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Intellettuali italiani

(schizzi – tra sinistra e destra)

 

§* L'impressione è che i nostri abbiano solo mancato di coraggio quando non siano stati dei martiri come Bruno e Campanella. Non a caso l'intellettuale italiano ha una mistica preferenza per il martirologio culturale. Non si farebbe mai bruciare sul rogo ma grida a ogni piè sospinto che ce lo stanno per mandare, magari alla guida di una Ferrari (da §LETT4).

§* La realtà come problema e come questione da analizzare non si pone loro mai. Ma solo quello della verità. Il mondo non essendo un mondo di realtà bensì un mondo di verità (da §INT).

§* La verità è che il paese manca di molte cose. Fra l'altro manca di intellettuali attenti, rigorosi, capaci. In grado di indirizzare i politici. Gli industriali, la classe dirigente nel suo insieme. No. Sanno solo inseguirla per criticarla e, alla fine, impacciarla.

Certo è necessario chiedersi se una classe, la borghesia, tanto debole quanto arretrata, sia in grado di esprimere intellettuali più avanzati di quanto essa stessa non sia. E, quando ci sono, se possa individuarli. Selezionarli.

§* Una cosa che manca al paese, per via dell’atteggiamento della stampa e della politica è un’opinione pubblica. Si dirà che per avere un’opinione pubblica è necessario avere una borghesia che abbia un’opinione e non si faccia solo i propri affari attenta a non urtare questo e quello (questo e quello sono il Vaticano e lo Stato della città del Vaticano – vai a “Gruppi dirigenti”).

 

[intellettuali]

Mi rendo conto della pochezza degli scrittori italiani e della loro «diaristica» che mi ha sempre colpito. È il livello della cronaca che è molto basso. Basso nel senso che è difficile trovarci una qualche eccellenza. Ma la stessa viltà che caratterizza la vita della gente comune, alberga nella cultura degli autori. Si avverte nelle loro pagine come il paese, precipitato nel vuoto della controriforma, non ne sia più uscito. Mancano i grandi punti di riferimento filosofici, una visione del mondo, qualcosa per cui lottare. In realtà noi non crediamo in nulla veramente se non sotto la forma della retorica e del pietismo. In altre parole, come dice Hazard, siamo gli autori del melodramma e del fascismo. E, per ora, non riusciamo a interpretare che quelli. La nostra sinistra non a caso è rivendicazionista e massimalista. Quando è stata marxista lo è stata nell'equivoco teorico di Labriola, nella debolezza filosofica di Gramsci, nel cinismo di Togliatti e nel moralismo cattocomunista di Berlinguer. La stessa Resistenza che pur aveva in sé dei valori, non ha dato frutti letterari, cinematografici, teorici o altro. Andrebbero analizzati i flussi, gli stili, i modi, le teoriche, la produzione storica, filosofica, scientifica, letteraria, cinematografica di questo secondo dopo guerra (vedi cinema italiano in §CTT). Un lavoro indispensabile per capire la cultura di questo paese. La sua frammentarietà, la sua disorganizzazione, la sua atomizzazione. Non abbiamo, tuttavia, uno storico capace di questa sintesi, né un intellettuale quale che sia. Difficilmente andiamo oltre la monografia o l'esposizione storico didattica. Ce ne sono di buone, specie fra le opere scolastiche. Ma lontani, e forse incapaci, delle sintesi, anche trasversali, degli «annalisti» francesi (da fpg 1.3.96).

 

[gli intellettuali e il popolo bue]

La retorica dei sudditi e dei cittadini, del popolo bue, eccetera, eccetera poggia su una struttura reale della società italiana. Il luogo comune smorza questa realtà. La banalizza. Siamo di fronte a un meccanismo di fondo della mentalità e della cultura del paese. Il dato di fatto, la struttura economica e di potere viene banalizzata e messa in qualche modo alla gogna. Materia di scherzo, di «esagerazione», e via a seguire. Così è andato avanti il cinema italiano. Il neorealismo è stato anche il realismo di questa Weltanschauung. La commedia all’italiana si prendeva gioco della struttura oligarchica della società senza mai individuarla né denunciarla. Solo nelle trasmissioni di mafia – ma il neorealismo era finito da un pezzo e il paese stava già andando in malora – comincia a farsi strada l’idea della commistione fra economia, affari, politica, struttura sociale, criminalità. Relegata, tuttavia, al fenomeno mafioso. Quasi un caso a parte, comunque particolare. Né gli intellettuali italiani hanno fatto qualcosa di più o di meglio. Si sono divertiti con le strutture oligarchiche delle classi dirigenti, le hanno magari drammatizzate, ne hanno fatto un caso letterario, artistico. La stessa struttura aveva qualcosa di geniale, di raffinato, sotto, sotto, di eccelso, anzi eccellente. Bisognerebbe leggersi meglio Sciascia. I suoi delitti eccellenti. O i cittadini al di sopra di ogni sospetto. Non c’è lotta, non c’è critica, Una denuncia che rischia di degenerare in una sorta di sotterranea ammirazione. Anche I Viceré di  De Roberto nascondono questa sorta di pessimismo ammirato. Così il Gattopardo di Lampedusa. Eccetera, eccetera (da fpg 24.09.99).

 

[intellettuali italiani]

Leggo un articolo di Bobbio (10 gen. 05)  sul rapporto fra gli intellettuali di Giustizia e libertà e il comunismo dei comunisti italiani. L’ho trovato estremamente povero. Al limite della banalità. Noto la differenza con i francesi. Merleau-Ponty, Sartre. Il loro rapporto con il comunismo, le loro analisi. Un lavoro serio.
Gli intellettuali italiani non sono portati per le analisi. Non viene mai loro in mente di fondare il proprio pensiero o il proprio giudizio. Anche per questo i loro interventi oscillano fra il dogmatismo e l’indulgente relativismo intellettuale. In realtà più che gente di pensiero è gente di fede. Quando non di malafede.

