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Una guerra di trincea

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Marzo 2012 - Prima frizione fra il governo Monti e la maggioranza berlusconiana. Il governo non deve toccare televisione e giustizia. Monti smorza. Democristianamente. Questione fra i partiti, sostiene. Non con il governo. C' è un indecifrabile tendenza all'ipocrisia  in Mario Monti. Come quando sostiene che le liberalizzazioni sono migliorate e non peggiorate con il passaggio al senato. Un po' come se  anche lui se la raccontasse.

 

& – Il caso Riccardi.  Scontro fra cattolici. Chi è più vicino alla S. Sede? Chi la rappresenta? Chi parla per essa? Gasparri, "Riccardi non è certo al governo in rappresentanza del mondo cattolico". Ora si sa che Riccardi ha rapporti quotidiani con Oltretevere. Ma, interessante, molto interessante, è in rapporti stretti anche con G. Napolitano. E, sempre secondo Gasparri che se ne intende, sarebbe stato Napolitano a averlo "imposto" a Monti.

Tutto ciò conferma che la politica italiana gira intorno all'asse del Vaticano. O no? In realtà non si muove foglia che il Vaticano non voglia. O quanto meno se ne muovono veramente poche.

 

& – Tira un'aria di restaurazione. Antonio Ingroia procuratore aggiunto a Palermo, a proposito dell'intervento della Cassazione (Iacoviello allievo di Carnevale) che giudicando il processo dell'Utri definisce il reato di concorso esterno in associazione mafiosa superato, "al concorso esterno ormai non crede più nessuno", parla di "nuovo revisionismo politico giudiziario". Ma soprattutto il fatto che Berlusconi continua a dettare le sue condizioni, i riconoscimenti di Monti nei suoi confronti e di Letta, i no di Alfano sulla Rai e sulla giustizia, i cedimenti sulle liberalizzazioni, indicano con chiarezza che il bandolo della matassa è in mano alla destra. Deve esserci stato un armistizio fra Napolitano e Berlusconi. Armistizio che Monti deve rispettare. Rispettandole il governo non è in grado di fare il lavoro per il quale è stato chiamato.

Indica come il paese non riesca a uscire dalla arretratezza in cui versa.

 

Dunque non sta accadendo nulla. No. Sta accadendo che i conservatori della destra continuano nel tentativo di fare fronte alla spinta che la crisi aveva dato alla modernizzazione. In questo coadiuvati dalle corporazioni conservatrici e visionarie della sinistra. Si vuole attenuare la pressione della crisi. Insomma la resistenza alla modernizzazione continua. Una guerra di trincea. La modernizzazione in questi mesi ha guadagnato qualche metro. Nulla di più. Monti, come già scritto, ha dato una mano alle forze che si oppongono alla modernizzazione riuscendo ad attenuarne l'impatto e in parte a vanificarlo. Le sentenze Berlusconi e Dell'Utri vanno addirittura nel senso della restaurazione. Gli altolà della destra alla riorganizzazione della Rai e della giustizia sono un segno della rinnovata arroganza. La televisione, tutta la televisione, è nostra e non provate a riequilibrarla. Così la Giustizia. Le intercettazioni. La responsabilità dei giudici. La sinistra, le forze riformatrici non hanno l'autorevolezza per reagire con sufficiente efficacia. Si fermano alla protesta e alla denuncia. Come d'abitudine.

A conti fatti stiamo registrando, al momento, ancora un'occasione gettata nel cestino dal paese per mettersi al passo con il resto dell'occidente. La strategia Napolitano (non si capisce bene quanto Monti sia d'accordo pur consenziente e cosa farebbe o farà una volta libero da Napolitano) è stata un correre ai ripari senza toccare la sostanza dell'assetto oligarchico delle classi dirigenti. Con una contraddizione tuttavia. Si conta di riuscire a portare il paese fuori dalla crisi economica senza intaccare la struttura della rendita. Questo è impossibile. Mantenere la rendita significa condannare il paese al declino economico. Smantellare la rendita significa modernizzare il paese il quale è già in ritardo sulla stessa modernizzazione. Modernizzare il paese significa smantellare le strutture oligarchiche e parassitarie legate e prodotte dalle rendita. Significa abbattere la rendita che produce e vive su quelle strutture.

