, che le hanno sotto gli occhi, non le vogliono vedere. Come 18 anni fa e peggio di 18 anni fa con mani pulite il paese si trova di fronte a se stesso. Alla propria ipocrisia cattolica, al proprio anarchismo, al proprio ritardo culturale che può essere misurato soltanto con il metro dei secoli. Due, tre, quattro? Alle solite. Il processo va avanti faticosamente perché il paese resiste faticosamente alla modernità di cui non vuole assolutamente sentir parlare. Sia la pancia del paese sia la testa del paese. Avverte la modernità come negazione della propria identità. E questa è forse la vera chiave delle vicende italiane. Sono gli allori romani (impero romano) e rinascimentali cui non si vuol rinunciare, che non si vogliono mettere da parte. È la chiesa di Roma che ha fatto del paese il suo ultimo bastione di resistenza. Berlusconi interpreta la pancia e trova una sorta di complicità nella testa. La testa ovvero gli intellettuali, la sinistra (vedi #INT2). Sinistra che assiste senza quasi protestare alla disarticolazione della scuola pubblica, privata dei suoi mezzi e del potenziamento della scuola privata, in Italia leggi cattolica. Così le classi dirigenti del paese continueranno a essere formate da gesuiti, salesiani, e affini. Formazione che è alla fonte dell'ipocrita, tradizionale, antimodernista e antimoderna, cultura che ha e sta devastando la nazione. Nazione che non riesce nemmeno a raggiungere un proprio sentito come tale. Una propria identità come tale. Chiedete a un italiano perché è, si percepisce come italiano. Risponderà con un balbettio.

 

[Italia - la rendita come struttura e come mentalità]

In Italia la classe borghese del profitto è praticamente inesistente. Il profitto non essendo riuscito a sussumere la rendita fondiaria. Rendita fondiaria che assume le forme più svariate della rendita in senso lato. Dalla rendita finanziaria alla rendita di posizione. Alla concezione della borsa e degli investimenti in azioni e obbligazioni visti come una rendita piuttosto che come partecipazione allo sviluppo industriale del paese. In altri termini come investimenti. Motivo per il quale, per dirne una, il mattone fa aggio sull’investimento finanziario. Oppure la concezione delle professioni viste come vere e proprie rendite di posizione. Che come tutte le rendite vanno tramandate di padre in figlio. Con una concezione simile a quella che si ha per le proprietà fondiarie.

In altri termini il fatto che in Italia la situazione si complichi con la divisione apparentemente trasversale fra rendita, profitto e lavoro dipende dalla «situazione precapitalista» dell’economia del paese. Che privilegia la rendita come struttura e come mentalità. Di fatto un’economia incompiuta (vedi CI1 e succ.).

 

[struttura medievale della mentalità italiana]

Nella fattispecie. L'acquiescenza degli italiani, il loro spirito di sopportazione verso i poteri forti e stabiliti che ci vanno rimproverando anche all'estero. Dipendono dal persistere del costume del modo di produzione medievale trasformato in mentalità. Alla base i servi della gleba. Sui quali si scaricava tutta la struttura del modo di produzione medievale. Che non avevano voce in capitolo su nulla. Per legge e per costume. E dovevano subire la qualsiasi cosa, sempre per legge e per costume. E dove era importante avere un protettore da qualche parte che attenuasse le condizioni di servitù. Al di sopra di questa base si organizzavano i livelli sociali. Alcuni costituitisi nel tempo in corporazioni, ma tutti comunque divisi in classi e categorie e livelli all'interno delle classi e delle categorie. E ogni classe e categoria con i propri privilegi. Con propri diritti rispetto ai livelli inferiori e con propri doveri rispetto ai livelli superiori. Il concetto del servizio alla comunità completamente assente. Sconosciuto.  L'unico servizio era quello che i servi della gleba dovevano agli altri. Gli altri con i loro obblighi verso i livelli superiori e i loro privilegi rispetto ai livelli inferiori.

La persistenza di queste strutture tradottasi in mentalità è la migliore chiave per capire la mentalità italiana. Il burocrate italiano, come qualsiasi altro individuo inserito in una struttura produttiva o distributiva, non è li per fornire un servizio alla comunità. È lì perché qualcuno ce l'ha messo. E quel posto comporta dei doveri verso chi ce l'ha messo e dei privilegi verso tutti gli altri. I sindacati italiani si sono strutturati su questa mentalità/costume. Così le professioni, così le categorie produttive. Altra conseguenza di questa vischiosità medievale è l'ereditarietà della funzione. Alla base della quale c'è la famiglia. Che poggia sul concetto di famiglia. Così le categorie produttive si conservano e si perpetuano di padre in figlio (da fpg 8.1.08).

