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Sulla crisi dei rapporti

(► continua da @RS)

 

"È andata come è andata per via della «crisi dei rapporti» di cui Mf è il primo anello e Francesca l'ultimo".

 

[rapporti e transizione]

Dal posto di lavoro alle relazioni sociali.  Dal rapporto di coppia al rapporto di amicizia. Dall’attività professionale all’attività politica.  Qual è il movimento del processo?  Da un lato una maggiore socializzazione.  Dall’altro la crisi dei rapporti individuali.  Sul luogo di lavoro la crisi dei rapporti di produzione.  La crisi dei rapporti di produzione si riflette puntualmente a livello politico.  La famiglia aggredita dalla crescente socializzazione delle relazioni, entra in crisi.  Nello stesso tempo il suo ruolo economico si riduce.  Con la crisi della famiglia entra in crisi tutto il sistema freudiano di analisi.  Le nevrosi sono ancora di origine familiare.  Ma sono anche provocate dalla crescente crisi sociale. 

Il rapporto fra livello individuale, livello familiare e livello sociale si fa sempre più stretto.  C’è un’irruzione del sociale direttamente nell’individuale e nella famiglia.  L’individuo posto di fronte al sociale, senza mediazioni.  La famiglia non media più.  Al contrario complica.  Per via della vischiosità. Ma anche per via della sua stessa esistenza.  I rapporti con genitori, fratelli, sorelle divengono fonte di nevrosi.  Non svolgono al contrario alcuna funzione calmieratrice.  La famiglia è la sede, il luogo materiale dove la crisi si genera ed esplode.  Proprio perché c’è ancora e perché comincia a non esserci più. 

Nel medesimo tempo l’individuo non si riconosce ancora nel sociale.  Né si riconosce più nella famiglia.  La contraddizione deflagra nella confusione mentale, psicologica, nelle crescenti nevrosi, eccetera.  Nel medesimo tempo il sociale si afferma.  Ma si afferma come l’altro elemento della contraddizione.  L’individuo si trova chiuso, preso fra il familiare e il sociale che invece di mediare l’uno verso l’altro, divergono con moto crescente.  Quel tanto di passione religiosa deteriorata alla quale stiamo assistendo, quel tanto di mitizzazione degli idoli sociali, quali essi siano (divi, sportivi, religiosi e politici), descrivono l'andamento di questo processo. 

L’individuo sbocca nel gruppo.  Il gruppo si forma sulla base ideologica della disorganizzazione quale struttura portante della libertà individuale.  Il gruppo cioè non deve essere organizzato perché l’organizzazione soffoca altrimenti l’individuo.  La disorganizzazione programmata del gruppo gli impedisce di formarsi.  Viene negato nel momento stesso in cui si forma e si stabilisce. Eliminato il causale (forma presa culturalmente dalla necessità – e l’organizzazione è una necessità), la casualità trionfa.  La morte del causale è parallela alla morte di questa cultura, di questi rapporti di produzione, della famiglia. .

Il casuale, d’altra parte, è solo il momento che nega il causale.  La libertà si presenta unicamente come la negazione della necessità.  Al di là del necessario e del libero, c’è il «possibile».  Il possibile è possibile solo come coscienza di necessità e libertà.  Come tale è al di là.  E come tale la società postmoderna ne ha perso, e ne va perdendo, il senso.

In queste condizioni ogni crisi schiude le proprie potenzialità.  La crisi dei rapporti di produzione nel posto di lavoro, la crisi di coppia nelle relazioni sentimentali, la crisi delle amicizie nelle relazioni sociali.  E ogni altra crisi dei rapporti.  I concetti stessi di amicizia, coppia, fedeltà, umanità, gerarchia, eccetera si vanno svuotando.  Non significano più nulla. Sono lì vuoti e insostituiti.  Non ancora sostituiti.  L’anarchia succede alla  organizzazione precedente.  La nuova organizzazione informe.  Senza forma.  I nuovi bisogni in formazione, entrano in forme vecchie che rifiutano.  Nelle quali non si riconoscono.  Tutto ciò di cui ci lamentiamo, la casualità, l’anarchia, l’inconsistenza, l’impossibilità, eccetera, dei rapporti è la conseguenza della morte delle forme vecchie.  Più l'incapacità di costruire le nuove. Per via dell’alienazione crescente. Crescente parallelamente all’anarchia del modo di produzione.