Il «potere forte» che difende la rendita e mantiene e conduce un'ostinata guerra di trincea si trova oltre le mura di S. Pietro.

 

& – Cosa farebbe una sinistra riformista convinta del proprio progetto? Batterebbe un giorno e l'altro pure sul disastro cui la destra ha portato il paese. In nome di questo disastro contesterebbe alla destra la possibilità di premere sul governo dei tecnici. Punterebbe al riequilibrio della televisione di Stato esigendo dal governo la riforma della Rai. Farebbe notare e ne farebbe materia per una campagna quotidiana come per la crescita si renda necessaria oltre alla lotta contro l'evasione, la lotta contro la corruzione e una riforma della giustizia nella direzione chiesta dall'Europa. Reclamerebbe che alla riforma del mondo del lavoro, al blocco delle pensioni e alla riforma delle pensioni si rendono di pari passo necessarie e immediate le riforme delle professioni, del commercio, della distribuzione, la lotta ai cartelli (le assicurazioni, i petrolieri) e ai monopoli. Tutte strutture in Italia fondate sulle rendite di posizione, anti concorrenziali e di fatto corporative. In uguale misura chiederebbe e pretenderebbe la riforma dello Stato, della burocrazia statale, la fine dei privilegi come quelli che caratterizzano i funzionari del parlamento. Mantenendo, come detto, nell'angolo una destra che ha portato l'Italia al disastro economico mostrandone e ricordandone quotidianamente le insufficienze.

All'inizio questo lavoro lo ha fatto e lo stava facendo un po' Monti. Poi qualcosa è successo. Monti ha fatto un elogio di Berlusconi, la pressione sulla destra è cessata permettendo alla destra reazionaria e antimodernista di riprendere fiato e dettare di nuovo le regole del gioco.

Anche un giornale come il Fatto dovrebbe attenersi a quanto detto. Non solo quotidiano indipendente ma anche quotidiano moderno che ha i fatti come riferimento e sui fatti ragiona con i propri lettori. Beh, c'è ben poco di tutto ciò nel giornale. Prevale una linea editoriale scandalistica, sfottente, ridicolmente rivoluzionaria, velleitaria, spesso qualunquista. La rivoluzione è qualcosa di più complesso di quanto immaginano i Landini e i giornalisti dalla schiena dritta. Chi ha la schiena veramente dritta non ha bisogno di proclamarlo. Se lo proclama indica una qualche debolezza. Essere onesti è necessario (particolarmente in un paese corrotto come il nostro) ma non sufficiente per avere le carte in regola. All'onestà va aggiunta la necessità di un progetto ragionato. Fondato sulla realtà del periodo storico. Questo periodo storico va indagato, analizzato. Infine individuato.

Per raggiungere questo fine è necessario possedere una teoria, una filosofia, strumenti intellettuali, manufatti di riferimento che indichino giorno per giorno la rotta editoriale. E una discussione permanente non solo sulle classi dirigenti (disastrose) del paese ma sul paese medesimo. Dibattiti sulla democrazia, sulla modernità, sulla rendita, sulla legalità. Sulle strutture economiche e burocratiche italiane. Sulla mentalità. Sui motivi per i quali gli italiani tendono a scavalcare le file, a non rispettare le regole (in realtà quando le rispettano se ne vergognano, si vergognano di rispettarle, un fenomeno quanto meno interessante), non credono nella differenziata, non credono nella legalità. Non credono a niente ma si indignano di tutto per quanto sciocco sia.

Discutere di questo.

