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Del ruolo

(► della personalità)

 

§* I ruoli forme dei rapporti di produzione.

§* Il fatto che il ruolo abbia per base l’individuo concreto e il fatto che la caratteristica, la forma dell’individuo sia la singolarità, rende singolo e individuale anche il ruolo. Tuttavia nella misura in cui il ruolo controlla l’individuo e ne assume l’aspetto sono le caratteristiche del ruolo, combinate con quelle della base individuale (singola, psicologica e biologica) a dare la propria impronta all’individuo sociale.

§* E ognuno ricopre il ruolo che gli è proprio oggettivamente come necessità e soggettivamente come libertà. Oggettivamente ogni individuo non può essere che quello che è, ma soggettivamente deve lottare per essere quello che è.  I due termini non si elidono, si completano, in una contraddi­zione che produce la storia individuale all’interno della storia del periodo in cui l’individuo vive (da @MR).

 

[l’individuo]

Sull’affermazione "lui, lei è fatta così".  Nessuno è «fatto così».  Ognuno è fatto così all’interno dell’insieme delle condizioni interne ed esterne.  Il problema è se queste condizioni possono cambiare o essere cambiate.  È questo il materiale dell’analisi.  L’individuo è un risultato delle condizioni e quale «unicità presupposta» non esiste, come la VI tesi indica.  L’individuo è un a-posteriori non un a-priori.  L’unica unicità che lo caratterizza è l’oggettività del processo – cioè delle condizioni esterne e interne che, caratterizzandolo, formano la sua biografia.  Questa sì unica e irripetibile nel suo insieme.  Quando la struttura oggettiva si pone come un soggetto. 

L’oggettività è un assoluto nel momento della necessità del soggetto, non nel momento della sua concretezza.  Appena interviene il possibile, l’assoluto del soggetto dilegua e la sua soggettività non è più individuabile.  L’individuo è tutto ciò che è stato fino a quel momento.  Il futuro non gli appartiene.  Solo passato e presente permettono di individuarlo come soggetto.  Al contrario, solo al futuro sarà riservata la possibilità di individuarlo quale oggetto storico, funzione e a sua volta condizione storica.  Spesso solo dopo molti secoli (vedi @UOM).

 

[ruolo & individuo]

Sève (“Marxismo e teoria della personalità” - §MTP) sostiene: la personalità vivente è dominata dal proprio valore di scambio.  Dove si struttura questo valore di scambio dell’individuo? Risponde: la personalità è strutturata come uno scambio.  È un complesso sistema di scambi.

® Quando si oppone il ruolo che un individuo ricopre nella società all’individuo concreto, si oppone in realtà il suo valore di scambio al suo valore d’uso.  Ruolo = valore di scambio; individuo concreto = valore d’uso.  Il valore d’uso di un uomo è tutto ciò che egli poteva, potrebbe e potrà essere per una riproduzione allargata delle proprie capacità, della propria personalità, del proprio essere.  È l’uso diretto di sé per sé e per gli altri in quel sistema complesso che fa della società degli uomini il risultato complessivo e allargato di tutte le loro attività.

Il valore di scambio si oppone al valore d’uso.  Il ruolo all’individuo concreto.  Storicamente il ruolo nega l’individuo concreto e lo sopprime.  Lo sopprime in nome dei rapporti sociali di dipendenza.  Di cui il ruolo si fa portatore, paladino, riproduttore e sui quali (e in difesa dei quali) si struttura.  La propria realizzazione di ruolo viene scambiata e spacciata come realizzazione personale, della propria persona.  In realtà il ruolo vive una sua vita concreta, tesa alla propria realizzazione e riproduzione all’interno di un mercato delle individualità che si estende sempre di più nella misura in cui tutta l’umanità entra in contatto e si scambia attraverso l’allargamento del mercato internazionale delle merci.  Merce essa stessa.

