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Gli italiani - 2

(del carattere di un popolo)

 

continua da #IID

 

& -  Paese superficiale, sognatore, cinico. Come il cinema italiano. Ai tre aggettivi aggiungerei vile. Vile anche perché quando può, ma può solo quando non rischia, è prepotente, soverchiatore, arrogante.

& - Una caratteristica dell'italica mentalità. Ognuno dev'essere coerente con se stesso. Il gaglioffo come tale può continuare a esserlo. L'onesto come tale, tale deve rimanere. Al primo si perdona tutto. Al secondo nulla. La disonestà come tale non è presa in considerazione. E nemmeno l'onestà. Sei onesto? Affari tuoi. Sei disonesto? Ugualmente affari tuoi. Gli affari nostri sono fuori dall'orizzonte politico del paese. Il noi un'astrazione fuori dalla portata di ognuno che sia un italiano.

& -  Volgare, cinico, spregiudicato, impudente, sprezzante, un'ipocrisia tanto oggettiva quanto esibita, melodrammatico con sfottò del melodramma, sarcastico, impietoso, allusivo, arrogante, impertinente, banale con sberleffo.

 

[cinismo e falsa coscienza]

Vedo ieri sera un film americano del '95. L'ultima eclissi. La storia di una madre che uccide il marito deciso ha portarsi a letto la figlia di nove, dieci anni. (Poi viene accusata di un altro delitto che non ha commesso). Ottime le descrizioni sui rapporti fra padroni borghesi e servitù. E altro.

Rifletto su come gli americani hanno trattato il film e come lo avrebbe trattato la filmografia italiana. In luogo delle descrizioni e delle analisi di classe del film americano, sceneggiatori e registi italiani avrebbero filmato parodie di gusto dubbio, su quegli stessi rapporti. Oppure avrebbero pianto false lacrime sul dramma della bambina. Mi chiedevo? Cos'è il nostro? Cinismo? Anche il melodramma è frutto di una cultura ignara di ogni sentimento. Per questo quando deve affrontare la questione dei sentimenti non riesce ad andare oltre al sentimentalismo che è appunto un modo finto di provare sentimenti. In altri termini il dato di fondo della nostra cultura sarebbe il cinismo. Ed è il cinismo l'ostacolo che ci impedisce di affrontare la vita con quella passione che unica riesce a darle un senso. Noi non crediamo in nulla. Proprio per questo fingiamo di possedere una grande fede. Non proviamo niente. Proprio per questo fingiamo di provare oltre misura. Non possediamo alcuna vera sensibilità. Proprio per questo ci mascheriamo da personaggi patologicamente sensibili. Si può sostenere, probabilmente, che il paese manchi anche di uno straccio di falsa coscienza. La falsa coscienza presuppone qualcosa in cui credere. La falsa coscienza è «falsa» proprio perché crede. Crede in qualcosa di falso. Ma a chi non crede in nulla il problema non si pone nemmeno.

Tutto può essere ricondotto al cinismo. La furbizia, la sciatteria, la prepotenza, il qualunquismo, la presunzione, l'egocentrismo, la millanteria, il malaffare, l'illegalità, l'assenza di amor proprio, eccetera (da fpg 11.10.01).

 

[l'imperturbabile cinismo dell’italiano verace]

Gettiamo un occhio sul San Remo di Bonolis. Lui rappresenta la migliore sintesi su piazza dell'italiano verace. Volgare, cinico, spregiudicato, impudente, sprezzante, un'ipocrisia tanto oggettiva quanto esibita, melodrammatico con sfottò del melodramma, sarcastico, impietoso, allusivo, arrogante, impertinente, banale con sberleffo. Insomma c'è piaciuto. Abbiamo riso. Abbiamo ammirato l'imperturbabile cinismo che permea l'intera recitazione (da fpg 21.2.09).

 

[furberia & ipocrisia]

La vicenda Cc fornisce la chiave di un meccanismo base del carattere nazionale. L'ipocrisia. L'ipocrisia si fonda sulla furberia. La furberia sulla capacità di mentire, na­scondere la verità, truccarla. In altre parole farla franca. Nessun orgoglio. Il senso del sé è posto nella capacità dell'essere furbi.

