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Lo statu quo si difende

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2 agosto 2012 – Promemoria. Scontro sulla politica economica dell'eurozona. I falchi tedeschi alleati con gli interessi internazionali manovrano contro l'euro. Draghi al primo momento sembra perdere. Poi addirittura vince. L'attacco contro l'euro che ha caratterizzato la politica economica internazionale negli ultimi mesi al momento è stato respinto. L'Europa ne esce rafforzata.

Tuttavia Scalfari  su Repubblica di domenica 5 ago  non è d'accordo. Si chiede. "Se Monti piegherà la testa stimolerà i mercati ad aggredire i titoli pubblici italiani. Che farà in quel caso Draghi? Difenderà il muro quando già sarà crollato?" Questo nel caso che l'Italia fosse obbligata a chiedere l'aiuto alle istituzioni economiche europee. Scalfari spinge Draghi a essere più determinato, più autonomo - pur rispettando i limiti posti dai trattati europei e dallo statuto della banca -  nel contrastare le forze che combattono l'euro e lavorano per la sua distruzione. Quali sono queste forze? I falchi della Bundesbank, i liberali tedeschi, la Csu della Baviera, gli hedge funds, le grandi banche americane, Romney, Wall Street, la City. Cui si aggiunge la rabbia sociale dei paesi sotto attacco.

È un fatto. Scalfari ha ragione.

È un fatto. Siamo nel pieno dello scontro per l'euro. Dal 1945 in poi, dopo aver ricostituito il mercato europeo, mercato vitale per la sopravvivenza della loro economia, gli SU, gli americani, hanno contrastato come hanno potuto la nascita e la costituzione di un'Europa libera e indipendente. Quando gli europei hanno creato l'euro gli SU hanno visto con apprensione nascere l'unica moneta in grado di far loro concorrenza. La Nato, per un esempio, è stato lo strumento con il quale gli SU sono riusciti a impedire agli europei di costituire un propria forza militare. E, come si sa, senza forza militare adeguata non esiste politica estera. Così gli europei non hanno potuto sviluppare una propria politica estera. E in assenza di una politica estera anche la politica economica ne viene seriamente limitata.

Ora tutto ciò, la necessità di reagire a questo stato di cose, non è chiaro ai falchi della  Bundesbank, ai liberali tedeschi, alle forze cattoliche della destra bavarese della Csu. Che non disdegnano - al fine dei loro fini - di dare una mano alla speculazione che ha negli hedge funds il suo perno, alle grandi banche americane che si vedono minacciate dall'euro come dalla politica economica renana, dalla destra SU di Romney, da Wall Street e dalla City.  Wall Street e City che temono seriamente di perdere l'egemonia esercitata sul mercato finanziario internazionale. Perché lo fanno? Perché i loro interessi economici immediati e i loro interessi politici e ideologici coincidono con quelli SU. I falchi della Bundesbank in più sono conviti della sufficienza economica e politica della piccola area formata dalla attuale zona dell'euro forte. A tutto ciò si aggiunge la rabbia sociale dei paesi sotto attacco. Forze sociali che a loro volta non percepiscono il pericolo di cadere di nuovo sotto l'egemonia SU e difendono con disperazione il benessere appena acquisito. Benessere messo a rischio dalla progressiva erosione dello sfruttamento del resto del mondo. Sfruttamento dal quale il loro benessere derivava.

Dunque lo scontro è nel suo pieno. Le forze contro l'euro sono ingenti.

 

Fuori sacco & – Un consigliere di Alemanno è un uomo della banda della Magliana.

 

& – La stampa internazionale. C'è una questione. La questione della stampa internazionale. È quasi ormai un anno che la stampa anglosassone porta avanti la sua campagna contro l'euro. Come? Semplice. Ponendo in forse la sua esistenza. Fornendo notizie che ne pongono in forse la tenuta. Le banche americane si stanno organizzando per affrontare la fine dell'euro. Questa è una notizia. E la stampa la riporta. Le dà rilievo. Sottolinea che è un evento più che possibile. Ma perché le banche americane a loro volta così in crisi si preoccupano della crisi dell'euro invece di occuparsi della propria crisi e di quella anglosassone? Perché spaccano in quattro il capello per analizzare la situazione delle banche, delle imprese e delle condizioni economiche europee mentre si disinteressano del tutto delle condizioni piuttosto precarie della loro economia, delle loro aziende e delle loro banche? E hanno del tutto rimosso dai loro titoli e dai loro articoli il fatto (il dato di fatto) che la crisi cominciata negli SU nel 2008 ha contagiato l'Europa. Mentre fingono di aver superato la crisi del 2008 e di essere obbligati a dover fronteggiare una nuova crisi, questa volta scoppiata in Europa? Quando i loro stessi economisti sanno e sostengono che la crisi del 2008 non è mai cessata e la cui gravità e profondità è ed è stata tale da trasferirsi in Europa come lentamente si sta trasferendo al resto del mondo? Per cui l'epicentro della crisi sono tuttora gli SU. E, guarda caso, gli articoli e le analisi dei loro economisti che individuano la profondità della crisi vengono regolarmente ignorate e non viene dato loro alcun rilievo. La conseguenza di questa strategia della stampa anglosassone è che i mercati ne sono influenzati. Al punto che gli SU sono riusciti ad attenuare le conseguenze economiche che scuotono il mondo sostenendo che le cause sono tutte europee.

Ora. Intendiamoci. Queste sono le regole che regolano il capitalismo. Forse c'è da scandalizzarsi ma non da stupirsi. La democrazia non è qualcosa di diverso da tutto ciò.