Tutto indica che siamo nel pieno della transizione. Nell'esaurimento dell'attuale modo di produzione. Tuttavia notevolmente lontani dal nuovo. Nuovo che non riusciamo nemmeno a intravedere (da nda appunti di psicologia – ottobre 1979).

 

[rapporti umani e rapporti di produzione]

Paragono il degradamento dei rapporti con il comportamento dei compagni in soggiorno.  Giocano con le penne e distruggono la tappezzeria. Non sanno mettere la cenere nei portacenere.  Miracolosamente ancora non spengono le sigarette sulla moquette.  Nello stesso modo gli appuntamenti non rivestono più alcuna sacralità.  Gli impegni non impegnano nessuno.  Ciò che conta è fare ciò che si vuole, quando si vuole, come si vuole.  Ma siccome ognuno applica il medesima criterio, il risultato è che non si fa nulla di quello che ognuno vorrebbe fare. 

Forse è la natura della necessità che è cambiata.  Forse è l'incalzare della transizione e della crisi dei rapporti di produzione.  Con lo sviluppo delle forze produttive la necessità si attenua. I rapporti perdono la loro antica forza.  La vita, come la produttività, si intensifica.  Ma gli uomini non sono pronti a vivere questa densità. Nonostante la società industriale, il ritmo è ancora contadino.  È il neolitico che predomina.  La crisi dei rapporti di produzione che rappresenta oggettivamente un passo avanti, si realizza come un primo passo indietro.  L'uomo aspirando alla propria libertà vive la sola libertà che conosce.  Quella della propria soggettività familiare ancora intrisa di strutture mentali arcaiche.

Sul piano personale non si tratta di scelte facili.  Accettare il mondo come è, significa lasciarlo andare.  Rifiutarlo, significa isolarsi.  La verità è che la soluzione non è mai soggettiva.  Accettarlo, rifiutarlo.  Chi è in grado di fare scelte simili?  E in nome di che?  Il mondo non si accetta né si rifiuta.  Il mondo è.  È, ma è diviso.  Da quale lato della contraddizione schierarsi?  E così eccoci daccapo (da cronaca 1980 – febbraio ).


[transizione e riorganizzazione della razionalità dell’io]

(da ori) – L'organizzazione della razionalità dell'io riappare con una certa insistenza.  È la "crisi dei rapporti" – trasformata in "riorganizzazione dei rapporti" – ad alimentarla.  A che punto è questa riorganizzazione? Quali limiti incontra?  Quali varchi apre? 

Ricordi? Ogni riorganizzazione è organizzazione della razionalità dell'io, quale equivalente di organizzazione della coscienza, di presa di coscienza del concreto, di rapporto del soggetto con l'oggetto. Sia l'oggetto il sapere, la società, l'altro da sé, eccetera.  Insomma di quella organizzazione complessa che è lo scambio di un uomo (individuale) con la società (particolare) e con l'umanità (universale).  Eccetera. 

Così in realtà la riorganizzazione dei rapporti è l'aspetto più evidente della riorganizzazione della propria vita, del rapporto con gli altri, ma soprattutto con il proprio lavoro, con il processo storico in corso, con i propri mezzi di sussistenza contrapposti alle esigenze del lavoro teorico, delle pulsioni suscitate dalla società e dai rapporti personali e collettivi o di gruppo.  In altre parole un passo profondo dell'organizzazione della coscienza con probabile salto di qualità. 

Il resto è cronaca di questa crisi che nasce dalla crisi dei rapporti.  Crisi che – lo si vede giustamente solo ora – nascondeva l'esigenza di una ristrutturazione più ampia della propria vita.  Al fine di adattarla a questa transizione senza fine. Senza fine poiché come tale la viviamo (ndc 15.3.85).

 

 

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“Sulla crisi dei rapporti” [@CRAP]

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