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Letture italiane

(continua da #INT2)

 

§*§ Letto nelle ultime settimane una cinquantina di pagine di Montaigne. Letto? No, riletto. Si conferma il giudizio di quando lo lessi la prima volta. M. affronta argomenti concreti. Effetti e struttura dell'immaginazione, effetti e struttura della volontà, la morte, gli uomini e il modo migliore di affrontarla, l'impotenza e il rapporto fra volontà e realtà dei riflessi nervosi che è come affrontare nel 15oo il rapporto fra conscio e inconscio.

Noi, l'ho già scritto se ricordo bene, tre secoli dopo abbiamo Leopardi che nel suo Zibaldone scrive un congruo numero di banalità senza mai cogliere il fondo delle questioni. Anche quando scrive del carattere italiano lo fa genericamente, con osservazioni da caffè. Nel mezzo, fra il '5oo e l'8oo la descrizione dei sentimenti è stata affidata ai poeti e all'epica della poetica. Dante, che è un grande, non ci ha tuttavia insegnato molto, forse per via delle terzine di endecasillabi in cui è stato scritto. E, a cavallo fra il '2oo e il '3oo, il poema è impregnato di teologia e mentalità medievali. Machiavelli, Guicciardini (senza paragonare Guicciardini a Machiavelli) hanno scritto di politica e in tema di politica siamo piuttosto fermi a loro. Vico, un isolato che non ha fatto scuola. Infine un romanziere, Manzoni, cattolico di rara viltà e ipocrisia. Tutto questo è certamente superficiale, poco o affatto fondato, ma è una traccia che andrebbe affrontata poiché se questo paese è quello che è lo è certamente per via della controriforma ma anche degli intellettuali che la controriforma e la chiesa della controriforma hanno dovuto affrontare e affrontato. Si dirà che Kant non ha brillato di coraggio quando ha dovuto far fronte al problema di dio, in compenso ha scritto la Critica. L'impressione è che i nostri abbiano solo mancato di coraggio quando non siano stati dei martiri come Bruno e Campanella. Non a caso l'intellettuale italiano ha una mistica preferenza per il martirologio culturale. Non si farebbe mai bruciare sul rogo ma grida a ogni piè sospinto che ce lo stanno per mandare, magari alla guida di una Ferrari (da fpg sab, 19.05.01).

 

[non sappiamo scrivere]

Ho ripreso anche Donne di Bukowski. Scritto molto bene. Rapido e moderno. Non un ghirigoro letterario come L'isola del giorno prima di Eco. Mi convinco. Noi italiani non sappiamo più scrivere. Né romanzi, né giornali, né saggi. Infatti nutriamo una irresistibile tendenza a rimanere fuori da ogni seria riflessione del sapere moderno (marzo 97).

 

[Gadda]

(da fpg gio, 09.03.00) – Leggo, scorro  Gadda.  La sua lingua è ricca, fantasiosa, fastidiosa. Fastidiosa perché ridondante e inutile.  Gadda esprime un indubbio talento linguistico. In questo senso è un maestro. Ma lì si ferma. Uno dei casi nei quali il talento si trasforma in limite e il limite in barriera (hegelianamente).

 

[Proust & Gadda]

(da fpg sab, 18.03.00) – Nel pm cerco di leggere Gadda il pasticciaccio. Noioso. Una lettura pesante e minuziosa. Anche Proust è minuzioso. Esige tutta la tua attenzione. E alla fine la tua tensione intellettuale viene ripagata. Proust fa delle continue analisi che descrive. Le sue riflessioni sono a cavallo fra il sociale del soggetto che racconta e l'individuo (vedi anche §LETT). La descrizione dell'individuo è carica di senso sociale, e il sociale si manifesta attraverso le azioni degli individui. Lo scambio particolare-universale è permanente. In Gadda l'universale si perde nella caratterologia, i comportamenti, le riflessioni stesse sono a basso contenuto di senso, ancor meno di significato. S'è già detto, è solo padrone come pochi della lingua. Ma non fornisce alla lingua tanto di senso in più del comune. È puro esercizio. Non è vero che nel pasticciaccio esce fuori la città. Una caricatura, uno schizzo appena appena tratteggiato di Roma, quando va bene, che nulla ci dice di Roma. C'era di più non dico nel Belli ma in Trilussa.