Semmai c'è da stupirsi che la stampa europea non reagisca. E capirne il motivo. Poiché un ragione esiste. Gli intellettuali dovrebbero esistere apposta per individuarlo. Andando a cercarlo nell'organizzazione del mercato mondiale. Nelle strutture del modo di produzione. Negli interessi e nei modi delle borghesie internazionali. Nella loro cultura, nella loro etica. E via. Invece niente. Sarebbe interessante individuare e capire il perché di questa aporia europea. Una conseguenza della sconfitta del 1945? Della guerra fredda? Dell'anticomunismo? Dell'economia e della cultura occidentale tuttora egemonizzata dagli americani? E via.

Interessante è anche dare una scorsa a come la stampa tedesca stia reagendo alla crisi internazionale. In primo luogo i giornali tedeschi si guardano bene dall'opporsi alla fuorviante e antieuropea campagna di stampa degli angli. Mentre si sono spesi molto per dare al mondo la sensazione che le fortune tedesche siano solo la conseguenza della capacità tedesca di creare le condizioni di cui usufruiscono. Il che è vero. Vero nel senso che i tedeschi sono riusciti a creare in Europa quelle condizioni che gli SU hanno creato nel mondo a partire dalla seconda guerra mondiale. Condizioni che hanno loro permesso di estrarre dal mondo tutto il surplus (il plusvalore, il pluslavoro) loro indispensabile per rendere il «sogno» americano concreto e operante. Ora i tedeschi sono stati previdenti e intelligenti nel fare con Schröder le riforme necessarie a porre il paese in linea con i tempi. Mentre altri, i greci, gli italiani si baloccavano con i diritti, la corruzione, mantenendo alla guida del paese personaggi ameni come Andreotti, Craxi e alla fine un venditore di tappeti come Berlusconi. O gruppi dirigenti che falsificavano i conti dello Stato per entrare nell'euro.

Tutto rigorosamente vero. Vero ma che non toglie tuttavia il fatto che l'Europa dell'euro ha permesso alla Germania di utilizzare il mercato europeo per crescere come è cresciuta. E che devono loro all'Europa più di quanto l'Europa debba a loro. Invece sono caduti in quella sindrome individuata da Marx come "sordidamente giudaica" che certamente non permetterà loro di guidare l'Europa senza tener conto che senza l'Europa la Germania non sarà affatto in grado di reggere l'impatto della crisi internazionale e dell'economia globalizzata.

Ma sarebbe del tutto inutile cercare qualche analisi del genere sulla stampa tedesca. Che sta conducendo una campagna di stampa appunto di tipo nazionalista e più o meno velatamente razzista. E che invece di contrapporre l'economia renana all'economia anglosassone illustrandone le differenze e le ragioni preferisce puntare le proprie carte sulla superiorità comportamentale tedesca contrapposta alla colpevole inefficienza dei paesi mediterranei.

Pessime notizie per l'Europa. Simili a quando i francesi bocciarono la costituzione europea. Un vulnus dal quale l'Europa non si è ancora ripresa. E che pone un problema. Possono questioni complesse come i modi e le strutture dell'unificazione europea o come la crisi internazionale che devasta l'occidente, dipendere dai popoli mantenuti volutamente nella ignoranza più crassa e distratti, volutamente, con le varie tenzoni sportive, o dalle gare innestate dal benessere e dal consumo indiscriminato di beni (di consumo appunto) con l'unico scopo di tenere la gente lontana dalle questioni vitali che pur la riguardano? E portarle esclusivamente in piazza per difendere a loro volta solo i propri interessi "sordidamente giudaici"?

Il povero Monti ha provato a sfiorare appena la questione. Sono i gruppi dirigenti a guidare i parlamenti o sono i parlamenti a guidare i gruppi dirigenti? Mal gliene incolse. Lesa democrazia. Lesa democrazia proprio nel momento in cui la democrazia sta entrando in crisi unitamente al modo di produzione cui serviva da supporto. Quando parlamenti e masse sono agitati e subornati da campagne di stampa mirate e si pone con forza la questione dell'informazione (oltre a quella della formazione). Quando le principali questioni che emergono dalla crisi sono la questione femminile, la sorte dei fondamentalismi religiosi, l'informazione e la cultura delle masse, la formazione e la cultura delle classi dirigenti, i rapporti fra classi dirigenti e masse (riflesso dei rapporti di produzione in corso), i contenuti del tenore di vita, tempo libero, tempo liberato, qualità dei consumi. Infine la qualità della vita.

La crisi economica, la globalizzazione, stanno ponendo l'occidente e il mondo di fronte a questioni come queste e altre di contenuto che sfuggono al momento alla comprensione e sono solo in essere. Prima o poi l'occidente e il mondo se ne renderanno conto.

 

& – Sul delitto di lesa ipocrisia. Il delitto di lesa ipocrisia viene applicato tutte le volte che si tenta di individuare la realtà.

L'ultimo a incapparvi è stato Monti. Reo di aver espresso un pizzico di realtà nel giudicare gli effetti provocati (o che avrebbero provocato) sullo spread dal precedente governo. È stato immediatamente denunciato e obbligato a chiedere scusa. In corso sono indagati del delitto di lesa ipocrisia i magistrati di Palermo. Ingroia è stato punito con l'esilio. Un istituto legale in grande uso nella Magna Grecia, culla della democrazia. Dopo Ingroia sono indagati alcuni magistrati delle procure siciliane sotto l'accusa di voler accertare la realtà della trattativa Stato - Mafia.

