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Note di autocoscienza (2)

.. i grandi avvenimenti sono migliori di qualsiasi spettacolo o romanzo e la vita quotidiana induce alla ironia o all'umorismo molto più che alla tragedia. E la tragedia? Beh diciamolo, la tragedia non è marxista.

 

… la curiosità per i processi in atto imbrigliava l'azione. Se vuoi sapere come funziona devi stare a vedere. Se intervieni non lo saprai mai. Una concezione della vita pericolosa.

 

[ripresa dopo le vicende dell'Urss]

[da fpg mar, 3.04.1996] – Gli appunti su Marx sono interessanti e vanno approfonditi. Avevo dimenticato di averli scritti. Ma non l'analisi che avevo fatto allora. Solo che la andavo a rintracciare direttamente sul CAP dove non trovavo esattamente quello che cercavo perché scritto nei miei commenti dimenticati. Ancora una volta mi dico che devo rivedere la mia intera produzione intellettuale. Impadronirmene.

Al contrario la voglia di accrescere la comprensione dei fatti è più forte di quella di approfondirli. Così in concorrenza con il programma di rilettura c'è il programma di lettura e approfondimento di alcuni temi (l'Estetica di Hegel, il pensiero di Guicciardini, l'andamento economico e sociale della transizione in cui siamo calati).

Non so se la crisi della fine dell'Urss e della «rivoluzione italiana» siano superate. Forse in via di superamento. In questi giorni mi è chiaro il senso della rmt. E si precisa il senso della volontà umana. Una considerazione che riporta in campo Vygotskij e il lavoro di equivalenza con Hegel che avevo progettato (vai a @PP).

 

[da fpg 3/5.08.1996 + dom, 4.08] [la chiave] – Rifletto sui rapporti.  I miei. Sulla loro caratteristica. La ricerca della persona. Il contatto con l'individuo. Con quella parte che formerà, poi, l 'individualità. Il rifiuto del ruolo. Della struttura ideologica nella quale i ruoli sono racchiusi. Che li strutturano e con la quale si difendono. Il rapporto con le amiche è stato questo. A volte anche quando mi rivolgevo ai figli dei miei amici. Ero, come disse una di loro, quello che parla con i bambini. Averle/li sempre viste e considerate come individui. Mai come prodotti ideologici.  Mai come prodotti nei quali la falsa coscienza della Storia e degli uomini che la Storia hanno scritto le hanno imprigionate. Dalla fine dei Gentili. Rinchiudendole in schemi precostituiti. Prefabbricati. Isolate dai luoghi comuni che gli uomini hanno loro eretto intorno.

Quell'armamentario creato dalla falsa coscienza. Alimentato dalla storia accademica, dal sapere accademico, dalla scienza  con i quali gli uomini le percepiscono e le giudicano. È questa la chiave che racconta i miei rapporti con loro e i loro con me. Comprese quelle donne con le quali il contatto non si è stabilito. Il rapporto non si è acceso. Di solito perché a loro volta rivestivano un ruolo. Nel quale si erano calate e si identificavano. Arretrato o avanzato. Ma che le cingeva come cinge gli uomini nella maggior parte.

Una chiave adatta a comprendere perché con gli uomini il meccanismo non sia scattato. Mai da parte mia. Il rapporto non si sia instaurato. Soprattutto da parte mia. A volte da parte loro. O perché a certe riunioni (come il sindacato dei giornalisti) stentavo perfino a capire cose si dicesse. Di cosa si parlasse. Quale fosse l'oggetto della discussione. E anche perché non ho mai legato con donne di ruolo (Mf il ruolo lo ha acquisito molto tempo dopo il matrimonio). Fosse un ruolo rappresentativo o il ruolo corrente della bella donna. Insomma donne immerse nella falsa coscienza.

La chiave è questo rifiuto dei ruoli. Così radicato. Dei miei stessi ruoli e dei ruoli degli altri. Un rifiuto del pensiero e del linguaggio comune. Della falsa coscienza. Dalla quale prende le mosse insieme al pensiero comune, il pensiero accademico, filosofico e scientifico. Una chiave che può rendere conto anche di larga parte della vicenda professionale. Dai tempi di Savarino, di Pannunzio, di Benedetti. L'immaturità di cui Baldacci mi accusò. L'indifferenza per il denaro, per la carriera, per i ruoli della professione. Per certe discussioni. Fuori e dentro la Sinistra. L'esperienza della televisione, di Sapere, dell'Eni. Il continuo ritrarmi. Eccetera.

