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Dell’alienazione

& - “Questa oscurità, l’oscurità della natura e l’oscurità del processo della produzione prendono la forma dell’alienazione. L’alienazione è il prodotto della differenza fra la realtà del soggetto e la realtà dell’oggetto …
L’alienazione è nella sostanza la forma soggettiva presa dall’esclusione dell’uomo dai processi della natura e del modo di produzione.  È estraniazione dell’uomo, individualmente o collettivamente, dalla totalità del processo. Prima sotto la forma di esclusione dai processi della natura, poi sotto la forma di espropriazione della società organizzata in classi. L’alienazione è la mancata coscienza di questa esclusione” 
(dalla “Logica della materia vivente”).

& - Il rapporto modo di produzione rapporti di produzione, lotta di classe cultura individuo va riorganizzato. La prima analisi è modo di produzione, rapporti di produzione, alienazione. Individuata la forma presa dall'alienazione in quel determinato individuo si passa all'analisi delle sue strutture culturali familiari e sociali. Nel sociale va messo a fuoco il ruolo. Che è anche ruolo professionale.

& - Se la feticizzazione è anche alienazione oggettivizzata, l’alienazione non è altro che feticizzazione soggettivizzata.

& - È già alienazione la fantasia di uscire dall'alienazione del modo di produzione. È la società che produce le forme concrete dello psichismo umano.

& - Per una coscienza avvertita, l’alienazione marxista si è saldata al concetto psichiatrico di alienazione.

 

[alienazione “primordiale” e alienazione “sociale”]

(da nda giugno 75)  -  "... sono il portato di un basso grado di svolgimento delle forze produttive del lavoro e, in corrispondenza ad esso, di rapporti fra gli uomini ancora impacciati e ristretti entro il processo materiale di generazione della vita, quindi del processo fra loro stessi e fra loro e la natura. Tale impaccio reale si rispecchia idealmente nelle antiche religioni naturali e popolari. Il riflesso religioso del mondo reale può scomparire, in genere, soltanto quando i rapporti della vita pratica quotidiana presentano agli uomini giorno per giorno relazioni chiaramente razionali fra di loro e fra loro e la natura" (CAP 1°/111).

Qui è spiegato anche se non detto, cosa significhi alienazione.

Primo.  Il basso grado di svolgimento delle forze produttive del lavoro crea offuscamenti e impacci.  A un basso grado di sviluppo delle forze produttive corrisponde un basso grado di produzione della coscienza (vai a @CSCZ). È la fonte della privazione della coscienza di sé.  Perché?  Perché se più vicino è il rapporto fra gli uomini e la loro produzione immediata, più lontano è il rapporto fra loro e le forze della natura.  La terra come oggetto di lavoro è qualcosa di immediato e facilmente percepibile come processo di lavoro nelle società di raccoglitori e cacciatori preneolitiche. L’animale è qualcosa che si «batte», si caccia, si cattura, si uccide, si divide e si mangia.  Tutto è immediato e chiaro nei rapporti all’interno del gruppo cacciatore.  Tutti conoscono tutto.  Quello che non è altrettanto chiaro è l’animale, la sua provenienza, la sua riproduzione (altrimenti lo alleverebbero), la sua vita.  È  chiaro il rapporto fra vita sociale e l’animale come prodotto (battuta, caccia, spartizione, consumo), ma non la sua produzione (chi e come è stato prodotto). 

Nel neolitico il processo si inverte. L’origine del prodotto (il grano, il frutto coltivato) è più chiara che l’animale dei cacciatori, ma si è complicato il processo sociale di produzione.  (Arnesi, cicli fertili della terra, trattamento della terra, stagioni per seminare, conservazione dei semi, conservazione del cibo dal periodo di semina fino a quello di raccolta, eccetera).  La terra è divenuta essa stessa uno strumento di produzione.  Facilmente procurabile ancora, ma meno di un coniglio o di un daino.  E soprattutto è il processo di lavorazione che si complica.

