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Il vuoto si fa strada

►continua da #IMOD17

20 maggio 2016 &   È morto Marco Pannella. Con l’usuale rumore che in Italia accompagna solitamente le morti.

Si diventa grandi solo dopo morti. Salvo eccezioni in un senso (muori ma la morte non aggiunge nulla) o nell’altro (eri considerato straordinario anche prima di morire – raro).

Marco non mi è mai piaciuto. Anche quelle volte che abbiamo fatto delle operazioni politiche in comune accordo. Quando lui era leader universitario dell’Ugi, e un paio di altre quando io dirigevo la redazione romana del Giorno di Baldacci. Ma fu nel periodo del Giorno di Baldacci che Marco capì come io non amassi fare le cose al fine di esaltare se stessi. In funzione della creazione della propria immagine. Mobilitando trombe e tamburi. E da allora rompemmo silenziosamente, perdendoci gradualmente, reciprocamente di vista.

Non collaboravo. Non ero utile. Questo è il punto.  Marco lavorava solo in funzione della propria immagine. Per questo fine era pronto anche a rischiare la morte. O rischiare la propria salute fisica.

Ora. Penso che il valore delle persone risieda nel fare le cose. Per convinzione della necessità di farle. Con obiettivi concreti e senza secondi fini. E quando le fai così, senza sottolinearne l’importanza, o battere i tamburi per sottolinearla, la società, la collettività non se ne renda conto. Le dà per scontate. E tu, se nessuno batte il tamburo per te, rimani nell’anonimato. E rimanere nell’anonimato era quanto Pannella non sopportava. Doveva distinguersi. Costasse quel che costasse. Mettendo in gioco la propria coerenza, la propria integrità, la propria correttezza, la propria lealtà.

Questo il motivo principale della mia scarsa considerazione per lui e per le sue battaglie moralizzatrici. Battaglie che in un paese ipocrita e epidermico come il nostro hanno ottenuto dei risultati. Non tali come li descrivono oggi i giornali. Ma certamente tali da contribuire a porre sul tappeto le questioni affrontate e facilitarne e a volte determinare la soluzione.

Altri motivi critici sono di natura secondaria. Lo giudicavo un trasformista, opportunista, profittatore e spesso guitto.

Amen.

 

& – Ancora una riflessione sul caso Pannella.

A giudicare dai commenti sulla vicenda, in Italia sembra contare solo ciò che si fa. Mai una riflessione sul come si fa. Sul perché lo si faccia. A meno che il come e il perché siano pretesti per aggredire qualsivoglia. In altri termini tutto è insieme pretestuoso e epidermico.

Ora il «come» è fondamentale per capire cosa si stia facendo o si sia fatto. Il «perché» si presta di più a essere strumentalizzato. E scivolare sul «a chi conviene?» Pensiero, questo, fondamentale su qualsiasi cosa si faccia nel paese.

Mai un’analisi oggettiva sul fare, sul come lo si è fatto, sulle ragioni che hanno condotto a farlo. Sulle conseguenze di quelle ragioni. Sugli effetti e sulle conseguenze della cosa fatta una volta che sia stata fatta.

Troppo faticoso, troppo cerebrale. Troppo complesso.

A meno che. A meno che – secondo un metodo logico caro ai seguaci di Ignazio di Loyola – si spacchi il capello in quattro al solo fine di lasciare tutto come è.

Insomma. Nessun amore per la realtà.

L’unica realtà presa in considerazione è la realtà sociale. Dei rapporti sociali. Fatalmente una realtà di scontri e convenienze.

L’autenticità della realtà, la sua validità, la sua oggettività sono fuori dalla pratica del paese. E forse lontane dalla capacità stessa di produrre un pensiero che sia logicamente fondato.

 

& – Tg poco interessanti. È la politica interna poco interessante. Come la politica estera. Ambedue procedono strisciando come lumache sulla transizione. È la transizione ad essere vischiosa. E indecifrabile. Un buio davanti a noi nel quale tutti si muovono stentatamente o avventatamente.

& – L'altruismo, un modo di dire.  Qualsiasi cosa si faccia la si fa spinti da un interesse del soggetto che la fa. Di solito si fa per compensare deficienze dell'io. Deficienze giudicate tali dalla cultura di appartenenza. Oppure per esaltare il proprio io sempre a giudizio della cultura di appartenenza. Marco P. buon esempio di questo secondo fenomeno. Ma la si fa anche per una serie di interessi intellettuali o pratici. Apprendimento del mondo, desiderio di sapere, desiderio di conoscere. Semplice curiosità. Comunque sono sempre gli interessi dell'io al comando.

Dunque. Egoismo e altruismo vanno reinterpretati.

