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Sul capitalismo italiano (1)

§* Piccolo è bello perché meglio controllabile.

§* Il capitalismo familiare vorrebbe marciare verso la modernità salvando la rendita. La mentalità cattolico-romana trova nella rendita la sua base economica. Essa è la rendita.

§* Lo stato nazionale nasce con il debito pubblico. Il debito pubblico ha sempre drenato il risparmio spostandolo su posizioni di rendita e scoraggiando gli investimenti di rischio (VDD).

§* La classe degli imprenditori più forte dello stato e delle sue istituzioni, non ha accettato carichi fiscali adeguati preferendo prestare a interesse, sottoscrivendo i bot, ciò che avrebbero dovuto pagare in tasse.

 

LA STRUTTURA DEL CAPITALISMO ITALIANO

[una "potenza" a gestione familiare]

(Marcello De Cecco, da La Repubblica – affari & finanza del 27 febbraio 1995)

Da uno studio della Banca d’Italia dal titolo Aspetti proprietari e mercato delle impreseuna ricognizione degli aspetti proprietari e del mercato, si ricava che la struttura capitalistica italiana  a differenza del resto del mondo sviluppato – è formata da industrie a gestione familiare. Praticamente tutte, dalle grandi alle medie alla miriade che formano la piccola impresa.

Questo assetto ha spinto e spinge l’industria italiana a scegliere quei settori produttivi "per i quali il mantenimento del controllo familiare è più facile". Settori a bassa tecnologia e ad alta intensità di mano d’opera. "Che più si prestano al frazionamento e in definitiva al nanismo relativo delle singole imprese".

Rispetto alle strutture industriali avanzate, il fenomeno provoca una crescita abnorme del numero degli imprenditori. Qualcosa come uno ogni quattro maschi adulti, e uno ogni sette italiani adulti sotto i sessanta anni.

Provoca anche una distorsione del sistema fiscale che – desunto da quello dei paesi sviluppati – non è applicabile alla realtà economico-sociale nazionale. Quella di uno stato e delle sue istituzioni, debole di fronte alla classe degli imprenditori.

Impotente di fronte al loro rifiuto di pagare carichi fiscali adeguati e obbligato ad accettare in prestito finanziando il debito pubblico quello che altrimenti gli imprenditori avrebbero dovuto pagare come imposte.

Una situazione, dice De Cecco, che assomiglia più a quella degli antichi comuni e delle repubbliche rinascimentali italiane dove un grande imprenditore dell’epoca, Cosimo dei Medici, si comprò letteralmente lo stato.

 

[®] – Si chiarisce meglio in questa ottica il «mistero italiano». Da un lato l’Italia cattolico-romana, fondiaria, reazionaria, comunale, marginale all’interno del mondo sviluppato. D’altra, l’altra Italia, a sua volta incerta, spossata nella ricerca di una modernità che intravede nella tecnologia, nel management, nel contatto con i mercati e nella loro metodologia ma che contrasta con la mentalità cattolico-romana e fondiaria nella quale il paese è immerso e attraverso la quale la modernità intravista non riesce a farsi strada.

A bene osservare lo scontro permanente è fra l’area della rendita – favorita e alimentata dal fenomeno individuato da De Cecco – e l’area dell’alleanza profitto-salario. Area in assoluta minoranza non solo economicamente e politicamente, ma anche culturalmente. Il fatto è che l’area della modernità per prevalere deve riformare se stessa e passare dal capitalismo a base familiare a un capitalismo moderno fatto di grandi imprese e sorretto da una struttura bancaria, statale, fiscale e sindacale adeguata.

Al contrario il capitalismo familiare vorrebbe marciare verso la modernità salvando la rendita. E ora abbiamo visto come la rendita si salda in Italia allo sviluppo industriale diffuso e «nano». Questo l’impossibile che si vuole. È qui che si annida lo scontro all’interno della modernità. E la frena e la rende impossibile (vai a #ID).

La mentalità cattolico-romana trova nella rendita la sua base economica. Essa è la rendita. La rendita è la mentalità cattolico-romana. Poiché la mentalità cattolico-romana è nella sua struttura economica di carattere fondiario.