(da fpg 27.03.98) Riflettevo anche sulla disorganizzazione della cultura italiana. In realtà la cultura italiana organizzata è in abito talare. Gesuita, soprattutto. Il pci ha fatto molto per questo paese, ma ha disatteso questo aspetto. Anzi lo ha compromesso.

 

[l’intellettuale italiano]

L'intellettuale italiano – e l'italiano in genere – non ama i fatti, non sta ai fatti, sta alle idee. Le proprie. Gli sembra per un suo ragiona­mento – percorso intellettuale come direbbe lui – che la situazione debba evolversi in una certa di­rezione, o che sia giusto che si evolva in quella direzione o che da suoi personalissimi indizi si sia evoluta in quella direzione, e lui dà per scontata la realizzazione di questo suo pensiero o intui­zione o che altro. Lo scrive, senza uno straccio di prova che non siano le sue argomentazioni pu­ramente intellettualistiche. Per non essere da meno, gli altri lo seguono apparendo la sua, l'idea più evoluta se non altro perché ultima in ordine di tempo, e quell'idea si afferma (da fpg 23.04.01).

 

[l’intellettuale italiano tipo]

Muoiono Carlo Bo e Indro Montanelli. Su Montanelli la stampa si scatena. Un grande! La reazione mi irrita per il suo qualunquismo pari a quello del commemorato. Ora, Montanelli era migliore di Gassman. Ma siamo sempre lì. Nei paraggi dell'opportunismo, nel qualunquismo, nella cultura negata dell'intellettuale italiano tipo. Del quale i due sono i campioni (da fpg 24.07.01).

 

[la corteccia, che disastro!]

Ho cominciato il libro - corrispondenza di Stajano e Colombo magistrato. Mi aspettavo di più. Non è propriamente retorico, è al limite dei buoni sentimenti e della recriminazione. Siamo su «guarda che ti succede» (Stajano a Colombo), «guarda che ci succede», oppure «che paese!», con scarsa documentazione, molti ricordi di infanzia o dei momenti che hanno «segnato» la vita dei due e ne spiegano il modo di sentire e di pensare. Soprattutto sentire. Pressoché unici fra gli intellettuali moderni, gli intellettuali italiani coltivano il sentimento, quando va proprio bene, la psicologia. Che è sempre psicologia del sentimento o che si oppone al sentimento come sua negazione e, con il sentimento, negazione dell'essere umano che per chi non lo sapesse è sentimento allo stato puro. Il resto. La psicologia è già anomalia, anche se tollerabile. Il pensiero no. Il pensiero è malattia. Malattia dell'essere, un cancro che corrode l'anima e allontana l'uomo da se stesso. Insomma a un certo punto negli esseri umani si è sviluppata la corteccia. Che disastro! Noi italiani cerchiamo disperatamente di porvi riparo e lottiamo contro questa patologia del cervello che è la ragione. Una vera missione, per il bene dell'umanità e, credo, di dio, ma soprattutto della chiesa di Roma (da fpg 15.04.00).

[intellettuali marxisti italiani]

La caratteristica fondamentale del politico marxista era quella di essere un intellettuale. Lo sono stati Marx, Engels, Lenin, Mao, Ho Ci Min, Giap, larga parte del gruppo dirigente bolscevico, Stalin.

In Italia lo sono stati Gramsci, Platone, Togliatti, la Rossana Rossanda.

Dopo Togliatti nessun dirigente comunista è stato un intellettuale nel senso marxista del concetto. Non Berlinguer che aveva eletto teorico del partito un intellettuale cattolico come Rodano. Rodano teorizzava come il pensiero comunista discendesse dalla spirito santo.

Ad accrescere la confusione c'è poi stato il caso Geymonat. Un logico matematico autoproclamatosi dialettico. E accettato come tale senza dibattito né approfondimento dagli intellettuali del pci.

 

[provincialismo della cultura italiana]

Nella prima mattina ho rapidamente letto di Gramsci su Asor Rosa. Si conferma la dipendenza di Gramsci da Croce. I commentatori successivi del secondo dopo guerra fanno il parallelo Hegel - Croce. Come Marx giunge al marxismo attraverso Hegel, Gramsci compie il medesimo percorso attraverso Croce. Come si possa paragonare Croce a Hegel è da scoprirsi. Qui si cela la debolezza e il provincialismo della cultura italiana. Non ci si libera di Carducci, di Manzoni, di De Sanctis, di Leopardi, di Croce, di Gentile, eccetera. Figure minori nel panorama della cultura europea e mondiale, giganti da noi. Noto anche come nel secondo dopoguerra i comunisti italiani cercano di separare Marx da Engels e da Lenin impastoiandosi in un marxismo idealista e positivista insieme, antidialettico. Di conseguenza un vero e proprio rifiuto di Marx e del marxismo (da fpg 14.12.02).

 

[materialismo dialettico e idealismo dialettico]

A parte. Ricordare la riflessione, leggendo Asor Rosa, di come il marxismo italiano tenda a dividere Marx da Engels prima, poi Marx da Lenin. Di come la mia lettura dei testi marxisti sia completamente altra. Noto anche un travisamento accademico delle origini del pensiero marxista. Lo si riferisce all’idealismo di Hegel, come se ne derivasse. Al contrario M&E rifiutano l’idealismo di H. e prendono di lui l’analisi del processo 4PP che si celava all’interno dell’involucro idealista.

Che dire di questa debolezza teorica del marxismo italiano (ma non solo di quello italiano)? Dipende dall'origine piccolo borghese degli intellettuali italiani e non solo italiani? Dalla loro incapacità - impossibilità di uscire dalla cultura romano - rinascimentale? Dalla loro dipendenza sostanziale dalla Controriforma? (da fpg 7.1.03).