& – La povertà culturale del paese emerge giorno dopo giorno. Le dichiarazioni dei politici, degli esperti, dei giornalisti, degli intellettuali all’italiana mancano di ogni fondamento logico e teorico. Difficile a volte capire cosa stiano dicendo. Si intuisce solo perché lo stanno dicendo.

Campioni i cinque stelle. La Raggi, candidata m5s a Roma attacca Renzi. Il quale nella sua qualità di capo del governo non potrebbe intervenire nella capitale a favore del candidato del suo partito. Abusa della sua posizione istituzionale, tuona la Raggi. Viola la Costituzione che lo vuole al di sopra delle parti. Confondendo doveri e prerogative del presidente del consiglio con doveri e prerogative del presidente della repubblica. Nella Costituzione.

Nello stesso tempo si scambia d’abitudine il regime parlamentare, fondamento della repubblica, con il regime della democrazia diretta. Regime invocato per dritto e per rovescio. Senza che nessuno corregga l’errore. Perché nessuno corregge l’errore? Perché pochi hanno chiara la differenza fra i due sistemi. Convinti che in democrazia l’uno equivalga l’altro. E, insieme, nessuno ha intenzione di dare sulla voce a chi invoca l’intervento diretto della platea popolare. Correggerlo significherebbe essere additati come antidemocratici e antipopolari. Cioè. Confusione, opportunismo. Assenza di organizzazione culturale in grado di selezionare ciò che è culturalmente fondato da ciò che è arbitrario e privo di ogni presupposto teorico.

E è la carenza di presupposti culturali e teorici che permette a ogni italiano di sentirsi un grande pensatore. Autorevolmente autosufficiente. Insofferente di ogni insegnamento. Per lo più giudicato superfluo.

& –
Leggo i giornali ormai rapidamente come il solito. Come il solito c’è poco da leggere. La guerra della sinistra pd contro Renzi. Alfano ostacola la prescrizione per motivi giudiziari. Molti processi che li coinvolgono non sarebbero prescritti come invece lo sarebbero con la vecchia legge berlusconiana. Obama si atteggia a difensore della civiltà occidentale. Va a Hiroshima. Non si scusa ma declama. Mai più atomiche nel mondo. Trump tanto per compensare, minaccia di vincere le elezioni SU. E non accenno alla questione immigrati. Attratti dal benessere occidentale e schivi dal lottare per la crescita del proprio paese (già detto).

& –
Il libro della Ferrante. Povero di contenuti. Descrizione di un mondo che conosce solo l'emotività degli impulsi. Un continuum  di azioni e reazioni. Assenti determinazione e volontà. Eppure celebrato come un grande romanzo. La Ferrante come un'autrice di grande talento. Temo si tratti di un fenomeno destinato a mettere radici. La Ferrante sta ai suoi lettori come Casaleggio stava ai suoi elettori. Se la politica precipita nei Casaleggio e nei Grillo, la letteratura precipita nella Ferrante (e altri più o meno ignoti). È una tendenza vincente. L'ascesa del piccolo borghese sulla scena. Con i suoi politici, i suoi scrittori che lo celebrano e lo descrivono. I suoi intellettuali che lo plaudono. 

Già visto nella storia. Caduto il mondo antico, seguirono anni di buio intellettuale. Poi Agostino e Tommaso riscoprirono in chiave cristiana i pensatori greci. Agostino Platone (attraverso Plotino). Tommaso Aristotile. Tra Agostino e Tommaso trascorsero otto secoli. Aristotile tornò sulla scena intorno al 1200. Alla fine tutto sboccò nel Rinascimento e il mondo riprese a pensare. Erano trascorsi oltre mille anni.

Ma il libro della Ferrante riflette anche la povertà culturale di questo paese. Il suo vuoto intellettuale. La sua arretratezza sociale. Uno scrittore che vuol parlare del paese che materiale ha se non quello che il paese gli fornisce? In questo senso la Ferrante è geniale, capace come è di raccontare il nulla. Di dare al nulla un contenuto che non c'è.

Di fatto una analisi dei comportamenti sottile, degna di un contesto più complesso. Soltanto che il contesto è misero. E la sua pochezza non viene avvertita dalla autrice, che non la coglie né la pone nel necessario risalto. In altre parole. Si descrive il sociale senza coglierlo. Il risultato. Una lettura stanca e sonnacchiosa. Risvegliata qua e là da qualche riuscita descrizione di stati d'animo e situazioni articolate di un mondo in sé privo di ogni complessità quale risulta quello descritto. Tuttavia. Anche se con qualche sbadiglio si fa leggere.