A suo tempo del delitto di lesa ipocrisia sono stati accusati e messi a tacere gli antifascisti accusati di giudicare i repubblichini e l'esercito da loro espresso quali esecutori dei crimini contro l'umanità commessi dall'esercito di occupazione nazista in Italia alla fine della seconda guerra mondiale. Alcune decine di anni dopo sono incappati nel medesimo delitto quanti sostenevano che Craxi più che un uomo di stato era stato un malversatore e con Andreotti avevano regalato al paese quel debito pubblico che contribuisce largamente a tenere in bilico sul fondo la nostra economia ed è alla base dei «sacrifici» decretati dal governo dei tecnici. Del debito pubblico e dei suoi effetti si parla e si scrive tutti i giorni, dei suoi autori no. O meglio i suoi autori vengono celebrati appena se ne presti l'occasione come statisti.

Il delitto di lesa ipocrisia sta al momento coinvolgendo il Quirinale. Il quale in proposito ha adito la Corte costituzionale che dovrà decidere se ne è vittima o reo.

Caratteristica dei regimi oligarchici è che i loro appartenenti non paghino. Vaticano insegna. Non solo non pagano per le conseguenze dei loro atti ma mantengano sostanzialmente intatte la proprie posizioni. I berluscones, Berlusconi, hanno portato il paese a un centimetro dal precipizio? Non conta. Non se ne può nemmeno accennare. Se se ne accenna scatta il meccanismo dell'offesa. "Allora mi offendi". Con l'offesa, la querela. O la vendetta. Faccio cadere il governo. L'offesa, un istituto medievale. Serviva appunto a non rispondere delle proprie azioni. Beh, in Italia non si è ancora estinto.

 

Fuori sacco

& – Avevamo un cattolico fuori dall'ordinario. L'unico presidente cattolico della Repubblica su cui si avesse poco o nulla da dire. Oscar Luigi Scalfaro. Vero che una volta aveva redarguito una donna in autobus per il decolté di lei a dire di Scalfaro troppo osé. Ma come presidente era stato ineccepibile. Ora invece Claudio Martelli lo indica come il vero regista della trattativa Stato - Mafia. Cioè come il principale responsabile della resa dello Stato alla mafia.

L'intervista pubblicata dal Fatto non è stata ripresa dal resto della stampa.

& – Perché in Germania e in Francia l'acciaio è una produzione pulita mentre in Italia è una fabbrica di veleni e di morti? (La Stampa 18 agosto 2012)

& – Schettino. Telefona a un parente di una vittima per dire che non è stata tutta colpa sua. Vero concentrato del carattere nazionale. Dongiovanni. Ama la bisboccia. Comodo. Sprezzo della professionalità. Sprezzo delle regole. Fanfarone. Bugiardo. Codardo, abbandona il posto di comando per salvarsi la pelle. In guerra sarebbe stato processato e fucilato. Ottuso, non si rende conto di ciò che ha fatto. Cinico, non si cura delle vittime che ha causato. Imbroglione, tenta di cambiare le carte in tavola. Impunito, rifiuta le conseguenze delle proprie azioni. Privo del senso della vergogna, del senso del dovere, del senso dell'onore. Privo di orgoglio, di carattere. La telefonata al parente della vittima indica che manca anche del senso della misura.

Un imbecille? Forse. Certamente un italiano. Frutto anche di quei «capolavori» della cinematografia come la grande guerra, il sorpasso, e affini cui aggiungere la maggior parte dei film di Sordi, Gassman (Vittorio), Manfredi. Con un pizzico di De Sica (Vittorio), i De Filippo, Totò. Insomma ci siamo capiti. Qualunquismo, furbizia, noncuranza, disimpegno, sberleffo, approssimazione, sentimentalismo.

 

& – Modernizzatori - statu quo. La questione piuttosto interessante è che nello scontro modernizzatori - statu quo, i modernizzatori si presentano sotto le vesti del capitalismo liberista mentre lo statu quo raccoglie dietro le proprie bandiere le corporazioni degli ordini professionali, dei commercianti, degli artigiani, dei sindacati operai e colletti bianchi (al momento fusi insieme), dei keynesiani che vogliono stampare moneta, degli economisti proudhoniani a loro insaputa e, ultimi, i difensori della legalità e della magistratura che vuol fare luce. Tutto ciò in un paese che non riesce a uscire da pratiche economiche (la rendita) e culturali di stampo medievale, crea notevoli equivoci e disorientamento. Tutto si mischia. La bussola culturale, politica, sociale e economica ha perso il suo Nord. L'assenza di intellettuali in grado di mettere ordine logico agli eventi e alle lotte in corso rende la matassa inestricabile. L'ago gira senza individuare un punto su cui fissarsi.

 

& – L'attacco all'euro che ha caratterizzato gli ultimi mesi al momento è fallito. La crisi ritorna lì dove è nata e da dove non si è mai mossa, gli SU. La massiccia dose di dollari stampati per contrastarla permette al momento di far galleggiare quel paese. Ma non certamente di crescere. Nota Mario Deaglio che la crescita economica SU è pari alla crescita della popolazione. Cioè, zero. Vedremo cosa accadrà una volta celebrate le elezioni politiche e eletto il nuovo presidente. Non a caso il dollaro perde mentre l'euro tiene (e guarda caso ha sempre tenuto durante l'offensiva). Mentre il rallentamento dell'economia cinese, fa notare ancora Deaglio, incide direttamente sull'economia SU poiché i cinesi avranno meno dollari da investire in quel mercato finanziario.