 

[misticismo logico panteistico]

(anni ’70) -  Marx chiama misticismo logico panteistico quello di Hegel (CFEDP/18) che descrive l'idea reale, lo spirito che rappresenta "come se agisse secondo un principio determinato e per un'intenzione determinata".
Nello stesso modo lo stile di certi intellettuali della sinistra marxista italiana (cfr Di Toro e Illuminati) quando parlano di capitalismo e del capitalismo come forza cosciente autodeterminata che sceglie lucidamente i suoi obiettivi e non incontra altra difficoltà che sia quella della volontà politica dei partiti delle classi lavoratrici. 

In questo modo lo scontro di classe si riduce allo scontro tra due volontà (di cui vincente è quella capitalistica), la volontà della borghesia e la volontà della classe operaia, o meglio, dei suoi partiti.
È così che l'idealismo torna di nuovo a dominare ogni analisi e denuncia la debolezza e l'origine del pensiero degli intellettuali della sinistra italiana e la loro incapacità e impossibilità di passare a qualsiasi tipo di azione che non sia individuale, personale, slegata dai reali problemi delle masse che non a caso non riescono a raggiungere perché non le rappresentano, né le esprimono (non le rappresentano perché non le esprimono).

[la dialettica di Marx e il marxismo italiano]

Mc comincia i quaderni filosofici giovanili di Marx. E stenta a coglierne il senso. Li riprendo in mano anch’io. Vero, difficili e molto belli. Difficili perché il linguaggio è sostanzialmente filosofico, hegeliano, dialettico e Marx salta da un livello all’altro del ragionamento con estrema agilità, per associazioni filosofiche. Dominano i concetti di individuo, comunità, genere. Di sostanza e apparenza nel senso di apparire. Di soggetto e oggetto. Le negazioni si succedono l’una alle altre e mettono capo a concetti nuovi, sintesi delle contraddizioni - negazioni superate. E la realtà travasa nel ragionamento e non è semplice afferrare l’identità - contraddizione di ragionamento, riflessione e realtà. Il ragionamento riflette la realtà ma nel medesimo tempo il ragionamento non è la realtà che pure riflette. E ha una doppia identità poiché oltre a riflettere la realtà è esso stesso realtà.

Penso per la prima volta che forse un Vacca padre e la gran parte degli intellettuali comunisti se leggessero, se mai abbiano letto queste pagine non le capirebbero, non le abbiano capite. L’ostacolo da ricercarsi è nell’identità sostanziale di pensiero e realtà. Hegel, appunto, ma rovesciato. Dove non è il pensiero che fonda la realtà, ma è la realtà che fonda il pensiero. Il quale per qualche verso è fuso con la realtà. E questa fusione avviene con un processo. Per gradi, per livelli successivi. D’altra parte la realtà è un processo, il pensiero è un processo che è insieme espressione della realtà e realtà esso stesso. La riflessione che contiene il rapporto fra pensiero e realtà non può non essere a sua volta un processo. Ciò che caratterizza un processo è il movimento, sono i livelli, le negazioni successive che scandiscono il processo.

In realtà il marxismo italiano è sprofondato nel buco idealista. Negando l’identità dialettica di pensiero e realtà, affida al pensiero il compito di capire la realtà accostandosi senza saperlo e senza volerlo a Hegel che attribuiva al pensiero l’egemonia sulla realtà. Negando il rovesciamento marxiano. Non a caso Gramsci rimane vittima di Croce. Ma il limite è da ricondursi a Labriola (da fpg 24.12.03).

 

[marxismo italiano]

Leggo l'introduzione di Giuseppe Barletta a una sua antologia di testi di Marx, Engels e Lenin sulla scienza (MELS). Piena di intuizioni teoricamente ragionevoli, ma anche di luoghi comuni del marxismo italiano. Sostanzialmente antidialettico. Approfondire? Questo è il problema. Oltre Barletta sarebbe corretto approfondire anche Jaguin. Leggersi La linea e il circolo di E. Melandri. Dare almeno una occhiata a Galvano Della Volpe. E a riviste come Marx centouno. A quale fine? Questi testi (Barletta incluso) risentono di un impianto accademico filosofico. Nulla a che vedere con i classici. Con Marx, con Engels, con Lenin, con Mao. Dimostrare questa tesi? Polemizzare con loro? Se avessi scritto il libro che avevo in mente dal titolo Contro Althusser, avrei anticipato di alcuni anni quella che poi è stata l'autodistruzione fisica e intellettuale del filosofo francese. C'era solo da mettersi alla macchina da scrivere. Il materiale già schedato e organizzato. Ma non lo feci. Non me ne pento come non mi pento di approfondire Galvano della Volpe e&c. (da fpg 15.06.96).

 

[Asor Rosa]

Riprendo in mano le questioni della «letteratura italiana (LTQS) Einaudi. Ricordavo di aver trovato terribile l'introduzione di Asor Rosa, confusa e mal scritta. Recentemente ho letto un paio di suoi articoli su Repubblica, chiari e lucidi. Allora sono andato a controllare. Mi ero sbagliato? A fare confusione ero stato io? Ho riletto e scritto questa nota. Da un lato l'unità dell'uomo completamente sbilanciata verso il vissuto contrapposto al pensato. – Questa unità è solo proclamata. E in nome dell'unicità, l'individuo dilegua nella sua inconoscibilità. – Ignora il passaggio che dalla Fenomenologia portò Hegel alla Logica. Insomma non individua il processo pur intuendolo.– Aggiungo qui. Insomma per portare l'analisi alla profondità che AR vorrebbe raggiungere dovrebbe essere in grado di «lavorare» con la dialettica. Gli strumenti usati sono inadeguati. Di qui il senso di confusione della sua introduzione (da fpg 19.09.00).