&– Lettura del secondo volume Sempre più noioso e vuoto. Fra l'altro è la pedissequa continuazione del primo. Nel senso che è composto da capitoli che fanno parte del primo volume. Il romanzo è uno. Lo hanno diviso in due (in verità in quattro). Arbitrariamente. Senza alcuna ragione narrativa. Cosi sono riusciti a farsi pagare 22 euro complessivi dei due volumi (che in realtà sono uno).

Non credo che acquisterò i due volumi successivi della serie.

Nel bene e nel male l'autrice descrive un mondo, quello italiano, decrepito, polveroso, fermo. L'analisi stessa dei caratteri, dei comportamenti, delle emozioni a volte condotta con acutezza, è vittima della mentalità retrograda, elementare, povera del contesto descritto.

Possibile che il personaggio narrante sia di fatto autobiografico. Se lo fosse sarebbe già più interessante.

 

Giugno 2016 & – “Un discorso convincente da grande comunicatore”. Frase di un personaggio di peso riferito al discorso di un altro personaggio di peso.  

Non si giudica più quanto un discorso sia vicino o lontano dalla realtà. Il riferimento non è la realtà. Non è la sua oggettività. O se si vuole la sua verità. Non è la teoria che lo sostiene. Il pensiero che lo articola. La mentalità che lo ispira. No. Il valore di un discorso è nella capacità di comunicare del suo autore.

Di fatto la comunicazione è stata separata dalla realtà. Si è autonomizzata. Ora è un valore in sé.

Non è tanto quel che dico ma come lo dico. Quel che dico scompare di fronte a come lo dico. Una menzogna detta bene fa fede più di una verità espressa male.

Certo può accadere, accade, che un falso ben confezionato possa fare aggio, faccia aggio su un autentico mal presentato. Tale possibilità rappresenta un problema che va affrontato e risolto. Ricollocando la realtà/verità al giusto posto.

Invece no. La questione è dire la qualsiasi cosa ma dirla bene. Saperla dire. Vera o falsa che sia non è nemmeno una questione secondaria. È una questione che non viene presa in considerazione. Non esiste.

Una conseguenza del tramonto della logica. Dello scollamento generale.

Il trionfo della forma sulla sostanza.

La comunicazione è oggi concepita come pura forma.

& – Può capitare che una forma troppo indovinata faccia ombra, nuoccia alla sostanza che esprime.

Marx oltre a essere un grande pensatore è anche un eccellente scrittore.

Ciò ha fatto sì che il Capitale lo si legga come un grande romanzo senza nulla capire del suo contenuto.

Fenomeno largamente diffuso che spiega gli equivoci sul Capitale.

 

& – Incontriamo xy. Mi indispettisce la differenza di trattamento del guarnito. A xy il doppio del doppio di quanto ne riservino correntemente a noi. Chiedo come mai. La risposta è che per xy è routine. Forse perché prendevano due aperitivi con la moglie. E il guernito è rimasto di quella misura.

È il paese. Ognuno fa come si sente di fare. In questo caso il barista. Senza una logica e senza una regola. Inutile essere centro europei come, per mentalità e educazione, pretende mc. Non esiste nulla di più lontano da questo nel modo di pensare e di essere italiano. E esserlo non fa altro che confermare la pratica sociale secondo la quale ognuno è come è. Ognuno diverso dell’altro. Senza un sentito comune, una regola comune, una cultura comune.

& – Penso a un elenco delle caratteristiche piccolo borghese (pcbg). Intanto tre di fondo. Prima caratteristica. Il pcbg è convinto che tutto il mondo la pensi come lui. Abbia i suoi medesimi pensieri. Seconda caratteristica. Pensa che tutto il mondo debba pensarla come lui. Terza caratteristica. La parte del mondo che non la pensa come lui è fuori. Indegna di stare al mondo. Ancora. Anche quando non lo pensa devono comportarsi come se lui fosse il centro del mondo.

Altro. È permaloso. Si offende. Tutto ciò che non gli somiglia lo offende. Possiede un senso particolare della pulizia. Ciò che lui ha pulito non deve essere sporcato. Di qui le pianelle, i centrini, e simili. Possiede una sensibilità tutta particolare e soggettiva dell'ordine. Capitolo importante. Poiché l'ordine è soprattutto ordine sociale. Non a caso indica l’ordine sociale con un solo unico vocabolo. L’ordine appunto. Senza aggettivi o altri attributi.

Il tifare per l'ordine sociale colloca il pcbg – che lui lo avverta o no –  a destra.

E. Una volta individuato con certezza cosa si intenda per ordine, tutti gli altri ordini – l'ordine a tavola, l'ordine nell'abbigliamento, l'ordine nel comportamento, e in genere tutto ciò che richiede un rigore, lascia molto a desiderare. Di fatto non viene tenuto in nessun conto. Un modo di fare che aspira al rigore senza sapere cosa sia. Risultato. Un comportamento lasco. Approssimativo, superficiale, vago.