Non darlo per scontato. Nulla è più ignoto dell'evidenza, ha detto qualcuno. Montanelli individuava con grande facilità i difetti dei propri concittadini e con altrettanta facilità dava loro una ragione. Ragione che, come il nostro cinema, limitandosi alla denuncia e all'ironia compiaciuta, li fondava e li radicava sempre più profondamente. Trasformando dei vizi più o meno discutibili in strutture comportamentali. Che sono poi quelle cha ci hanno portato al berlusconismo. Una discussione sul fascismo, sulla repubblica di Salò, sulla politica assolutoria di Togliatti ministro della Giustizia. Sulla democrazia cristiana. La sua funzione. Sui presidenti della repubblica democristiani ladri o golpisti (Cossiga non ha fatto eccezione. Eccezione è stato Scalfaro). Questi alcuni temi che vanno affrontati se si vuol cambiare senza dei bla bla la mentalità del paese. Sul cinema, sui cantanti, sui comici. Sul convitato di pietra quale è ed è stato il Vaticano. Su Andreotti. Sulla mentalità dei nostri imprenditori privati e sull'eccellenza di alcuni imprenditori pubblici (bollati da Scalfari come razza padrona). E via, via, via.

 

Fine marzo 2012 - Verso un regime democristiano aggiornato. Guerra di posizione in atto. Alcune bandierine alla modernizzazione. Ma la resistenza è forte. Più disperata che arrogante, forse. Il paese nel suo insieme sempre più frantumato. Nella metafora dello specchio rotto direi che i frammenti dello specchio sono sempre più numerosi. →

 & – Qualunquismo teorico di Scalfari (che nello svilupparsi diventa vera ottusità). Scrive Scalfari su Repubblica di oggi.
"I simboli sono una rappresentazione della realtà semplificata all'estremo. E poiché ogni realtà è sempre relativa perché dipende dal punto di vista di chi la guarda e la vive, la sua semplificazione genera inevitabilmente radicali contrapposizioni, una tesi ed una anti-tesi. La soluzione di questa dialettica nel caso migliore dà luogo alla sintesi (in politica si chiama compromesso), nel caso peggiore si risolve con uno scontro.
Affidarsi ai simboli è dunque molto pericoloso. Sono contrapposizioni sciagurate che hanno perfino provocato guerre mondiali: nel 1914 l'uccisione del delfino degli Asburgo da parte d'un terrorista serbo scatenò la prima guerra mondiale che provocò dieci milioni di morti; nel 1939 il simbolo fu Danzica e i morti furono trenta milioni, genocidio della Shoah a parte".

1. Ogni realtà è sempre relativa. Persino Croce, di cui ES è un grande estimatore, descriveva nella Logica, con il suo sistema circolare, l'oggettività soggettiva della realtà.  2. La tesi e l'antitesi trovano una sintesi nel reciproco superamento. Hegel (Logica). Il compromesso è di solito precisamente il contrario. Non a caso si dice che nella maggior parte dei casi i compromessi si concludono al ribasso. Cioè al peggio della contraddizione senza risolverla. Questa del compromesso frutto dialettico di tesi e antitesi è già più che un'ottusità  un analfabetismo teorico. Che si trasforma in qualcosa di peggio (un'aporia intellettuale?) quando (3.) attribuisce la prima guerra mondiale a Sarajevo e la seconda a Danzica. Sarajevo e Danzica furono nel primo caso un'occasione e nel secondo un pretesto per dare luogo a due conflitti che affondavano le loro ragioni nell'assetto economico e politico del vecchio continente. Per sboccare in un nuovo e ben diverso assetto economico e strategico dell'Occidente sviluppato e del mondo.

È un fatto. Come per gli intellettuali de il Fatto così per Repubblica è il pensiero teorico di riferimento a confezionare interpretazioni, giudizi, posizioni politiche. Che loro ne siano consapevoli o no. Se si hanno per riferimento Montanelli e Biagi ne sorte il Fatto, se il riferimento è B. Croce ne sorte Repubblica.