Così si conferma ciò che si sapeva. Almeno  per quanti erano riusciti a individuare il trend economico internazionale. Gli italiani ma anche gli europei non hanno mai osato contrastare l'offensiva della stampa, dei governi e degli organismi economici angli contro l'euro. A parte Draghi, unico europeo che ha osato ricordare almeno in due occasioni con forza come la crisi fosse da attribuirsi agli americani piuttosto che agli europei. Scalfari che alcune settimane fa avanzò cautamente l'idea del complotto. Ora Deaglio, anch'egli altrettanto timido sulla tesi. Perché questa timidezza che nasconde in realtà una vera e propria paralisi degli europei nel difendere i propri interessi? Se ne è già accennato (vedi sopra "La stampa internazionale"). Quando gli economisti SU più avvertiti come Krugman (cfr maggio) avevano individuato come gli SU lontani dal crescere, stagnavano?

Accanto alla guerra internazionale contro l'euro un'altra realtà oggettiva sta emergendo. La crisi della democrazia (cfr sopra in § "C'è una questione"). La individua Ilvo Diamanti (Repubblica 20/8/12) che ne tenta un'analisi come declino della democrazia. In particolare della democrazia rappresentativa.

Ora. Tuttavia. Queste realtà stentano a raggiungere l'opinione pubblica, ovvero l'opinione generale. Non suscitano un dibattito. Né fra gli economisti, né fra i politici, né fra gli accademici. Tantomeno vengono raccolti dalla rete. Rimangono a livello di opinione dei propri autori. Opinione fra altre opinioni. Qualcuno parla di economia della decrescita distinguendo i beni come tali dalle merci. Idee suggerite, prese da Marx senza averlo affatto compreso. Ma comunque idee. Oppure un'opinione, ben più fondata, sulla impossibilità della crescita (La Stampa di qualche mese fa). Un'idea esplosiva in un periodo dove si parla soltanto di crescita e si vede nella crescita la soluzione della crisi. Ebbene? Nulla. Come non fosse mai stato scritto. Eppure La Stampa e i suoi collaboratori non sono da poco.

Questa è un'altra caratteristica della struttura oligarchica della rendita che distingue l'Italia. Si può dire tutto ciò che si vuole. Tanto non sorte alcun effetto. Alcune decine di anni fa un giornalista anticipò i risultati di una serie di concorsi che si sarebbero tenuti a Medicina qualche mese dopo, sostenendo che quei concorsi erano dei falsi concorsi. Illegali, contro la legge, contro la correttezza e il pudore accademici. Il settimanale dove l'inchiesta venne pubblicata era una tastata di grande spessore e rilevanza nazionali, L'Espresso. Dopo qualche mese a Medicina si tennero i concorsi. I risultati furono esattamente, si legga esattamente, quelli rivelati. Ebbene. Non accadde nulla. Come se l'inchiesta non fosse mai stata pubblicata. Come l'articolo de La Stampa sulla non crescita.

 

& – Crisi della democrazia - (24 agosto 2012) Intervista di Bersani a Repubblica. Totale inadeguatezza. Non riesce a coniugare la realtà nazionale con la realtà internazionale. Si avverte una forma di ribellione verso lo stravolgimento - in corso - delle regole democratiche.

A proposito di stravolgimento delle regole democratiche tale Gertrud Höhler, ex consigliera di Kohl, accusa la Merkel di lavorare al crollo della democrazia per instaurare una qualche forma di "socialismo autoritario".

 

& – Era tempo. "C'è un deficit complessivo di classe dirigente, dai burocrati agli imprenditori passando per le professioni e l'accademia" (Sergio Lepri - La Stampa 27 agosto 2012). Da tempo si attendeva che qualcuno lo scrivesse. Se ne rendesse conto?

Ancora. "I paesi avanzati avevano vissuto a credito, attraendo capitali dal resto del mondo; ora sono chi più chi meno carichi di debiti". Anche qui, ce n'è voluto di tempo perché qualcuno lo scrivesse. O se ne rendesse conto? Naturalmente, come detto più volte, i capitali a credito altro non erano che plusvalore carpito al resto del mondo. Pluslavoro che si presentava sul mercato sotto forma di esportazione di capitale. Forse gli economisti capirebbero qualcosa di più della crisi in corso se usassero nelle loro analisi le categorie dell'economia marxista.

 

& – Un governo cattovaticano. L'Europa boccia la legge 40. Cosa fa il governo?  Ricorre. Cosa fa la Cei? Detta il tenore del ricorso.

Si era detto. Monti avrebbe probabilmente portato il paese fuori dalla crisi economica battente (naturalmente non da quella generale) ma non avrebbe cambiato la mentalità degli italiani.  Il riconoscimento a Berlusconi di meriti immaginari.  L'ossequio alla gerarchia ecclesiastica. Con l'obiettivo, più o meno consapevole, di modernizzare lo statu quo, rafforzandolo. Tuttavia questo governo di cattovaticani è quanto di meglio la classe dirigente italiana riesca a produrre. E è l'unico sulla piazza che sia in grado di reggere i marosi della crisi internazionale. Manca un'alternativa. Tutto questo è stato ripetuto più volte. Ma è quanto sta accadendo. Confermando analisi e previsioni.

La sinistra? In primo luogo la sinistra non ha mai condotto una battaglia dichiaratamente laica. Si è sempre battuta più o meno genericamente per i diritti. In questa difesa dei diritti consisteva la sua modernità. Una modernità molto convenzionale e ideologica. Oggi oltrepassata dalla crisi internazionale che ne sta mostrando la debolezza e la sostanziale iniquità usufruendo dello sfruttamento capitalista del resto del mondo.

Di fatto il paese manca di una cultura e di una pratica laica così come è laica la modernità nel mondo sviluppato. Basato sullo sfruttamento ma tuttavia sviluppato.

