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Della paura

(► della personalità)

 

§* La paura è una delle strutture di base della psicologia, del comportamento e del pensiero umano.

§* Paura è anche ansia del futuro, l’angoscia kierkegaardiana del sentimento del possibile. Il futuro è il regno del possibile.  Se si elimina il futuro si elimina il possibile. Con il possibile si elimina l’angoscia.

 

[funzione della paura]

La paura è una delle categorie logiche di Hegel. Ed è una delle strutture di base della psicologia, del comportamento e del pensiero umano.  Non è l’amore quello che determina l’attaccamento (dei bambini verso i genitori) ma la paura.  La paura, scrive in BPF/78 Hall, di quel che lei, la mamma potrà fargli se il bambino cerca di affermare la propria indipendenza.  D’altra parte negli animali si nota lo stesso meccanismo.  "Ci sono mille tipi e gradi di fissazioni che ci impediscono di realizzare in pieno le nostre potenzialità psichiche; tutti praticamente siamo in qualche modo bloccati dalla paura".

La paura è una delle determinazioni della necessità. E del possibile. Della necessità poiché temiamo l’ostacolo di fronte al quale la necessità ci pone di volta in volta. Del possibile poiché nel possibile tutto è possibile. E sta a noi individuare ciò che è possibile raggiungere da ciò che non lo é. E sta di nuovo a noi evitare le possibilità sfavorevoli.

 

[tre paure di base]

Le tre paure di base sono l’insicurezza, il fallimento, la punizione.  L’insicurezza è determinata dalla paura del fallimento ma allo stato generico.  L’individuo teme di non aver l’abilità necessaria per affrontare le situazioni che gli si presentano dinanzi.  Nel fallimento la genericità della paura si precisa nel timore dello scacco.  Ma è la paura della punizione a essere la più forte (BPF/78).  Ora la punizione può essere di diversi tipi.  Sociale, affettiva, fisica, pecuniaria, eccetera.

 

[paura del limite]

Ognuno ha un suo limite (ERO/38).  Ognuno si identifica con il suo limite.  La paura nasce quando non si accetta il limite. Non accettandolo lo si vuole superare.  Nella volontà di superarlo ci si scontra con lo spavento della sua perdita, perdita che in qualche misura diviene perdita della propria identità per via della coincidenza individuo-limite.  Ma se non si ha il coraggio di superarlo nasce il disprezzo di sé, nascono i complessi di inferiorità, eccetera.  Allora l'individuo si muove come se lo superasse.  Lo supera con l'immaginazione. L'immaginazione dà il via alla fantasticheria, ai sogni di grandezza e di superiorità.  Nella realtà si atteggia a quei sogni.  Cerca conferme.  Le crea, se le racconta, le sollecita, le esige, discute per affermarle.  Le afferma rifuggendo dalle prove di realtà.  Si allontana sempre più dalla realtà.  Assume arie di superiorità, diviene arrogante, recita il personaggio che non è e siccome non lo è, ricade in continuazione nel dubbio di esserlo e i sentimenti di superiorità si alternano ai sentimenti di inferiorità.  Nasconde la propria impossibilità dietro l'impossibilità generale.   È alla ricerca permanente dei limiti, delle impossibilità, delle incapacità, delle viltà altrui.  Non crede nelle possibilità degli altri, salvo che per via mitica.  Ma anche in questo caso tanto le proclama, quanto le pone in dubbio.  Il disprezzo che al fondo nutre per sé si riversa sugli altri.  Il sospetto diviene un suo modo di essere poiché alla base c'è la volontà di credere che ognuno ha limiti che non accetta e maschera. Eccetera.  & Tutto ciò, naturalmente, va inserito nel processo generale dello sviluppo umano.  Nei meccanismi del 4PP e delle riflessioni sull’insicurezza (vai a @PERS-INSIC).