Man mano che la società va avanti, l’uomo si impadronisce sempre più dei processi di produzione della natura (fino all’atomo), dei suoi segreti.  La natura gli appare sempre più chiara, ma si intorbidano i processi di produzione.  La crescita delle forze produttive del lavoro aumenta sempre più il dominio dell’uomo sul mondo che lo circonda, glielo svela e glielo chiarisce, ma opacizza sempre più i rapporti fra gli uomini, dal momento in cui il salario di un operaio di Francoforte dipende anche da una intricata rete di rapporti internazionali che ormai coprono l’intero globo.

Secondo. Le antiche religioni naturali e popolari sono il riflesso di questa condizione.  Man mano che le forze produttive si accrescono, il riflesso religioso muta.  "Il cristianesimo, con il suo culto dell’uomo astratto, e in specie nel suo svolgimento borghese, protestantesimo, deismo, eccetera, è la forma corrispondente" (CAP 1°/111) delle forze di produzione che avanzano e della borghesia che le rappresenta.  Ma fra le antiche religioni naturali e popolari e il cristianesimo il salto è notevole. Con la rivoluzione borghese appare l’ateismo, che con la rivoluzione di ottobre diventa professione di Stato.  La filosofia prende il posto della religione.  E la religione, che è già di per sé una ideologia, sostituita parzialmente dalla filosofia, compresa la filosofia della scienza, si trasforma più compiutamente in ideologia, nel riflesso cioè dell’organizzazione sociale data, prodotto di questa organizzazione (prodotto sociale - VII e VIII tesi), nella ideologia dello scientismo, del positivismo, del dato di fatto, dell’obiettività, eccetera.

Ma a questo punto il rapporto è rovesciato.  Le vecchie religioni erano il riflesso dell’alienazione dell’uomo verso la natura, della sua irraggiungibilità e comprensione, della sua lontananza dai processi della natura.  Ora - che i processi della natura gli sono più chiari - la sua alienazione si riflette nell’ideologismo dei vari ideologismi (biologismo, psicologismo, economicismo, eccetera) che riflette la sua lontananza dai processi produttivi e sociali.

Ecco perché il massimo dell’alienazione si ha in una società che ha sviluppato il massimo delle forze produttive.  È una alienazione che ha cambiato di segno.  Pur conservando certe forme e certe strutture (religiosità, misticismo - VIII tesi -, ritualità dei comportamenti, simbolismi, mitizzazioni, eccetera) non riflette più la medesima sostanza, non è il riflesso del medesimo fenomeno, bensì del suo contrario. Riflette la pratica sociale che è nata proprio per svelare i segreti della natura (al fine del suo controllo) e in parte li ha svelati.  E nella misura in cui diminuiva l’alienazione derivata dalla impenetrabilità della natura divenuta penetrabile, aumentava l’alienazione derivata dalla impenetrabilità del processo sociale, della sua massima espansione e fusione.  La prima (alienazione) dovuta al basso sviluppo delle forze produttive; la seconda all’alto sviluppo delle forze produttive.

Terzo. L’alienazione può scomparire soltanto quando i rapporti derivati dal processo sociale e i rapporti con la natura saranno chiaramente leggibili e alla portata di tutti.

I rapporti con la natura non sono ancora certo decifrati. Ma sono stati resi abbastanza razionali. Non a caso Marx usa il concetto di "relazioni chiaramente razionali" al posto di quello di chiarito che uso io. Nel concetto di "relazione chiaramente razionale" quella a essere chiarita è la relazione, il rapporto con il processo. Non necessariamente il processo stesso. Qui può individuarsi la chiave della fine dell’alienazione.

Quella forma di alienazione legata all’ignoranza dei processi della natura (dovuta senz’altro al livello delle forze produttive, sviluppate al loro massimo storicamente possibile, ma non alle loro possibilità massime) va momentaneamente lasciata in disparte. La scienza infatti come riflessione e intervento dell’uomo sulla natura, riflessione destinata a un più razionale e ampio controllo della natura da parte dell’uomo e, in questo senso, strumento anche della sua uscita dalla alienazione primordiale, è caduta a sua volta vittima della attuale organizzazione sociale basata sulla progressiva trasformazione di ogni valore di uso in valore di scambio. Naturalmente questa trasformazione non potrà mai essere totale. Ma essa è in corso e non sappiamo (almeno non fa parte di questo appunto) quanto sia vicina al suo punto di rottura. Non sappiamo cioè quanto il processo che stiamo storicamente vivendo sia vicino al suo compimento, che sarà poi la sua morte e la vita del processo successivo.