Il ruolo nega la personalità concreta ma vive una propria vita concreta. Giustificata dalle strutture del mercato internazionale che divengono la sua necessità.  E come necessità assoluta (individuale, assolutamente individuale) esso si realizza e si riproduce.  Contro la personalità concreta, ma anche in sua difesa.  Si camuffa continuamente da questa, si presenta come questa e pretende di parlare e parla in nome di questa.

Dire che il valore di scambio si oppone al valore d’uso, che il ruolo si oppone all’individuo concreto, significa anche dire che l’individuo concreto si oppone al ruolo.  Il ruolo si oppone all’individuo concreto poiché trova una resistenza.  Senza questa resistenza non ci sarebbe opposizione.  Ci sarebbe distruzione, sostituzione.  La soppressione in realtà è oppressione.  Continuata, reiterata, costante che porta di fatto alla soppressione, ma che soppressione totale non è.  Né può essere. 

Se l’individuo concreto fosse soppresso nel senso di distrutto, non esisterebbe più.  E con lui andrebbe distrutto anche il ruolo.  Il fatto è che l’individuo concreto nella sua qualità di valore d’uso rimane alla base del ruolo nella sua qualità di valore di scambio.  Né più né meno di quanto avviene nelle merci.  D’altra parte le stesse regole del mercato delle merci valgono per il mercato delle individualità ridotte a merce.

Questa contraddizione permanente all’interno dell’individuo sociale porta a quel contrasto fondamentale fra vita personale e vita sociale, fra vita sociale e lavoro.  Si cerca continuamente di recuperare la propria vita personale.  Attraverso il tempo libero (filosofia alienata del tempo libero, vacanze, svago, eccetera – vai a @INDIV3), attraverso la vita sociale (ricerca di una vita sociale «più vera») e attraverso il lavoro (partecipazione ai processi produttivi).  Solo che è il mercato a recuperare continuamente, attraverso il ruolo, i tre aspetti.  La vita personale si trasforma continuamente in un proseguimento del ruolo sociale e la vita sociale in borsa valori del valore dei ruoli.  Il lavoro, attraverso la divisione delle mansioni, è la struttura che produce i ruoli. Anche l’infanzia viene organizzata in vista della mansione nel lavoro, del ruolo nella classe e nel ruolo della classe.  Non c’è educazione, rapporto familiare, rapporto affettivo, pensiero che sfugga.

In questo senso ha ragione Sève quando scrive che la personalità dell’adulto non è generata da quella del bambino, ma dal mondo dei rapporti sociali.  Va aggiunto che il mondo dei rapporti sociali genera la personalità del bambino.  Influisce sull’adulto due volte: come passato infantile non sempre sorpassato e come presente adulto.

Ogni individuo è tale perché unico, unico perché singolo.  La singolarità individuale è un fatto generale.  Tutti sono singoli.  La contraddizione fra singolarità dell’individuo e generalità della singolarità favorisce la mistificazione che il ruolo opera sull’individuo concreto riducendolo continuamente a sé (ma il fatto che lo riduce continuamente a sé significa che non lo riduce mai a sé del tutto).  Il fatto che il ruolo abbia per base l’individuo concreto e il fatto che la caratteristica, la forma dell’individuo sia la singolarità, rende singolo e individuale anche il ruolo.

Da dove proviene la singolarità dell’individuo?  Dalla sua base biologica. Dice Sève. La base è biologica.  Biologica in quanto al contenuto è socializzata nella forma.  Di questo contenuto biologico è fatto lo psichismo e la forma psicologica.  L’individuo è biologicamente singolo e unico.  È a partire dagli individui che quella forma psicologica si proietta nella società.  È a partire dall’individuo concreto che forma psicologica e contenuto psichico si proiettano nel ruolo.  Rimane la sua base come lo è l’individuo concreto.  È l’individuo concreto che caratterizza la singolarità del ruolo e fa di ogni ruolo un ruolo individuale.  Tuttavia nella misura in cui il ruolo controlla l’individuo e ne assume l’aspetto sono le caratteristiche del ruolo, combinate con quelle della base individuale (singola, psicologica e biologica) a dare la propria impronta all’individuo sociale (risultato della contraddizione fra ruolo e individuo concreto).  Ma il ruolo riproduce in sé le strutture del mercato internazionale e della società internazionale.  In questo senso è la società che produce le forme concrete dello psichismo umano. 

