materialismo&dialettica
Realtà umana e ma.dial >
Dei rapporti

§* "… l’essenza umana non è qualcosa di astratto che sia immanente all'individuo singolo.  Nella sua realtà essa è l'insieme dei rapporti sociali" (VI tesi su Feuerbach).

§* "La società non consiste di individui, bensì esprime la somma delle relazioni, dei rapporti in cui questi individui stanno l'uno rispetto all'altro" (LINN1°/242).

§* I rapporti fra gli uomini, all’interno della loro vita quotidiana sono determinati dall’organizzazione sociale storicamente data, dalla lotta di classe, dal livello raggiunto dai rapporti di produzione e dalle forze di produzione, dal livello raggiunto dal massimo di coscienza possibile media.

§* Un buon rapporto a livello della coscienza equivale a nessun rapporto a livello della falsa coscienza.

§* La «relazione» è il rapporto a livello dell'immediatezza. A livello dell'alienazione. Il massimo della relazione possibile uguale al minimo del rapporto possibile.

 

[rapporti, relazioni, ruoli]

Qual è il rapporto concretezza - realtà nella realtà dei rapporti? Nella realtà la teoria si schematizza.  Trasformata in una serie di nessi schematizzati in regole.  Regole per l'azione e schemi per fissare i nessi trasportandoli dal concreto al reale.  Questo passaggio può anche fissarsi in strutture.  Le strutture sono le forme nelle quali si fissano i nessi (logico - materiali) della realtà (da @LOGMAT).

Così ora io ho di fronte a me delle strutture.  Strutture sociali nelle quali si inseriscono e prendono forma le strutture individuali.  L'individuo chiuso nelle proprie strutture (sociali e individuali) è un individuo in sé.  L'individuo per sé ha quelle strutture alla base ma è in rapporto dinamico (dialettico) con loro.  La realtà presenta strutture individuali (socio - individuali) al 90% in sé.  Le quote dinamiche sono molto ridotte.  L'omeostasi è soffittata.  L'equilibrio rigido.  Le strutture in sé sono proprio queste strutture rigide, socio - individuali. 

Di un individuo sono queste che si devono cogliere poiché è con queste che avremo a che fare.  È su queste che si deve operare in un rapporto di lavoro politico o professionale.  È invece sui residui margini dinamici che si fonderà un rapporto libero.  Il primo infatti rientra nei rapporti-relazioni, tout court relazioni.  Si entra in relazione con la struttura che presentandosi rigida e chiusa non permette un rapporto se non limitato.  Il secondo sarà un rapporto-rapporto, tout court rapporto.  Si entra in rapporto con il lato sviluppato della coscienza, come rapporto fra i livelli raggiunti dalle due coscienze.  Naturalmente come alla base di ogni relazione c'è un rapporto, alla base di ogni rapporto c'è una relazione. 

Così l'esperienza dice che ciò che (mm) infastidisce di una persona è una struttura troppo rigida.  Struttura che non chiede altro, non chiede di più che di essere conosciuta.  Il rapporto si stabilisce fra strutture (che prendono vita soprattutto dai ruoli), oppure direttamente dai ruoli di una relazione finalizzata ai processi reali politici o professionali.  Se la struttura non coincide troppo con il ruolo, la relazione contiene una percentuale maggiore di rapporto.  Quando il ruolo investe la maggior parte della struttura il rapporto non riesce a distanziarsi da una «buona relazione». 

È il ruolo che contribuisce all'irrigidimento della struttura del rapporto/relazione, altrettanto delle vicende socio–familiari dell'infanzia e dell'adolescenza. Il ruolo d'altra parte blocca ogni processo dinamico.  In realtà lo assorbe. La dinamica si stabilisce nel ruolo.  È la dinamica del processo reale in sé, processo nel quale l'individuo è imprigionato.  Individuo in sé. 

Si chiarisce così l'avversione (mm) per i ruoli e la propensione a considerare solo la parte dinamica delle strutture.    Le strutture sono composte da materiale emotivo (fissato) e socioculturale (di classe, famiglia + società) (da nda  30.11.82). 