La quale oltre ad aver prodotto a suo tempo il coltivatore diretto frazionando la proprietà agraria –  piccolo è bello perché meglio controllabile – creava parallelamente l’imprenditore diretto dell’industria. Tanti piccoli industrialotti, una moltitudine di imprese  a carattere familiare che hanno sostenuto uno sviluppo nel quale il mantenimento del controllo della famiglia ha favorito la specializzazione in settori a bassa tecnologia e ad alta intensità di mano d’opera. Marcello De Cecco calcola un imprenditore ogni quattro maschi italiani adulti sotto i sessant’anni per un insieme di tre milioni e mezzo di imprese.

Il frazionamento ha creato il nanismo industriale (unico esempio fra i paesi sviluppati), ha distorto la crescita del sistema bancario e del sistema fiscale, innescando l’esplosione del deficit di bilancio e del debito pubblico. Questo ultimo in buona parte in mano "agli stessi lavoratori autonomi, agli imprenditori e alle imprese”.

La classe degli imprenditori più forte dello stato e delle sue istituzioni, non ha accettato carichi fiscali adeguati preferendo prestare a interesse, sottoscrivendo i bot,  ciò che avrebbero dovuto pagare in tasse.

A equilibrare – almeno in parte – questa caratteristica negativa dello sviluppo del capitalismo italiano doveva essere l’industria pubblica. Con l’industria pubblica nasce una borghesia imprenditoriale pubblica. E una struttura bancaria pubblica. Impresa privata familiare, struttura bancaria e borghesia di stato hanno in comune l’interesse di sostenersi vicendevolmente.

Tuttavia fra il 1974 (Agnelli presidente Confindustria e Cefis vice presidente) e il 1977 (Cefis lascia la presidenza della Montedison) qualcosa non va. L’industria pubblica ha dato vita a una sua borghesia. Una classe imprenditoriale di stato. Nasce lo scontro fra la grande borghesia privata degli Agnelli e dei Pirelli e la «razza padrona», definizione con la quale i portavoce dei privati (Eugenio Scalfari) combattono i nuovi borghesi di stato rappresentati dal gruppo dirigente dell’Eni. Costoro entrano alla Montedison e danno la scalata alla Confindustria. Nello scontro che segue fra Agnelli e Cefis Agnelli ha la meglio. Cefis viene eliminato dalla scena.

Perché? Qual è la vera struttura della grande borghesia italiana? Dove diavolo si è cacciato, che fine ha fatto il grande capitale straniero che ha sorretto il paese dalla sua nascita e ha presieduto al parto del nostro capitalismo? Venne sostituito, a un certo punto, dagli interessi strategico e militari degli SU? Solo questo? O che?

Lo scontro degli anni ‘70 fu fatale. È di lì che nasce quel processo che sottometterà la borghesia di stato alla classe politica e porterà al «capitalismo politico di stato», al consociativismo, al Caf.

In conclusione per ora. Il grande capitale dalla incerta collocazione (Agnelli e la Trilaterale), il capitalismo familiare e «nano», la borghesia politico imprenditoriale degli anni ‘80. Lo scontro degli anni ‘90. –|

 

[l’impossibilità di essere normali]

(da La Repubblica – affari & finanza del 5 giugno 1995)

L’Italia → un’economia importante ma periferica. Partecipa al ciclo mondiale ma non lo determina.

In misura crescente → il risparmio italiano in forma di investimenti finanziari è diretto in tutto il mondo → nello stesso tempo quote crescenti degli investimenti reali e finanziari italiani sono nelle mani del capitale internazionale, di «non residenti», scrive De Cecco. Il ciclo italiano influenzato da quello mondiale.  Ne dipende senza determinarlo.

Il comportamento della neo borghesia è dettato dalla necessità di chi operi alla periferia o alla frontiera del sistema internazionale. Dipendendo dal sistema, non avendo garanzie o possedendone ben poche proprio perché non è in grado di influenzare o di contare qualcosa all’interno del sistema non può ampliare la propria capacità produttiva e investire all’interno.