Parentesi. Marx aveva chiaro come lo sfruttamento sia un momento obbligato per lo sviluppo. Poi a un certo punto pensò che questo momento fosse già superato. E fosse sufficiente una spallata per farlo crollare. Invece era solo in via di superamento. Un superamento lungo almeno un paio di secoli. Amen.

Così gli unici laici in Italia sono i socialisti. Privi tuttavia di una visione del mondo, di una teoria, di uno straccio di filosofia. Informi, arruffoni. Ma soprattutto ladri. Ladri, autoritari e scorretti. Con l'unico obiettivo di godersi la vita, costi quel che costi (agli altri soprattutto).

Di onesti in giro ce ne sono. Ma si presentano l'un contro l'altro difesi. E soprattutto privi di carattere. La vicenda della trattativa con la mafia è tanto impressionante quanto impensabile.

Allora? Allora relativamente moderno e sicuramente con carattere ce n'è uno. Mario Monti. Un secondo è Mario Draghi, ma sta bene dove sta.

 

Fuori sacco

& – Alfabetizzazione digitale degli italiani. Necessaria ma precaria. (Strettamente legata all'evasione. Il caso degli automobilisti che fanno la fila ai caselli delle autostrade dove si paga in contanti e lasciano deserti i passaggi dove si paga con le carte elettroniche).

& – Le tre necessità. Produttività (etica del lavoro, etica delle regole, etica della necessità, etica della professionalità, etica della responsabilità, puntualità, rigore).

Legalità (corruzione, criminalità o., evasione, responsabilità, rigore).

Comunicazione (fatti non opinioni, stampa, televisione).

& – Gli italiani e il lavoro. Concorso alla Guardia medica di Milano. Per 300 posti solo 99 candidati. Fra i 99 gran parte stranieri. Dalla Russia, Moldavia, Romania o Marocco. Gli italiani interrogati disdegnano il posto giudicato troppo faticoso.

 

5 settembre 2012 – un giornale radicale. Quanto detto per Monti (vedi sopra) può dirsi per Il Fatto? Il Fatto è l'unico giornale italiano tecnicamente indipendente. Editore di se stesso non deve rispondere che a se stesso delle opinioni espresse e delle notizie pubblicate. Tuttavia il giornale, nonostante questa posizione eccezionalmente propizia nel panorama della stampa nazionale, risente dei limiti della classe intellettuale italiana. Scrittori, giornalisti, economisti, accademici. Nessuno è in grado di sottrarsi alla critica di Lepri  "C'è un deficit complessivo di classe dirigente, dai burocrati agli imprenditori passando per le professioni e l'accademia". Il gruppo di intellettuali che scrive e alimenta Il Fatto non sfugge a questa caratteristica. Infatti. Difficilmente «fondano» le opinioni espresse. Conducono campagne stampa fortemente ideologizzate. Non hanno ben afferrato, né tentano di farlo, i contenuti e le cause della crisi economica. Denunciano il deficit democratico del paese ma la loro idea di democrazia consiste in un affastellamento eterogeneo di idee prese qua e là. Fra l'altro non avvertono come la democrazia stia entrando in una crisi di sistema parallela alla crisi del modo di produzione che tuttora è alla base dell'economia internazionale. Il loro antifascismo non è sufficientemente evidente. Come non è chiara la loro posizione rispetto alle fondamenta costituzionali della repubblica nata dalla seconda guerra mondiale e dalla resistenza. Sono per i diritti ma non sembrano chiedersi quale sia il fondamento economico e teorico dei diritti così dogmaticamente difesi. Sono per la giustizia ma non è chiaro se ne hanno mai analizzato il concetto. A naso sono visceralmente anticomunisti senza chiedersi quanto delle loro idee e posizioni affondino le proprie radici nel comunismo. Non sono molto portati all'ironia e all'umorismo. La centrale questione della produttività sembra essergli completamente estranea. Tendono a sottovalutare il fondamentale tema del deficit culturale in cui versa il sapere nazionale. E altro. In breve non sanno bene dove stiano e cosa siano. Né danno prova di possedere un sapere all'altezza dei risultati raggiunti dalla cultura internazionale nel suo insieme. La questione viene completamente ignorata insieme a una analisi della responsabilità collettiva delle condizioni (economiche, sociali, culturali) nel quale il paese versa. Oggi il paese ha un bisogno vitale di discutere. Discutere, non anatemizzare. Affrontare le questioni poste dalla globalizzazione, dalla crisi del capitalismo, dalla crisi della democrazia, dalle strutture economiche e culturali sia del mondo sia dell'Italia. E chiamare a raccolta quegli intellettuali in grado di farlo. Perché ne dibattano e tentino di individuare quale sia il deficit culturale nel quale sono a loro volta immersi.

Nulla di tutto ciò.

Tuttavia, in un certo senso, è quanto di più autenticamente radicale il giornalismo italiano riesca a fornire. In un paese che ha una necessità assoluta di radicalismo. Di prese di posizioni nette. Non interessa se giuste o errate. Ognuno è in grado di giudicare e se non lo è, pazienza. In un paese che ha una necessità assoluta di uscire dai compromessi, dalla pratica dell'equilibrio sociale costi quel che costi, dal promuovere per rimuovere, dalla illegalità come risorsa economica e pratica quotidiana. Dal non detto come sistema di governo e pratica di vita.

Questo, e altro, è quanto Il Fatto porta di nuovo nel contesto della stampa nazionale. Non poco. Tale da passare sopra a quel tanto di estremismo nel quale sovente inciampa o rischia di cadere.

Allora. Se Monti è il governo più evoluto che la borghesia cattolica riesce a produrre, Il Fatto è il giornale più avanzato che il paese riesca a concepire.