Il pcbg in realtà non ha idea di come ci si comporti. Ha orecchiato qualcosa. Qua o là. Di questo qualcosa ha fatto un assoluto. Lo ha trasformato in una certezza. Anche perché non è nella sua natura confessare di non sapere ciò che effettivamente non sa. Si vergogna di non sapere e tenta di dare a intendere di saperlo.

La vergogna. Una caratteristica specifica del pcbg. Il pcbg si vergogna di tutto. Di non eccellere, di essere impacciato, sprovveduto, insicuro, incolto. Si vergona soprattutto di vergognarsi.

Conseguenza. Vuole apparire bravo, abile, capace. Si traveste da esperto, da competente, da amatore.

Da buongustaio. Da intenditore. Soprattutto da intenditore di vini.

Sulla conoscenza dei vini si giocano le partite più accanite fra i pcbg. O sulle portate di un pranzo. Sull’eccellenza di una vivanda. Una questione di vita o di morte. Cioè una questione di identità.

Ora il vero intenditore, il vero buongustaio non vanta la sua virtù di intenditore e di buongustaio. In un certo senso non sa di essere un intenditore e un buongustaio poiché lo è naturalmente. Spontaneamente. Per educazione, per formazione. Per abitudine. Per abitudine al buon bere e al buon cibo. E non ne fa una virtù. Non ne fa una necessità. Consuma con la medesima noncuranza, con la medesima indifferenza un buon pasto o un pasto ordinario. Ama il buon cibo o il buon bere con la medesima indifferenza con la quale consuma con appetito pasti medi o mediocri o addirittura cattivi per necessità di condizioni. È stato educato a mangiare la qualsiasi cosa. A non scegliere fra ciò che gli piace e ciò che non gli piace. Ciò non toglie che quando può cerchi di soddisfare i propri gusti. Ma non ne fa un’esigenza. Non li esibisce.

Insomma ciò che si intende per eleganza comporta disinvolta semplicità. Disinvolta adattabilità.

Altre caratteristiche pcbg.

– Il pcbg al bar detta al barista con minuzia di particolari ciò che vuole. E ciò che vuole è sempre qualcosa di speciale che solo lui sa come si confeziona. Tendenza che si manifesta anche in trattoria. Per cui al trattore viene voglia di invitarlo in cucina in modo che si cucini ciò che vuole come lo vuole lui.

– Il pcbg è sempre più esperto di ogni esperto. Lui sa tutto di tutto meglio di tutti.

– Il pcbg odia la determinazione.

– Il pcbg tende a giudicare la determinazione come un’isteria se si tratta di una donna o come una sovreccitazione se si tratta di un uomo.

– Il pcbg tende a attribuire agli altri i propri difetti. Lui è insicuro, allora accusa gli altri di essere insicuri. Lui mente, allora accusa gli altri di mentire. E via di seguito.

– Il pcbg declama le proprie doti.

– Il pcbg camuffa l’insicurezza con una disinvoltura invadente. Si stravacca nelle poltrone. Prende iniziative in case ospiti. Spara giudizi. 

– Il pcbg scambia l’arroganza per sicurezza. E la sicurezza per arroganza.

– Non riconosce i ruoli. Tratta il Presidente della Repubblica come un suo pari. Fa l’amicone con gente appena conosciuta. Scambia la sfacciataggine e la spigliatezza fuori luogo per disinvoltura.

– Il pcbg invitato a pranzo la sera porta due bottiglie di vino o un dolce. Intanto il pranzo lui lo chiama cena. Mentre per cena un tempo si intendeva il pasto consumato dopo teatro. Cioè certamente dopo la mezzanotte. Ora. Portare qualcosa una volta invitati è di cattivo gusto. Se porti del vino sembra che tu metta in dubbio che l’ospite ne abbia o che non lo abbia buono come quello che stai portando. Oppure, peggio. Che tu voglia immediatamente sdebitarti, almeno parzialmente. Sminuendo la portata dell’invito. Se poi porti un dolce fatalmente sarà un duplicato dell’immancabile dolce dei padroni di casa. I quali, imbarazzati, ne offriranno due. Il loro e il tuo. Lo stesso può capitare per il vino. Il padrone di casa cosa fa del tuo?  Se lo tiene senza consumarlo con te? Orrore!

 

& – La cultura fa aggio sull’emotività e sull’istinto. Al contrario.