Il furbo è un tale dall'immagine di sé perdente. Uno che parte in perdita. Può solo riparare a questa perdita. Mettersi al riparo da questo destino, scapolarla qua e là. Per questo ha un comportamento di fronte agli avvenimenti generali vile. Un popolo, o meglio popoli decrepiti per i quali la lezione del passato è un coacervo di esperienza negativa. A partire dalle invasioni. La memoria della vio­lenza degli invasori. Con un antico passato, Roma, dalle tracce resistenti nel presente. Un credo religioso nato e fiorito nella menzogna. Un mito frustro (la resurrezione del cristo) come modello. L'ipocrisia dei poveri premiati col paradiso e dei ricchi puniti con l'inferno. Con quattro secoli, cinque, dalla Controriforma, di pratica difensiva. Una difesa debole, priva di una propria forza ar­mata, poggia esclusivamente sull'astuzia e la menzogna.

In questo senso il caso Berlusconi è insieme emblematico e scoraggiante. Un presidente del consi­glio accusato di aver corrotto dei giudici per battere la concorrenza e aggiudicarsi una appetitosa a­zienda (la Mondadori). E D'Alema lo legittima. E il padronato? Stessa pasta (da fpg 15.06.01).

 

[rassegnazione]

Una caratteristica forte delle classi subalterne del paese è di essere rassegnate. C'è una forte impronta cattolica in questa rassegnazione. All'interno della rassegnazione ognuno cerca si sopravvivere come può. In altre parole si arrangia. Non a caso è un paese che ha avuto delle ribellioni (dai vespri siciliani alle cinque giornate milanesi) ma non ha mai fatto una rivoluzione. Le oligarchie si fanno forti di questa situazione di fondo. Che ha sempre permesso loro di vivere. Anche il corporativismo trova una sua ragione di essere in questo contesto. I ceti intermedi si organizzano per la sopravvivenza. E quando arriva il sindacalismo, il sindacato si organizza come un'associazione di corporazioni. Anarchismo e lassismo sono sottoprodotti di una visione del mondo che considera l'organizzazione sociale una struttura in sé stabile. Così va il mondo, avere pazienza, arrangiarsi. Vivere non per la vita terrena ma nella prospettiva della vita eterna. Cercando tuttavia di organizzarsi al meglio che si può – senza forzare mi raccomando – nel passaggio terreno dell'esistenza.

C'è da aggiungere che negli altri paesi le rivoluzioni sono state fatte sulla spinta popolare e organizzate dai ceti intermedi decisi a sostituire le vecchie classi. Da noi i ceti intermedi facevano parte dello sfruttamento sistematico degli strati più deboli della società. Ecco da dove proviene la leggenda simbolo di Pantalone (da fpg 17.4.07).

 

[la razionalità non vince]

Le vicende di Gdg e Frida indicano con chiarezza che – almeno in Italia – la razionalità non vince. Vince l'attesa, la furbizia, l'istrionismo, lo smorzare i toni, il provarci, il far finta di niente, l'insistenza rassicurante (non accade nulla, non faccio nulla, stai tranquilla, ma di che ti preoccupi), lo smorzare i fatti con le parole, negarli nel momento stesso in cui avvengono, eccetera. Il CAF (Craxi, Andreotti, Forlani), insomma. Con ambedue la rottura è avvenuta attraverso e per i discorsi, eccetera. Proprio mentre i fatti erano vincenti, o quasi (da fpg 31.07.92).

 

[in nome della spontaneità]

Vedo un dibattito tv. Rifletto che la questione italiana è di aver assunto alla lettera la categoria della spontaneità. Essere spontanei si è presto trasformato nell'essere se stessi, essere se stessi nel fare i propri comodi, rafforzare le proprie tendenze autistiche, narcisiste, esibizioniste, nell'espressione delle quali non c'è posto per gli altri, di cui si finisce col non tenere più conto. È in nome della spontaneità che i bambini non vengono educati. Bambini che sono  i più ineducati del mondo. E altro. Al contrario penso che una dose di recitazione sia indispensabile e serva meglio a esprimere la propria personalità e la propria identità. Essere se stessi è un risultato. Il risultato di un lavoro di introspezione, osservazione, analisi e collocazione di sé nel sociale. Eccetera (da fpg 6.11.08).

 

[la particolarità italiana]

Rileggo Salinari (Storia popolare della letteratura italiana, 3° pag 188). Che conferma. La particolarità italiana si caratterizza 1. per l'universalismo e cosmopolitismo della visione del mondo. Prima l'impero romano, poi la chiesa romana sua erede.  2. Per la perversa influenza della tradizione cattolica, particolarmente dopo la controriforma. 3. Per la convinzione di essere sempre i titolari del primato romano e rinascimentale. Cioè i migliori. E la "faceva rimanere estranea al grande moto di cultura che percorreva … tutta l'Europa". Di conseguenza, come sostengo, l'avversione al mondo moderno che ci toglie gli ambiti primati e ci obbliga a considerare la realtà da un ben diverso punto di vista.