La scienza è entrata nel pieno del processo produttivo, strumento di produzione a sua volta (LINN 2°), soggetta alla feticizzazione generale del processo.  Feticizzazione prodotta dal massimo occultamento del processo stesso.  Per cui il processo produttivo o processo materiale di produzione più si occulta e più si feticizza, più si feticizza e più si occulta.  Dove feticizzazione e occultamento producono alienazione, ammesso che la feticizzazione non sia poi l’alienazione stessa oggettivata.  È  nel capitale produttivo di interesse che la figura "di feticcio del capitale e del capitale come feticcio sono portati a termine" (CAP 3°/465).  Perché? Perché ha raggiunto una forma "nella quale tutti i suoi tratti determinati sono cancellati e i suoi elementi reali sono invisibili" (idem). Il "semplice profitto d’alienazione" (CAP3°/63) ha qui raggiunto il punto più alto del suo occultamento.

Anche la scienza fa parte del secondo tipo di alienazione una volta entrata nel pieno del processo produttivo. E si feticizza proprio nella misura in cui nega, cioè occulta, la sua entrata nel processo, dichiarandosi autonoma dal processo e in nome di questa sua autonomia, distribuendo patenti di scientificità alla forma stessa del processo feticizzato. Ecco perché l’unica alienazione che oggi interessa, come alienazione principale è quella indotta dal processo materiale di produzione.

Indotta come? Se la feticizzazione è anche alienazione oggettivizzata, l’alienazione non è altro che feticizzazione soggettivizzata. Ma questo doppio processo si manifesta in due gradi diversi.

Il processo materiale di produzione con l’espandersi delle forze produttive e le strutture e sovrastrutture che ne derivano si occulta sempre di più. A  ogni grado di occultamento corrisponde un grado maggiore di feticizzazione.  Questo al livello dei rapporti reali fra gli uomini (rapporti sociali derivati dai rapporti di produzione) che si sono oggettivati nel processo.  A livello soggettivo, nel momento in cui gli uomini riprendono la loro forma materiale di esseri reali e individuali, la feticizzazione del processo si traduce in loro in alienazione dal processo, dai rapporti di produzione, dai rapporti sociali e di conseguenza da loro stessi, unica fonte del processo alle sue origini.  Ma essi vivono questa alienazione oggettivizzandola di nuovo, feticizzando cioè i loro rapporti personali, i loro rapporti con le cose e il loro rapporto con se stessi.  Non sanno più cosa e perché producono, cosa e perché lavorano, cosa e perché vivono.  E sostituiscono feticci e simboli a quella produzione, a quel lavoro, a quella vita, al fine di restituirle quel senso per loro perso o indecifrabile.

Mai le forze produttive avevano reso i rapporti di produzione così liberi e mai i rapporti di produzione avevano prodotto uomini così alienati.

Se i rapporti con la natura non sono ancora certo chiariti, ancora meno lo sono i rapporti derivati dalla società umana con se stessa. Mai l’alienazione mutata di segno è stata così alta. Mai aveva riflettuto su se stessa.

Quarto. Il problema della riflessione, della presa di coscienza, del disoccultamento, di relazioni chiaramente razionali è la chiave di volta che fa di un individuo alienato un individuo cosciente. Ma la coscienza dell’individuo è legata alla coscienza della società in cui vive. "La figura del processo vitale sociale, cioè del processo materiale di produzione, si toglie il suo mistico velo di nebbie soltanto quando sta, come prodotto di uomini liberamente uniti in società, sotto il loro controllo cosciente e condotto secondo un piano (CAP 1°/111).

Uomini liberamente uniti in società, controllo cosciente, condotto secondo un piano. Fine dei veli. Fine dell’alienazione. Fine della società alienata. Fine degli individui alienati.

Il controllo cosciente, un piano (programma finalizzato), a livello della società: questo è il punto.  E a livello individuale?  Il livello individuale è il riflesso di ciò che va accadendo nella società.  Ma la società cambia attraverso il cambiamento degli individui.  La presa di coscienza e la capacità di elaborare piani finalizzati sono il segno a livello individuale di ciò che sta accadendo nella società e l’inizio della riappropriazione dell’uomo di se stesso e della società in cui vive. 