Inoltre ha a che fare con una classe politica che non afferra i problemi, crea incertezze, non è all’altezza della situazione.

 

[®] Perché non è all’altezza della situazione? È questa ancora una particolarità della mentalità cattolica? Un’influenza del dominio culturale cattolico?  Il quale pone l’accento su questioni che poco hanno a che vedere con lo sviluppo e la modernizzazione del paese, perché occupato in faccende ideologiche ritenute più importanti. Faccende che non riguardano la classe politica poiché riguardano la chiesa di Roma e sono gestite dalla gerarchia vaticana. Non riguardandoli lasciano la classe politica del paese alle prese con i piccoli problemi che sono quelli della sopravvivenza politica e sociale. D’altra parte i problemi della sopravvivenza sono gli stessi che impegnano la gerarchia vaticana. Compresa la sopravvivenza economica. Anche da questo lato il paese soffre una «servitù».

nota in margine – Le dichiarazioni di Guerzoni sulla pressione esercitata da Andreotti all’epoca del sequestro Moro, per allineare la chiesa sulle posizioni del governo italiano, confermano la tesi che il nostro personale politico sa trovare la grinta solo e soltanto sulle questioni della sopravvivenza politica e sociale. Lì si trova la forza di imporre il proprio punto di vista anche alla Santa sede. Anche perché la sopravvivenza di questo personale è vitale tanto per gli individui che lo formano quanto per la Santa sede che senza quel personale verserebbe in serie difficoltà. Almeno fino al momento in cui non riesca a sostituirlo.

Le analisi strutturali di De Cecco sono molto acute. Non tengono tuttavia conto di questo aspetto della vicenda economica italiana, di questa «servitù».  Aspetto affatto secondario.

E questa è la borghesia italiana, cattolica e periferica (è un luogo comune definirla provinciale), ma investita da una grande missione come quella della sopravvivenza della Chiesa romana, missione difensiva e di retroguardia.

Per una serie di motivi - storici - la struttura industriale italiana punta alla flessibilità e al disimpegno a breve termine. Industria leggera, decentrata, con coinvolgimento della forza lavoro attraverso i sub appalti e le sotto forniture.

L’industria pesante lasciata allo Stato che solo può rischiare i soldi nella bassa congiuntura.

Nella congiuntura dell’ultima ripresa, la nostra borghesia industriale – dopo aver esaurito le scorte addirittura sussidiando la domanda interna (tenendo bassi i prezzi) – obbligata a investire e a creare nuovi impianti, lo sta facendo all’estero, dove la politica economica è più stabile e le previsioni economiche possibili. –|

 

[conseguenze]

(Marcello De Cecco, da La Repubblica – 3 luglio 1995)

Negli ultimi dieci, quindici anni il sistema economico italiano non è stato in grado di elaborare una politica economica efficace. Ha perso o sta perdendo settori come acciai speciali, materie chimiche, computer, il bancario, l’Alitalia, il finanziario (intermediazioni finanziarie inglesi e francesi), il sanitario (mille miliardi di cure fornite da ospedali stranieri pagati dal nostro servizio sanitario nazionale ai quali si aggiungono gli esborsi dei privati), elettricità e programma nucleare, la formazione scolastica e universitaria, eccetera.

La borghesia italiana negli ultimi venti anni ha «barattato ... lavori ad alto contenuto di tecnologia, di cultura, di educazione tecnica, contro il privilegio di fare scarpe, occhiali, vestiti per tutta l’Europa, di avere cioè un’industria che richiede solo manodopera mal pagata e a basso livello tecnico».

 

[una riserva di caccia]

(da La Repubblica – affari & finanza del 12 maggio 1997)

Marco Panara affronta il caso Cuccia e Mediobanca. Illustra come in un sistema chiuso, poiché gli spazi sono definiti e le risorse anche, al suo interno inevitabilmente si lotti per sottrarre agli altri tutto lo spazio e la maggior quota delle risorse possibili. E questo si ottiene ostacolando e impedendo la crescita di nuovi protagonisti. Difendere il terreno e farlo diventare una riserva di caccia, questa è stata la funzione di Enrico Cuccia.