È comunque poco? Non è sufficiente? Allora cercate di capire perché. Individuandone le cause. Chi se la sente? Silenzio. È più emozionante azzuffarsi.

 

& – «La Stampa» affronta la questione della produttività. Dati Istat alla mano. Ne emerge un quadro ugualmente disastroso anche se noto e prevedibile (vedi “Una guerra di posizione”). Affiorano le conseguenze della forma mentis legata alla sottostante cultura della rendita. Impossibilità di intendere cosa sia profitto, produttività, impresa, rischio, investimenti, sindacato, servizio, mercato, cliente, lavoro, regole, all'interno di un'economia fondata sul modo di produzione capitalista. Come le condizioni economiche nelle quali versa il paese dipendano direttamente da questa arretratezza economica e culturale. Per fare un esempio le imprese non riescono a entrare nel processo informatico. Che tuttora rifiutano. Con la conseguenza dice il presidente dell'Istat, che l'Italia ha bucato la rivoluzione informatica.

Nei periodi buoni (anni '60 e ingresso nell'euro) invece di impiegare i guadagni che ricavavamo dalle circostanze favorevoli migliorando le infrastrutture, potenziando le imprese, investendo nelle nuove tecnologie, nella ricerca e nella formazione, ci siamo abbandonati alla vita da bere, dilapidando o, distratti dal benessere, non utilizzando il patrimonio che ci trovavamo fra le mani. Come la Fiat negli anni '70. Invece di investire in tecnologia (i robot in quel caso) preferì lucrare sul lavoro a buon mercato. Risultato? L'azienda sull'orlo del fallimento.

L'altra questione è il lavoro. Primo. Lavoriamo meno degli altri (23 ore al mese meno dei norvegesi). Questo per quanto riguarda il quanto. Secondo. Se passiamo al come, una vera Caporetto. Fatto 100 il valore della produttività europea nel 2000, nel 2008 l'Italia registrava un crollo di 15 punti. Da 116,8 a 101,6. Mentre tutti gli altri paesi, chi più chi meno, avevano aumentato il loro rendimento. Risultati da ascriversi (Italia) in parte alla mancata innovazione (mancata rivoluzione informatica), in parte all'organizzazione (burocrazia, distribuzione, monopoli), in parte alla mentalità. La pressoché totale assenza di un'etica del lavoro contro la pratica nazionale di un benessere a buon mercato (dove tutti sognano di raggiungere qualcosa e nessuno fa progetti per raggiungerlo).

 

& – Stampa nazionale. Le due facce del Il Fatto (cfr Il Fatto  9 set 2012). Faccia negativa. Nell'occhiello generale della prima pagina. "Mostra del cinema, nessun premio italiano. Eppure stavolta c'erano degli ottimi film. La Bella Addormentata è Venezia". Ma la giuria di Venezia ha accusato i film italiani di autoreferenzialità. Comprensibili solo a noi stessi. Non al resto del mondo. Una forma di egotismo  culturale che ci isola e ci rende scarsamente o affatto interessanti o poco adatti a partecipare al dibattito internazionale. Un'accusa intellettualmente forte che sarebbe stato meglio accettare, affrontare e discutere. Invece di rifugiarsi nella semplicistica e comoda ipotesi che l'errore sia tutto da attribuirsi agli altri. I quali, guarda caso, non ci capiscono. 

Faccia negativa 2. Nello stesso numero Travaglio accusa Monti di incoerenza e di smentire se stesso. Perché? In un primo momento Monti avrebbe detto "Non siamo il governo dei poteri forti". In un secondo momento "I poteri forti ci hanno abbandonato". Usando la medesima logica formale amata da Travaglio, dove è la contraddizione? Non siamo il governo dei poteri forti non significa aver escluso che i poteri forti per motivi loro ci appoggino. In un secondo momento quando ci tolgono l'appoggio non richiesto, constatare che ce lo hanno tolto. Allora?

La faccia positiva. A pagina 6 e 7 del medesimo numero si può leggere un sostanzioso elenco di tutti gli impegni proclamati e promessi dal governo Monti. Disattesi, non realizzati, rinviati, azzoppati, eccetera. Dalle province da abolire al falso in bilancio da rivedere. Alle molte, troppe «esternazioni», dichiarazioni e cedimenti dello stesso presidente del consiglio. All'apparenza inutili. Oppure. Dirette con metodo tanto cattolico quanto mafioso (parlare a «b» perché «c» intenda) all'oligarchia. Cioè a quell'insieme di poteri occulti che occultamente gestiscono il paese (male) e dei quali il paese nulla sa. 

Un quotidiano che perde colpi è Repubblica. Sulla questione, cruciale, della produttività ha abbracciato (soprattutto con M. Giannini) le posizioni della Cgil  a favore dei diritti, dell'intervento dello Stato, dell'ipocrita retorica dei giochi che si fanno "sulla pelle dei lavoratori". Forse anche Giannini ha in mente un  capitalismo buono come quelli del Fatto, a misura di uomo. Oppure. De Benedetti persegue un qualche interesse che sfugge all'informazione ma non sfugge a Giannini.

In compenso. Sempre su Repubblica Penati analizza il lavoro condotto da Marchionne e si chiede perché un manager stimato nel resto del mondo occidentale viene ripetutamente dipinto come un incapace in Italia. Che il problema siano gli italiani (la loro classe dirigente soprattutto) e non Marchionne? Penati documenta perché il problema siano gli italiani.

 

& – Stampa tedesca contro la Bce. Elementare e rozza prende di petto Draghi. Quando si tocca la borsa si perdono le staffe.