Il primato dell’istinto e dell’emotività sta precipitando l’Occidente nella crisi. L’idea che l’uomo è ciò che «sente» e non ciò che pensa sta distruggendo le capacità logiche degli occidentali. Se si è solo ciò che si sente il pensiero è impegnato ad ascoltare solo il proprio corpo. Le sensazioni per essere colte non hanno bisogno di progetti. Né di programmi, né di piani. Vanno solo individuate e seguite. Il fatto di seguirle ci riporta indietro all’animalità. Un barlume di ragione sopravvive solo nella necessità di individuarle. E se individuarle dovesse risultare troppo impegnativo allora, senza crearci problemi giudicati inutili, possiamo limitarci a seguirle.

E seguirle è ciò che avviene. Tutti sono lì a soddisfare i propri istinti, a ascoltare le proprie emozioni.

Il trionfo delle emozioni e degli istinti sulla ragione è pressoché totale. In Occidente compito della ragione è di essere al servizio delle emozioni e degli istinti. Suo compito è trovare il modo migliore per soddisfare gli uni e le altre.

La regressione all’animalità è piena. Sia pure un’animalità umana. Alienazione e entropia avanzano senza incontrare resistenze.

Questo l’Occidente. Questo l’esito del capitalismo che per spingere i consumi oltre le necessità ha fatto leva sull’emotività e gli impulsi. Ha inventato il primato del sentito sul pensato.

Il mondo tuttavia non si riduce all’Occidente. Le culture di origine marxista come Russia e Cina mantengono in piedi il primato della cultura. Della ragione. Una ragione che non va confusa con la razionalità ottocentesca. 

Avranno la meglio.

& – Si pone la questione della maturità e della capacità dei popoli di prendere decisioni.

La moda in corso dei referendum è fondata? L’inglese comune è in grado di capire quale sia il proprio guadagno nel rimanere o nell’uscire dall’Europa?

È già molto difficile che un intellettuale che non sia esperto di politica e di economia sia in condizione di capirlo. Perché dovrebbe capirlo l’uomo comune? E gli esperti sono in grado di capirlo? In realtà nessuno è nelle condizioni di capirlo. Alcuni gruppi della classe dirigente sono in grado di sapere cosa favorisce i propri interessi a breve termine. Su questo prendono decisioni. Ma già sul medio termine è più complesso prevedere quali siano le convenienze proprie. Per non parlare poi degli interessi dell’intera comunità cui si appartiene. 

Sul lungo periodo la storia ci dice che nessuno dei grandi condottieri di popoli è mai stato in grado di prevedere dove diavolo sarebbero sfociate le decisioni che andavano prendendo. Decisioni che hanno regolarmente provocato eventi del tutto imprevisti e imprevedibili. Un insieme di uomini produce una realtà che sfugge a ogni singolo individuo che compone quell’insieme. Figuriamoci quando quell’insieme ha la consistenza di un intero popolo.

Nello stesso tempo nel corso della storia sono emersi strati popolari sempre più larghi e, diciamo, più profondi. Vedi il superamento dello schiavismo. Dopo lo schiavismo il superamento dei servi della gleba. E via via fino ai nostri giorni.

Ora. A quale livello di «emersione» siamo giunti oggi?

Tuttavia. Quale che sia il livello di emersione raggiunto, il livello, il deficit culturale che caratterizza gli strati sociali emersi bilancia negativamente la validità dell’emersione in sé. Sempre più uomini che possono dire e dicono la loro ma non sanno cosa dicono. Non hanno la necessaria conoscenza per capire dove stiano. Sono troppo lontani dal massimo di coscienza possibile storicamente raggiunto per saperlo.

Una questione non da poco.


Luglio 2016 & – Il tam tam della stampa dà Renzi perdente di fronte all’incalzare dei cinque stelle. Un sondaggio di Repubblica dà al ballottaggio i cinque stelle al 54,7% e il pd a 45,3. Di Maio al 41% e Renzi fermo al 40.

Tutto è possibile nel paese che ha avuto Bossi come ministro della Repubblica.

Qualcuno ha scritto che siamo di fronte alla liquefazione delle classi dirigenti. Va anche considerata la crisi dell’Occidente e l’avanzata della rivolta populista.

La Brexit ha in parte fermato le conquiste di quella rivolta. In Spagna ha provocato uno stop alla pressione dei podemos. Gli inglesi vanno lentamente rendendosi conto delle conseguenze del loro voto.

In Italia per capire sarà necessario attendere l’esito del referendum abrogativo di ottobre.

Sta comunque venendo in chiaro che la gente vota senza una reale consapevolezza del proprio voto.

C‘è da meravigliarsene? Ha senso un voto popolare dato praticamente alla cieca? Senza cognizioni di causa? Da popoli non in grado di dare un contenuto alla propria volontà? Contenuto politico, economico, sociale che una votazione politica contiene?