 

[rapporti e relazioni tra equilibrio e squilibrio]

La stagione dei rapporti è conclusa. Le relazioni, tuttavia, devono a loro volta avere un equilibrio. Se l'equilibrio è troppo precario la relazione si rompe. Ciò significa che, per qualche verso, la relazione subisce nel suo fondo l'andamento del rapporto, nel senso che se lo squilibrio del rapporto è troppo alto (vedi oltre), l'equilibrio della relazione, che ha per sua base questo squilibrio, non può fondarsi. Segue in un certo senso la regola delle correnti e dei vortici. Le relazioni seguono le leggi delle correnti di superficie e sono agitate dai venti. I rapporti seguono le leggi delle correnti di profondità e sono determinate dalla struttura di base del processo. Sono le correnti di fondo che determinano l'andamento delle correnti di superficie. Anche se queste mantengono una loro autonomia in superficie. E la forma da loro assunta viene assunta dalla falsa coscienza  come un assoluto

Ciò che muta fra rapporto e relazione è la destinazione. La destinazione del rapporto è il rapporto (il fine del fine è il fine). La destinazione della relazione è esterna. L'oggettività del rapporto è, di nuovo, il rapporto. L'oggettività della relazione è data da un interesse complementare, esterno, che rappresenta il reale fine della relazione. L'immediatezza è la sua regola, il suo metro, la sua misura (da ndc 18.6.82).

Nota personale – Scrivevo lunedì 30 marzo che il tentativo dei miei rapporti era sempre stato quello di raggiungere un equilibrio delle coscienze che formavano il rapporto. Ecco ciò che è mutato. Oggi tendo a costruire il rapporto sullo squilibrio delle coscienze che lo compongono. ... Esistono coscienze sviluppate ma non più possibili. Coscienze chiuse. Fra cultura e ideologia l'impasto è così strutturato, così robusto, che il livello di coscienza raggiunto diventa impermeabile. Coscienze soffittate proprio perché l'omeostasi dei loro possessori è soffittata.

Queste sono di solito le coscienze maschili e le coscienze delle donne il cui ruolo, attraverso il successo, si è imposto alla società. In questo senso il successo rafforza il ruolo e la funzione, gli fornisce una apparenza di esistenza concreta.

 

[maturità, necessità, ruolo]

Un rapporto maturo è fatto di necessità.  È la necessità assoluta del rapporto che si traduce, si trasforma in affettività.  Per questo i rapporti di ruolo contengono una dose di maturità e di crescita maggiore dei rapporti «spontanei».  Questi ultimi si presentano come «più veri» solo nella apparenza.  Affermano la realtà del «sentito», dell'emotività allo stato di pulsione e della pulsione allo stato puro, del «io sono ciò che provo», eccetera.  E in realtà contengono una dose così  alta di immaturità che il rapporto adulto ne viene distrutto.  Un rapporto infantile, ingenuo, carico di falsa coscienza e luoghi comuni,  manifestato da un adulto è un non rapporto, molto più di quanto sia un non rapporto un rapporto di ruolo.  Nel rapporto di ruolo si manifesta, se non altro, la consapevolezza sia del sociale quale realtà del mondo, sia che i rapporti rappresentano il tessuto connettivo del sociale. 

Non è la merce un concentrato di rapporti?  È a partire dalla merce che si supera l’economia borghese così  come è a partire dalla consapevolezza dei rapporti di ruolo che si raggiungono i rapporti nella loro maturità.  La verità del rapporto ingenuo vale solo per il bambino.  La necessità del rapporto infantile è racchiusa nel bisogno assoluto di affetto, necessario al bambino al fine della crescita.  Ma se questa crescita si blocca, si blocca insieme la capacità/possibilità di avere un rapporto. 