Riflessione la più adatta per una risposta a quelle domande che dalla caduta dell'Urss si sono poste all'autocoscienza.

[5.08] Commento nelle note di politica italiana come l'assenza delle condizioni interne ed esterne abbia posto il paese di fronte all'impotenza della Storia. In realtà l'impotenza della storia non esiste. L'impotenza è nostra. Ma nemmeno nostra. L'impotenza è data dalla distanza del progetto ideologico dal processo reale.

E a proposito della «chiave» di lettura scoperta ieri, il «mio» progetto ha marcato la distanza fra le condizioni interne (come rifiuto del ruolo) e le condizioni esterne (econo­mico – sociali – culturali) nelle quali sono venuto a trovarmi.

 

[superamento della crisi]

Posta così, la rmt dilegua. Non una nevrosi, né un caso. Bensì il risultato della differenza fra il «sentito» soggettivo e le condizioni reali. Certo questa «diffe­renza» dà luogo a una distanza fra soggetto e realtà/oggetto. Distanza che può assumere la forma di una nevrosi.

 

[ritorno all'autocoscienza]

– Tempo della crisi circa sette anni (dic '89 – ago '96/feb '97) –

 

[1997 febbraio] – Così la rmt - una [R che mi ha impegnato per trenta anni - diventa un abbaglio. La vera patologia è consistita nell'averla presupposta. Nell'incapacità di individuarne l'inconsistenza.

Il malessere è oggettivo. Si chiama malessere del mondo (una maniera letteraria per indicare l'alienazione generalizzata dei mdp). Questo malessere non l'ho avvertito subito. Ecco semmai ciò su cui riflettere. Quando - finalmente - l'ho avvertito, invece di congratularmi, mi sono preoccupato. Una imbecillità vera e propria? Certamente.

Tuttavia il desiderio, la nostalgia del buon umore - quella certa gioia di vivere - che ha accompagnato la mia vita fino al 1990, permane. Avverto la mancanza come una perdita.

Recuperarlo. Come? Infischiandosene del malessere generale? Chiudendosi ancora di più nel proprio egotismo? Lasciandosi vivere?

In realtà, al momento, il conflitto fra la produzione intellettuale e il resto, si manifesta solo sotto la forma dell'organizzazione dell'impiego del tempo. Mostra una «golosità» del carattere. Apprendere, scrivere, osservare, capire, amare.

È la golosità del vivere che ostacola la gioia di vivere.

È la prepotenza del vivere a creare quei malumori, quelle irritazioni provocate dalla vita planetaria (i grandi avvenimenti) e dalla vita quotidiana.

Prepotenza. Poiché i grandi avvenimenti sono migliori di qualsiasi spettacolo o romanzo e la vita quotidiana induce alla ironia o all'umorismo molto più che alla tragedia.

E la tragedia? Beh diciamolo, la tragedia non è marxista.

 

In realtà ci sono voluti altri sei mesi (agosto 1996 – febbraio 1997) perché prendessi coscienza della fine della crisi. Non l'ho capito subito. Infatti i titoli, i corsivi, le sottolineature e i bordi a margine (qui eliminati) sono del settembre del '97, quando ho riletto gli appunti sul processo di produzione dell'autocoscienza.

 

[da fpg agosto 1997] – Continuano le riflessioni sul passato illuminate da improvvisi lampi di coscienza. La rinuncia quale strumento primo del vivere? Un'ipotesi fastidiosa. Ma le ultime analisi ne fanno solo un residuo e il sintomo della difficoltà di assimilare/adeguare il sentito alla riflessione.