Inoltre. Gli operai di una grande industria sono in condizione di dirigerla con vantaggio economico e finanziario?

Circa cinquanta anni fa una fabbrica del Nord sull’orlo del fallimento venne occupata dai propri operai e condotta al successo nel giro di due anni. Quegli operai lavoravano di giorno e studiavano di notte. Letteralmente. Studiavano la notte. Così facendo riuscirono a impadronirsi dei contenuti teorici delle tecnologie in uso nella fabbrica. E si fecero un’idea dell’andamento dei mercati che riguardavano le merci sfornate dalla fabbrica.

Questo è l’unico modo con il quale classi subalterne possono diventare classi egemoni. Senza danneggiare il livello di vita raggiunto.

Questo naturalmente non supplisce la lotta, lo scontro, la rivoluzione armata per conquistare un ruolo nella storia. Ma rivoluzioni e lotta armata non porteranno a molto se non sono sorrette dalla cultura necessaria a interpretare il periodo storico nel quale si vive e si agisce.

Il leninismo lo aveva capito bene.

 

& – In un negozio classico di via Condotti. I cui clienti acquistano solo capi usciti durante l’anno. Il che spiega molto del mercato. Di come il mercato spinga verso l’effimero, il simbolico. Verso l’emotività. Coltivi gli aspetti più volgari della competizione sociale. Come indossare l’ultimo modello non importa quale.

Stimoli necessari alla sopravvivenza del sistema. L’abbandono della ragione, dell’oggettività. La competizione sociale. L’ultimo modello, il modello più costoso, l’auto più potente, eccetera. Tengono in piedi la produzione. Produzione, tipo di produzione, che dànno vita a un sistema sociale organico al modo di produzione.

 

& – La cronaca sociale, professionale e politica italiana da disperazione. Caratterizzata da una pratica di sospetti, arbitrii, calunnie, denunce, viltà, sgambetti, agguati, messe in scena. Parole d’ordine secondo le quali nessuno è superiore a nessuno. Nessuno deve essere superiore a nessuno. Nessuno deve emergere. Secondo le quali eccellere è un delitto. Una colpa che mette in cattiva luce gli altri. Un tradimento della conclamata quanto ignorata solidarietà.

Tecniche, tattiche, strumenti della lotta politica messi in atto per conservare le posizioni acquisite. Sociali, economiche, professionali, e simili. Necessarie per mantenere in piedi la struttura oligarchica della società. All’interno della quale al contrario di quanto si proclama, trionfano arroganza, disonestà, violenza, insensibilità, malaffare, ipocrisia.

Ipocrisia. Il mezzo principe con il quale si nasconde la reale natura dei comportamenti nazionali. Mascherati da buonismo, misericordia, pietà, altruismo. Qualità esibite con l’unico obiettivo di conservare le posizioni acquisite trasmesse di padre in figlio.

Un sistema che umilia e mette in fuga le nostre teste migliori che fuggono e trovano all’estero le condizioni e l’atmosfera per produrre il lavoro scelto. Un sistema che per sopravvivere deve resistere alla modernità, alle sue regole, ai suoi comportamenti. Deve screditare e mettere fuori gioco quanti invocano un cambiamento. Quanti vorrebbero allineare il paese alle regole e alle teorie non diciamo del comunismo o del socialismo ma a quelle del claudicante capitalismo.

& – Tento di leggere i giornali. Gli autori degli articoli sembrano in difficoltà nell’analisi e nell’interpretazione degli avvenimenti.

Va prendendo piede l’idea dell’Occidente in crisi. Suggerimenti e raccomandazioni su come superare la crisi. Crisi delle banche, nuovamente suggerimenti e raccomandazioni. Crisi sociale, altri suggerimenti e raccomandazioni. Si arriva anche a ipotizzare una crisi di sistema.

Le analisi sono generalmente di carattere tecnico. Le raccomandazioni di carattere esortativo. Non si va oltre le descrizioni specialiste, le esortazioni, le raccomandazioni, i consigli. Esortazioni, raccomandazioni e consigli che lontani dalla comprensione della crisi ne rappresentano uno dei sintomi.

A nessuno sembra venire in mente di chiedersi da dove provenga la crisi. Il significato della crisi. O la considerazione che la crisi in sé non esiste. Che ogni crisi ha delle cause. Che i livelli di queste cause sono diversi. Che i livelli andrebbero individuati. Poi analizzati. Infine, quando possibile, valutati uno per uno alfine di giungere a una valutazione complessiva e con la valutazione complessiva alle cause di fondo che hanno provocato e determinano la crisi.