Un operaio cosciente è qualcosa di molto diverso da un operaio non cosciente.  Il primo è un proletario per sé, il secondo un proletariato in sé. La proletarizzazione per essere compiuta ha bisogno di esserne cosciente. Il proletario per sé parte dalla coscienza.  E la coscienza è appropriazione della realtà.  Comincia da lì.  Non ha nulla a che fare con la gratificazione. Tanto meno con il compiacimento. Semmai ha a che fare con l'allegria provocata dal fine raggiunto. La coscienza si realizza nella lotta e nello studio della lotta.  Lo studio della lotta nello studio dei nessi del processo materiale di produzione a livello di ogni singola società. 

Ma di nuovo lo studio dei nessi può solo avvenire direttamente nel corso della lotta per l’appropriazione della realtà che è lotta per la sua trasformazione.  Non c’è appropriazione senza trasformazione.  Non c’è trasformazione senza sapere.  Non c’è sapere senza coscienza.  Non c’è coscienza senza lotta.  Se coscienza è qui indice di consapevolezza come presa di coscienza, il borghese lotta, trasforma, sa, ma non ne è più consapevole.  Lo era nel tempo in cui lottava per l'avvento della propria classe. Un salariato può non essere un proletario (il mondo occidentale è pieno di operai non proletari).  Ma un proletario non può non essere un salariato.  Ciò non toglie che anche i contadini, gli artigiani, i piccolo borghesi, i ceti medi, possano lottare per la propria libertà e per la libertà del proprio paese. 

Tuttavia non dobbiamo confondere le due cose.  È anche possibile che un salariato possa lottare per il proprio privilegio.  È la lotta per il mantenimento della propria condizione, è la lotta per la conquista del privilegio. Ed è già alienazione.  In altre parole è la lotta per se stessi che produce ed è il prodotto dell’alienazione anche se viene fatta attraverso la società.  Dove società sta per nazione, per classe, per ceto, per setta, per famiglia.  Si può essere appagati in questa lotta. Dove il prezzo dell'appagamento è la perdita della propria umanità. Del proprio essere umano.  Del proprio essere umani.  È mistica dell’azione, del movimento, dei rapporti ..... mentre la consapevolezza è consapevolezza che non si può lottare per se stessi ignorando la lotta per la società nella sua totalità. 

L’essenza umana non è qualcosa di astratto, immanente al singolo individuo. La sua realtà è nell’insieme dei rapporti umani. È la società umana.  Ed è solo nella società umana liberata che l’uomo può ritrovare la propria libertà intesa come fine di ogni feticismo, come fine dell’alienazione.

Quinto. "Tuttavia perché ciò avvenga si richiede un fondamento materiale della società, ossia una serie di condizioni materiali di esistenza, che a loro volta sono il prodotto naturale originario della storia..." (CAP 1°/111-112).

Lo sviluppo delle forze produttive si intreccia con lo sviluppo della coscienza, poiché è a partire dall’essere che la coscienza si determina. L’altra faccia della coscienza è l’alienazione. L’alienazione aumenta con lo sviluppo delle forze produttive, ma con lo sviluppo delle forze produttive aumenta anche la coscienza.  La lotta è per la prima volta chiaramente e consapevolmente ingaggiata.  Da un lato uomini con un massimo di benessere (può il benessere presentarsi sotto la forma di felicità?) ma con un minimo di coscienza.  Dall’altro uomini con un minimo di benessere, ma con il massimo di coscienza storicamente data e possibile.

 

[alienazione e modo di produzione]

Per Marx l’alienazione comincia dalla proprietà, dall’estraniazione dell’uomo dal suo lavoro. La fonte dell’alienazione è il lavoro che resta esterno all’operaio (MEF/197).

In quale misura l’appunto precedente conferma questa analisi di Marx?

1. Cominciamo dalla proprietà. Esiste una proprietà nella società dei cacciatori e dei raccoglitori? Sì. È il territorio della tribù, il territorio di caccia e di raccolta. Dunque esiste quel tipo di proprietà che molto brevemente Marx e Engels definirono tribale (IT).