 

[Italia - oligarchia, politica, economia]

Si precisa il contrasto fra la struttura oligarchica del paese e gli interessi generali. Mi aiuta a capire il ruolo svolto da Pucci alla Fnsl. La politica ruota sugli equilibri oligarchici, sulle entrate e le uscite all'interno del gruppo oligarchico generale (vedi #GD) nell'assenza degli interessi del paese dei quali si parla solo in funzione della lotta di potere oligarchica. L'oligarchia, naturalmente riflette le strutture economiche sottostanti. Tuttavia lo stesso scontro  economico si svolge all'interno degli interessi dell'oligarchia. Interessi economici ristretti, direi territoriali, comunali (come per certe banche). Equilibrio politico generale attraverso la mediazione con gli interessi corporativi. Assenti i grandi temi dello sviluppo del paese che, quando vengono agitati lo sono solo strumentalmente alla lotta dei gruppi oligarchici della borghesia italiana. Cattolica nella gran parte e laica massonica nell'altra. Qui l'analisi della rendita quale struttura portante dell'economia e degli interessi economici della borghesia , torna perfettamente. La struttura oligarchica presuppone la rendita. È la forma politica presa dalla rendita.

Un articolo di Guido Rossi (Rep 13.1.99) fornisce un fondamento teorico e reale alla pratica italiana – tuttora attuale – del rinvio quale strategia per la difesa dell'esistente. D'altra parte si capisce meglio la posizione di quanti (come C. Romiti) si oppongono all'entrata nell'euro. L'euro mette a rischio la borghesia italiana così come la abbiamo conosciuta sino ad ora (da fpg 8.01.99).

 

[Italia e Roma]

Si considera forse poco il fatto che tutta l'Italia era romana. Che la mentalità italiana ha le sue radici nelle pratiche romane. Che la chiesa cattolica è stata l'erede principale della romanità. Di conseguenza il suo tramite.

Si tende a spiegare l'arretratezza italiana con la mancanza della formazione di uno stato nazionale. È assolutamente vero. E qui, unita alla controriforma sono le cause delle condizioni della cultura italiana oggi. Il deficit evolutivo. Ma le radici sono da ricercarsi nella tradizione romana (16.12.06).

 

[cui prodest]

Riflessione sulla politica interna romana ai tempi della repubblica. Leggi ben organizzate e chiare. Usate, tuttavia, come strumento dello scontro politico. Il soggetto era lo scontro politico. L'oggettività dei fatti era oscurata al 90 per cento dalla realtà dello scontro. Ciò che contava era il cui prodest. La preoccupazione principale, a chi giovava. A favore di chi e contro chi. Le leggi venivano approvate o respinte a seconda della piega presa dallo scontro sociale. A favore o contro una certa fazione.

Penso che la società italiana abbia conservato in larga parte questo costume. Col tempo trasformatosi in mentalità. La mentalità del cui prodest. A differenza di quelle formazioni sociali, di quelle società  influenzate e plasmate dalla ricerca scientifica. In Italia l'oggettività dei fatti riscuote uno scarso favore. I fatti giocano a favore di qualcuno, contro qualcun altro. Per conseguenza il dibattito si dispiega su chi viene favorito da quel fatto e chi ne viene penalizzato. L'oggettività del fatto interessa poco. A volte niente.

A Roma tuttavia le leggi c'erano. Rispecchiavano l'interesse comune che legava le masse popolari alle classi proprietarie.  L'interesse della città era al di sopra di tutti. Rappresentava l'interesse di tutti. La lotta si svolgeva sotto lo scudo di quell'interesse. Che proteggeva solidalmente tutti. Popolo romano, classi intermedie, aristocrazia terriera.

Nell'Italia contemporanea quell'interesse comune manca. Le leggi sono qualcosa di esterno, di estraneo. Che ci sono state tramandate o che noi mutuiamo dall'estero. Leggi che ognuno ha il compito di aggirare. Così lo scontro politico, economico, culturale si riduce a uno scontro fra fazioni. L'interesse generale, inafferrabile. Sostituito dall'interesse familiare. Criteri che incidono profondamente sullo sviluppo economico.

Criteri che la chiesa di Roma, principale erede della romanità la tramanda trasformandola parzialmente nella ricerca permanente dell'equilibrio dello scontro e nello scontro. Cosicché la politica del paese è caratterizzata esclusivamente da questa ricerca dell'equilibrio. Equilibrio che fa aggio su tutto. Sui fatti, sulle ragioni, sui torti, sulla cultura, sul mercato (da fpg 1.12.06).