I più acuti giungono a diagnosticare una crisi sistemica. Ma si guardano bene dal dire cosa significhi. Crisi sistemica, sì, ma di quale sistema? Ovviamente il nostro, risponderebbero. Ora. Il nostro sistema è il capitalismo. Dunque ci troviamo a fronteggiare la crisi del capitalismo. O no? Se sì, come fronteggiarla? Qualcuno fra le righe suggerisce di cambiare qua e là. Ma nessuno affronta la questione per quella che è. Nella sua interezza. Nella sua complessità. Cosa significhi riformare il capitalismo. E. Il capitalismo è riformabile? E se riformabile quali sono le ipotesi della riforma? Fino a quale punto la riforma potrebbe spingersi senza mutarne la natura? Eccetera. eccetera, eccetera.

Siamo molto lontani dal porci interrogativi di questo tipo.

Notare. Quando in Italia si parla di riforme si tratta di riforme per portare il paese nel capitalismo. Perché, già detto, il capitalismo muore e noi non ci siamo ancora entrati. Ora secondo Marx il capitalismo è uno stadio del processo di evoluzione non evitabile se si vuol rimanere nel novero delle società che avanzano. Non a caso Russia e Cina stanno affrontando concretamente la faccenda.

& –
Massacro sul lungomare di Nizza. Un camion guidato da un franco-tunisino investe e uccide decine di persone. L’Isis rivendica. Riprende così la discussione sulle colpe del califfato. E quanto le colpe del califfo si riversino sui mussulmani in generale.  Non è mancato chi ha difeso l’Isis. Sono i francesi ad aver aperto le ostilità bombardando le loro truppe in Siria. Altri che difendono la causa occidentale si preoccupano di assicurare che quella espressa è solo la loro personale interpretazione degli avvenimenti. Dando l’impressione che a loro avviso si sarebbe potuto legittimamente pensare l’opposto. Per opposto si intende sposare le ragioni del califfato.

C’è un virus che avvelena l’occidente. Il virus dell’imparzialità. Non esistono verità oggettive ma solo opinioni. La realtà non è una. Accertabile e fondata. Ma si fraziona secondo i punti di vista. Dal punto di vista della terra è il sole che gira. La teoria opposta, un’opinione. Conseguenza. La ragione è di tutti. Ogni azione quale che sia trova la sua giustificazione nelle ragioni di chi la commette.

Calci negli stinchi e sonori schiaffi ai sostenitori del concetto di oggettività. Ai mentecatti che pensano che la realtà esista fuori dalla società umana. Che sia identificabile e verificabile dalla società umana.

& – Il fallimento del colpo di stato militare in Turchia mostra come l’Islam moderno e laico non esista. Il campione dell’Islam moderno e laico è stato Ataturk. Per ben due volte i militari turchi nell’attuale secondo dopo guerra sono intervenuti per ristabilire l’ordine laico. E. Ogni volta il paese mussulmano doc andava nella direzione opposta.  Erdogan è stato l’interprete del paese che non ne voleva sapere di laicismo e modernità. E interpretando questa profonda tendenza popolare ha lentamente islamizzato il paese. Il terzo colpo di stato, l’attuale, si è scontrato con questo profondo processo di islamizzazione. E ha perso. Il popolo mussulmano è sceso contro i carri armati in piazza. E li ha fermati.

È la prova storica che l’Islam moderato e moderno non esiste. Che l’Islam così come lo conosciamo non è riformabile. Non può essere riformato. D’altra parte la caratteristica della odierna cultura laica, del laicismo e del suo senso consiste nella separazione fra stato e chiesa, fra cultura civile e cultura religiosa. Non può essere né laico né moderno un paese, una cultura, una religione che fonde in un solo potere potere statale e potere religioso. E come con la fusione di stato e religione non possa esserci nemmeno moderazione. I mussulmani non possono essere moderati. Non possono essere riformati. Possono solo essere mussulmani. Essere mussulmani significa che la condizione religiosa è dominante, egemone, preminente. È essa ha dettare le regole del vivere civile, dei comportamenti, del modo di pensare, del modo di essere.

Così è. Così sia. Necessario prenderne atto. Mettersi l’animo in pace. Non voltare la testa dall’altra parte. E. Trarne le conseguenze.

& –
21 luglio - stato d'animo curioso. Vagamente instabile e scontento. Le cause inaccessibili. Non c'è nulla che non vada. Probabilmente i perché troverebbero una risposta negli avvenimenti generali. Di carattere internazionale e interno. Nella transizione che morde ovunque. Nella alienazione che si presenta nelle forme più svariate. L’alienazione. Reale carburante di quella instabilità da cui è investita l'intera area della civiltà occidentale. Corrodendola. Uno stato che si riflette nel modo d’essere individuale. E ne detta comportamenti e umori.