 

& – Modernizzazione. Il governo ci prova. Ma sindacati, partiti, lobby  professionali, finanziarie, monopoliste si oppongono come possono. Con argomenti e atteggiamenti decisamente impressionanti. Vuoti di contenuti. Culturalmente arretrati. Ottusamente ideologici. Fermi nella difesa dello statu quo. Tesi a cancellare quel minimo appena fatto.

 

& – Produttività. Governo criticato per come ha introdotto il tema della produttività. Ma almeno ha messo sul tavolo la questione. Leggendo il dibattito che ne sta sortendo si ha l'impressione che noi italiani quando si parla di produttività non sappiamo bene di cosa si tratti. Una serie di ragionamenti e analisi particolari e nella loro particolarità corrette ma, proprio per via della particolarità, frammentarie. Quando la produttività del paese investe la qualità stessa del paese. La sua arretratezza. Il suo modo di pensare. La sua pratica della furbizia. La confusione fra furbizia e abilità. Il quanto e il come del lavoro. La legalità. Le leggi. L'abitudine di promulgarle senza applicarle. E disattenderle. E via. Più le origini economiche, sociali e culturali di tutto ciò.

 

& – Crisi economica internazionale. Dunque. L'attacco all'euro sembra fallito. Per il momento. La crisi tende a tornare negli SU. Almeno leggendo la stampa internazionale. Nella realtà la crisi non si è mai del tutto spostata. C'era solo da registrare il tentativo SU di scaricarla sull'Europa. L'Europa si è difesa. Allora cosa fanno gli SU? Secondo l'analisi di alcuni economisti indipendenti, con l'intenzione della Fed di stampare moneta quasi illimitatamente, gli SU tentano di scaricare la crisi sul resto del mondo producendo inflazione. A parte la Germania (che a suo tempo, con Gerhard Schröder ha fatto le necessarie riforme), la crisi tornerà a investire principalmente di nuovo l'Europa. Siamo alla guerra delle valute.

 

Metà settembre.  Berlusconi si fa di nuovo vivo. Con vecchie idee, vecchie promesse, vecchie imbecillità. Un solo giornale, La Stampa, ricorda e documenta come l'attuale situazione sia dipesa dai governi da lui guidati e come l'80 per cento della stretta subita dagli italiani in questi mesi siano state adottate proprio da quei governi. Cioè da Berlusconi.

Ora. Se Berlusconi si presenta di nuovo sulla scena come se nulla fosse accaduto mettendo di nuovo a rischio internazionale il paese, ciò è dovuto, oltre che alla stampa in genere che non fa o non sa fare il lavoro che le è proprio, anche ai molti riconoscimenti, del tutto gratuiti (a giudizio di quanti sono fuori dall'oligarchia), di cui Monti in persona è stato prodigo. E del fatto che gli è stato permesso (dal presidente della Repubblica principalmente) di «cadere in piedi». Né viene mai ricordato (come invece ha fatto La Stampa) chi è all'origine delle attuali calamità del paese.

 

& – Prima o poi qualcuno lo scrive. Ancora La Stampa ci avverte che l'unico modo per risolvere la crisi internazionale è cambiare stili di vita. Tutti. Nel mondo. L'articolista (Marco Brambilla) sostiene che si tratta di una questione morale. Sappiamo che in realtà si tratta della struttura economica in trasformazione. Di rapporti di produzione che mutano. Del modo di produzione che è entrato in una fase più acuta del processo di transizione. E via, via (cfr  nel sito).

 

& – Stampa nazionale. Repubblica (18 set 2012) Mauro intervista Marchionne. Le domande volutamente polemiche. Ricche di «cosa risponde?, non le pare?, non pensa?, non crede? non può ignorarlo, non ricorda, tutte le colpe sono del mercato non vostre?, lei dunque si impegna?, lei si rende conto …». Perché Mauro non fa un'intervista (e non ha mai fatto un'intervista) con lo stesso stile di domande a Berlusconi?

Cosa sta accadendo a Repubblica? Forse sarebbe meglio chiedersi, cosa vuole De Benedetti.

Nella intervista (molto lunga) la risposta significativa di Marchionne è in concreto «puntavo sulla riforma del mercato del lavoro e invece sul tavolo ho 70 cause aperte dalla Fiom».

Ora. Può un'industria capitalista crescere in un paese precapitalista? E La Fiom, se non è d'accordo con il capitalismo, invece di fare cause giudiziarie potrebbe darsi da fare e preparare la rivoluzione. E no! La rivoluzione è faticosa. E anche pericolosa. La Fiom vuol vivere tranquilla. Con i suoi diritti e il suo benessere. Quelli e questi acquisiti sfruttando il terzo e il quarto mondo. Come già scritto, noi i diritti, loro la fame.

 

& – Crisi. Certo che anche all'estero non scherzano. Obama protesta con la Cina. "Illegali i sussidi concessi dal governo di Pechino alle esportazioni d'auto. Così danneggiano i lavoratori americani". Ma la Cina non è un paese comunista? Compete sul mercato con regole proprie. Non quelle del mercato. In altri termini. Cosa accade a un mercato capitalista quando sulla scena compare un paese che capitalista non è? Il problema è del mercato.

Certo la questione si presenta, almeno nella forma, un po' più complessa. La Cina fa parte del Wto dal 2001. I sindacati US dell'auto premono sulla Casa Bianca. Ma è anche più complessa di come la pone Obama. Ciò che non si capisce bene è quale cognizione Obama abbia del mondo che si va trasformando. Consapevole che si va trasformando non ha mai espresso come a sua avviso si vada trasformando. A meno che la sua visione del mondo sia quella di sempre. Si cambi pure il modo di fare politica ma gli SU rimangono alla guida del mondo. Tuttavia, di quale mondo? E soprattutto, come?