Nel paese, sostiene Salinari " predomina la figura del letterato abile nell'infilar parole ma privo di coscienza, del letterato cortigiano sempre pronto a chinar la schiena, incapace di sentirsi partecipe del movimento di rinnovamento e di progresso della nazione, timoroso di assumersi qualsiasi responsabilità civile". Il che spiega ampiamente la natura e la pratica del nostro giornalismo. Della cultura che lo ispira "inguaribilmente chiusa e provinciale, sia nell'eccesiva facilità con cui accettava le mode letterarie e culturali straniere, sia nella sordità verso le maggiori correnti di idee che allora scuotevano l'Europa intera." Con il risultato di produrre "limitati circoletti di iniziati", "gruppi", "cricche". De Sanctis si batte contro tutto ciò anche nel tentativo di "cancellare i compromessi e le doppie verità, pesante eredità della Controriforma".

Ora la questione è. Perché mai analisi così lucide, sin dai tempi di Machiavelli o di De Sanctis, intellettuali come Machiavelli, Galileo, Bruno, Campanella, Vico, lo stesso De Sanctis non lasciano traccia nella vita intellettuale e culturale del paese? E a parte la loro ipocrita glorificazione, le loro riflessioni vengono espulse dal patrimonio nazionale? Non dando mai vita a dibattiti, discussioni, approfondimenti che non siano altro che vuote dispute formali, chiacchiere erudite, celebrazioni trasformiste e opportuniste?

La risposta la conosciamo. Va letta nelle pagine economiche e sociali che hanno caratterizzato la storia del paese a partire dal medioevo (Federico II – vedi oltre) e dalla restaurazione che ha caratterizzato la fine del '4oo e l'inizio del '5oo per sboccare nella Controriforma. E dalla Controriforma nel nulla (da fpg settembre 2010).

 

[del provincialismo italiano]

Rifletto che il provincialismo italiano è tale perché manca una riflessione sui grandi temi del pensiero moderno. Il nostro è tutto un rimasticare argomenti e tesi che ci vengono dall’estero strumentalizzandoli per le lotte interne, e alla visione della politica nazionale che si riduce nella gran parte dei casi a una visione regionale e casalinga delle questioni affrontate. Manca generalmente una riflessione al livello del 4PP, in questo caso della storia e della riflessione sui temi della vicenda umana. Manca una visione dell’uomo che non sia ancorata al passato o ai casi particolari riguardanti la cronaca del momento. In questo senso non produciamo nulla di nuovo ma rimastichiamo di continuo la nostra cultura senza approfondirla, né portarla avanti e superarla. Fece eccezione il Futu­ri­smo, fecero eccezione Croce, Gentile, Gram­sci tuttavia personaggi minori sulla scena del pensiero occidentale anche se Gramsci ha avuto un certo peso nella sinistra internazionale di opposizione.

Questo della cultura italiana un argomento che sto affrontando con maggior interesse soltanto ora. Le intuizioni si confermano. Una cultura è a seconda del modo con cui affronta i temi generali del Genere (umano)  (da fpg 26 dic. 02).

 

[la cultura]

Riflessioni generali – La letteratura italiana fu nel suo intento più profondo una letteratura di edificazione (cfr SIC di A. Asor Rosa). Edificazione in senso lato. I letterati e gli intellettuali italiani dovevano «formare» il paese. Non scrissero per se stessi, per fornire, comunicare una visione del mondo che fosse frutto della loro cultura, della loro weltanschauung, diretta al divertimento, al trattenimento, eccetera.

Nel medesimo tempo la cultura italiana è pervasa da un ansia di «verità», di «profondo» di sapore insieme antico e cattolico. © Poiché la «grazia» sia essa divina o laica, sempre grazia è. Aspirazione al profondo, all'ultraterreno, a qualcosa che alla fin fine trascenda l'uomo. E al quale l'uomo aspira, peggio «deve aspirare». Altrimenti non è uomo, non è letterato, né filosofo, né intellettuale, eccetera. –|

Le leggi che regolano la cultura e la letteratura italiane sono la legge del cuore, il sentimentalismo, la scioltezza.