2.  Il lavoro resta esterno all’operaio. In principio (società preneolitiche) il lavoro non resta esterno all’uomo.  Egli consuma immediatamente il suo prodotto.  Ciò che gli rimane esterno e gli si oppone è la produzione del prodotto.  L’animale trasformato in prodotto della caccia gli è familiare, ma come venga prodotto l’animale gli è ignoto.  All’operaio il mondo che gli sta dinanzi diventa estraneo e nemico. Nel cacciatore il mondo che gli sta dinanzi è estraneo e nemico (anche se parzialmente nemico).  Se nel primo «diventa» e nel secondo lo «è», ciò avviene poiché nel passare dal secondo (il cacciatore) al primo (l’operaio) la forma dell’alienazione ha mutato di contenuto e di segno.

3. L’operaio si sente libero solo nel mangiare, bere, dormire, generare, avere una casa sua (il bestiale diventa umano, l’umano bestiale). E diventano bestiali solo perché vengono separati dal restante cerchio dell’umana attività, divengono "scopi ultimi e unici" (MEF/197).

L’umano consiste nel vivere tutta la propria universale umanità.  Universale poiché a differenza dell’animale l’uomo non solo è consapevole della sua stessa vita ma la estende nella natura tutta (l’attività produttiva, la vita produttiva. Nesso fondamentale che lega l’uomo alla natura, è quella attività, quella vita che genererà vita).  Ogni separazione da questo processo si traduce in espropriazione e alienazione.

Ora per l’uomo primitivo, per il cacciatore e il raccoglitore, per l’uomo del paleolitico, il mangiare, bere, dormire e generare sono le sue principali attività, il suo principale lavoro.  Lì il bestiale è ancora umano.  Il processo di produzione e riproduzione è strettamente legato alla natura.  Si tratta dei suoi scopi ultimi e unici.  E sono realmente i suoi scopi ultimi e unici.  Legati alla sopravvivenza come ente generico.  Ciò nonostante essi rimangono separati dal restante cerchio dell’umana attività (che è ignorato completamente e vissuto come mondo che si oppone estraneo e nemico) e dal processo spontaneo di produzione della natura non ancora trasformata completamente in strumento di produzione, ma nella sua grande parte ancora oggetto di lavoro.

All’interno del processo si formano due estraniazioni. Nella misura in cui l’uomo si appropria della natura estranea, gli diviene estraneo il suo stesso modo di appropriazione della natura. La contraddizione si sviluppa con lo svilupparsi dei modi di produzione. Il feticismo corrisponde, è in parte il feticismo prodotto, incluso nel modo di  produzione.

Marx spiega in maniera particolarmente esauriente (CAP 1°/104-105) come il fenomeno si accentui e prenda una sua specifica forma nel modo di produzione capitalistico.

Se vero che feticizzazione uguale alienazione, allora le forme prese dall’alienazione nel periodo storico in corso, cominciano ad apparire più chiare.  Il mangiare, il bere, il dormire, il generare, l’amare la propria casa divengono feticci. Il feticismo che si appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci (CAP 1°/104) trapassa nel complesso della vita sociale dell’uomo moderno.  Ora il mangiare, il bere, il dormire, il generare, l’amare la propria casa segnano un ritorno alla bestialità perché feticizzandosi divengono scopi ultimi e unici, "figure indipendenti"  della vita dell’individuo, quando ormai socialmente non sono più tali. 

Tanto più la società si socializza, tanto più l’essenza dell’uomo, del suo vivere umano si sposta verso le sue stesse forme sociali, tanto più l’alienazione del processo si riproduce sotto forma di estrema soggettivizzazione della quotidianità della vita, di fuga nel privato, di evasione nel biologismo.  L’estraniazione da ciò che oggi è realmente dominante nel processo di produzione, il sociale, la sua socializzazione si trasforma e viene percepito dagli uomini come riappropriazione della propria vita individuale puntualmente là dove la vita individuale ha ormai perso ogni ragione di essere. 