(agosto ‘05) La massiccia presenza cattolica, lo scontro mascherato e mai consumatosi fra guelfi e ghibellini, è anche l’ombra lunga che avvelena la politica italiana e qualsiasi altra disputa culturale o scientifica che si faccia. I fatti non contano né si analizzano. Con una tecnica premoderna che rimane tuttora all’ordine del giorno, in Italia si bada agli schieramenti. Chi ci guadagna, chi ci perde, chi viene sostenuto, chi osteggiato, eccetera. Le leggi, strumento immediato delle classi dirigenti. Usate per la loro sopravvivenza. Lontane dalla  struttura generalizzata dell’interesse generale. E dalle altre strutture economiche, politiche, sociali generali che presuppongono schemi mentali e riflessivi astratti – astratti perché generalizzati – che a loro volta si riflettono nei comportamenti e nella mentalità.

(10.12.06) – Rileggendo La rivoluzione romana. A pag 102, la riflessione che la corruzione politica a Roma sia una conseguenza delle condizioni dell'elettorato romano. Incolto, suggestionabile, irritabile, approssimativo e irrazionale. Per portarlo su determinate posizioni di strategia politica e di interesse generale lo si doveva corrompere. Con il denaro, con gli spettacoli pubblici, il fasto delle cerimonie, la retorica oratoria, la demagogia.

La situazione descritta ci fa venire a mente qualcosa di noto?

 

[l’Italia e l’illegalità]

Vai a Politica, regole, legalità.

 

[inaffidabilità nazionale]

Una volta superato (sto superando) il malessere delle settimane scorse, rimane un diffuso senso d'irritazione che non saprei giudicare se di fondo o superficiale. Con mia grande irritazione mi irrita il paese. La nostra inaffidabilità nazionale che segna i nostri rapporti internazionali. Non essere credibile è giudizio che ho difficoltà ad accettare. Meglio non essere creduti che non essere credibili. Fra i due – non essere credibili e non essere creduti – esiste una differenza molto più grande ancorché sottile, di quanto si possa comunemente pensare. Non essere creduto dipende in larga parte dall'altro da te, un rapporto direi fra soggetto e soggetto, specifico, non generalizzato. Ti dico qualcosa che tu non credi possibile, oppure che tu non credi che io possa fare, oppure tu pensi che, anche per via delle circostanze, sia in grado di fare, o che abbia fatto, o farò. Eccetera. Non essere credibili riguarda noi, il nostro comportamento. Un giudizio che noi suggeriamo all'altro, agli altri. Giudizio generalizzato che investe il nostro modo di porci e di essere.

L'inaffidabilità generalizzata del paese crea una serie complessa di difficoltà che si riversano sulla quotidianità e alterano la qualità della vita. La sua diffusione è impressionante. Genera tutta una serie di problemi secondari, indiretti. Così non si è mai certi di quello che ci attende e del perché. Un divieto di sosta sarà stato istituito in base a un'analisi del traffico e in vista dell'interesse generale oppure per favorire qualche abitante della zona che, disattendendolo con garanzia di impunità, si garantisce la sosta? O che altro, la qualsiasi cosa. La differenza fra noi e gli altri è che da noi il sospetto è quasi sempre fondato e l'arbitrarietà è la regola, mentre fuori il sospetto non è generalizzabile poiché il contesto è nel suo insieme più sano, più rispettose delle regole comuni e anche l'arbitrarietà ha, diciamo così, una sua ragione di essere e dalla quale ci si può difendere e non avviene nella rassegnata indifferenza generale.

In realtà tutta la vita pubblica del paese ruota intorno a questo asse e sottrae alla vita delle persone molte delle sue ragioni di essere (da fpg 18.02.01).  

 

[la politica è pura gestione]

Ci sono idee che appaiono banali e che al contrario vanno fissate fino a farle diventare proprio patrimonio culturale, automatismo mentale e infine struttura emotiva. Fino a quel momento non si può parlare di cultura.

La politica intesa come pura gestione è una di queste. Gestione di che? Dell'esistente. L'esistente politico è il paese, le risorse del paese, la cultura del paese, la mentalità del paese. L'Italia è un paese sostanzialmente amorale (Machiavelli, Guicciardini), ipocrita (il cattolicesimo romano), corrotto (il cattolicesimo romano). Nel decennio del giustizialismo imperfetto (1990–2000) questa verità è venuta alla luce. Qualsiasi gestione politica deve partire da qui. Poi il paese possiede altre qualità. Anch'esse nascoste e sconosciute. O non considerate.