Dal canto suo la musica liberava dal vincolo della parola, trasformando una cultura profondamente e intimamente ingenua in puro canto, in "espressione immediata e totale della passione, energia allo stadio puro" /963/.

 

[cultura & organizzazione]

In Italia, si diceva, manca l'organizzazione della cultura. La televisione funge da spia di un generalizzato modo di essere, poi di pensare. Per quello che ci riguarda anche nelle trasmissioni italiane le migliori, dove si tentano temi scientifici e, a volte, filosofici, si avverte nei conduttori, nel pubblico, negli esperti, negli intellettuali chiamati a consulto, uno scetticismo, un distacco generalizzato dalle materie trattate, che è distacco dalle leggi della necessità, dalla realtà, una presunzione di fondo che poggia su un senso comune tre volte antico e tre volte sorpassato e radicato in verità interiori che ognuno possiede per grazia divina o dono di natura. Certezze sorrette da un nulla e per questo tanto incrollabili quanto magiche. Eccetera.

Cosa sarà necessario allora perché la società italiana esca dal suo furore antimodernista e si metta al passo con le leggi della necessità scientifica? Leggi che rappresentano oggi il massimo di coscienza possibile raggiunta dalla borghesia internazionale una volta sconfitta l'alternativa materialista e dialettica che pur sempre rappresenta il massimo di coscienza possibile storicamente raggiunto dall'umanità (da fpg 14.05.00).

[intellettuali italiani]

vedi #INT2

 

[due più due non fa quattro]

Nonostante la gentilezza – gli italiani hanno imparato che devono essere gentili senza riuscire tuttavia a essere efficienti – la disorganizzazione striscia sul fondo. Un paese dove due più due non fa quattro se il quattro non è scritto a chiare lettere. Il tale ha consumato prima due pasti poi altri due. Fanno quattro. Eh no. Qui per fare quattro deve esserci scritto quattro. E qui vedo scritto solo due. Vero che è scritto due volte, una dietro l'altra ma chi mi dice che il risultato sia quattro o meglio chi mi assicura che io debba ricavarne un risultato? Per esserne sicuri è meglio che ci sia scritto, che il quattro lo si veda scritto. Così si parte alla ricerca di un certificato dove sia scritto il numero quattro. Il certificato hanno una difficoltà a rilasciartelo. Lei ha in mano un documento dove c'è scritto due e poi altri due che per l'appunto fanno quattro. Cosa vuole da noi? Eccetera (da fpg 19.02.01).

 

[vero e falso secondo il pensiero cattolico]

Nella polemica con Galileo, Urbano VIII chiedeva che GG si limitasse a considerare la teoria copernicana soltanto come una ipotesi finché non fosse provato che la teoria tolemaica fosse contraddittoria – Il punto principale per U. VIII era di collocare le due teorie sullo stesso piano, sia quella sostenuta dall’esperienza, sia l’altra – Bellarmino a sua volta sosteneva che un caso è supporre (che il sole sia nel centro e la terra nel cielo) e un conto è dimostrare (che il sole sia nel centro e la terra in cielo).

Ora nessuna cosa è dimostrabile al 100% e di conseguenza nessuna è completamente vera. Non essendo nessuna completamente vera, tutte sono possibilmente vere. Anche l'esistenza di dio. Si nega la conoscenza come processo, si nega il concetto di attendibilità, si nega il concetto di probabilità. Non si dà valore all’esperienza perché mancando il concetto di esperienza oggettiva ogni esperienza è soggettiva e come tale può essere falsa.

Il pensiero comune italiano è impregnato di questa metodica cattolica. Nulla è vero, tutto è vero. Nel dopo guerra si assimila e si aggiunge alla concezione cattolico romana la concezione anglosassone secondo la quale ognuno ha la propria fede e ognuno la propria verità. E siccome nulla è vero e tutto è vero, il tutto vero e il nulla vero si soggettivizzano. Ognuno può ora pensarla come crede. L’oggettività del reale si riduce a una opinione, a un punto di vista.  Individuale o di gruppo. Di conseguenza non esiste. Il sapere e la cultura sono delle opzioni. Ognuna vale l’altra. Il mediato si confonde con l’immediato, la sostanza con la forma. L'esperienza accumulata dall'umanità nel suo insieme viene cancellata. Con l'esperienza accumulata si cancella la scienza come sapere dell'uomo. I risultati della riflessione generale sono esiliati dal pensiero comune. È tutto ciò che si intende per preistoria. Quando diciamo che la storia è di là da cominciare. 