Ecco come gli stessi fondamenti della vita come il mangiare, il dormire, il bere, il generare e le altre singole attività attinenti alla vita si separano dal processo stesso della vita, divenendo per ogni individuo finalità uniche e assolute e in quanto tali feticizzate.  Uniche e assolute cioè autonome, staccate dal processo generale cui in realtà appartengono (fanno parte), dotate di vita propria.

L’uomo moderno per riappropriarsi della sua stessa vita deva appropriarsi del sociale, ricomporre il processo, deve conoscerlo per modificarlo . L’alienazione non consiste nel "non sapere".  L’ignoranza del processo, della realtà del modo di produzione produce alienazione poiché è a sua volta il prodotto della rottura, della estraniazione dal processo, delle contraddizioni del processo (in primo luogo delle contraddizioni fra forma e contenuto del processo - cfr CAP1°/104, le tre forme della merce).  Il fenomeno non è soggettivo ma generale.  Legato alla proprietà, alla divisione del lavoro, alla società di classe, al processo di scambio, alla rendita, al profitto. Al danaro che occulta i rapporti umani in esso contenuti e li trasforma in cose (da nda settembre 76).

 

[alienazione e feticizzazione]

I due appunti precedenti ruotano intorno a due concetti. 

Il primo appunto parte dal presupposto che l’alienazione nasca prima dalla complessità del processo della natura, poi dalla complessità del processo di produzione.  Più l’uomo chiarisce il suo rapporto con la natura dominandola, più perde il senso del suo stesso processo per dominarla (per via della crescente complessità e estensione del processo ).

Il secondo appunto parte dal presupposto che l’alienazione si annida nel modo di produzione stesso, prodotta dallo stesso processo con cui si produce il valore di scambio. 

Nel primo appunto è alienante tutto ciò che contribuisce a tenere l’uomo fuori dalla realtà della natura. Alienazione è alienazione dell’uomo dal mondo reale e concreto.  Non coincide tuttavia con la semplice ignoranza del mondo reale.  Ma è l’accettazione passiva di questa ignoranza mascherata da razionalizzazioni mitologiche, religiose e ideologiche.  Nel primo appunto quindi l’alienazione è in stretto rapporto col mascheramento prodotto dall’estraniazione dai reali processi della natura prima e dai reali processi del modo di produzione, poi.  È l’estraniazione la protagonista del mascheramento. E l’estraniazione si sviluppa in una contraddizione specifica ® nella misura in cui l’uomo si appropria della natura estranea, gli diviene estraneo il suo stesso modo di appropriazione della natura.

Questo processo viene ripreso dal secondo appunto, ma esaminato dal punto di vista del rapporto uomo - lavoro. L’uomo si appropria della natura attraverso il lavoro. Man mano che l’appropriazione della natura cresce, l’uomo viene espropriato del proprio lavoro. L’espropriazione dal lavoro porta alla feticizzazione crescente dei bisogni umani di base (mangiare, bere, dormire, generare, amare la propria casa, eccetera), man mano che questi bisogni si socializzano. Così come alla crescente socializzazione della produzione corrisponde la privatizzazione dei prodotti, alla crescente socializzazione dei bisogni corrisponde la riappropriazione individuale dei prodotti dei bisogni sotto forme feticizzate.

La socializzazione che è reale libertà dal bisogno appare come schiavitù, la privatizzazione appare come riappropriazione sotto la forma di feticizzazione. Probabilmente perché la socializzazione emerge dal processo di produzione che domina gli uomini (CAP 1°/113) invece di essere padroneggiato da loro. E ecco come gli stessi fondamenti della vita, il mangiare, il bere, il dormire, il generare, l’abitare, che via via coinvolgono ogni singola attività, si separano dal processo divenendo per ogni individuo unici e in quanto tali feticizzati. Unici, dotati di vita propria, fine a se stessi, cioè indipendenti, «spontanei», «naturali», «biologici», in rapporto diretto fra loro e in rapporto fra gli uomini come entità a sé stanti o di per sé valide, quando invece altro non sono che prodotti stessi dell'attività nervosa e cerebrale umana, suoi pensieri e ipostatizzazioni.