 

[Ingrao]

Compro e leggo anche L'Indice di febbraio. Intervista con Ingrao. Gli chiedono, scomparse le biblioteche quale libro si impegnerà a mandare a memoria? Risposta. Tutto Leopardi "dai Cantici, alle Operette morali, allo Zibaldone". Poi due testi di Kafka, Le metamorfosi e il Messaggio dell'imperatore. E Marx? "In questo caso, ahimè, anche Carlo Marx viene dopo", risponde il nostro genio comunista. Non ne avrei dubitato. È questa la debolezza dei comunisti italiani. Ammesso che Ingrao sia un comunista. O meglio. È un comunista. Non è un marxista. E non sa di non esserlo. Cos'è allora? Un piccolo borghese con tutte le ottusità, le insufficienze, le fantasie, la cultura acquistata senza averla acquisita (da fpg 16.2.96).

 

[dubito, ergo sum]

Leggo un articolo di Sergio Luzzatto sulla Rossanda. La Rossanda ha scritto un libro che Luzzatto recensisce. Povera Rossanda. Lei, l'unico intellettuale marxista che io riconosca come tale. Ma anche povero Luzzatto. La Rossanda confessa il suo sconcerto per l'andamento del processo storico. Se fosse stata un po' meno luxemburghiana e un po' più materialista dialettica probabilmente si sarebbe posta meno interrogativi di quanto si stia ponendo. E sarebbe più in pace con se stessa e con la propria azione politica. Che sembra non avere senso e che al contrario un senso l'acquisterebbe. Ora questo interrogarsi, questa autocritica, questo confessare il proprio sconvolgimento per la storia in generale e la propria storia in particolare, è ciò che manda in solluchero Luzzatto. Cosa fa oggi un vero intellettuale? Dubita. Lontani dal cogito, ergo sum, siamo al dubito, ergo sum (da fpg 26.7.08).

 

[morti]

Muore Barbato, muore Jacoviello. Grandi celebrazioni. Da Barbato ci va anche Scalfaro. La sinistra è maestra in fatto di morti. Articoli di giornali, manifestazioni (mortuarie). Mf e Laural pubblicano un annuncio (mortuario) sull'Unità  per Jacoviello. Terribile (da fpg 1.3.96).

[il comunismo secondo Salvati]

Sul Corsera di ieri un articolo di Salvati sul comunismo. A proposito di una trasmissione di G. Ferrara. L’abolizione della proprietà privata e l’economia centralizzata fonti perverse in sé danno vita a un sistema perverso. La proprietà privata, il mercato e la concorrenza fonti di libertà. Conseguenza. Da condannare più che la pratica comunista è la teoria comunista.

Ma che bravo! Manca la distinzione fra la teoria comunista di origine marxista/marxiana e la pratica comunista del XX secolo. Leninismo, maoismo, stalinismo, eccetera. Manca ogni idea di processo. Manca il rapporto fra la realtà e la logica umana. Sulla capacità dell’uomo di riflettere la realtà e la struttura della realtà in sé. Manca un’analisi della proprietà privata quale essa è oggi. La proprietà privata individuale già in sé profondamente ridotta. Direi che c’è un uso economico e di consumo della proprietà di fatto già socializzata almeno all’80 per cento. E ridotta alla proprietà del suolo, ma non dell’aria e parzialmente del sottosuolo. Ma anche la proprietà del suolo ingabbiata in una serie di regole che ne limitano l'esercizio al 60% almeno. Ridotta in sostanza dal processo di socializzazione sempre più complesso e reale. Manca un’analisi del mercato e della concorrenza. Mercato e concorrenza soggetti a regole generali di origine sociale senza le quali non sono in grado di funzionare. Sarebbe almeno necessario riprendere l’analisi di Marx sul mercato e sulla concorrenza. Manca una conoscenza di studi come quelli di Vygotskij, Sève, Havemann, marxisti o di dialettici come Jacob. Eccetera (da fpg 2 dic 03).

 

[il riformismo della sinistra]

Leggo Reichlin sull'Unità. Sul senso del riformismo. Contrariamente a un paio di suoi articoli recenti – relativamente recenti – mi è sembrato povero e confuso. La lotta di classe esiste ancora ma superata dall'avanzare dei diritti dell'individuo, dalla "libertà dell'uomo moderno di poter scegliere i propri progetti di vita, di essere padrone del proprio destino". Ed è di questo che è necessario tenere conto. Più il controllo delle conoscenze, l'esclusione dai luoghi del sapere, i diritti di cittadinanza, l'interesse generale. Insomma il bisogno di sicurezza dell'individuo, la sua voglia di una vita piena e migliore. Contro la violenza economicista della destra che lo schiaccia, "riducendolo a quella astratta unità di conto che è il denaro".

A parte che per Marx la sostanza del danaro non è certamente quella di essere una pura unità di conto penso che in Italia per prima cosa sia necessario liberare il mercato dai lacci delle corporazioni, dei conflitti di interesse, della speculazione di piccolo e medio cabotaggio (la speculazione finanziaria è questione che riguarda l'assetto del mercato internazionale), della mentalità dei diritti inconsapevole delle regole e dei doveri sociali. Sia necessario ripristinare la legalità, l'applicazione delle leggi, il controllo sulla loro applicazione a tutti i livelli sociali, economici, finanziari, commerciali, bancari, eccetera. Combattere con serietà l'evasione fiscale e contributiva (Inps). Concorrere alla formazione di una classe dirigente moderna attraverso la riforma dell'università che selezioni finalmente i più capaci e onesti e della scuola dove ci si occupi anche di educazione civica e insegni al bambino che prima di essere figlio o alunno è un cittadino.

All'interno di questo creare una efficace rete di assistenza sociale. Avendo chiaro che assistenza sociale mal si declina con assistenzialismo.