 

& – Quando si legge o si analizza la produttività del paese non si tiene mai conto del fattore umano. La produttività del paese è bassa, il paese è arretrato soprattutto per via della mentalità e dei comportamenti degli individui che lo formano. Non siamo entrati nel capitalismo, siamo ancora alle prese con il medioevo perché il brodo culturale del paese è medievale. Marx esaltava il capitalismo (a proposito dell’India) perché il benessere, la produttività, il modo di ragionare moderni sono capitalisti. La modernità oggi è ancora capitalista. Il socialismo non è stato in grado di superarla. E la crisi del capitalismo non ci dice ancora nulla del prossimo futuro della società umana. E ci dice ancora meno della società italiana. L’atteggiamento di xy, un commerciate con un negozio nel centro della capitale, è tipico della arretratezza di cui si parla. Pigro, sciatto, noncurante del cliente, avido, senza amore né fierezza per il proprio lavoro, vuol fare soldi con il minimo di impegno, con il minimo di rischio, con il minimo di lavoro. Il suo mestiere una volta raggiunto gli deve assicurare una rendita che gli proviene per il solo fatto di esercitarlo. Poi come lo esercita non conta. È un fatto personale, una qualità individuale che non investe la sua professionalità, la sua efficienza. Professionalità e efficienza, due concetti che gli sono completamente estranei. La cui assenza è a sua volta il prodotto dell’assenza della concorrenza come concetto e come cultura.

Ora. Perché non si affronta mai la questione della cultura e della mentalità del paese? Di tutto si parla, ma non di come sono fatti, come pensano, come ragionano gli italiani. Del loro carattere nazionale. Della loro ipocrisia, del loro cinismo. Del loro ideale di vita comoda. Di come la vera aspirazione nazionale sia vivere di rendita. Il lavoro una condanna che va fatta risalire alla punizione di Caino da parte di Dio. Uomo lavorerai con sudore, donna partorirai con dolore. Il lavoro? Una maledizione, appunto.

Gli italiani? Una maledizione anche loro.

& – Dalla Stampa. “Alla vigilia delle olimpiadi di Rio si scopre che qualcuno ha tentato di “aggiustare” due partite importanti”.

Ormai ciò che conta è vincere. Non ha importanza se per vincere si falsino i dati. Si corrompa, si truffi. Ciò che rimane è la vittoria. È solo quella a contare. Non come la si sia raggiunta.


Agosto 2016 & –  Più del terremoto mi stranisce lo stato della cultura generale. In primo luogo quella degli intellettuali. I quali non saranno progrediti, non saranno moderni, saranno degli imbecilli ma intellettuali restano. E come tali incidono sul modo di pensare totale.

Leggo su Internazionale un molto meditato e allungato articolo nel quale ci si mette in guardia dal cadere nel “pregiudizio secondo cui una vita senza povertà è un privilegio che bisogna guadagnarsi lavorando invece che un diritto di tutti”. Oppure. “È difficile immaginare che un giorno riusciremo a liberarci del dogma secondo cui se vogliamo avere i soldi per vivere dobbiamo lavorare”.

C’è da chiedersi. L’autore, Rutger Bregman, ha mai letto un libro di storia? Ha mai letto la storia del paese che gli ha dato i natali? L’Olanda. Un paese letteralmente frutto del lavoro dell’uomo. Strappato al mare che lo sovrasta. E se ha letto qualcosa, ha capito ciò che ha letto? E se ha capito cosa ha capito? Forse non è mai uscito di casa. Altrimenti. Altrimenti se fosse sceso in strada, gli avrebbero raccontato come i suoi connazionali sono obbligati a comportarsi quando l’alta marea minaccia di inabissare il paese. E della leggenda secondo la quale una volta un bambino, naturalmente un olandese, quel paese lo salvò tenendo un dito nella screpolatura della diga costruita per contenere il mare. Quel bambino, stava facendo un lavoro? E il mare. Perché non rispetta il diritto degli Olandesi di vivere in pace e sempre li minaccia? Quel mare, il mare del Nord, come si permette di attentare al diritto alla felicità, o al diritto del non far niente, di non lavorare, invocato dall’autore dello scritto? E, visto che il mare del Nord viola queste sacrosante leggi naturali o meno che siano, cosa facciamo? Lo trasciniamo in tribunale. Lo facciamo condannare. Gli facciamo scontare una lunga detenzione. Lo rieduchiamo. In modo che impari a comportarsi su questa terra come dio, alias rutger bregman, comanda.


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“Il vuoto si fa strada” [#IMOD18]

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