 

[paura di non essere]

Paura di «non essere».  Non essere all’altezza, non essere questo, non essere quello. Problema della identità.  Provare agli altri – e a se stessi – il contrario. Di qui l’affermazione di sé, il volere, lo spingere, eccetera.  Questo può essere il meccanismo della insicurezza.  O meglio, forse, della paura di essere pazzi, che poi è la paura di «non essere». 

Ora l’essere è l’essente per eccellenza. Tutto in natura è.  L’uomo rappresenta questa coscienza.  Questa coscienza si forma nel passaggio dall’in sé della natura generica al per sé della natura umana.  Ogni individuo nasce con questa coscienza.  Un sentito profondamente inconscio. O, con Lacan, rimosso.

Ora è (può essere) la percezione inconscia di questa rimozione ad alimentare la paura della follia. A fare di ogni individuo un individuo nel suo inconscio profondo, migliore di quello che nella pratica di vita, è.

Inconsciamente avvertiamo l'inadeguatezza del nostro essere rispetto al rapporto uomo-natura e uomo-uomo. In termini più generici fra quello che siamo e quello che potremmo essere. Ciò che siamo è sempre inadeguato a ciò che potremmo essere. Che a volte si trasforma in ciò che vorremmo essere o in ciò che dovremmo essere. La paura di non essere è la paura di non essere ciò che potremmo, vorremmo, dovremmo essere.

Ipotesi che calza anche in tema del complesso d'inferiorità.  PSIC/97/’90 affronta la questione.  Per Adler, qualunque fosse il quadro dei rapporti educativi, esiste "all’inizio di ogni vita psichica un sentimento più o meno profondo d’inferiorità, considerato da uno dei suoi allievi, Erwin Wexburg, l’esperienza primaria di ogni angoscia originaria".  Inferiorità, inadeguatezza, follia, tre facce di una sola paura. La paura di non essere. 

 

[disperazione di essere nulla]

Lo squilibrio di Ps non dipende dal rapporto con gli altri ma dal rapporto con se stessa. È a se stessa che deve dimostrare di valere qualcosa. A tal punto è convinta di non valere niente. La lotta della sua vita è questa. Dimostrare a sé di essere. Di riflesso questa dimostrazione rimbalza sugli altri. Prende la forma di una dimostrazione per gli altri. Ma la sua disperazione è di essere un nulla. E dimostrare di essere qualcosa. A se stessa.

Naturalmente questa lotta prende le forme che le vengono suggerite dalla cultura, dalla mentalità del mondo di provenienza da quello e da quello di frequenza.

Va tuttavia individuato un altro elemento. Che accompagna la lotta e le crea non poche difficoltà pratiche. Una forte attitudine a coltivare speranze. Illudersi. Desiderare una cosa è pensare di averla già in tasca o di essere comunque in grado di raggiungerla e impossessarsene. Peggio, dare per acquisito il suo possesso e agire come se questo possesso fosse reale. Anche questo prodotto di quella disperazione del sé alla base della personalità e base del suo velleitarismo.

Il suo attaccamento a me discende probabilmente dall'averla io sempre considerata un qualcosa. Averle attribuito un'intelligenza. Averla trattata come un essere pensante. E di non averlo mai messo in dubbio. Mentre negli altri avverte interesse, affetto (ne suscita molto), amore, anche stima pratica ma mai intellettuale (da fpg 2.9.05).

 

[depressione e morte] 

(CDS/78) – In primo luogo c'è la paura e l’angoscia nell’affrontare la vita.  Il nevrotico – sostiene Jung – esita a lanciarsi nella vita per via del suo desiderio di restare in disparte evitando con questo comportamento di essere coinvolto nella pericolosa lotta per l’esistenza.  Chi, tuttavia, rinuncia al rischio di sperimentare la vita – continua J.  – commette una sorta di suicidio parziale.  Con questo si spiegano le fantasie di morte che accompagnano spesso la rinuncia al desiderio. 