Ora non si tratta più del modo di essere di un singolo individuo, ma del modo di essere e di riprodursi di una determinata formazione sociale.  La singolarità dell’individuo ha trasformato a questo punto la propria struttura da biologica in quanto al contenuto e sociale in quanto alla forma in sociale in quanto al contenuto e biologica in quanto alla forma.  Così se è a partire dall’individualità che la forma psicologica si proietta nella società, è a partire dalla società che essa si struttura nell’individualità.

Il rapporto fra società e individuo è divenuto complesso e inestricabile. In una società sviluppata le singole azioni non percorrono un tragitto semplicemente individuale, ma un tratto del loro percorso passa per circuiti estremamente lontani (MTP/244).  Il tasso di un salario di un operaio passa attraverso l’analisi della concorrenza capitalistica internazionale. Al tempo dell'esperimento sovietico attraverso i rapporti fra mondo capitalista e mondo socialista.

Non è possibile capire in altre parole un uomo moderno se non si è in condizioni di fare un’analisi del periodo in cui è calato.  "Il volume dei cosiddetti bisogni necessari, come pure il modo di soddisfarli, è anch’esso un prodotto della storia" (CAP 1°/204).  Il "riflesso religioso del mondo reale", dice ancora Marx (CAP 1°/111) "può scomparire soltanto quando i rapporti della vita pratica quotidiana presentano agli uomini giorno dopo giorno relazioni chiaramente razionali fra di loro e fra loro e la natura". 

Non possiamo non constatare che la religione esiste ancora nel mondo, con una sua presa e una sua reale esistenza.  Che il mito, i simboli, il culto, la fede eccetera sono la conseguenza di questa oscurità, di questa complessità che rimane oscura.

È in un quadro come questo che il supporto biologico determina certe condizioni nelle quali la personalità si produce come formazione storico sociale (vai a @PERS-SOC).  Con una serie di fenomeni e diversità degli individui che non hanno alcun riferimento evidente alle forme sociali d’individualità. Da qui il fatto che ciò che a volte ha maggior importanza dal punto di vista della formazione sociale è del tutto secondario dal punto di vista della personalità psicologica (MTP/282).  La personalità concreta, dice Sève, viene a prendere la sua forma in certe realtà sociali che non hanno la sua forma.

È questo che permette al ruolo il suo massimo camuffamento.  La confusione fra individuo e società, fra individuo concreto e individuo sociale, fra ruolo e individuo concreto.  Fra valore d’uso e valore di scambio.  Ma accentua anche la contraddizione dell’individuo sociale.  Rompe l’equilibrio fra ruolo e società, fra lavoro e ruolo, fra lavoro e società.  I bisogni dell’individuo concreto riaffiorano in contraddizione con i bisogni dell’individuo sociale, dominato dal ruolo – e reclamano un nuovo individuo sociale.

A questo punto il discorso muta di segno.  Partito dall’analisi della psicologia dell’individuo e dal suo rapporto con la società, torna all’analisi della società per comprendere l’individuo (vai a @PS).

Se sono gli individui a cambiare la realtà a loro volta essi mutano cambiandola.  E possono fare ciò attraverso la società.  Un nuovo individuo sociale può nascere solo da questa pratica ma questa pratica va di pari passo con lo sviluppo delle forze produttive. Ne dipende e le sollecita.

Si apre un nuovo discorso. –| (sul tema ruolo-individuo vedi anche @INDIV2 e @INDIV3) (da nda 20 gennaio 1975).