La verità dei rapporti di ruolo è nella loro socialità.  Ma se questa socialità è alienata nel mercato delle merci – merce essa stessa – come accade nel modo capitalistico di produzione, allora la verità del rapporto si trasforma nella falsa coscienza dei rapporti borghesi e di mercato.  E siccome il rapporto di ruolo nel suo affermarsi nega largamente l'affettività del rapporto infantile – che sopravvive e preme come il valore d'uso preme all'interno del valore di scambio nella merce e ne rimane alla base – così il superamento verso un rapporto maturo consiste nel recuperare l'affettività di base all'interno della necessità sociale sviluppata nel rapporto di ruolo (ottobre 1992).

 

[verso la complementarietà?]

Otto Weininger in "Sesso e carattere" – "L'individuo che scopre e realizza quanto sia complementare per l'assestamento dinamico del suo io, quell'elemento con cui il suo io era in opposizione, scopre a se stesso il passaggio ad un ulteriore stadio di crescita ... La complementarietà è dunque l'istanza matura del rapporto fra i sessi, mentre la contrapposizione e il conflitto ne costituisce l'aspetto puberale e adolescenziale".

® D'accordo, superare la contraddizione è passare allo stadio superiore. Ma se questo può essere vero a livello soggettivo (1ª parte della citazione) è sempre falso, impossibile e mistificante a livello sociale dove le contraddizioni non sono superabili dai singoli individui e dipendono dalle contraddizioni stesse del processo economico e sociale. –|

 

[la coscienza, base del rapporto]

C'è l'analisi di una serata con G. Cesareo. Da cui partì poi la riflessione che mutò il nostro rapporto.  Accade qualcosa che mi irritò.  Perché?  È amor proprio?  Non proprio.  È il fatto che un rapporto per raggiungere sia pure il suo livello minimo come tale ha bisogno della lucidità.  La lucidità è coscienza.  Non solo coscienza che l'individuo ha del rapporto, ma anche coscienza che l'individuo ha della realtà.  "D'altra parte non è possibile avere una coscienza del rapporto se non si ha una coscienza della realtà totale.  E viceversa.  Torniamo al discorso della coscienza come base fondamentale dei rapporti".  C'entra anche l'amor proprio, c'entra il problema dell'inganno, ma è tutto subordinato alla lucidità e alla coscienza (25 agosto 1979 – sintesi).

 

[coscienza, progetto, rapporto, comunicazione]

Penso che un rapporto al livello della coscienza possa porsi solo all'interno di un progetto culturale sorretto da interessi intellettuali autentici. Più larghi possibile. Interesse vuol dire interesse, base della conoscenza, non necessariamente conoscenza.

Cosa avviene di solito?

La relazione si articola sulla vita quotidiana analizzata e discussa sul metro del pensiero comune oggi particolarmente frantumato in mille concezioni diverse. Gli scontri, all'ordine del giorno. Terreno degli scontri, spesso violenti e sempre fastidiosi, le rispettive visioni del mondo.

Se ci si occupasse di questioni più generali, le tensioni si abbasserebbero notevolmente.

È anche una questione di livelli.  Il livello inferiore (luoghi comuni e falsa coscienza)  prende corpo solo in assenza del livello superiore. Il livello superiore contenendo i livelli sottostanti, ne trasforma, metamorfizzandoli, i contenuti. Il livello dei livelli, come si sa, è il livello della coscienza. È la coscienza a fondare - e fondandoli a stravolgere - i significati di ogni altro livello. La comunicazione passa solo dal livello della coscienza agli altri. Impossibile l'inverso  (da ndc 22 giugno 88).

 

[coscienza ingenua e rapporto]

Non è la prima volta che noto come dietro la «coscienza a tutti i costi» si nasconda la coscienza ingenua.  Coscienza ingenua che per essere ingenua non è ancora coscienza.  È vero, la coscienza è il risultato dell'emotività più la razionalità o, meglio, la riflessione.  Emotività e razionalità superate l'una nell'altra.  Tuttavia se nel rapporto, la coscienza del rapporto ce l'ha solo uno dei due – immediatamente il rapporto è abbassato. Si stabilizza al livello di colui che ha minor coscienza.  Allora lo squilibrio è inevitabile, la coscienza del rapporto impossibile.