Diretta conseguenza di questa politica chiusa è - scrive Panara - la scarsezza di grandi imprese contro una fioritura straordinaria delle piccole, lasciate libere dal sistema perché non concorrenziali. Uguale per la Borsa. Limitata in rapporto alla sua economia di riferimento. Volutamente asfittica  al solo scopo di mantenere chiuso il campo per mezzo di un mercato finanziario poco selettivo e poco trasparente.

Gli anni ‘80 assistono al tentativo di cambiare la situazione. Ci provano i Micheli, i Gardini,gli Schimberni. Arrivano i fondi comuni. Si prova mettere ordine e rendere più trasparente sistema finanziario fino a quel momento selvaggio. Panara individua  il passaggio chiave con l'avvento nel ‘92 con il mercato unico. Le merchant bank internazionali, la competizione globale per le risorse, il lento avvio delle privatizzazioni sono i sintomi che si vuol cambiare. Panara decreta,  si chiude l’epoca dei sistemi protetti. Ora (1997) al posto di Cuccia sta andando Romiti. Significa, significa scrive Panara, che il sistema di riferimento non è più quello delle grandi famiglie che controllano le imprese ma direttamente quello delle imprese.

© Panara ha ragione nell'individuare i tentativi che si misero in atto per cambiare il sistema economico e finanziario italiano. Ebbe torto nel pensare che quei tentativi testimoniassero un cambiamento in corso. Al contrario tentativi furono e tentativi rimasero. Schimberni venne rapidamente fermato e battuto. Gardini si suicidò. I Romiti mostrarono di essere rimasti i rappresentanti  di un vecchio modo di concepire i rapporti economici. Gli Agnelli continuarono a fare i capitalisti senza capitali. La loro entrata in Telecom fu vergognosa. Fazio dalla Banca d'Italia tesseva trame che molto avevano a che fare con la guasta finanza cattolica e ben poco con la finanza internazionale. D' Alema intrecciò con lui e con i suoi uomini una strategia finanziaria scambiando un pugno di avventurieri per la nuova classe capitalista che stava ammodernando il paese. –|

 

Nello stesso numero del supplemento, Marcello De Cecco, sostiene che il paese per qualche verso è già vittima dell’invasione dei capitali stranieri chiamati in causa né più né meno come al tempo nel quale i principi e i potentati italiani chiamavano gli eserciti d’oltralpe  per  combattere e dirimere le loro controversie a tutto scapito della crescita del paese. La tesi è che la vicenda Finmeccanica va verso la municipalizzazione delle imprese (Genova con l’Ansaldo e la Elsag Bailey). Si va contro una conglomerata per allearsi con altre conglomerate straniere in fatale posizione di sudditanza).

 

STORIA ECONOMICA D’ITALIA, DI VALERIO CASTRONUOVO

[il capitalismo delle grandi famiglie]

Tre tipi di conduzione familiare (SED/129). 

A) – Imprenditori che regolavano i rapporti di fabbrica secondo il vecchio rapporto agricolo fra proprietario e contadino (paternalismo, obbedienza silenziosa, sfruttamento anche brutale).

® Una concezione che va avanti tuttora accompagnata dal modo di intendere la solidarietà familiare, il patrimonio familiare visto "alla stregua di un bene collettivo indivisibile e inalienabile", la cui salvaguardia ha la precedenza su tutto (compresi gli illeciti). –|

B) – Tecnici e dirigenti stranieri (Svizzera, Germania, Francia – Abegg, Falck). Introducono nuovi processi tecnologici. Stabiliscono nuovi rapporti fra banca e industria.

C) – Imprenditori provenienti dalla grande borghesia rurale e dalla aristocrazia (Visconti di Modrone a Milano, Biscaretti di Ruffia e Borl di Sant’Albano in Piemonte – Giovanni Agnelli, figlio di un facoltoso possidente erede di una vasta tenuta e di una villa signorile a Villar Perosa). Investono nell’industria solo una piccola parte delle loro rendite.