Tutto ciò che rimane fuori da un siffatto programma è chiacchiera politica. Polverone idealistico. Che di riformista non ha proprio nulla (da fpg 25 set. 04).

[la sinistra – errori di metodo]

Il difetto della sinistra che maggiormente incide sul suo successo e sulla sua crescita è di non superare  una modo di pensare legato alla pratica della quotidianità dello scontro politico, sociale e di classe.

Un esempio è il concetto di discriminazione. Uno dei pilastri della falsa coscienza di sinistra. Discriminare significa individuare un gruppo sociale e negargli la parità di trattamento riservata agli altri gruppi sociali. Con il concetto discriminare individuo un atteggiamento economico, politico, comportamentale o altro ai danni di un determinato insieme sociale.

La questione. Se assolutizzo il concetto discriminare, se lo tolgo dal suo contesto di pratica sociale, economica o politica, la discussione, lo scontro sociale, sarà alimentato esclusivamente dalla acquisita negatività di ogni discriminazione. E se quel dato comportamento è in sé discriminatorio o meno. Facendo fra l' altro dei due gruppi in contesa dei soggetti il cui valore tendenziale è quello di essere discriminati o di discriminare. Senza tentare nemmeno un' analisi della realtà in cui il fenomeno nasce. Delle conseguenze del fenomeno. Della sua collocazione all' interno del sapere umano o del massimo di coscienza possibile raggiunta. Dei danni che comporta alla società. Della esistenza e della natura di questi danni. Insomma si affronta un livello della realtà ma così prossima al fenomeno da non distinguerne la complessità.

Ed è solo nella complessità, nella sua totalità che il fenomeno assume la sua reale negatività. Se questa e quando questa c' è. È nell' analisi della sua necessità che il fenomeno emerge e nel medesimo tempo si relativizza rispetto al danno reale che non consiste nella discriminazione in sé ma nel guasto che quella specifica discriminazione produce.

Questo vale per il 90 per cento delle lotte della sinistra. Ideologizza lo scontro perdendo di vista le ragioni profonde dello scontro e fornendo con questo solo atteggiamento buone munizioni agli avversari che scendendo a loro volta sul terreno ideologico hanno buon gioco nel contrastare l offensiva (da fpg ott 05).

 

[carattere nazionale e fascismo]

Leggo Sergio Luzzatto (CDA). Buono. Fra l'altro coglie un aspetto del carattere nazionale che preferisce riconciliarsi con il passato fascista scoprendolo grottesco piuttosto che vergognarsene, o patetico piuttosto che infame. È questa in realtà la chiave di lettura della nostra cinematografia. Chiave alla quale si aggiunge la denuncia per la denuncia.

Luzzatto crea un parallelo fra Ferrara e Malaparte nel rispettivo rapporto con Berlusconi e Mussolini. Ricorda il qualunquismo di Montanelli e il suo revisionismo filo fascista esercitato a suo tempo con Longanesi e Ansaldo dalle colonne del Borghese. E come le loro tesi del fascismo innocuo allora minoritarie sono oggi diventate la base del pensiero corrente. Pensiero al quale Pansa e Salvati hanno dato corda da sinistra bilanciando i crimini fascisti e repubblichini con i partigiani da loro criminalizzati.

Individua in Craxi il fondatore di quella politica di cui Berlusconi è il risultato ultimo.

© Non condivido il suo giudizio su Calvino il cui spirito e il cui romanzo sulla resistenza contribuì a sua volta a minare il rito fondante dell'antifascismo e della lotta di liberazione.

® Individuo una debolezza negli intellettuali italiani che è direttamente proporzionale alla debolezza della nostra borghesia. Al paese è mancata una vera borghesia. Le aristocrazie vecchie e prive di reali funzioni. La piccola borghesia, oggi al potere, è priva di riferimenti. Debole come classe in sé, incapace per sua natura di essere una classe per sé, manca di modelli. Il cattolicesimo romano a sua volta è perdente. Incapace di formare una classe dirigente moderna. Il suo modello laico è Andreotti. De Gasperi, che poi non era questo grande borghese che si è detto, si era fatto le ossa presso il sistema asburgico. Il  pci a sua volta non è riuscito a creare una classe dirigente in grado di governare il paese. Mussolini e Craxi con il suo epigono Berlusconi e i fascisti di An è quanto i laici siano riusciti a esprimere. Il laicato di sinistra rimane pcbg, velleitario, complessato e sostanzialmente incapace di un rapporto analitico con la realtà. E al fondo cattolico. –| (da fpg mer, 15 set. 04).

 

[miseria intellettuale della destra]

Un articolo di Galli della Loggia (tale Ernesto) sul Corsera di ieri. Scrive che a decidere della pace e della guerra "alla fine è solo l'opinione pubblica", il suo "fondamentale buon senso". Ora non sono d'accordo che il sentito di un paese possa contrabbandarsi per opinione pubblica. E di questo parere è anche il dizionario di politica ed. TEA. L'o.p. "in quanto si forma e si afferma nel dibattito esprime un atteggiamento razionale, critico e bene informato" pag. 705. Da non credere che un intellettuale al XXI secolo scambi le angosce nazionali per opinione pubblica, ignori il dibattito politico filosofico che da Hobbes, a Kant, a Hegel a Marx  ha cercato di fondare il concetto e si dica convinto che esista qualcosa come il buonsenso. Recita il dizionario, buonsenso "capacità di giudicare o comportarsi con saggezza". Saggezza a favore di chi, di quale classe, di quali interessi? (da fpg 22.6.02).

 

[insufficienza della destra]

Nella sua trasmissione su La 7, Giuliano Ferrara parla e si comporta come un fascista. Certo per essere un fascista è troppo colto. Ora se i fascisti fossero colti, sarebbero come G. Ferrara. Alla ricerca dello scontro fisico, con il gusto e la volontà di distruggere l’avversario, sordi a ogni logica che poggi sull'accertamento della realtà.