Altra verità di base è la mancanza di una organizzazione della cultura e di una struttura culturale nazionale. Una vecchia intuizione. Il paese manca di un’autorità culturale, di intellettuali, riviste specializzate, istituti di ricerca cui fare riferimento. Non a caso è l'estero che seleziona i nostri ingegni. Questa assenza lascia la gente in balia dei singoli interessi individuali, familiari, corporativi che prendono la forma di pulsioni e idee. La sinistra è stata forte sin quando l'autorità intellettuale e morale del pci la guidava. L'altra autorità è la chiesa romana. Un'autorità non all'altezza dei tempi, storicamente superata, culturalmente e operativamente vecchia.

Ancora. La forza attuale della destra è la sua sostanziale compattezza. La sconfitta elettorale di Fini l'ha rinsaldata. All'interno delle proprie tensioni la destra politicamente rimane unita. Lì esiste una struttura portante. La ricchezza di Berlusconi, l'anticomunismo della borghesia e di una parte dei ceti medi, il cattolicesimo come ideologia premoderna.

La sinistra è divisa non tanto nelle opinioni quanto nella realtà della lotta politica. I cattolici e le frange laiche nate dall'anticomunismo della guerra fredda contro la sinistra ex comunista (da fpg 14.10.99).

 

[le radici della pratica politica italiana]

La pratica italiana di perseguire un progetto negandolo, affonda le sue radici nella pratica politica romana. Augusto costruisce l’impero in nome della restaurazione repubblicana. All’apparenza sembra la pratica opposta al tutto cambi perché nulla cambi. In comune le due pratiche hanno l’occultamento del cambiamento o della conservazione presentati indicando come obiettivo il fine opposto. Si occulta il cambiamento proclamando la conservazione e si occulta la conservazione o la reazione proclamando il cambiamento (da fpg 18.12.03).

[massimo di «umanità» possibile]

Rileggendo Borgese e leggendo la storia del cinema italiano si capisce che il lato caratterizzante della cultura del bel paese, il suo valore più alto, l'aspirazione profonda dei suoi intellettuali è raggiungere il massimo di «umanità» possibile. L'italiano «deve» essere umano, comprensivo, tollerante. Risultato naturale, la sua ipocrisia. La cultura trasmette l'imperativo. Obiettivo, l'individuo umano, la cui umanità va scovata in ogni vicenda e ricercata in ogni lato della vita. È così, che avendo l'umanità quale meta, viene meno totalmente il senso della comunità alla quale apparteniamo. "Poiché non avevano nulla di meglio, gli Italiani impararono ad amare solo la famiglia", scrive Borgese. Da un lato l'umanità nel suo insieme, dall'altro la famiglia. In mezzo il nulla. Ovvero astratte vicende umane da ricercarsi ovunque avvengano, e sostanzialmente individuate nel sociale, nella guerra come dramma (o melodramma), nella condizione umana vista come sofferenza, disgrazia, dolore, pena, tormento, inadeguatezza, eccetera.

Si conferma. 1. la forza della tradizione latina e romana nel costume del paese. 2. ricerca e rimpianto della perduta grandezza. 3. la chiesa di Roma come l'istituzione italiana per eccellenza, con un peso internazionale e un progetto generale di lotta alla modernità a partire dall'illuminismo. 4. l'Italia laica incapace di starle alla pari ed esprimere alcunché.

La Chiesa di Roma come continuazione dei valori romani e pagani di universalità e umanità (da fpg 16.6.02).

 

[la cognizione della vita come dolore]

Leggo, rileggo, scorro Gadda, la cognizione. Ogni notte qualche riga o qualche pagina. Non mi piace. Barocco, contorto, usa la sua eccezionale capacità linguistica per gioco, fine a se stessa, una concezione bassa della vicenda umana, una sintesi dei vizi italiani, la sua scrittura per prima. Ma la capacità linguistica rimane, apre nuove possibilità. Anzi le ha aperte se è vero come penso sia vero che ha profondamente influenzato la produzione letteraria del paese. Solo che va usata (lui suggerirebbe da usarsi) per le sue sintesi linguistiche e per l'arricchimento grammaticale e sintattico. Da scartare invece il profluvio e l'esibizione di questo talento linguistico, la mostra delle proprie capacità letterarie delle quali era già colmo il giornalismo italiano e, con lui, la nostra letteratura.

Gadda riflette anche il senso, appunto la cognizione della vita come dolore e difficoltà. Propria dei latini e forse di quei popoli antichi i quali una volta usciti dalla sopravvivenza hanno vissuto l'esperienza della precarietà trasformandola in sentimento, in lagno, in protesta. Questa comprensione del dolore passa per umanità, civiltà, eccetera. Il dolore come esperienza e limite, verità profonde, realtà fondamentali dell'esperienza umana. Per cui privi di questa sensibilità del dolore e del limite non c'è umanità, né civiltà o progresso civile.