 

[la cultura d’impresa]

L’a. divide anche i vari imprenditori fra quelli di «matrice risorgimentale» come i Florio, i Luzzatto, i Perrone che vedono l’industria "come una sorta di arsenale per le ambizioni politiche del nuovo stato unitario". Alcuni avevano abbracciato la causa imperialista di Crispi. Altri come gli Agnelli, i Donegani, i Pirelli, i Pesenti, i Conti, gli Olivetti, posseggono una vera e propria «cultura d’impresa». Infine i Rossi, i Crespi, i Marzotto fautori di una sorta di «solidarismo paternalistico» – villaggi operai, istituzioni assistenziali come di atti dovuti. Responsabilità tutoria verso i ceti più deboli.

 

[debolezza della borghesia come classe imprenditrice]

Una classe poco amante del rischio. Affatto manageriale. Tende a scaricare sulla collettività le sue perdite. Si impegna solo quando il guadagno è garantito. Tende a sfruttare il lavoro invece di investire nell’innovazione, nella ricerca e nella tecnologia.

L’Iri nasce per la deficienza imprenditoriale di questa borghesia che preferisce ricorrere alle banche piuttosto che al mercato finanziario. →

L’incapacità della borghesia di esercitare una funzione egemonica spinge le sinistre del dopo guerra (1945 e segg) a «puntellare» le istituzioni pericolanti /375/. Fu anche così che si finì col rinunciare alle regole necessarie per gestire correttamente il sistema. 

 

STORIA DELL’ITALIA MODERNA, DI G. CANDELORO

Poco dopo la nascita dello Stato nazionale, e già prima del 1860, si discuteva se l’Italia dovesse divenire o meno uno stato industriale. La politica economica di quegli anni fu diretta nell’ipotesi che il paese non dovesse industrializzarsi (SDIM, VI/70).

Solo nel 1870 nacque un movimento industrialista /70/.

 

[il protezionismo agrario] e lo sviluppo dell’emigrazione "agirono per molti anni in senso concomitante, poiché impedirono che la struttura latifondista del Mezzogiorno fosse travolta dalla crisi agraria e permisero alla borghesia terriera meridionale, ormai alleata con gli industriali protezionisti del Nord, di rafforzare il proprio potere politico locale e la propria influenza nel parlamento e nel governo" /214/.

 

[capitalismo italiano] – ... "la situazione dell’Italia era più vicina a quella dei paesi che l’avevano preceduta sulla via dello sviluppo industriale che non a quella degli odierni paesi sottosviluppati" /226/.

... "Le nuove banche costituirono uno degli elementi propulsori dello sviluppo industriale dell’Italia settentrionale".

“L’apporto di capitale tedesco, per quanto notevole, non fu poi molto grande, se si tiene conto del grado di accumulazione capitalistica ormai raggiunto dall’Italia." ... /446/.

 

LA  VERTIGINE  DEL  DEBITO, DI DINO PESOLE

[®]  Lo stato nazionale nasce con il debito pubblico (VDD/93). Il debito pubblico ha sempre drenato il risparmio spostandolo su posizioni di rendita e scoraggiando gli investimenti di rischio. Questa una delle caratteristiche della borghesia italiana. C’è da dire anzi che la borghesia produttiva stenta ad affermarsi in Ita­lia poiché da un lato viene sacrificata agli interessi della proprietà fondiaria /91/, mentre dall’altro la formazione del capitale viene ostacolata proprio dalla propensione a investire nel debito pubblico – ritenuto più sicuro e rimunerativo /95/.

A questo punto la storia del debito pubblico si intreccia con la storia dello stato e della borghesia italiana. Magnifiche previsioni governative smentite regolarmente dai fatti /97/, mentre lo sviluppo del paese viene frenato e compromesso da questo modo astuto e sostanzialmente truffaldino di gestire la finanza pubblica.

Una borghesia, dunque, ancora e sostanzialmente «agraria» che più che al profitto tira alla rendita.

Una classe politica formatasi a questa scuola. –|

 

Avvertenza - sulle origini dell'attuale struttura economica, sociale e culturale del paese, leggere le prime note di Capitalismo italiano (4).

 

 

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“Sul capitalismo italiano (1)” [CI1]

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