Uguale Galli della Loggia e molto più imbecille. Intervenuto alla stessa trasmissione esprime il suo astio e odio per l’asse franco - tedesco. Il suo appassionato amore per Spagna, Polonia e Italia berlusconiana. Ora è curioso. L’anticomunismo mostra la sua sostanza volgare trasformandosi in amore viscerale per gli SU contro la stessa destra francese di Chirac, probabilmente troppo autonoma e nazionalista per questa destra italiana alla ricerca permanente di un protettore straniero da amare e possibilmente riverire. Bush è l’uomo giusto per Galli della Loggia e per Giuliano Ferrara. Anche se per quest’ultimo forse, molto forse, un po’meno.

Ancora (Montanelli storico). Il Corsera regala un volume della storia di Montanelli. Il suo qualunquismo e la sua arroganza si manifestano alle prime tre righe della prefazione dove scrive che gli italiani hanno bisogno di qualcuno che spieghi loro la storia (“Ambizione … di fornire al grande pubblico, che ne ha tanto bisogno”). La sua inadeguatezza di storico si mostra sin dal titolo del volume, i secoli bui che sarebbero quelli del medioevo, ignorando che in Francia un’intera generazione di storici tendeva a rivalutare proprio il medioevo, non più periodo buio ma luminoso. Non si tratta di stabilire chi avesse ragione, ma in una vera opera di divulgazione non si poteva ignorare questa tendenza della storiografia moderna (da fpg 12.11.03).

 

[profondità del banale - Sgarbi]

Affascinato dalla varietà delle forme del pensiero. Dalle sue contraddizioni. Ascolto Sgarbi e ci vedo una profondità così superficiale che ne rimango abbagliato. Ieri ha dato - credo parlando di Foscolo - una definizione della classicità stupefacente. La classicità come capacità di precorrere i tempi, capire cose che l'umanità sarà prima o poi obbligata a capire. Il classico quindi è un precursore ma siccome scopre verità necessarie queste una volta scoperte rimangono nel patrimonio culturale dell'uomo. Di conseguenza il classico è un misto di futuro (arriva lì dove gli uomini giungeranno) e passato (in quanto destinato a rimanere per sempre, ossia eterno).

Ecco dove si annida la banalità e perché è profonda. Banale poiché il concetto portante, sottostante, invisibile e convincente del discorso è quello di verità eterne. Ora può esservi qualcosa di più banale della verità eterna? Profondo poiché questo concetto viene penetrato e svolto. Attenzione. Penetrato e svolto non in modo critico. O quando è critico con una criticità di nuovo banale perché fatta, costruita con materiali culturali che in realtà hanno perso ogni capacità di accesso alla realtà.

Sgarbi è un esempio di esploratore e narratore del noto, del saputo che, come tale, nulla aggiunge e nulla toglie. Ma che fascino, che profondità in questa scoperta del noto. Come lo si ascolta con piacere. Intanto il fluire del pensiero che più banale è e meglio scorre e scorre  poiché rende accessibile quello che già lo era e per imperizia non lo si poteva raggiungere. Regala la sensazione estremamente gradevole di sentirsi intelligenti con uno sforzo minimo, minimo quel tanto da dare di nuovo la sensazione di aver pensato o colto o capito qualcosa in più e che era già tuo e rivela come il tuo vuoto sia ammantato di profondità, di conseguenza non tale. E conseguenza di questa conseguenza come non sia vero che tu sia un essere vuoto e come anche tu possieda la tua profondità solo se sapessi esprimerti un po' meglio, per esempio, come Sgarbi. Questo dà nuovo valore e legittima tutti i tuoi pensieri. Conferma come siano giusti e veri, come i tuoi vuoti non siano veramente tali, così come le tue aporie. Insomma una cosmesi, un rifacimento dell'immagine propria e del mondo. Cosa di più accattivante? (da fpg 12.12.99).

 

[televisione e organizzazione culturale]

C'è l'elezione del presidente della repubblica, l'assassinio di Falcone, dibattiti su dibattiti. Al Costanzo show i magnifici tre (Santoro, Ferrara, Costanzo). Santoro molto preso dal suo ruolo missione, Ferrara e Costanzo strutturalmente volgari. La volgarità di Ferrara tocca il sublime sospinta com'è dall'irruenta imbecillità del personaggio. Supera persino Intini. E questo non era fino ad oggi ritenuto possibile. L'alloro, naturalmente, rimane saldamente sulla testa di Craxi al quale non è riuscito a toglierlo nemmeno Cossiga. Costanzo fa quel che può. A un certo punto ha uno scatto di reni (quando redarguisce Galasso), ma non è all'altezza. Lui sfotte, lui la sa lunga, ma ha dei soprassalti di onestà (come quando confessò di appartenere alla P2). È stato per opportunismo, si dirà. È vero, ma era un opportunismo suggerito da uno slancio purificatorio. Nulla a che vedere con la grinta intimidatoria e il piglio delinquenziale del socialismo craxiano. Galasso, in gamba, si lascia intimidire. È ammirato di Santoro. La tv lo affascina, forse perché ne avverte la forza d'urto. Nessuno ricorda che il Pci e la controinformazione hanno tenuto in scacco, e alla lunga battuti, senza stampa né televisione, i poteri costituiti. Anzi contro la stampa e la televisione. Esiste una forza più forte della politica spettacolo ed è la politica organizzata delle masse, aderente alle loro necessità sostanziali (necessità che sono al di là del benessere e del consumo) e che fa appello alla loro autocoscienza. C'era poi anche Dalla Chiesa, efficace nella sua convinta e pacata onestà. Ma il successo di Dalla Chiesa è già un successo per un pubblico raffinato e intellettuale, al fondo distante dalle masse e persino dalla società civile borghese che nella sua accezione generica è a sua volta massa, mentre il piglio oggettivamente demagogico e appassionato di Santoro riesce ad avere una presa più consistente (da fpg fine maggio 92 ).