 

[Gadda 2]

(da fpg sab, 06.05.00) – Giornate in realtà di benessere. Fisico e intellettuale anche se più discretamente. Riprendo La cognizione del dolore di Gadda. Decido di leggerla sistematicamente. Non si può rinunciare al suo uso della lingua. Un periodo così rapido, di carattere assolutamente associativo con l'associazione che poggia sul sottofondo della lingua comune e su ciò cui la lingua comune ti rinvia. Nel medesimo tempo un uso largo, ampio della lingua, delle sue possibilità, dei suoi avverbi, modi di dire, eccetera, tutti usati direi metaforicamente in un modo che la  lingua stessa diviene una vasta metafora. Come è giusto che sia poiché in effetti così è.

(Lun, 29.05.00) – Lascio i due Gadda per i diari di Gide. Leggo qualche pagina la notte prima di spegnere. Dopo Gide vorrei sfogliare di nuovo Do Passos, Musil,  tanto per liberarmi dei miasmi di Gadda.

Il passaggio da autori italiani ad autori stranieri è sempre traumatico soprattutto  per la differenza dei contenuti. I nostri galleggiano, come privi di pensiero. Lunghe e inutili descrizioni psicologiche e di ambiente, quasi sempre tradizionali e di superficie. Sempre lì a spiegare come si cucina un piatto o peggio a descriverlo prima nei suoi colori e quando va bene nei suoi sapori. Del piatto in sé da loro non si sa mai nulla. Come i nostri film i cui personaggi sono poco più che dei caratteristi. Privi di spessore, soffocati nella melassa sentimentale e nella cinica ipocrisia dei luoghi comuni (italiani) sui quali poggiano le sceneggiature (vedi §CTT).

 

[Sciascia]

(da fpg dom, 18.06.00) –  Finisco A ciascuno il suo di Sciascia. Banale, pretenzioso, statico. A quale cultura fa riferimento? Non ne trovo traccia. A meno che non si tratti della cultura della falsa coscienza italiana. Il buco culturale del paese è veramente senza fondo. Leggerò Il giorno della civetta.

 

[ancora Sciascia]

(da fpg sab, 16.12.00) Non avevo mai letto Il giorno della civetta. Leggendolo mi sono accorto che ne avevano ricavato un film (con F. Nero e la Cardinale). Film che avevo visto, niente male, e mi era piaciuto. Il romanzo, almeno fin qui, è all'altezza della sua fama. Buono.

Svela, meglio che altri, la meccanica ideologica delle destre che si rifanno al patrimonio culturale più tradizionale il quale, come tale, è il più arretrato e tende a perpetuare strutture sociali di potere appartenenti a modi di produzione precedenti. Strutture  alle quali quel pensiero era organico.

Si può contrastare il pensiero di destra individuando la struttura di potere che lo sottende, la sua inadeguatezza  allo sviluppo economico e sociale in corso, le contraddizioni che provoca. E questo va fatto senza giri di parole, direttamente e con forza, indignazione (quando necessario), ironia (quando se ne è capaci).

 

[Calvino]

(da fpg mar, 24.07.01) – Leggo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno. Non mi piace. Ben scritto, fluido e nello stesso tempo fastidioso. Molto, troppo banale. Non riesce a uscire dal bozzettismo. La narrazione è calata in un ambiente ricavato dai caratteri dei personaggi. In altre parole è assente. Pennellate, come lui stesso dirà nella prefazione riferendosi all'espressionismo francese. Ma quella era una tecnica pittorica nella quale l'insieme delle pennellate rendevano un'immagine compiuta. Qui le pennellate, una volta messe insieme, non ricostituiscono alcun quadro. Belle im­magini (le schiene degli avventori del bar che fanno muro) che non vanno oltre al loro essere im­magini. Senza mai riuscire a oltrepassarsi e darti un'insieme che sia qualcosa di simile a un qua­dro storico, economico e sociale. Né che forniscano un aspetto della condizione umana inerente all'esperienza descritta. La descri­zione poi della mentalità del bambino è di una struggente povertà.

Come sono più forti i romanzi francesi dell'epoca. Vailland, il Malraux della Condizione umana, Sartre, Camus. Anche quando non centrano il bersaglio riescono ugualmente a dire qualcosa di più profondo e singolare.

 

[eccetera eccetera ….]

 

 

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“Letture italiane” [§LETT4]

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