 

[da fpg 15 settembre 1997] – ... sono stato troppo condiscendente con me stesso, con gli altri e nella professione. Condiscendenza che ha preso spesso la forma di una snobistica indifferenza soprattutto dei propri interessi economici e professionali. Spesso anche di una eccessiva con­siderazione delle ragioni altrui. Una curiosità per i processi in atto che imbrigliava l'azione. Se vuoi sapere come funziona devi stare a vedere. Se intervieni non lo saprai mai. Una concezione della vita pericolosa.

 

[sintesi neg-neg = autocoscienza 1 - crisi - autocoscienza 2]

[da fpg 97- luglio/dicembre +19 nov. 09] – Ieri e oggi metto a punto gli appunti sull'autocoscienza.

Verso il 1988 l'autocritica si carica insensibilmente di emotività. C'è un ripiegamento, lento ma costante su me stesso. Un processo che allontana l'autocritica dall'autocoscienza. Tuttavia il processo dell'autocoscienza - pur con una perdita di coscienza - continua e si approfondisce. Il distacco dell'autocritica dall'autocoscienza può essere visto come l'inizio di un processo neg-neg e una più corretta separazione della autocritica dalla autocoscienza così che alla fine del percorso - con il ricongiungimento dell'autocritica all'autocoscienza - il livello di coscienza raggiunto sarà più alto.

In questi anni - che vanno dal 1988 al 1997- la determinazione si separa dalla condizione emotiva. Fino a quel momento la determinazione, la volontà, per qualche verso dominano e influenzano il processo autocritico. Lo separano dalla sua base emotiva. Il recupero di questa base allontana il corso dello sviluppo autocosciente dalla determinazione e da quanto all'interno della determinazione sopravvive del S-io.

Le tappe di questo tragitto sono state grossolanamente individuate nel 1988, l'autocritica si distacca dall'autocoscienza (con le caratteristiche descritte sopra). Nel 1989 appaiono i primi sintomi di crisi. Nel 1991 la crisi prende corpo. Dall'ottobre del 1991 all’aprile del 1992 la crisi si sviluppa. In altre parole sono gli anni della crisi. Rallenta ma si approfondisce con una serie di andirivieni fra il maggio 1992 e il novembre 1994.

All'interno di questi anni la caduta dell'Urss e l'abbandono dei progetti intellettuali.

Nel febbraio 1995 appaiono i segni della soluzione della crisi. Dopo un anno e mezzo circa (agosto 1996) la crisi viene risolta con l'analisi finale della rmt. Prendo coscienza della fine della crisi solo nel febbraio del 1997. Con questa presa di coscienza c'è un ritorno all'autocoscienza. Autocoscienza che ha ora in sé la base emotiva legandola alla struttura della determinazione (volontà e necessità). Una fusione più o meno parziale dell'emotività con la ragione. La ragione entra nell'emotività e la fa sua.

La forma presa è il passaggio dalla razionalità (razionalizzazione) dell'autocoscienza alla ragione dell'autocoscienza.

 

[da fpg 97- luglio/dicembre + 20 nov. 09]  – ... Ho anche riletto alcune ndc dalle quali risulta più chiaro il cammino degli anni della crisi. Lo sfaldamento progressivo dell'emotività o, comunque, la trasformazione della sua sostanza. Con l'emotività si indebolisce anche la spinta sessuale. Eccetera. Gli avvenimenti esterni (come la caduta dell'Urss) che pure hanno avuto un peso rilevante appaiono sfocati nell'autocritica. Proprio perché non ho nulla da criticarmi in quel campo. La crisi ideologica oggettiva incide sulla pratica intellettuale della mia vita, ne spezza il progetto, ma non si trasforma in una crisi ideologica soggettiva. Fa parte della esperienza del ma.dial la presa di coscienza degli avvenimenti storici e del flusso reale della storia. Ne c'era posto per una delusione. L'Urss non è stata un'illusione. È stato un grande esperimento nel corso dello sviluppo umano. Ciò che interessa capire è come sia fallito, cosa ne resta e come il mcp abbia prevalso e quale sia la sua funzione all'interno del processo della riproduzione allargata dell'umanità nel suo insieme. Per grandi linee queste risposte me le sono date.

Rimane forse da esplorare meglio il percorso soggettivo ed emotivo della crisi.