Impossibile poiché la reale coscienza del rapporto è che il rapporto non può avere coscienza.  Viene a mancare l'oggettiva coscienza del rapporto. Che fare in questi casi?  Un rapporto non è più tale perché privo di coscienza oggettiva?  L'esperienza del mondo è di vivere con una «coscienza in sé», cioè con una coscienza mutilata che non ha raggiunto il livello della ragione, della riflessione, del «per sé».  Quando il rapporto continua a esistere senza una coscienza al livello della coscienza, le strade sono due.  Si denuncia lo squilibrio e si tenta un equilibrio poggiato sulla coscienza dello squilibrio.  Se l'operazione riesce significa che lo squilibrio era relativo e che più che di uno squilibrio si trattava di un ritardo dell'uno sull'altro.  Ritardo che la coscienza dell'altro aiuta a superare in tempi relativamente brevi.  Se lo squilibrio permane senza essere percepito, l'operazione può considerarsi perduta.  È indice, semmai, della mancata coscienza di ambedue (lunedì, 20 agosto 1979). 

 

[coscienza ingenua e rapporti pieni]

Il problema è nei rapporti pieni.  "Basta con i rapporti pieni perché impossibili.  Impossibili a livello della coscienza.  E per chi pensa di avere una coscienza, impossibili tout court.  Rimangono gli altri tipi di rapporti con le loro alienazioni, i loro ruoli, i loro feticismi, i loro psichismi, eccetera".  Quando scrissi questo brano sostenevo anche che le difficoltà dei rapporti avuti era stata direttamente proporzionale "alla volontà di avere dei «rapporti reali» e «pieni» (pieni perché reali)". 

Volere dei rapporti pieni ora e subito è una caratteristica della coscienza ingenua. "Ingenua quindi falsa.  Falsa anche perché c'è dentro una prepotenza, una avidità, probabilmente, che si traducono in «rapidità» e risultano come impazienza.  Sicurezza, rapidità, chiarezza, prepotenza spaventano.  La reazione di fuga, quando c'è, è soprattutto questa".  Ora mi chiedo.  Cos'è un rapporto pieno?  Cosa presuppone?

Il rapporto pieno ha "come sua componente principale, se non come suo presupposto, il massimo di sincerità possibile, la rinuncia al massimo possibile del ruolo, il tentativo possibile di stabilire comunque un rapporto cosciente che trovi il suo equilibrio nella coscienza comune e quindi accettata, dello squilibrio reale del rapporto". 

La pratica ha mostrato che questo rapporto non corrisponde alle condizioni del periodo storico in corso.  Dunque nei fatti questo tipo di rapporto, allo stato delle condizioni date, si presenta come un errore.  Allora? 

Rimangono da sperimentare rapporti che prendano il verso dell'amicizia nell'accezione che il pensiero comune dà a questo termine. A questo punto il lato del massimo di coscienza possibile del rapporto rifluisce come una cascata nel lato sociale, si mischia, confondendosi con i rapporti di amicizia maschili con gli uomini, e misti con le donne.  Confluisce parzialmente nel professionale, dà vita al ruolo e a una serie di ruoli, alimenta il gioco, rinuncia alla didattica, le posizioni fatal­mente si induriscono nella sostanza anche se si ammorbidiscono nella forma. 

A questo livello, sia pure con differenze interne, i rapporti, sia femminili che maschili, sia sentimentali che sociali o professionali sono fasciati dalla stessa forma.  "C'è quello che c'è.  Anche potendolo non si crea nulla che non si crei da sé".

[il rapporto pieno]

(da distinguersi dal rapporto reale del rapporto dei livelli – ndc 3.5.82) – Qualcosa di infantile, come la ricerca del consenso quale assoluto di un rapporto.  Sui livelli dei rapporti ho scritto abbastanza, come sul livello del rapporto determinato dal rapporto dei livelli reciproci.  Ne avevo concluso che il rapporto pieno è utopico (infantile) e che il rapporto reale è la forma presa dal rapporto dei livelli.