 

[ruolo e emotività]

Possono i ruoli essere sorgenti di affetto, di emotività?  Si ama qualcuno esclusivamente in quanto madre, figlio, nonno, zio, cugino, parente, amico fedele, eccetera?  Nello stesso modo come si ama la patria, la bandiera, la «propria gente», la «propria terra», eccetera?  Storicamente il ruolo del cittadino (cives) e quello familiare si sono sostenuti reciprocamente.

Nel medesimo tempo ragioniamo per schemi mentali. Schemi che ripetono la struttura dei ruoli familiari o etnici.  I luoghi comuni, le nozioni, l’ovvio, le formule logiche rappresentano la reale base del pensiero individuale e collettivo. La falsa coscienza (vedi @FCSCZ).

I sentimenti di odio, rancore, invidia, rivalsa, vendetta, eccetera hanno la loro base nel biologico ma la loro sorgente nel ruolo. È difficile odiare un individuo per la sua individualità concreta. Lo si avversa sempre per il ruolo che riveste, o che si vorrebbe che rivestisse e le azioni e le situazioni che da quel ruolo o da quel mancato ruolo scaturiscono. Poi ogni individuo scarica nel ruolo il proprio malessere o il proprio benessere. E si serve del ruolo per pareggiare i propri conti con il mondo.

Né vanno trascurati i sentimenti di odio per il nemico, il gruppo avversario, il clan, l’altro da sé costituito come potenza socialmente organizzata e avversa..

In altre parole gli uomini non amano né odiano né pensano. Provano emozioni che esprimono in parole oltre che in comportamenti.  È come se, all’interno di ogni singolo individuo, esistessero due strutture.  (Così come esistono due strutture all’interno di una merce).  Una emotiva, l’altra che ha per fondamento la ragione. Queste strutture riflettono il rapporto dell’individuo con il mondo esterno. Mondo esterno e individuo così storicamente determinati quali essi sono. Dall’epoca storica rappresentata (1982 e. v.), dalla collocazione geografica, sociale, culturale vissuta (Italia, media borghesia romana, famiglia acculturata o politicizzata), dai rapporti di produzione esistenti, dalla collocazione individuale e familiare in quei rapporti di produzione, eccetera.

L’emotività e la razionalità sono alienate nel ruolo e nell’ideologia.  Ruolo e ideologia forgiate nella falsa coscienza. Non rapporti fra persone, ma fra ruoli.  Non scambio di ragionamenti, ma scontro di ovvietà ideologiche riflettenti il sapere dell’epoca, quanto di questo sapere è stato trasformato in ideologia e in sentimenti dal gruppo sociale al quale si appartiene (da cronaca 1982, 2 giugno).

 

[ruolo, affettività, amore]

Esiste un rapporto difficile uomo - uomo.  La difficoltà tende a manifestarsi nei rapporti personali.  Tende a camuffarsi nei rapporti professionali e sociali.

Professionalmente non si incontrano due persone, ma due ruoli.  A livello professionale e sociale a dominare sono i ruoli.  I rapporti seguono le leggi della convenienza professionale e sociale. Che non sempre correttamente tendiamo a liquidare come opportunismo.  Il linguaggio è controllato anche nello scontro. 

Ora accade che una larga percentuale di persone prolunghi il ruolo nella vita privata.  Usino cioè nella vita privata i medesimi comportamenti, gli stessi schemi e lo stesso linguaggio della vita professionale.  Il personaggio del ruolo si fonde con la persona che diviene un personaggio tout court. Stabilire con questo personaggio un rapporto come persona è impossibile.  La persona si è persa.  Il personaggio gioca il suo ruolo in famiglia, con i figli, con gli amici, nei rapporti sentimentali.  Magari in modo diverso da quello professionale, ma con lo stesso criterio e in funzione di quello.  Se si vuole un rapporto, dunque, è necessario ignorare la persona e stabilirne uno col personaggio. Il rapporto è finto, d’accordo.  Ma è l’unico possibile.  E, in realtà, è l’unico reale (sul tema dei rapporti vedi @RAP).