 

[da fpg 98] – Avverto una sorta di fine del pigmalionismo. Non ho più ragione di influire su alcuno. Ancora un distacco.

 

[da fpg 98 - gennaio] [morto] – Per dovere di cronaca devo parlare di questo mese vissuto con lo stato d'animo della morte o, ben più fastidioso, con l' allarme della malattia. Di come non mi sia fidato della Petrelli ("tutto bene"). Di come il processo abbia preso il via dai racconti di Mc. Soprattutto  l'improvviso cancro alla prostata del padre di una sua cameriera accompagnato dalla mia trascuratezza per un controllo alla prostata suggerito anni addietro dall'Ordine, il grave stato di un altro padre per via dei diverticoli, il ricordo del blocco digestivo di Tecce. Ma più ancora la consapevolezza dell'età e del deterioramento fisico che seguirà e col quale avrò a che fare prima o poi anch'io. Il fastidio di questa consapevolezza, delle conseguenze pratiche di un malanno. Mc e il suo lavoro. Si può  fare assegnamento su Pat? Il vivere quotidiano sconvolto. Quindi la malattia soprattutto molto più della morte.

Ma della morte di nuovo Mc, alla quale la mia assenza creerebbe un vero disagio. La sua vita in un certo senso sovvertita. E Fs alla quale verrebbe a mancare un punto di riferimento quotidiano. Per Mc il problema sarebbe soprattutto affettivo mentre sul piano pratico è in grado di cavarsela meglio di quanto si sia portati a pensare. Ma le conseguenze più serie sarebbero per Fs la cui vita professionale e pratica dipende ancora largamente da nostro rapporto intellettuale.

Per me naturalmente nulla se non dal lato della morte come malattia. &c.

Sul piano dell'esistenza quotidiana la paura serpeggiava molto sotto pelle. Razionalmente ero piuttosto tranquillo. C'era tuttavia, quel «tuttavia» che magari solo con flash istantanei o brevi riflessioni continuava a punzecchiarmi. Accanto al fastidio ci sono stati momenti che catalogherei letterari. Che hanno dato a queste giornate, alle loro riflessioni, forse uno stato d'animo di scarso spessore ma diffuso, un sapore che dopo i risultati delle ecografie di ieri si è disperso. Con un minimo di rimpianto per questa dispersione. Poiché in un certo senso a dare senso alla vita è proprio la morte e il suo pensiero.

 

[da fpg 16.02.98] [la vita e la lotta] – Così ho riletto l'appunto sulle classi (vai a @CLAS). Sembra buono anche a me. Si precisa meglio il pensiero che la vita è lotta. Che la lotta è fra le caratteristiche principali della vita. Se non il motore del processo. Se il processo dialettico consiste nel continuo superamento, la lotta è la forma concreta presa dal modo di manifestarsi del processo.

Dove ho mancato? Ho mancato? Certo è che mi sono sottratto allo scontro sociale, allo scontro professionale, allo scontro  politico e teorico. Non mi sono impegnato. Non posso essere annoverato fra gli intellettuali impegnati. A un certo punto mi sono anche rifiutato di firmare appelli.  Per egotismo, inteso come difesa ostinata del benessere del sé.

 

Già scrivevo nell'83 (crn) – Una parte della giornata umana è lotta con il proprio corpo. Una parte lotta con il proprio modo di pensare e di sentire. Lotta per esistere (il corpo) e lotta per essere (sistema psicoemotivo). Una parte lotta contro gli altri nella loro qualità di individui (professione, studio, sesso, sentimento, altro). Una parte lotta contro la società. Una parte è lotta professionale. Eccetera.

Queste lotte messe insieme formano un calloso spessore di routine. Ma non sono routine. Pezzo dopo pezzo la giornata prende forma. La vita prende forma.

Questa vita, giorno dopo giorno, mi diverte viverla, anche pensarla. Non tanto scriverla. Mentre la penso, o la vivo, ho lampi di scrittura. Lampi che  si spengono. Di fronte al foglio bianco rimane solo il ricordo del lampo. La scena che illuminava è come abbagliata. Dietro il bagliore, ombre.