Compreso questo, è poi necessario farlo proprio emotivamente.  C'è ora una difficoltà a farlo proprio emotivamente?  Forse c'è.  E c'è poiché, probabilmente, il rapporto pieno rimane a livello subconscio sempre il rapporto ideale.  Qui l'infantilismo.  Infantilismo che si manifesta anche nel tentativo di infrangere soggettivamente il muro dell'alienazione del modo di produzione, attraverso una esperienza individuale.  (Un rapporto prende la forma di rapporto pieno attraverso una lotta sociale comune).

Il tentativo di stabilire rapporti soggettivi e individuali è un tentativo più piccolo borghese che borghese (i borghesi sono più freddi e conoscono meglio la realtà sociale nella quale si muovono), in parte dei casi questo tentativo maschera un rapporto di lotta sociale borghese pcbg. Noi due contro il mondo è una delle forme prese dai rapporti di lotta pcbg. Nei rapporti borghesi veri e propri, c'è la struttura dei ruoli che regge e determina il rapporto.  La famiglia rientra in questi rapporti di ruolo e di lotta sociale offensiva e difensiva.  Se questi rapporti vengono concepiti come rapporti soggettivi, con una validità soggettiva – come vuole la tradizione pcbg dei romanzi rosa – possono considerarsi alienati.  Alienati perché riflettono molto direttamente i rapporti di produzione e i rapporti tout court del mdp.

Rinunciare dunque all'ideale infantile del rapporto pieno. La relazione forse è l'unico rapporto fuori dal rapporto della lotta di classe. Così come il ruolo è, per qualche verso, l'unica forma presa dai rapporti di produzione. Contro l'individuo, ma anche contraddizione il cui superamento supererà individuo e ruolo.

 

[falsa coscienza e rapporto esclusivo]

La legge – scoperta anni fa – che un rapporto deve trovare il suo proprio livello e quello essere, decifrava la questione dei rapporti e apriva la prospettiva di rapporti con tutti.  Tuttavia c'era un però.  Il però quanti governati dal pensiero comune, non hanno la minima percezione della dinamica dei rapporti. O meglio/peggio identificano questa dinamica con la dinamica delle pulsioni che governano i rapporti comuni. Ognuno idealizza il proprio modo di intendere i rapporto. Idealizzazione che combacia e altro non è che la propria concezione dei rapporti. Concezione che aderisce alla falsa coscienza dei rapporti così come vengono concepiti oggi e l'adatta alle esigenze del soggetto operante. Esigenze plasmate dalla sua falsa coscienza.

Di fatto la concezione dell’equilibrio dei rapporti basata sulla differenza che ognuno ha della coscienza dei rapporti  viene rifiutata. Non si accetta in altre parole un equilibrio del rapporto basato sul suo squilibrio. La conseguenza è che ognuno esige di più di quanto il livello reale del rapporto sia in grado di dare. Semplicemente non si ha coscienza del livello di coscienza necessaria per produrre un rapporto.  È esattamente questa mancanza di coscienza dei rapporti che spinge il pensiero comune a concepire il rapporto al suo livello più facile. Solitamente vicino alla realtà della concezione idealizzata dei rapporti. 

Sia come sia, in ogni caso la teoria dei rapporti fondata sull’analisi e sulla ragione risulta utopica. Come può risultare utopico oggi il possibile avvento dell’individualità (vai a @INDIV1) e il superamento del capitalismo nel comunismo. O il lento estinguersi della famiglia e della religiosità. 

In questo vuoto prende forma il suo contrario. Nell’impossibilità di rapporti reali si fa avanti la concezione ideologica della falsa coscienza che ipotizza quale rapporto ideale il rapporto esclusivo, il rapporto eccezionale, il rapporto unico. 