Nei rapporti affettivi può andare diversamente.  Ma solo se si stabilisce un legame in cui l’amore (quel complesso sentimento che chiamiamo amore) gioca il suo vero ruolo.  Attraverso l’amore è possibile forzare il personaggio, distruggere il ruolo e raggiungere la persona concreta.  Oggettivamente, un lavoro da cani.  L’amore tuttavia è necessario solo per e con un lavoro di fondo.  La donna è meno strutturata professionalmente di un uomo.  La sua persona è raggiungibile più facilmente.  O meglio, è meno difesa.  Questo la rende più duttile dell’uomo.  Giocato dalla divisione del lavoro e dei ruoli.

Non tutti gli uomini e non tutte le donne rientrano in questo quadro.  Fra le donne le resistenze aumentano quando il loro ruolo sociale è ben definito e quando ne dipendono.  Se dipendono dal marito, dal padre o che, già la difesa è minore.  Nel ruolo sociale gioca profondamente la bellezza.  Che, naturalmente, diventa un vero lavoro.  L’affettività rimane il punto debole.  Cioè il punto forte.  Fra gli uomini le resistenze diminuiscono quando il ruolo professionale è meno definito o quando l’individuo è potenzialmente un disadattato.  La provenienza di classe è fondamentale.  I borghesi sono i più costruiti.  I piccolo borghesi i più insicuri.  I contadini i più resistenti.  Gli operai i più disponibili. Gli intellettuali i meno affidabili (da nda 20 dicembre 1974) (sul tema ruolo-persona vedi anche in Note quotidiane: ruolo-persona).
 

[uomini – donne]

Ripeto. La differenza fra gli uomini e le donne è che negli uomini, la struttura di pensiero ed emotiva, contiene, attraverso l'esercizio del ruolo, la componente dell'universalità. Componente debole nelle donne. E quando si verifica attraverso il loro ruolo prende la forma della sottomissione. O della ribellione (da fpg 7.03.98).

 

[ruolo, funzione, felicità]

La felicità non è rintracciabile tutta nel livello sociale o professionale raggiunto, quanto nella funzione svolta dall'individuo all'interno della specie e dalla coscienza che egli ha di questa funzione. Dalla possibilità di incidervi. Di unire (nella misura del possibile) il soggetto all'oggetto. Cioè la coscienza della propria esistenza all'esistenza stessa.

Ora. Come escludere la sofferenza dell'individuo dal processo della vita? Sia la propria sia quella collettiva? Ora Mf una funzione l'ha svolta, la svolge. La sua felicità è nel grado di coscienza ch'essa ha della sua funzione. E la sua infelicità nel grado d'ignoranza di questa funzione. Infelice è l'individuo slegato dalla specie. E la «felicità» al di sotto di questa coscienza, o al di sotto della propria stessa funzione, non è umana. È puramente animale. La felicità di un «pechinese», viziato dalla padrona, nutrito di bonbon e cuscini imbottiti. Quale uomo sceglierebbe questa felicità? (da ndc 4.582).

[rfl del 9.89] – Siamo allevati con concetti assoluti. La felicità è uno di questi. La felicità non esiste non perché questo mondo è così schifoso che non c'è posto per la felicità, ma perché è un concetto della falsa coscienza, derivato dallo scontro sociale e dalla lotta di classe, come lo sono tutti i concetti assoluti (cfr Bachofen MAT).