 

[novembre 1998] – Avanzo lentamente nella comprensione di alcuni problemi professionali di carattere generale. Cos'è la scrittura, per esempio, e le sue regole.

 

[da fpg 02.12.98]  [umore curioso] – Umore variabile e curioso. I programmi per vab (coperta letto, termosifone, tappetini, banca, eccetera) non mi entusiasmano. Il viaggio a Berlino neanche. I rp con Mf e Pt mi tendono. La loro banalità mi irrita. La R] si indirizza in lampi sul passato. Sono proprio Mf e Pt, la mia vicenda con loro, a fornire il metro di giudizio. La mia generosità è speculare alla mia ottusità. Non posso dire né di aver mancato di carattere, né di averne avuto troppo. Oppure, al contrario, tutti e due. Ne ho avuto troppo e ne ho mancato. Avverto al fondo un rifiuto del compromesso. La lotta la do solo se necessaria e quando decido la do con forza. La tendenza è tuttavia di evitarla e questo più per ottusa indolenza che per quieto vivere. Anzi il quieto vivere mi appartiene poco. Mi appartiene invece l'analisi dei rapporti di forza la cui valutazione indirizza le scelte. Vero però che cerco di evitare le noie giudicate superflue, le tensioni giudicate inutili, &c. La difficoltà - che mi appare generale - è di accettare la contraddizione fra genere e individuo e la conseguenza che vede progettualmente l'individuo sacrificato al genere. Qualche volta mi prende la fantasia di scrivere. Subito dopo mi chiedo perché. Questa vita - la mia - rarefatta mi irrita. Un certo deficit emotivo mi insospettisce. Eccetera. Perché rifiutarsi alla scena con i suoi strascichi di scontro, le sue euforie da vittoria, le sue sconfitte, i suoi compromessi? Il suo coinvolgimento?

 

[da fpg 99 - dom, 14 feb.] – Si fa strada la convinzione del mio cattivo rapporto con la lingua professionale. Se da un lato la centralità del mio modo di pensare mi ha permesso di stare alla larga  dalle influenze dell'ambiente e cogliere aspetti originali della realtà fosse essa culturale o concreta, dall'altro si è rivelata un'ottusità che ha fatto da schermo al sapere comune, al comune modo di considerare il mondo. Di conseguenza il mio rapporto con la professione si è presentato come discontinuo e assolutamente fuori dall'ordinario. Questo «fuori dall'ordinario» non va inteso solo in senso ottimale e positivo, ma anche nel suo aspetto più negativo. Quello di impedire la comprensione formale dell'ambiente. E mentre mi permetteva giudizi che andavano molto più del senso comune al cuore della realtà, mi impediva nel medesimo tempo di cogliere il lato più banale e corrente di quella stessa realtà. Ora il lato più banale e corrente di quella realtà possiede una sua vitalità specifica assolutamente necessaria alla sopravvivenza. Soprattutto alla sopravvivenza sociale.

Qui dovrebbe aprirsi una riflessione sul rapporto fra falsa coscienza e coscienza. Probabilmente la falsa coscienza ha un suo nucleo di coscienza o di verità-realtà. Che è la realtà della coscienza sociale stessa. La media della coscienza sociale o il massimo possibile di coscienza media sociale è l'equivalente di quello che intendo o si dovrebbe intendere per falsa coscienza. La realtà della coscienza sociale è formata da un intreccio dialettico permanente fra coscienza e falsa coscienza.

Ora la mia comprensione generale ha cominciato a migliorare dal momento in cui ho preso in considerazione l'esistenza del pensiero comune. E l'ho accettato come un campo da esplorare e comprendere. Anche se, mai l'ho accettato come regola di comportamento né mi sono mosso sulle necessità dettate da questa comprensione. Ho rinunciato. Il compromesso consisteva in un tacito accordo - dove è stato possibile - fra «loro» e me. Altrimenti, via!. È così che mi sono isolato, che non mi sono integrato mai con nessuna realtà sociale. Ho giocato le carte della provenienza di classe. Moderatamente. E nient'altro.