Esiste tuttavia una diversa percezione dell'umanità e della civiltà. Ed è di quelle culture (nordiche, vichinghe, germaniche, tartare, eccetera) nella quali il senso della vita sopraffà la precarietà della vita. La precarietà equivale alla necessità e la necessità coincide con la consapevolezza che una volta data la vita, essa va presa per quello che è e quello che è, è il meglio dell'esistente conosciuto. È la sfida del biologico che continua e viene portata incessantemente a termine nel continuum dell'infinito hegeliano.

Nasce allora, il senso della sfida, della forza, della gioia, dell'ironia.

Noi latini ci portiamo dietro questo piagnucolare, sarcasmo, volgarità connessi con l'incapacità di capire la vita quale è.

Mentre la vita è il meglio che possa capitare, che sia capitato, che ci è capitato. Meglio che va colto, ampliato, portato avanti poiché l'unico senso della vita è la vita. E l'unico senso della vita una volta raggiunta la coscienza della vita è la vita umana e l'unico senso della vita umana è la sua espansione qualitativa, e il massimo dell'espansione qualitativa trova il suo unico limite nel massimo di coscienza possibile.

Al di fuori di questo alberga l'infelicità che altro non è che l'incapacità di afferrare il senso della vita nella realtà nella quale la vita si esprime (da fpg 15.03.00).

 

[italiani]

Ora noi italiani non nutriamo l'obiettivo di accrescere la vita. Compresa naturalmente la nostra vita. Siamo alla costante ricerca della maniera di attenuare la durezza della vita. Con tutti i mezzi, leciti e illeciti. Che è una limitazione, un rinchiudere la vita dentro il recinto della necessità vissuta come violenza indebita e gratuita. Il concetto della valle di lacrime non è stato inventato dal cristianesimo ma certamente il cristianesimo cattolico ne ha fatto il suo cavallo di battaglia, il suo strumento di dominio, la sua arma. Alternativo al piacere vissuto come peccato. Con il risultato di fare del godimento l'unico e principale fine della vita terrena. Così dentro la valle di lacrime e la mortificazione della carne si cela l'essenza dei sette peccati capitali che il cattolicesimo romano così ben conosce e ripudia con forza proprio perché ne è intriso.

Ora Gadda, la letteratura, il cinema italiano esprimono insieme il rifiuto sostanziale della vita se la vita va vissuta come un sotterfugio necessario per strapparla alla sua iniquità. Rifiuto la cui impossibilità è esorcizzata dallo sberleffo, da una vena di cinismo, dal grottesco, dall'autoassolvimento e da un'amarezza di fondo tanto sterile quanto imbecille.

E quando facciamo sul serio abbiamo sempre un che di paura di cadere nel ridicolo. Ed anestetizziamo il terrore del ridicolo con la retorica, la presunzione, oppure lo scetticismo o l'impudenza (15.03.00).

 

[carattere di un popolo] 

La riflessione di ieri sulla vita e gli italiani chiarisce qualcosa di noto ma nel medesimo tempo proprio come tale non sufficientemente conosciuto e sbriciolato in una serie di luoghi comuni.

Ogni popolo ha una sua specificità e un suo carattere. Questa specificità del carattere popolare è la cosa nota e insieme ridotta a luogo comune. Per specificità si prendono una serie di caratteristiche superficiali e si generalizzano. A volte sono specificità culturali, a volte comportamentali, a volte riguardano l’educazione, a volte il comune pensiero, le comuni credenze e i luoghi comuni, a volte il comune senso di appartenenza, a volte i valori condivisi (non necessariamente positivi), eccetera.

La riflessione di ieri tocca uno strato più profondo dell’impasto comune di un modo di sentire. Ed è il rapporto di un popolo, di una comunità con la sua concezione del mondo e della vita. Cioè il noto (a me) rapporto fra immagine di sé, immagine del mondo, raffigurazione del sé con la raffigurazione del mondo, si sposta sul minimo denominatore della comune concezione del mondo. Concezione che guida tutti i livelli sottostanti. Fino dove l’immagine del mondo forma l’immagine del sé e il collocamento dell’immagine del sé nell’immagine del mondo.

L’immagine comune del mondo si perde (a parte i luoghi comuni che la riguardano) assorbita o se si vuole nascosta e oscurata dai livelli più vicini all’individuo (la famiglia, la scuola, il paese di origine, eccetera) (da fpg  16.03.00).

 

(continua in Gli italiani - 2)

 

 

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