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Dialettica e ma.dial: autori > Hegel
Scienza della logica

(APPUNTI)

            (Hegel)                                                                                                         (interpretazione fpg)

[il sapere logico]

& – Il sapere logico è comunque un sapere mediato (53).

L’immediato è rappresentato dalla coscienza empirica sensibile.

& – L’esperienza interna, la fede religiosa, eccetera non si comportano, non sono un sapere immediato.

Nella Scienza dello spirito (scienza della coscienza empirica sensibile) la coscienza immediata è insieme presupposto e primo immediato.

Diverso nella SDL dove il presupposto si identifica con il risultato della SDS (scienza dello spirito).

& – Nella logica, l’intuizione si è fatta certezza. Si è determinata come certezza. Da un lato infatti conosce così bene l’oggetto, se ne è talmente impossessata, che fra sé e l’oggetto non vi è più alcuna differenza. Lo conosce come se stessa e conoscendolo come se stessa lo ha reso interno. Dall’altro ha eliminato la contraddizione fra sé e l’oggetto poiché se ha portato l’oggetto in sé è anche vero che ha portato sé nell’oggetto.

Ha saputo eliminare la sua soggettività e ora è una stessa cosa con questa eliminazione. È il se stesso eliminato. È questa eliminazione, è questa coincidenza con l’eliminazione che ci permette di cogliere la cosa che ci sta dinanzi e soltanto lei "scartando tutte quelle riflessioni ed opinioni che si hanno". Scartando cioè le idee già fatte, i pregiudizi, le emozioni ma rimanendo solo con l’interesse per l’oggetto. Cioè annullandosi in esso, ma con un annullamento attivo. Non sono più me pur essendo tutto io. Qui l’importante del concetto del tolto. Poiché è un tolto per rimanere.

Ma compiuta questa operazione, il suo risultato è di nuovo quello di ottenere un immediato.

Questo immediato è il puro essere, un essere cioè che si è liberato di ogni altra determinazione e cognizione (riempimento) ed è l’essere in generale (non totale).

L’essere assoluto, l’essere astratto. O meglio il cominciamento assoluto, il cominciamento astratto. Cioè il puro essere (55).

 

& – Al fondo dei pensieri logici di Hegel ci sono riflessioni semplici.

Cosa dice sul cominciamento, sull’inizio di ogni pensiero, sull’inizio o fondamento del pensiero logico?

1. – Il pensiero logico è in sé riflessione. Cosa è la riflessione se non la mediazione fra sé e il mondo?

Ma. La prima mediazione avviene fra sé e sé. Fra il sé empirico, il sé corporeo della sensazione e il sé logico della riflessione.

Nel rapporto fra i due sé, il sé portatore della coscienza empirica, sensibile, funge, rappresenta, è il presupposto del sé, (dell’io) riflessivo e logico.

In altre parole per pensare devo sentire. Posso riflettere solo su ciò che la sensazione corporea del mio stesso corpo mi suggerisce.

In questo senso il sapere logico è un sapere che viene dopo.

2. – Ma una volta entrato in contatto con l’oggetto attraverso la coscienza empirica, il sapere logico a sua volta deve spogliarsi di tutto il sé. Deve porsi di fronte all’oggetto, nudo, deve coincidere il più possibile con l’oggetto con una operazione che è né più né meno che una fusione. E questo va fatto con la stessa freschezza di una immediatezza. Se l’operazione riesce, il suo risultato è quello di essere un immediato. Questo immediato è un puro pensiero e questo puro pensiero è l’astrazione.

3. – Questo perché il puro pensiero non può mai essere un puro pensiero empirico in quanto ogni inizio empirico non può non partire da un presupposto.

L’uomo arriva alla coscienza e la coscienza arriva all’uomo che ambedue già esistono. L’uomo come animale, l’uomo come pre–uomo e la coscienza come istinto animale, cioè precoscienza.

Ogni decisione, dunque, di partire da un punto, sia pure il punto della coscienza, è un’operazione che astrae da qualcosa, sia pure il precedente che altro non è che la forma nella quale si presenta il presupposto.

Il puro pensiero, di conseguenza, non può essere che astratto.

L’astrazione – L’astrazione è un togliere, ma un togliere che non dimentica, che ►

►tiene conto del tolto, che lo presuppone, che rimane. Così l’identificazione del soggetto con l’oggetto non può essere che il togliersi del soggetto. Togliersi, non annullarsi. Quindi togliersi per rimanere. Ma rimanere solo come presupposto, come qualcosa che c’è ma dalla quale si astrae, che non conta se non per il fatto che si parte da lei.

D’altra parte il concreto, la materia concreta, il reale, i processi del reale seguono questa stessa legge. Una reazione chimica o fisica compiuta svolge le sue funzioni prescindendo da tutto ciò che le ha dato vita anche se tutto ciò che le ha dato vita continua ad operare in lei ma in modo diverso eppure necessario. È proprio il reale a suggerire al pensiero umano questa capacità, possibilità o semplicemente questa esperienza del toltoxrimanere che è al fondo di ogni processo sia fisico che logico dove anche la logica è nulla più che una naturalità tolta eppure rimasta ma trasformata.

 

[la questione del presupposto]

Questo del presupposto è un problema reale.
Dove comincia il presupposto?