La depressione è già in un certo senso una fantasia di morte. È già morte.  Avendo rinunciato alla vita, il depresso non ha più ragioni valide per viverla.  E ancora meno per affrontarla.

 

[angoscia e paura]

Il reale limite del suo carattere, l'angoscia. Che è poi paura (parlo della paura con quell'esperta di paure che è Ps). È una paura allo stato puro, dice, di tutto e anche di nulla. Penso che l'angoscia sia questo livello di paura generica. Paura pura. Quando degenera in psicosi, l'angoscia pura raggiunge livelli talmente alti e insopportabili che l'individuo deve di nuovo darsene una ragione. E siccome di ragioni reali non ce ne sono e appaiono palesemente infondate anche a lui, allora ne crea di nuove e terribili (da ndc  29.2 88).

 

[il conflitto presente–futuro]

Un disturbo acuto della personalità deriva dal conflitto presente-futuro  (Bataille, LEM).  Il presente uguale al piacere, all’individuo, alla vita, al consumo, alla trasgressione, alla libertà dell’infanzia, eccetera.  Il futuro uguale al dovere, al lavoro, all’accumulazione, alla conservazione, alla specie, alla riproduzione, eccetera.  Con questo le stesse strutture fisiche dell’universo giocano il loro ruolo all’interno dell’individuo come le giocano all’interno della società umana, dei processi di produzione, eccetera. 

Così quella che scambiamo per «pigrizia» altro non è che la soluzione del conflitto a favore del presente.  Il presente è l’immediato logico.  Il mediato è il rapporto fra passato e futuro.  Il mediato per qualche verso elimina il presente. Non a caso l’astrazione è la forma del mediato.  Sempre ricavata dal passato (la sua storia) e proiettata nel futuro (progetto o programmi).  Tre livelli di complessità contro uno dell’immediato.  La forma con cui si presenta la realtà è qui, sotto i miei occhi.  Mentre la sostanza di quella medesima realtà è lì, lontana dai miei occhi.  Non la vedo, quindi non c’è. Peggio, non la vedo quindi la temo. Un timore inconscio quindi angoscioso. L’azione riporta il rapporto passato-futuro al presente.  In questo senso ogni azione è a sua volta un immediato.  Ma un immediato per sé non in sé. Eccetera.

 

[il non essere del presente]

Gide (diario 2°/277) sostiene che l’abitudine della felicità è la non preoccupazione del futuro.  La paura di compromettere il proprio futuro impedirebbe la possibilità di esprimersi pienamente nel presente.  C'è del vero.  Ma se al presente togli la dimensione del futuro lo disossi.  A parte che è impossibile poiché il presente come successioni di secondi e di minuti è sempre impastato di passato che scorre e futuro in essere. Stendi una mano per prendere un bicchiere con la volontà, il programma e la consapevolezza che fra un istante lo berrai.  Fra l’altro, fra il momento di stendere la mano e quello di portarla alla bocca con il bicchiere racchiuso nel suo palmo può accadere la qualsiasi cosa. 

Nel 1945 migliaia di queste piccole operazioni furono interrotte a Hiroshima dallo scoppio della bomba.  Ma possono accadere altre mille piccole cose meno drammatiche.  Che si rovesci il bicchiere, per esempio.  Non c'è presente, quindi.  Il presente non essendo altro che una successione di volontà passate e di gesti futuri.  Con la necessità di programmazione, di verifica e di controllo fra progetto dell’azione e attuazione del progetto.  (Il progetto non presuppone necessariamente la programmazione). 

Cosa c'è di vero, allora nella osservazione di Gide?  Vera è la «forma» psicologica che Gide dà alla riflessione.  Ciò che ne individua è l’ansia del futuro, l’angoscia kierkegaardiana del sentimento del possibile. Il futuro è il regno del possibile.  Se si elimina il futuro si elimina il possibile, si elimina l’angoscia.