 

[il dibattito culturale]

Dibattito culturale privo di nerbo. La grande stampa neutrale. Polemiche in punta di fioretto. Si bada a non farsi male, non ferirsi, eccetera. Un paese che avalla Montanelli come uno storico e grande giornalista senza aprire un dibattito su cosa sia la storia e come vada fatto il giornalismo, non è  poi in grado di discernere i comportamenti virtuosi da quelli criminosi.

Tutto, nel dibattito politico a Novi Ligure, è conseguenza della viltà degli intellettuali italiani che non hanno mai interpretato il loro lavoro come un impegno civile. Bensì come un dibattito all’interno della corporazione accademica.

– Fa parte del dibattito culturale quanto accade a Agrigento. Dove prefetto (cattolico) e giudici hanno dovuto prendere una posizione forte contro il vescovo che difende a oltranza l’abusivismo e gli abusivi. E la stampa? Un breve pezzo a due colonne taglio basso nelle pagine interne sul Corsera del 10.03.01. Un caso del genere dovrebbe essere preso di petto dalla stampa, suscitare interventi e dibattiti, insomma essere affrontato a fondo con l’intento di farne un caso esemplare sul quale lavorare e battersi per rove­sciare la tendenza che è poi tendenza alla corruzione, al lasciar correre e peggio.

Invece.

Non accade assolutamente nulla. In realtà la stampa e la classe intellettuale e dirigente danno indirettamente man forte alla mentalità corriva del paese a mio giudizio invece matura per il mutamento di rotta. Certo, questa inversione va appoggiata, la larga minoranza (?) disposta a rivedere le regole, sorretta, organizzata, incoraggiata. Nulla di tutto ciò. Complice in questo anche la sinistra che, potendo organizzare il movimento riformatore, non lo fa, o lo fa in maniera debole, inadeguata, distratta.

– La santa romana chiesa si ritrova costantemente al centro di ogni arbitrio e di ogni ribellione a una convivenza civile. Anche di questo non si discute mentre il paese è ormai in grado di affrontare la questione (10.03.01).

– Va detto che il Tar del Lazio ferma le ruspe antiabusive del comune. Perché? In nome di che? Anche in questo caso il Corsera che pubblica la notizia con risalto e si capisce che non è poi troppo d’accordo, non prende posizione. Non concorre a formare opinione pubblica. Una cosa che manca al paese, per via dell’atteggiamento della stampa e della politica è appunto un’opinione pubblica. Si dirà che per avere un’opinione pubblica è necessario avere una borghesia che abbia un’opinione e non si faccia solo i propri affari attenta a non urtare questo e quello (questo e quello sono il Vaticano e lo Stato della città del Vaticano). 

È anche vero che il paese manca di una opinione pubblica, essendo un'opinione pubblica qualcosa di coerente, con una sua stabilità e con suoi principi mentre quella italiana essendo del tutto priva di principi precipita costantemente nell'arbitrarietà. E l'arbitrarietà non è compatibile con il concetto di opinione pubblica.

– Il caso suscitato da Satyricon fa parte del dibattito culturale. L’ipocrisia della classe politica ha provocato in un primo momento la fuga verso la magistratura (vedi #PRL). Delegare alla magistratura eventi squisitamente politici, come il caso di S. Berlusconi, delle sue reti, del suo conflitto di interessi, dei suoi legami con la mafia. D’Alema è stato uno dei campioni di questo atteggiamento. Ora il «dictu» è stato trasferito alla satira. La libertà di stampa italiana è tutta nel diritto di satira. Non è che la stampa e la politica abbiano il dovere di affrontare le questioni spinose del vivere civile del paese. No, prima è la magistratura a doverle risolvere, poi la satira. E la politica? E il giornalismo? Questi no. Altrimenti? Vorrei saperlo.

Così un’intervista di Borsalino su dell’Utri e S. Berlusconi richiamato sulla scena da Satyricon è oggi in tutti i giornali con ampiezza di titoli e di visibilità, ignorata o rifiutata o sottovalutata fino a ieri.

Appunto.

Manca il dibattito culturale e manca il dibattito giornalistico e politico sulle questioni di fondo del paese, sull’economia, sulla corruzione, eccetera. I giornali hanno l’ atteggia­mento di ospitare le notizie, di ospitare gli interventi, di ospitare gli articoli di opinione. Col risultato che di ogni rigo scritto sia responsabile l’autore, l’agenzia, l’intervistato, la cronaca, la vita. Il giornale non sa, non pensa. Ascolta. Bontà sua, riferisce. Per il lettore il giornale è tutt’al più un selezionatore di notizie e di opinionisti. Questo è il suo colore. Il lettore non si identifica se non con difficoltà con il giornale, né si lascia guidare dal giornale. Per questo in Italia l’autorevolezza dei grandi organi di stampa è inficiata dalla loro apparente neutralità.

Al contrario. Il giornale può ospitare opinioni ma deve anche avere un’opinione. Le altre si affiancano alla sua e non la sua alle altre a pari merito.

Chiaro che stando così le  cose come stanno oggi. Essendo i giornali quello che sono oggi, la politica diventa uno scontro fazioso. Fazioso poiché manca di punti di riferimento, di una bussola intellettuale, di una cultura, di una scala di valori (17.03.01).