 

& – Statu quo. La resistenza alla modernizzazione sta sgretolando il paese. La classe dirigente (nel suo insieme), diciamo così non ci si ritrova. La stessa sorte subisce il ceto medio. E con il ceto medio il paese nel suo complesso. Un esempio banale. Professionisti e artigiani dovrebbero presentare ai clienti un preventivo. Fare un preventivo significa dover prevedere il lavoro da farsi. Ora la pratica corrente è che l'artigiano o il professionista dicono una cifra (al ribasso). Poi nel corso della realizzazione del lavoro questa cifra aumenta gradualmente. Fino a raddoppiare e, spesso, oltre. Oppure, come accadeva alla Finsiel, la principale azienda informatica italiana quindici anni fa, si faceva un progetto di massima senza anticiparne il costo. Poi il costo veniva calcolato sulle ore uomo lavoro che l'azienda aveva impiegato per realizzare il lavoro. Così più tempo ci mettevano, più guadagnavano. La Finsiel, come si sa, è fallita. Anche per questo. Questa pratica spiega anche il motivo per il quale come leggiamo tutti i giorni il costo dei lavori affidati dallo Stato (centrale o regionale) a imprenditori raddoppia, triplica, quadruplica nel corso di realizzazione dell'opera. Accanto alla dilatazione dei tempi previsti. A volte di decenni.

Ora questa pratica oltre a essere una pratica è anche una mentalità. Un modo di lavorare. Un modo di pensare. Chiedere o pretendere un preventivo a/da un artigiano, a/da un professionista, a/da un fornitore di servizi, lo mette in crisi. Non lo sa fare. Comincia a fare domande, sofisticare, cavillare senza mai riuscire (oltre che volere) a raggiungere la cifra finale. Il preventivo lo obbliga a prevedere, a darsi delle regole di consegna, a stringere i tempi, in una parola a organizzarsi. Non sia mai!

Questa mentalità permea di se il lavoro burocratico e operaio. Investe i rapporti commerciali, i rapporti industriali, i rapporti bancari. Ed è già in sé corruzione. Di questa mentalità è fatta la produttività italiana. Se non si pone mano a questa mentalità la produttività italiana non aumenterà mai. Si nasconderà sempre dietro l'alibi dei diritti, della sacralità della vita, della sacralità della famiglia, della sacralità del benessere. In altre parole della sacralità dello statu quo.

 

& – Produttività. Nei lontani anni '60 una delegazione europea visitò una fabbrica della Polonia, allora comunista. I visitatori notarono come alla catena di montaggio i singoli operai si assentassero a loro giudizio interrompendo e rallentando la catena. Andavano in bagno, consumavano un tè, fumavamo una sigaretta. Quando si chiese una spiegazione al direttore della catena, costui, un comunista ortodosso, rispose a sua volta con una domanda. Avevano mai visto i suoi interlocutori una classe al potere lavorare? Ebbene in Polonia al potere era la classe operaia. E questo valeva per l'intera area socialista. Unione sovietica compresa. Che non a caso a capo di un paio di decenni scomparve. La pratica della catena di montaggio aveva battuto la rivoluzione.

 

& – Bagnasco è intervenuto. La Polverini si è dimessa.

Un intervento forte. "Scandali inaccettabili". Che "porteranno al collasso della società". E che "la classe politica sottovaluta".

Il cardinale parla in occasione dei lavori del Consiglio permanente della Cei. Prende di petto il malaffare che investe le Regioni. Si appella alle istituzioni e alla politica perché "prevalga il bene generale su qualsiasi interesse".

Si schiera con il governo. Sostegno a Monti.  "Il premier continui la sua opera". Apre a un Monti bis.

Detta il da farsi. Legge elettorale prima del 2013. "No a politici chiacchierati nelle liste". Fare le riforme di cui il paese ha bisogno. Poi presenta il conto. Boccia le unioni civili, chiede l'approvazione entro fine legislatura delle disposizioni sul fine vita. Attacca le unioni civili e le coppie di fatto.

Dopo 18 anni di malaffare intenso e 64 anni di malaffare sotto traccia la «gerarchia» ha fatto sentire la sua voce.

 

Ormai è ufficiale. Il governo cattovaticano di Monti ha ricevuto l'imprimatur. E con l'imprimatur anche una pacchetto di consigli che hanno tutta l'aria di un'agenda di lavoro. È il segno dei tempi. La modernità ha aperto una breccia  nella cinta di protezione della Santa Sede. Breccia che si è tentato immediatamente di riparare dettando l'agenda delle cose da fare. Fine vita, difesa degli embrioni, ostracismo alle coppie di fatto, più altre che seguiranno come il divorzio. Ma in compenso la moralità nello stile di vita dei cattolici ha fatto improvvisamente irruzione sulla scena. Ne ha istantaneamente preso atto Casini e con lui i riottosi consigliere dell'udc della regione Lazio.

Avremo di che vederne. Compito di Monti, come già detto, è di ammodernare il paese senza aprire alla modernità. Mansione ostica. Un equilibrismo che l'attuale presidente del consiglio già esercita come può. E che non promette nulla di buono.

Tuttavia. Anche se le questioni poste dalla modernità non si limitano alla condotta morale della classe dirigente, avere trovato il tempo e la forza di parlarne apertamente non è avvenimento da poco. A meno che, una volta pronunciate quelle parole, non vengano mai più ripetute e cadano in quell'oblio che distingue la cultura, la mentalità e  la strategia del cattolicesimo romano.

 

(continua in "Il paese vero")

 

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