 

[ruolo - riproduzione sociale - istinto di sopravvivenza sociale]

Una delle funzioni assunte individualmente dal ruolo è di preservare, prolungare, riprodurre le strutture sociali esistenti. Il genere maschile esercita la funzione soprattutto applicando la violenza delle leggi e della forza armata (nella lotta di classe la polizia o l'esercito con funzioni di polizia).  Il genere femminile difendendo il costume, la tradizione familiare, la tradizione religiosa, e trasmettendola alla prole. Questa difesa prende solitamente la forma della sopraffazione con l’obiettivo di imporre la propria ideologia, propagandandola, escludendo socialmente chi non la applica, fino a pretenderne  l'esecuzione.

Hegel nella FENN sostiene che uno dei fini dell'individuo è di trasmettere il proprio sapere e lottare per conservare le condizioni che ne permettono l’esistenza. Una sorte di istinto di sopravvivenza che dal biologico si prolunga nel sociale. E può identificarsi con il concetto della «solita merda» di Marx.

L’insufficiente sviluppo delle forze di produzione rafforza l’istinto della sopravvivenza sociale. E caratterizza la lotta di classe.

Ora intorno alla questione della cultura, e agli scontri economico sociali  che ne costellano il processo c'è tutto un bla-bla  filosofico e sociologico che rimane tale poiché non riuscendo ad andare alla radice dei processi analizzati si traduce in pura speculazione delle forme prese da quei processi.

Penso che Hegel e Marx colgano il processo nella sua concretezza né più né meno come lo coglie Darwin con la selezione naturale, o Jacob con la sua Logica del vivente, e così via. Il massimo di coscienza possibile potrà essere raggiunto nel senso che potrà essere analizzato individuando i momenti di crescita della coscienza e tenendo conto solo di quelli poiché solo quelli contano.

Ne va dimenticato che il pensiero di riferimento marxiano è tratto dal pensiero comune. D'altra parte Marx non ha pensato né scritto una fenomenologia dialettico materialista.

Torniamo al ruolo delle donne.  Osservo il comportamento di alcune amiche.  Claud, Mf, Pt, Fs. Cosa le spinge a riprodurre la loro funzione sociale? Risposta. Un istinto brutale di sopravvivenza.  Tenendo conto che la sopravvivenza sociale si traduce immediatamente in sopraffazione con l'obiettivo di vivere secondo la propria ideologia e obbligare altri a farlo. Comportamento che ci aiuta a capire come l'origine della prepotenza sia la sopravvivenza. Qui il biologico diventa sociale (Sève) ma nel corso della trasformazione continua a mantenere la struttura biologica della sopravvivenza.

La sopravvivenza sociale e individuale è quella legge biologica che ci permette di decifrare il processo nella sua concretezza e che ignorata ce lo nasconde.

 

[ruolo e piccola borghesia]

Dopo il pensiero comune (vai a @PC), il comportamento piccolo borghese. Prima caratteristica – riflette direttamente il grado d'entropia e di alienazione del modo di produzione. Seconda caratteristica – prevalere dell'immagine e dell'atteggiarsi sull'oggettività del ruolo/funzione. La frattura fra immagine e oggettività (come dire fra soggetto e oggetto) si fa via via più profonda. Pur rimanendo uno scostamento asintotico.  L’oggettività dei ruoli (già di per sé forme dei rapporti di produzione) si organizza in nuove forme dove l'atteggiamento prevale sulla funzione fino ad assumere immagini caricaturali dei ruoli ricoperti. Il ruolo ora oltre che esercitato, viene recitato. La sua esistenza concreta non è più sufficiente a dargli una evidenza. Perché raggiunga l'evidenza deve essere sottolineato gridato enfatizzato con atteggiamenti di superiorità sprezzanti arroganti sufficienti. Naturalmente questi da soli non sono sostitutivi delle funzioni e alla lunga portano a dei fallimenti poiché la sostanza in ultima analisi si mostra necessaria. Ma a sua volta la sostanza pur necessaria non è sufficiente. E la forma deve assumere quegli atteggiamenti caricaturali e declamatori alla Reagan - Craxi - Gheddafi - Wojtyla (da ndc 7.5.86).

 

 

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“Del ruolo” [@RU]

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