Ma perché, rimanendo sul terreno psicologico e soggettivo, non trasportare il futuro nel presente vivendolo come possibile?  Ogni possibile ha un progetto e ogni progetto è presente.  Il progetto quindi è quella forma fenomenica (non soltanto psicologica ma oggettiva) nella quale presente e futuro si saldano. (Psicanaliticamente è la possibilità-capacità di tenere fermo e inalterato un impulso fino al momento nel quale la sua soddisfazione sarà possibile). 

Il discorso quindi si sposta sul progetto, sulla analisi della sua forma, sui suoi legami col sapere e con la storia, sui  suoi limiti (per esempio forte tendenza a trasformarsi in mito trasportando il presente nel futuro invece che il futuro nel presente), sul rapporto fra progetto e felicità (con continuo passaggio dell’uno nell’altro) (da una ndc del marzo 1973).

 

[la forza della tradizione]

La paura del futuro e del cambiamento dà forza alla suggestione della tradizione. Nei rapporti sociali la tendenza è di farsi catturare dalle strutture tradizionali del pensiero.  Quando le argomentazioni o le esigenze del tuo interlocutore sono espresse con la forza del costume, del noto, della tradizione, qualcosa in noi cede, cede perché le accoglie, le accoglie perché le riconosce, le riconosce perché non le ha ancora superate.

Così il nuovo di cui si dovrebbe essere portatori non viene affermato con l’energia necessaria, con l’argomentazione appropriata, né lo si pone come esigenza.  È l’esigenza del noto che si accoglie come tale.  Alla quale viene riconosciuto lo stato di esigenza. 

Questa è la base di ogni caduta interiore. 

Ve ne sono anche altre oltre la paura, come l'opportunismo, la volontà di piacere, la «causa superiore». 

La causa superiore può essere suggerita dalla necessità politica, dalla strategia o dalla tattica che hanno la loro fonte in un progetto.  In questi casi non è corretto parlare di cedimento, di caduta o di capitolazione. È altro. È compromesso, astuzia, abilità, eccetera. 

Per astuzia o abilità si mentisce. Tuttavia qualsiasi sia la causa della menzogna, la menzogna rimane men­zogna..  Mentendo si alterano dati di fatto e questa alterazione permane quali che siano le sue motivazioni (da fpg 25.4.90).

 

[alcune tesi di E. Mandel]

Angoscia uguale paura, uguale insicurezza accumulata o ereditata. Secondo E. Mandel (TEM 2°/ 489) le prime paure dell'uomo dipendono da fatti economici e investono problemi di sopravvivenza.

L'uomo se ne difende con riti che hanno anche la funzione di scaricare le angosce.  Le angosce sono legate esclusivamente alla penuria di beni, penuria che provoca la morte dell'individuo e minaccia l'esistenza del gruppo.

Con l'abbondanza, sostiene Mandel ogni paura verrebbe a cessare. E una volta estinta la paura l'uomo sarebbe in grado di essere ciò che realmente è, generoso, sicuro, tranquillo, dedito esclusivamente al proprio sviluppo individuale e collettivo.

L'angoscia del sesso altro non sarebbe che un'angoscia di compensazione. Lo sfogo sessuale avrebbe la funzione esclusiva di compensare le angosce della carestia.  Anche perché il sesso è il modo con cui l'uomo produce se stesso. Produzione che va regolata poiché interviene direttamente nell'equilibrio economico (sia nelle epoche preistoriche delle carestie permanenti, sia nelle società contemporanee).

Anche le angosce del sesso sarebbero derivate dalle angosce della carestia e della penuria.  E il sesso e l'organizzazione familiare non sarebbero altro che gli strumenti con i quali l'individuo cerca di recuperare la propria sicurezza, di sbloccare l'ansia stringendosi con la propria donna, con il proprio amico, con la propria famiglia, con il proprio paese, ecc.

 

(► continua inDel ruolo)

 

 

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“Della paura” [@P]

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