Nulla attrae di più della falsa coscienza travestita da consapevolezza del «noi siamo speciali», del te e io, dei magnifici due.  Semplificato nel  «noi due», o anche nel più semplice «noi».  Ma poi il dramma scoppia quando uno dei due si accorge che di «noi» ce n'è una folla. Che ogni coppia pensa se stessa come unica ed eccezionale. Una moltitudine di noi due. Noi due che hanno qualcosa in comune con tutti i noi due esistenti. Questo qualcosa in comune è che alla fine ognuno è per il proprio partner un altro. E siccome il rapporto non è fondato, allora il rapporto si sgretola. Il noi si frantuma e prende la forma oggettiva di essere formato da due individui. Diversi uno dall’altro. Ognuno con le sue esigenze, un proprio modo di pensare, di sentire.  Eccetera. E che il «noi» racchiudeva un puro atto di prepotenza nel quale ognuno dei due voleva ridurre l’altro a sé. Annientandolo.

Quanti rapporti hanno il loro momento della verità in questa folgorante quanto improvvisa rivelazione.  Rivelazione che è un lampo di consapevolezza. Subito immediatamente negata. Negata in nome delle proprie esigenze e della propria identità irripetibile. Che proprio perché irripetibile rifiuta la realtà dell’alterità dell’altro. È questo il momento in cui l'altro viene accusato di tradimento, di infedeltà, di imbroglio, di slealtà. E l'accusa è tanto più violenta quanto l'accusatore si sente più o meno inconsapevolmente a sua volta in difetto. La negazione dell’altro rimane l’unica alternativa per non negare se stessi (da ndc 23.3.85). 

 

[gestione del rapporto] 

Non amo rapporti puri, assoluti, feticizzati. Per me il rapporto coincide con la gestione del rapporto. La gestione del rapporto deve avere un suo progetto, una sua strategia, una sua tattica e deve tener conto del livello di coscienza e delle esigenze dei soggetti del rapporto, in rapporto alla strategia del rapporto. La gestione del rapporto viene fatalmente e oggettivamente esercitata dal soggetto che ha una maggior coscienza della strategia del rapporto, riesce ad analizzarne le strutture e a fissarne limiti e obiettivi. Di qui, penso, le difficoltà di avere un rapporto con me. Poiché rimane particolarmente difficile concepire e sentire un rapporto con un grado di mediatezza così forte, quando i sentimenti sono concepiti e percepiti esclusivamente come qualcosa di immediato e il sentito è confuso con questa stessa immediatezza (da ndc 2 marzo 88)

 

[falsa coscienza, tenerezza e pietà]

A fottere tutto è la tenerezza. La durezza è la sua derivata.  L'alternativa non è fra durezza e tenerezza. Ma fra tenerezza e durezza da un lato.  Lucidità e fermezza dall'altro.  Dire ciò che va detto con forza.  Senza pudori e rispetti.  Perché falsi pudori e falsi rispetti.

La pietà è controrivoluzionaria.  Pietà non è comprensione.  È coinvolgimento.  Ogni coinvolgimento è uguale a tenerezza per se stessi.  La tenerezza per se stessi porta al compiacimento.  Il compiacimento alla compiacenza. Il compiacimento è restio a mettere in gioco la propria immagine.  L'immagine di colui che si compiace.  Di qui la compiacenza.  La materia prima di ogni compiacenza è la viltà.  La viltà è paura.  La paura è paura di mettersi in gioco.  Il rifiuto di mettersi in gioco nasconde la paura di finire fuori gioco. È tenerezza verso se stessi.

Tutto ciò avviene fuori dalla coscienza (vai a @FCSCZ).

 

[la pietà]

Una riflessione leggendo Rufo su come i soldati macedoni s'impietosiscano (AMR/350) di fronte al tradimento di Filota. A impietosirli è la perdita della condizione sociale del traditore, invece di essere colpiti dal fatto che un uomo messo in quella condizione da Alessandro che aveva affidato a lui la custodia della propria vita, profitta di quella condizione per ucciderlo. Quindi l'aspetto sociale, la perdita dello status, l'umiliazione, fa aggio su qualsiasi altra considerazione. La pietà dunque è sociale. E il sociale si maschera e corre sotto la pietà che prende la forma di umanità. È la disgrazia a impietosire, la perdita dello status. L'altra faccia è l'accanimento. Ma difficilmente la folla si accanisce contro i potenti a meno che non si senta direttamente tradita o vendichi una lunga serie di angherie subite. E non è vero che c'è pietà e pietà. La pietà è sempre un sentimento negativo, umorale, profondamente ipocrita proprio perché legato alle condizioni sociali, di conseguenza un aspetto dello scontro sociale, una sua forma.