Galileo rispose che una teoria smentita dall’esperienza è indubbiamente falsa, mentre una teoria "ben confermata" "può essere vera". Il «ben confermato» di GG equivale al «fondato» di Hegel e di Marx.

 

[mentire, una pratica abituale]

Insegnamento del noto. Ogni evento si trasforma in pettegolezzo, un eco di cose sentite dire, un alone tanto approssimativo quanto inesatto. Eccetera. I medici sostenitori e vittime della «gradualità». Gradualità soprattutto dell'informazione, dosaggio delle notizie, scuola della rassicurazione del paziente. Eccetera. A farne le spese, la realtà dei fatti, la loro trasparenza, la trasparenza dell'operato dei medici. Mentire, una pratica abituale, anzi necessaria e perché no, deontologica. All'interno della quale si gestiscono senza preoccupazione stili di vita che appartengono ad altri. Altri ai quali si impongono i propri. Ancora una volta dietro l'angolo il pensiero cattolico. Un pensiero la cui caratteristica è di ignorare l'identità dell'altro, fino a distruggerla per sostituirla con la propria. In altri termini, violenza. E in nome di che? Di una cultura vecchia, superata, senza riscontri validi. In altre parole scaduta come un vecchio biglietto fuori corso (da fpg 25.05.99).

[ritardo italiano e Chiesa]

Termino il saggio di Maltese sui costi della religione. Buono. Soprattutto mostra con chiarezza la dipendenza del paese dalla gerarchia. Rafforza la tesi che il ritardo italiano è strettamente legato alla massiccia presenza della chiesa. La quale ha minato il senso di appartenenza, l'identità nazionale sin dal risorgimento  (da fpg 19.5.08).

 

[a proposito di arretratezza]

L'arretratezza del paese mi agghiaccia. E trova nell'inadeguatezza informatica ancora una conferma. Rivela come una forma di incapacità nella costruzione logica di un progetto. Un'incapacità nell'organizzare un progetto. Nasce l'ipotesi che all'estero rendiamo di più proprio perché ci troviamo all'interno di un'organizzazione già data. La quale riesce a spremere al massimo le capacità individuali che ci sono proprie (da fpg 27.8.07).

(28.12.10) Il paese che non riesce a raccapezzarsi con l'incalzare della modernità. Un esempio banale. Le televisioni non rispettano i palinsesti. Diventa così impossibile programmare i registratori. Una questione da nulla che fornisce tuttavia l'idea delle condizioni generali del paese. L'informatica assicura grandi libertà di scelte ma esige rigore. L'assenza di rigore del paese entra in conflitto con il rigore della tecnologia.

 

[ritmi industriali e agricoli]

A piazza del Popolo spettacolo della Acea. Coppie ballano sospese in aria, ballerine danzano nell'acqua schizzando la piazza. Veramente originale e riuscito. Danze e atteggiamenti dei ballerini di tipo classico. Quello che ci riesce meglio e rispecchia la nostra cultura al contrario dei ritmi per i quali sembriamo veramente negati. Il ritmo richiede un coordinamento da catena di montaggio, cioè organizzazione e affiatamento con cadenze industriali. Al classico è sufficiente un coordinamento di massima. Agricolo e contadino. La produzione industriale richiede ritmi serrati. Lavoro di squadra strettamente coordinato. La produzione agricola esige una organizzazione di massima. Morbida. Maggiore libertà di movimento e di ritmo ai suoi componenti (da fpg 19.6.08).

(6.9.09) Vediamo ieri e oggi due telefilm di ospedali. Uno SU e uno italiano. In quello americano i medici corrono. Gli episodi narrati vanno dai sei in su. In quello italiano i medici camminano (quando non passeggiano), i ritmi sono dimezzati, le storie difficilmente più di tre. Anche in questo denunciamo di essere un paese vecchio, dai ritmi contadini, con una produttività del tutto insufficiente. Come è vero che negli SU si lavora almeno il doppio di quanto si lavori un Europa. Più ore di lavoro e una produttività più o meno doppia. La produttività italiana è complessivamente la metà di quella europea.  