 

[giornalisti]

I giornali sono fastidiosi. E lo saranno fino al voto. Leggere gli articoli di Romano, di Ostellino fa quasi senso. L'assenza di cultura, la loro ipocrisia, la loro malafede, la loro disonestà intellettuale. Forse è pura e semplice imbecillità. A forza di non credere a nulla, finiscono col dare retta solo alla propria pancia. I fatti non contano. Dissolti in una pratica secolare di delusioni, di sopraffazioni, subite e inflitte, di pratiche romane, medievali e controriformiste da cui proviene quel gorgoglio profondo da loro scambiato per pensiero (da fpg 2.4.06).

 

[Travaglio]

Leggo Travaglio sul giornalismo. La prefazione superficiale. Bravo nel condurre le inchieste, al limite del qualunquismo nel teorizzare. Vuol stabilire regole precise e accessibili a tutti sull'obbiettività, la neutralità, l'imparzialità del giornalista. Intanto sarebbe necessario partire dall'oggettività della realtà. Capire che la realtà si presenta per sua natura con due facce (in contrapposizione dialettica) divisa come è fra forma e contenuto. E come il compito di ogni giornalista professionalmente capace sia quello di indagare il contenuto dei fatti al di là della forma con la quale si presentano. Difficile e impegnativo, naturalmente. Naturalmente questo lavoro ognuno lo fa attraverso i mezzi culturali e intellettuali che gli sono propri.

Cita Montanelli come giornalista puro. Se c'è stato un giornalista che ha permanentemente falsificato la realtà dei fatti fingendo di rispettarla è stato Montanelli.

D'altra parte il suo slogan di votare dc turandosi il naso servì da alibi per continuare a votare dc senza porsi troppi problemi. Montanelli fu un vero sostenitore di quel sistema di potere. E di quella gestione del potere la cui conseguenza ultima sono stati Craxi e Berlusconi.

Medesimo errore con Jader Jacobelli. Lo stile delle sue tribune politiche affossò un modo più moderno e occidentale, più americano, di intervistare i politici. E inaugurò proprio quel sistema secondo il quale non si poteva dare una notizia senza ascoltare la parte opposta. Insomma quel visto da destra e visto da sinistra che indigna (giustamente) Travaglio. Travaglio critica Floris. E si può essere d'accordo con la sua critica. Ma Floris di fronte a Jacobelli è un gigante.

Questo abbaglio su Montanelli e Jacobelli potrebbe dirla lunga sulla reale personalità intellettuale di Travaglio (da fpg 8.1.07).

(15.5.08) Nella polemica Travaglio - D'Avanzo su Repubblica D'Avanzo non riesce a mettere a fuoco il concetto di «fatti». Sarebbe stato sufficiente riferirsi al Marcuse di Ragione e rivoluzione per fondare la polemica su basi più solide di quanto non sia stato fatto. O, ancora più a fondo, citare a soccorso la logica hegeliana e marxista dove viene analizzato e fondato come la realtà, cioè il fatti, si presenti con una forma che ne occulta la sostanza. E come per penetrarla non è sufficiente osservare e rilevare i fatti ma, partendo dai fatti o meglio dal dato di fatto, sia indispensabile indagarli/indagarlo al fine di svelarne il contenuto. Metodo assolutamente sconosciuto ai Montanelli e ai Biagi, maestri di Travaglio. Insegnamento che ha finito col fornire a Travaglio quella patina di qualunquismo sbrigativo che lo caratterizza. Nuocendo molto alle sacrosante campagne che egli magistralmente conduce.

 

[il Fatto]

Il Fatto perde colpi. Si avverte l'assenza di un pensiero di riferimento forte. Manca loro una chiave di lettura della quotidianità. Che non può essere solo la corruzione. Vanno individuate anche le strutture che producono la corruzione. Per indagarle a loro volta. La corruzione è un prodotto delle strutture economiche del paese. Quali sono queste strutture? Altro tema d'inchiesta e di lavoro giornalistico. E via di seguito (da fpg 27.4.10).

(29.12.10) – Un articolo di Furio sul Fatto mi irrita. I limiti della nuova sinistra davvero insuperabili. Rimprovera il giovane Elkann di non reagire come il nonno che rinunciò al nucleare per non rendere antipatica l'azienda. Appunto!  Marchionne sta spargendo antipatia. Sic! E questa sarebbe un'analisi economica e sociale dello stato del paese. E cosa dire di Agnelli (tale Gianni) che privò l'Italia del nucleare per non rendersi antipatico?  (vedi anche Il Fatto alla deriva in #IMOD2 e Un giornale radicale in #IMOD6).

 

[Guzzanti]

Ieri sera improvvisamente ho finito di leggere Paolo Guzzanti. Seguito il suo racconto con interesse professionale e con fastidio personale. L'effetto mi riporta alle serie televisive. Che descrivono una realtà sociale indisponente ma verosimile. Questo Guzzanti grande giornalista proprio perché anticomunista viscerale, fondamentalmente incolto, politicamente ideologico, convito di essere un liberale è si e no un libertario, convito di essere un uomo di fermi principi è si e no un anarchico. Condivide con Eugenio il senso dell'appartenenza. Per questo si amavano. Così afferma Guzzanti. Un'appartenenza familistica, quasi da uomini d'onore. Fatta di canti, goliardate, e simili. Guz considera Repubblica una famiglia, la sua famiglia, Scalfari un padre. Com'era costume si accedeva nel gruppo scalfariano attraverso una sponsor femminile. Lui è segnalato da Serena come Viola fu sostenuto da Bianchina. A  conti fatti Corbi e Zanetti erano di gran lunga migliori. Tant'è che non fecero mai parte della corte eugenesca. Guzzanti conferma la regola che un anticomunista viscerale è un fascista potenziale. Non a caso finisce fra i berluscones e accetta di presiedere quella commissione d'inchiesta diffamatoria e truffaldina che fu la Mitrokhin (da fpg 4.6.10).

 

(continua in Letture italiane)

 

 

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“Intellettuali italiani” [#INT2]

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