È un altro fatto il fatto che in Italia il dibattito filosofico e politico viene portato avanti da giornalisti. Che suppliscono al deficit culturale e di impegno civile della cultura accademica. Totalmente assente e al massimo impegnata in disquisizioni autoreferenziali, argomenti di nicchia che interessano solo loro. Privi di una valenza generale non raggiungono la società civile che al contrario avrebbe una grande necessità di dibattiti fondati sul sapere moderno. Senza il quale (il sapere moderno) le è impossibile esistere. E di fatto non esiste.

Puntualmente due giorni dopo Mauro di Repubblica protesta contro Monti che pone in dubbio la maturità del paese. Puntualmente nel senso che Mauro conferma l'impossibilità italiana di far nascere un'opinione pubblica.

La presa di posizione di Monti che pone in dubbio la maturità del paese (il paese non è pronto) è un nuovo momento dell'attacco che la modernità porta contro l'arretratezza del paese. Monti per quanto cattolico sia ha il polso dell'economia internazionale e ne conosce strutture, pensiero e mentalità. Conosce l'arretratezza in cui versa l'Italia in tema di strutture, pensiero e mentalità. Ha già ottenuto molto rispetto al diktat che l'Europa dettò a Berlusconi ma sa (così si spera) che non può ottenere di più. E che sarebbe pericoloso chiedere di più. Situazione che non sembra interessare nessuno a partire da Repubblica. Come diavolo volete che faccia a formarsi un'opinione pubblica in questo paese se nessuno informa nessuno, vuoi delle condizioni reali nelle quali il paese versa, vuoi delle condizioni che la crisi economica internazionale pone perché il paese possa fronteggiarla? Non si comprende che nella situazione economica italiana Monti chiede il minimo dei sacrifici da affrontare. E solo per questo è impossibile metterlo in discussione.

Cosa accade invece. Che mentre tutto ciò è ben compreso all'estero, in Italia viene respinto. Così si è formata una forte differenza (uno spread) fra l'immagine che l'Italia di Monti si è conquistata all'estero e l'immagine di Monti in Italia. Tanto più qualcuno è apprezzato nel campo internazionale tanto più viene penalizzato nel paese. Come accade ai nostri laureati. In Italia non trovano lavoro, all'estero finiscono col ricoprire cattedre universitarie. L'uguale valga per Marchionne. Celebrato negli SU (Stati Uniti), esecrato da noi. Questa differenza, questo spread fra estero e Italia riflette la distanza che tiene lontano il paese dalla modernità.


Aprile
- Finalmente qualcuno lo ha detto. La caduta dell'Urss ha tolto ogni limite al capitalismo occidentale. Così Mario Monti in Cina. Dunque qualcun altro lo pensa e lo dice. 

& – 
Giornali illeggibili. Il Fatto risucchiato dal qualunquismo. Repubblica ha preso partito per l'articolo 18. Il Corsera sempre sul filo degli equilibristi. Il Sole 24 ore tecnico, neutro. D'altra parte da Draghi a Monti la preoccupazione principale è annunciare che siamo o stiamo uscendo dalla crisi. Salvo poi a negarlo nei momenti più critici.

 

& –  Grande cagnara sulla riforma del lavoro. Lo scontro sull'articolo 18 risolto all'italiana. In maniera scaltramente ambigua. Volutamente complicata. In modo che non si capisca bene cosa sia accaduto. E rinviando volutamente alla pratica in essere la soluzione della questione. Si vedrà cosa faranno le aziende, come reagiranno i sindacati, quale sarà il ruolo reale della magistratura. È fastidioso dirlo, siamo alle solite. E la stampa? E l'opinione pubblica? Qualcuno sa dove si siano cacciate?