 

[l’obbedienza in luogo dell’intesa]

Incapaci di essere disponibili, sanno essere obbedienti. Non hanno chiaro cosa significhi una intesa. L'intesa essendo sostituita dall'obbedienza e l'obbedienza rappresentando l'impossibilità dell'autonomia. Poiché è l'autonomia che porta all'intesa, all'accordo, alla disponibilità, alla facoltà di affidarsi. Nell'affidamento permane l'autonomia del giudizio che viene soltanto sospeso, pronto ad analizzare, ragionare, accogliere, correggere, rifiutare. La loro modalità, al contrario, è azione-reazione, incapaci come sono di riflessione (da ndc 21.5.88).

La gente ama eseguire. Preferisce l'ubbidienza all'autonomia. Perché dopo 50 anni di esperienze stento ancora ad accettarlo? Nessuno desidera la propria autonomia, se non a parole. Per questo, forse, l'autonomia diventa sopraffazione e la libertà arbitrio. Cosa c'è dietro il rifiuto della violenza che non sia violenza della lotta e dello scontro? Eppure me ne ha create di difficoltà! Quello vuol solo sapere cosa deve fare, diceva Marina a Parigi a proposito di Luciano che obbligavo a lunghe discussioni di apprendimento (da fpg 14.08.93).

 

[rapporti interumani]

(Hegel, FENN) -  Il non umano, l’animalesco consiste nel fermarsi al sentimento. Così H. a proposito della possibilità degli uomini di comunicare fra loro. È  il sentimento che blocca la comunicazione, il dialogo. Mentre la ragione è l’unico presupposto per lo scambio.

La psicanalisi è la ragione che prende in esame il fenomeno a partire dai sentimenti.

Si tratti di una «ragione» borghese. Anche se il suo inizio ha un fondamento valido per tutti gli uomini, il suo sviluppo è borghese.

Il marxismo è la ragione rivoluzionaria, storica. Assume la storia degli uomini per farne uno strumento sempre più umano. La storia degli uomini che sfugge agli uomini deve tornare agli uomini.

 

[la comunicazione base del rapporto]

Un rapporto si misura dalla comunicazione.  Quali sono le caratteristiche di questa comunicazione?  1° – la profondità.  Potersi esprimere liberamente.  2° – manifestare la profondità del proprio interesse per l'altro.  3° – esprimere le forme assunte da questo interesse.

 

[lo sfogo = monologo]  

Accanto al fiume di parole che quotidianamente ognuno riversa sull’altro, non si vuole, non si sa, non ci si può più parlare.  Il dialogo si presenta sotto forma di sfogo.  E questa, in realtà, resta la sua unica funzione.  Lo sfogo, per sua stessa natura, è un monologo, un dialogo con se stessi attraverso l’immagine dell’altro.  È per questo che sui monologhi non si fondano i rapporti.  Si formano branchi umani che seguono, più o meno, le stesse leggi dei branchi animali (da crn 1982 aprile). 

 

[oggetti = rapporti sociali]

In MELS (pag. 35) per Marx l’unione di soggetto oggetto porta a fondare la teoria del rapporto fra il prodotto/oggetto e l'attività del soggetto/uomo. Scrive Giuseppe Barletta nell'introduzione, "Proprio in quanto l'uomo è attività sociale, trasformazione della natura, prassi, ogni oggetto è oggetto dell'agire umano, relazionato dall'attività lavorativa agli altri oggetti". È questo il motivo per il quale gli oggetti contengono rapporti e sono nella loro essenza rapporti sociali.

 

(► continua in “Dei rapporti sentimentali)

 

 

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“Dei rapporti” [@RAP]

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