 

[degli artigiani]

Funaro calzature sbaglia gli stivaletti neri. Li rifarà. Mi parla dell'ottusità degli artigiani, della loro caparbietà, della loro ingovernabilità. Si sentono degli artisti. Come la maggior parte degli italiani, d'altra parte. Ora non è che sono così perché italiani è che gli italiani sono tutti un po’ artisti perché sono tutti degli artigiani potenziali. In altri termini la tradizione artigianale quattrocentesca ha lasciato la sua impronta sul carattere nazionale. L'anima dell'artigiano è quella di un artista, lui si sente tale e l'artista è capriccioso, estroso, arbitrario, intuitivo, insofferente di regole e di organizzazione. È un residuato medievale (16.01.98).

 

[diverremo mai una nazione moderna?]

La tesi è che la cultura siciliana e inglese derivino dal medesimo ceppo normanno. Le rispettive «Costituzioni dei baroni» furono scritte negli stessi anni, per gli stessi motivi, dagli stessi monaci normanni. Poi alla Sicilia mancò l'humus mercantile dell'isola nordica. Ma  gli inglesi in più riuscirono a sbarazzarsi dell'ipoteca cattolica e vaticana la quale, al contrario, ebbe la meglio in Italia avendo chiamato contro il primo stato nazionale del mondo fondato da Federico lI (Costituzione di Melfi – 1231) i francesi di Carlo d'Angiò che a Benevento (1266) sconfissero Manfredi e con Manfredi cessò l'esperienza dello stato nazionale. Per cui il Bel paese dal primato che aveva conquistato precipitò nella condizione di terra di conquista permanente. In Inghilterra la Magna charta libertatum è del 1215. Per l'organizzazione dello stato nazionale inglese sarà necessario attendere il 1265 con la costituzione del primo parlamento e la raccolta delle prime leggi. Lontano, tuttavia, dall'organicità della Costituzione di Melfi. Questa organizzava un vero e proprio stato nazionale, con sue leggi, una sua burocrazia, fortemente accentrato. Un salto dal feudalesimo al mondo moderno. Sarà necessario attendere Luigi XIV perché l'organizzazione dello stato nazionale moderno venga ripresa e portata a termine (da fpg 20.05.97).

 

[cronologia di un misfatto]

1 – Nel 1220 Federico II di Svevia è incoronato da papa Onorio III imperatore del Sacro romano impero, re di Germania, re di Napoli e di Sicilia. Federico ha in animo di unificare la penisola, limitare il peso dei comuni, ridurre il potere del papato.

Papato e comuni sono gli ostacoli che impediscono il tentativo di costruire quello che sarebbe stato il primo stato nazionale in Europa. Federico II (1212–1250) ha il progetto di fondare una monarchia che superi  tradizioni e limiti feudali svincolando nel medesimo tempo lo stato dalia teocrazia papale. Con la sua morte si esaurisce il tentativo di fare dell'impero uno stato nazionale unitario (cfr la costituzione di Melfi).

2 – Il disegno di Federico viene ostacolato dal papato e dai comuni.

A San Zenone di Mantova si forma una nuova lega lombarda antimperiale alleata del papa. I comuni che ne fanno parte sono detti guelfi. I comuni schierati con l'imperatore sono detti ghibellini.

Nel 1227 il nuovo papa Gregorio IX esige che Federico partecipi alla sesta crociata. Poi lo scomunica per il suo ritorno anticipato. Revoca la scomunica quando viene battuto sul campo in Puglia. Gli scontri fra i due poteri proseguono. A un certo momento F. depone Gregorio. Alterne vicende militari fra guelfi e ghibellini.

3. – Intanto Federico II vara la costituzione di Melfi con la quale pone le basi per fondare uno stato moderno nel regno di Sicilia (come alla stessa epoca lo si sta fondando in Inghilterra).

4. – Nel 1250 Federico II muore. Ancora alterne vicende degli eredi e delle lotte fra guelfi e ghibellini.

5. – Il nuovo papa Urbano IV offre la corona di Sicilia a Carlo d'Angiò.

6. – Nel 1266 Carlo d'Angiò invade l'Italia, viene incoronato dal papa re di Sicilia e fissa a Napoli la propria corte.

7. – Nel 1268 sconfigge e fa decapitare Corradino di Svevia sceso in Italia per riappropriarsi del regno di Sicilia.

8. – Il paese è ormai sotto il dominio degli Angioini. La penisola non diverrà mai una nazione moderna. Da Urbano IV fino ai nostri giorni (da fpg 03.07.00).

 

(sul tema della cultura italiana vedi anche  Cattolicesimo e cultura nazionale, “Cinema, tv e teatro”, “Letture italiane, “Gruppi dirigenti”)

 

 

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