 

[da fpg 99- mer, 28 apr.] – Dieta e sessualità. Non sta andando. Potrebbero essere i sintomi di un malessere più vasto. La rmt è stata individuata e, in un certo senso, superata. In un certo senso perché pur superata è divenuta, nel tempo, una struttura del carattere e del sistema nervoso. Così il conflitto si è per qualche verso riacceso. Penso anche che questo conflitto sia al di sopra di me. In parte frutto dell'alienazione generale, in parte del conflitto/contraddizione fra l'individuo e il Genere, fra le strutture interiori dell'individuo e le strutture della società che gli appartengono ma che egli non riesce a vivere come proprie. Quel conflitto che tende all'individualità marxiana e dalla quale il Genere è attualmente lontano. Di molto. Di conseguenza ognuno ne vive uno. O proiettato verso l'interno o proiettato verso l'esterno. Comunque collegati. Intanto non c'è collegamento fra mdcp e intelligenza di vita. Si può avere una buona idv con un pessimo livello di mdcp. Solitamente le due si contraddicono. Il mdcp di una società media, con un livello medio di coscienza possibile, mette fuori gioco, aliena il mdcp. Non c'è soluzione.

C'è invece da prestare attenzione al risultato corroborante della sessualità. Come se l'orgasmo sessuale liberasse energie fino a quel momento compresse. È possibile che le tensioni creino ingorghi di vitalità repressa che si affranca producendo vigore fisico e intellettuale. Che dire? Quelli che chiamiamo vizi altro non sono che valvole di sfogo di individualità represse dalle strutture che si sono venute formando nella lotta condotta dall'uomo contro le oscurità, le insidie e le necessità della natura esterna e interna.

 

[da fpg 99 – lun, 3 maggio] – Il mese comincia così così. Leggermente ridotto il monitoraggio e alleggerito l'insieme. Tuttavia l'impianto rimane sostanzialmente in piedi. Il tono, devo dire, buono. La tendenza è di scorrere i giornali e leggere solo gli articoli di impostazione in realtà più ricchi di notizie e di cronache. La verità è che le giornate corrono. E sono piene. Certamente, in questi ultimi anni, l'impegno intellettuale quotidiano è cresciuto. E, probabilmente, è cresciuto anche il livello qualitativo delle riflessioni e della comprensione del mondo. Manca l'impegno di una produzione organica. Il lavoro a un progetto. Manca il piacere di trasmetterlo agli altri. Manca il senso della funzione che ogni soggetto/individuo ha di fronte al proprio oggetto che non può essere che quello del Genere.

 

[da fpg 7 feb. 2000]  [massimo di coscienza possibile e suoi livelli] – Momento di stanca generale. La politica è ferma e lo rimarrà fino alle regionali. Il paese, l'Italia alle prese con le questioni di sempre. Giustizia, garantismo, riforme, corporativismi, cattolicesimo, permissivismo, tolleranza, condiscendenza, &c. L'ossessione della nostra borghesia è resistere all'assedio della modernità.

L'Europa non è a sua volta messa così bene. Con borghesie dotate di migliore tenuta della nostra. È qualcosa, ma non è decisivo.

La nuova economia morde ovunque e la nuova economia è quella SU. Nonostante gli enormi buchi culturali, la rozzezza filosofica, un certo analfabetismo intellettuale il modello anglosassone fa aggio. È già accaduto con Roma. Se il contenuto logico della coscienza umana non raggiunge un consistente livello di espansione la sua incidenza sullo sviluppo è relativa. Il massimo di coscienza possibile è sì quello rappresentato dalle punte avanzate di questo massimo, ma perché divenga operativo e reale è necessario che il livello massimo venga raggiunto dal livello medio del massimo di coscienza possibile (sul tema vedi @MDCP).

Né va tralasciato il fatto che il mdcp deve trasformarsi in mdcpg (generale), un modo di rappresentare il massimo raggiunto dal mdcpm (medio). Così come il fatto che nel mdcp vadano ascritti non solo i traguardi raggiunti dalla logica, ma quelli raggiunti dalle scienze, siano scienze fisiche, biologiche o scienze sociali. E dalla tecnologia. La tecnologia nelle sue varie versioni. Come l'agricoltura, la ruota, la bardatura delle bestie da traino, la staffa, la stampa, eccetera. Poiché è il modo di produzione il traino dello sviluppo. E il mdp è fatto dal come si produce e il come è soprattutto tecnologia. Il pensiero e il suo sviluppo seguirà. E quando il pensiero anticipa, a nulla serve il suo anticipo se mancano le condizioni per il suo sviluppo. Vedi l'uso del vapore già conosciuto dai romani o le intuizioni di Leonardo, eccetera.