 

& –  Bossi si dimette. Pagine e pagine sulla possibile fine della Lega. Si rievoca la storia di Bossi. Bossi prima dell'ictus e Bossi dopo l'ictus. Qualche nostalgia per il Bossi prima dell'ictus. Stupefacente? Divertente? Il Bossi prima dell'ictus era un individuo al quale in qualsiasi altro luogo che non fosse l'Italia sarebbe stato impossibile dare credito. Tre false feste di laurea. Mantenuto per anni dalla sorella. Un tipo senza arte né parte. Un balordo. Con molta immaginazione, voglia di frodare la gente, di darla a bere, di cavarsela per vie traverse, ricco solo di battute impronunciabili utilizzate al posto della ragione. Liquida Miglio, il teorico del Movimento, con la motivazione che è una scoreggia nello spazio. Oppure che la Lega era imbattibile perché ce lo aveva duro. Era mai accettabile un tizio così imbecille, così stupido, così volgare e soprattutto così vuoto? Eppure è stato accettato. Questo è il punto. Più che sulla sua storia sarebbe necessario raccontare e chiedersi come la classe dirigente, la stampa, l'opinione pubblica, il 10 per cento del paese, il Nord abbia potuto assumerlo, prenderlo sul serio, come è stato fatto. Sarebbe necessario capire il Nord, la sua rozzezza, la sua incultura. Il suo pressapochismo. I motivi per i quali il fascismo nasce al Nord, il craxismo nasce al Nord, il celodurismo nasce al Nord. Se non si affronta la questione del Nord, cosa sia questo Nord italiano, sarà impossibile affrontare la questione del Sud dove almeno esiste un'organizzazione coerente quale è la criminalità organizzata. E non è un caso che la criminalità organizzata stia conquistando e sottomettendo il Nord. Certo che se la criminalità organizzata del Sud diventa l'unica realtà organizzata e coerente del paese e l'unica realtà economica capace di dare vita a quel fenomeno che è l'accumulo di capitale, presupposto di ogni sviluppo capitalista, siamo messi piuttosto male. Qualcuno è in grado di  affrontare la questione?

 

& – Bene. Anche Scalfari ha preso atto che le economie opulente - e di conseguenza i popoli di queste economie - debbano cedere una parte della loro opulenza ai paesi emergenti. E che tutto ciò crea disagi.

Ha anche affrontato non senza acume il tema dello stato culturale del paese e della società civile. Ha sostenuto che la presenza di un  partito e un elettorato che abbiano considerato un uomo come Bossi un punto di riferimento per ciò che diceva e per come lo diceva, è un segnale disperante del livello culturale d'una parte rilevante della società civile. Disgraziatamente anche Scalfari fa una differenza fra il Bossi prima dell'ictus e il Bossi dopo l'ictus. Come se il Bossi prima dell'ictus fosse migliore. Tuttavia come scrive non senza una punta di retorica, "la lebbra del clientelismo e l'analfabetismo leghista collocano la società civile del nostro Paese ad un livello ancora più basso del già bassissimo livello della classe politica. E l'antipolitica ne è il segnale".

Prosegue sostenendo che una parte del Paese è da tempo mobilitata per riforme strutturali e per un mutamento radicale di abitudini e di modi di pensare. L'emergenza della crisi economica si è sovrapposta a questa situazione, ma in un certo senso ha sollecitato l'opinione più moderna. Sta a loro la possibilità di correggere un Paese invecchiato, inutilmente ribellista, anarcoide e corrotto. Il governo Monti è stato un buon segnale di questa capacità che va oltre l'emergenza economica, ma soffre anch'esso di alcune contraddizioni interne e di un quadro europeo a dir poco sconfortante dal quale la sua azione riformatrice è strettamente condizionata. Questo più o meno depurato di un linguaggio che indulge al giudizio moderatamente retorico (la lebbra, un parte del paese disgustata è da tempo mobilitata, le persone per bene, il destino della nazione è affidato a loro, e altro qua e là)

 

& –  La crisi internazionale non si placa. La Cina produce di meno, gli SU non decollano (come potrebbero?). Ogni inasprimento della crisi generale provoca un sussulto nel paese. Ma come, siamo ancora nella crisi? Ma come, dobbiamo modernizzare ancora qualcosa? Liberalizzare? Rinunciare alle garanzie? Non bastano le rinunce che ci hanno colpito? Questa crisi internazionale è un complotto contro i diritti acquisiti, il benessere acquisito, i sogni acquisiti, le speranze acquisite. Il reale obiettivo della crisi è eliminare diritti, benessere, sogni, speranze, futuro. Aumentare le ingiustizie e irrobustire i privilegi. Chi osa chiedere se esiste un rapporto fra diritti e privilegi? Benessere, sogni, speranze, futuro? Da dove provengono? Che domande! Benessere sogni speranze diritti futuro sono acquisiti. La prova? La prova è l'evidenza. Facciamo un referendum e vediamo chi vince. Diritti e sogni contro sacrifici, necessità e quant'altro. Allora?