Ecco come gli uomini giungono a feticizzare se stessi, il loro stesso processo biologico e naturale, attribuendogli qualità, vita, indipendenza che lontano dall’essere oggettivamente reali trovano la ragione della loro realtà nell’immaginazione o nel rispecchiamento di forme reali che mascherano il reale contenuto di quelle forme.

Il chiarimento dei processi reali, la loro analisi, la loro comprensione, il loro disvelamento, tutto ciò insomma che chiamiamo presa di coscienza sono essenziali per eliminare il feticismo, l’alienazione, l’ideologismo, eccetera.  Ma non sono sufficienti.  Rimane sempre quel feticismo, quell’occultamento che deriva direttamente dal modo di produzione (le relazioni sociali dei lavori privati appaiono come rapporti di cose fra persone e rapporti sociali fra cose - CAP1°/105).  E questo si elimina solo eliminando fisicamente il modo di produzione che li produce, quando questo modo di produzione sarà giunto alla fine (da nda agosto 77).

 

[alienazione e simbolizzazione]

(vedi §SIMB).

 

[alienazione, realtà, falsa coscienza]

Componente dell'alienazione è la negazione del sé. L'individuo non si percepisce come appartenente al reale. Mancando questa coscienza della partecipazione alla realtà, la crea. La inventa. A questo punto la rottura fra individuo e mondo reale è consumata. Si vive nella fantasia. La vita è inventata. Il mondo reale pure.

La falsa coscienza risiede in parte in questa invenzione soggettiva, in parte nell'ideologia della classe di appartenenza che a modo suo è un'altra invenzione. Le angosce nascono dalla lacerazione individuo, classe, mondo reale. Da un lato individuo-classe, dall'altro mondo reale. Anche fra l'individuo e la classe di appartenenza, con ulteriore intrigo. L'individuo non si percepisce come tale. Ricerca se stesso altrove. Nel ruolo soggettivo, nel ruolo di classe, in identità fantasmatiche, di pura fantasia, in realtà costruite a proprio uso e consumo (da fpg 30.04.01).

 

[ancora a proposito di alienazione]

(ES/103) - Per Goux l’alienazione è una perdita, una rimozione.

Nella alienazione si producono due istanze - Una concreta, l’altra astratta - Una vitale, l’altra come valore.

Differenza fra Goux e Marx sull’alienazione. Per G. si tratta di una cancellazione, per M. di un processo oggettivamente nascosto, occultato dalla sua stessa complessità.

(ES/68) - Ogni forma dell’io (del «me») non può che passare in un rapporto (erotico) nel quale l’individuo si fissa in una immagine che l’aliena a se stesso.

 

[alienazione e spoliazione]

Rapporto fra alienazione e spoliazione - Rapporto fra le due condizioni - Mi alieno perché sono spogliato, sono depredato - Rapporto fra alienazione e sfruttamento (cfr.  Marx, Marcuse, Adorno, Sartre, Mandel).

 

[Adorno e Horkheimer]

Per A e HK la socializzazione progressiva è uguale a un controllo via via più forte e integrato degli istinti (LDS/148). Gli impulsi repressi agiscono distruttivamente. Un'analisi nella quale l'alienazione è sottintesa.

La tesi di Marx & Engels nella IT è opposta.  La socializzazione libera sempre nuove forze (in rapporto al maggiore sviluppo delle forze di produzione), l'uomo è sempre più evoluto.  Ma questo uomo più evoluto entra in conflitto con i vecchi rapporti di produzione e con il crescente distacco dal processo generale provocato anche dalla crescente divisione del lavoro (cfr IT San Max). Si aliena.  

ANNOTAZIONE

1° L’alienazione è data dall’ignoranza della natura. Mentre c’è la piena consapevolezza del gruppo umano al quale si appartiene e nel quale ci si confonde.  L’alienazione del gruppo è pari alla sua estraneazione dalla natura.

 2° Con il tempo diminuisce l’alienazione provocata dal rapporto con la natura, ma aumenta l’alienazione dell’organizzazione sociale rivelatasi troppo complessa nella sua lotta per impadronirsi della natura.

(sul tema dell’alienazione vedi anche “Sviluppo e alienazione”)

 

(► continua in “A proposito di nevrosi)

 

 

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“Dell’alienazione” [@ALN]

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