Così avverto il limite attuale della riflessione. Per quanto possa allargare la conoscenza, si tratta di un'accumulazione quantitativa, quindi semplice. È un momento in cui la realtà del processo e la sua velocità è più forte delle possibili riflessioni/intuizioni sul suo stesso andamento.

 

[da fpg 00 – lun, 27 marzo] – Ieri una ds con Mc sul romanzo. La stessa che avevo avuto, quindici, venti anni fa, con Marco Guarnaschelli dalla Civiletti fronte a F. Fabiani. Ne ero uscito male, contrariamente al solito. Con un commento arrogante di Fabiani. Ieri ho capito cos'era andato storto. Finalmente. Finalmente, perché il ricordo mi è tornato fastidiosamente più volte. L'episodio investe nella sostanza il mio modo di affrontare e di fare cultura. Quella mancanza di interesse nel collocare nello spazio e nel tempo il fenomeno in quanto del fenomeno mi interessa soltanto l'esistenza come concetto e la sua storia ma come storia del processo di cui il concetto fa parte.

 

[da fpg 00 – 28 marzo] – Ieri notte Fs con Bracco. Rifletto sui vuoti di memoria per i nomi, i luoghi, i personaggi del mio passato. Chi era il presidente dell'Eni al tempo della chiusura del Docest? Quali erano i parametri delle analisi economiche condotte dai ricercatori alla Miguel? Eccetera. Un po' lo stesso problema che si era presentato il giorno prima nella ds con Mc, disinteresse per la pratica della vita. Non rammento gli anni, poco i nomi, poco gli episodi. La mia vicenda è solo intellettuale. La vicenda del mero processo intellettuale, della crescita della coscienza. È la pura storia della coscienza, la mia, vista come processo. Il resto non esiste. Se non quegli episodi legati alla crescita della coscienza.

 

[da fpg 00 – sab, 20 maggio] [cultura e isolamento] – Più cultura, più isolamento. Gli interlocutori si rarefanno. Aumenta la comprensione, a sua volta ambivalente. Il livello di coscienza da un lato penetrando nella realtà, lega alla realtà. Lega alla realtà ma separa dalla società espressa da un basso livello di coscienza media possibile. Specie in un periodo storico nel quale il mondo ha preso una direzione precisa. Allargamento quantitativo della base e riflusso qualitativo. Diffusione del sentimento individuale, trasformazione dello stato e dei suoi compiti, sviluppo della tecnologia e abbattimento delle frontiere commerciali (globalizzazione), l'ambiguo problema delle etnie, resistenza della tradizione di fronte al nuovo che la sbriciola, e altro. Il pensiero postmoderno si attesta su una linea positivista (portata avanti dalle conquiste scientifiche e tecnologiche) e una linea eclettica nella quale ragione e istinto si intrecciano in un processo dialettico che nessuno riconosce e accetta. La ragione entra nell'altro da sé, l'istinto, l'emotività e nell'entrarvi l'altro, l'emotivo, appare dominante e prende la forma come tale. Nella realtà nascosta e invisibile del processo è la ragione che lo permea, lo riconosce, lo studia, eccetera. Se non un accrescimento di coscienza, un accrescimento di consapevolezza. In un primo tempo la consapevolezza alimenta in parte la falsa coscienza, in parte prepara il salto di qualità della coscienza media. Tuttavia la realtà sociale e culturale prende la forma della sua apparenza ed è quell'apparenza che traspare nell'ideologia e nella falsa coscienza generali con cui abbiamo a che fare.

Nello stesso tempo la globalizzazione sposta lo scontro di classe sul piano internazionale. Ancora una volta lo sviluppo si fa a spese di qualcuno e a favore di qualcun altro.

segueNote di autocoscienza (3)

 

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