Allora. Questa nuova stretta dipende in parte dall'inasprirsi della crisi internazionale ma anche dalle vicende italiane che hanno caratterizzato la riforma del mercato del lavoro. Monti e la Fornero possono argomentare come credono i ritocchi all'articolo 18. I mercati volevano l'abolizione dell'articolo 18. Invece la logica italiana colma di simbolismi e povera di concretezza, ha cambiato l'articolo 18 senza poterne abolire il simbolo. L'abolizione del simbolo era quanto chiedeva l'opinione pubblica economica internazionale. Cioè i mercati. Stesso discorso per il termine reintegro che andava cancellato e sostituito con una serie di provvedimenti ad hoc, più o meno bilanciati. Invece no. Il punto è consistito nel mantenere in piedi i concetti di articolo 18 e di reintegro. Un'altra prova di come la modernità assedia l'Italia. Alla quale si chiede di buttare a mare la sua cultura fondata sui simboli, sulle parole, sul formalismo  delle leggi, sulla capziosità, sul rifiuto dei contenuti della realtà i quali a differenza delle forme prese dalla realtà sono scarsamente manipolabili.

Anche Monti è così caduto nella logica, perversa, del salvare questo e quello, dell'equilibrio, della pace sociale, e via via. È anche la conseguenza del compromesso con Berlusconi. Non è possibile salvare il paese salvando Berlusconi.

O salvando quella larga parte della classe dirigente del paese che si è riconosciuta in Berlusconi e Bossi e nei loro sodali di sinistra di cui D'Alema è il rappresentante di spicco. O continuando a mantenere stretti i rapporti con il Vaticano, con gli interessi del Vaticano, con gli affari del Vaticano, con la strategia culturale e ideologica del Vaticano. Sul tipo di quella vasta area affaristica che trova in Comunione e liberazione la sua espressione più compiuta.

È vero, era stato scritto, come si può leggere in queste note, questo di Monti è un governo cattovaticano. La sua avventura è lì a dimostrare che se il paese non si libera dei cattolici, se i cattolici del paese non mettono in atto la loro rivoluzione modernista, il paese non ne uscirà. Non ne sta uscendo.

 

& – Capitalismo anglosassone contro  capitalismo renano.  Ora accade che in questi frangenti si inserisca la lotta che il capitale SU va conducendo contro il capitale europeo egemonizzato dai tedeschi. Così un alto, affidabile e credibile funzionario di Bankitalia assicura C. che le banche italiane sono sotto l'attacco delle banche SU le quali ponendo in difficoltà l'Italia tentano di condizionare i tedeschi spingendoli ad abbracciare la politica inflazionista voluta dagli  SU. Tutto possibile, anzi vero. Ciò non toglie che il destro dell'attacco agli americani glielo abbiamo fornito noi con la politica troppo «equilibrata» di Monti e Napolitano.

Cadono nel ridicolo questi appelli di Napolitano che esige la crescita senza capire che la politica da lui messa in atto con Monti è il principale ostacolo alla crescita.

D'altra parte sono quaranta anni che penso che Napolitano non sia in grado di capire. È sempre lui, il capo dei miglioristi. Di quella parte cioè che per prima nel pci cedette alle lusinghe corruttrici dei socialisti di Craxi. Aderendo non senza entusiasmo nella capitale lombarda alla logica della Milano da bere

 

(continua in "Una guerra di trincea (2)")


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“Una guerra di trincea” [#IMOD3]

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