Quando si comincia un’analisi, si parte da un caso concreto, esistente, percepito dalla coscienza empirica. Questo caso non può non essere un risultato. Risultato del processo precedente. E siccome l’oggetto, la cosa, l’immediato percepito è un risultato che conserva in sé tutti i momenti precedenti (ma non ancora presupposti o non necessariamente presupposti) tolti, per analizzare questo fenomeno è necessario tornare indietro ai precedenti che gli hanno dato vita e in un modo o nell’altro ne rappresentano ancora, per quanto trasformate, le reali e concrete determinazioni. Per andare avanti, dunque, devo tornare indietro. Vado avanti nella conoscenza del fenomeno e per conoscerlo torno indietro alla sua composizione. Non solo. Comincio l’analisi come? Analizzando un ultimo, l’ultimo risultato e l’analizzo con un primo atto di analisi. Ma ecco che andando indietro e avanzando nella conoscenza del fenomeno, quell’ultimo da cui ho cominciato diviene un ultimo fondato, la base dell’analisi, la base dell’oggetto, dunque il suo vero cominciamento, il suo vero inizio, la sua reale partenza. Così non solo ho cominciato con l’ultimo (il risultato) ma ho finito con il primo (il fondamento). È in questo senso che l’ultimo è diventato il primo e il primo l’ultimo. Dove l’uno dipende dall’altro. L’inizio dalla fine, il primo dall’ultimo (56, 57).

 

Ancora una volta Hegel è estremamente concreto. Parte dalle reali condizioni del rapporto fra soggetto e oggetto, colti in un momento del loro processo e reciprocamente dileguantesi nel momento dell’analisi. Ma l’analisi, la conoscenza, il puro sapere per H. non è altro che il puro essere, o meglio non è altro che la sua forma (54). Il puro essere è l’essere astratto ma pur sempre essere.

È il concreto nelle condizioni in cui può essere meglio colto dall’uomo.

Per mezzo del pensiero astratto che riesce a riprodurlo, a rifletterlo.

 

[l’astrazione]

Questa faccenda dell’astrazione va approfondita.

L’astrazione è da un lato un’operazione del pensiero. Ma un’operazione che il pensiero ricava dalla realtà – riprende dalla realtà riflettendola.

L’astrazione è

1. – un tolto e un togliere. 2. – un toltoxrimanere. 3. – un nascosto. In questo terzo senso Marx quando analizza il valore di scambio (CAP 1°/69) scrive "d’altra parte è proprio tale astrarre dai loro valori d’uso che caratterizza con evidenza il rapporto di scambio delle merci". Astrarre dai loro valori di uso, cioè astrarre dalla loro corporeità, dalla loro fisicità. Infatti il valore di scambio non è una qualità fisica delle merci. Eppure una merce non è merce se non racchiude in sé valore d’uso più valore di scambio. Cosa forma il valore di scambio? Marx risponde, una "terza cosa" alla quale tutte le merci sono riducibili e sono riducibili astraendo dai loro valori di uso. Questa terza cosa è il lavoro umano incorporato nelle merci. Lavoro che non si vede, nascosto.

In questo caso se il pensiero umano deve astrarre dai valori d’uso delle merci per trovare e capire il loro valore di scambio è perché nella realtà è il valore di scambio che astrae dal valore d’uso delle merci in quanto nella sua sostanza è puro lavoro umano. Ma la sostanza è qui nascosta, tolta, toltaxrimanere. Non si vede, ma agisce nella realtà. Quindi c’è, è un esserci.

 

& – Il rapporto fra il primo e l’ultimo non è soltanto il rapporto fra soggetto e oggetto. Al contrario, il rapporto fra soggetto e oggetto è a sua volta determinato dal processo della realtà dell’oggetto, realtà della quale – a un certo punto o da sempre – il soggetto fa a sua volta parte.

L’ultimo è tale solo di fronte alla totalità del processo – e non rispetto alla sua totalità. Quando il processo è concluso assistiamo a due fenomeni. 1. – È solo la totalità che determina il contenuto delle parti che le danno vita. Ora la totalità è tale, è conclusa, solo con l’ultimo. È quindi l’ultimo a definire, a dare la sua reale determinazione al primo. Ora se l’ultimo nasce dal primo è il primo a dipendere dall’ultimo. E dipende dall’ultimo in due modi. All’interno del processo storico – cioè della storia del processo. È la storia del processo, il suo svolgersi a determinare un prima e un poi, un primo e un ultimo. Secondo perché la sua vera natura viene rivelata in concreto solo al momento della chiusura del processo. Quel primo ora non è più il medesimo del cominciamento. Primo perché lo svolgersi del processo ha mutato il suo senso. Secondo perché a processo concluso è mutata la sua natura.

Ed esiste ancora un rapporto fra primo ed ultimo. Quando l’uno è stabilito, il primo collocato nella sua realtà, l’intera totalità, consacrata dall’ultimo, si pone di fronte al processo generale come un primo. E siccome l’ultimo è un risultato è questo risultato che si pone quale primo, ma un primo diverso dal proprio primo. È in altri termini altro. L’ultimo è primo in due modi, in due maniere, per due diversi fenomeni, ambedue oggettivi. Il primo si svolge all’interno del processo e vi rimane – l’ultimo che chiarendo il primo conclude il processo e lo assorbe. Il secondo fuori dal processo poiché la conclusione del processo trasformandolo ne ha fatto un altro.

Sono questi due momenti che danno all’analisi del soggetto l’andamento descritto e fanno del puro sapere la forma del puro essere. Ora è chiaro perché il puro sapere è la forma del puro essere.

Con questo si può anche dire che la logica del puro sapere riflette, è la stessa della logica del puro essere. E cosa è altro la logica del puro essere se non l’astratta logica dell’essere concreto? Cioè la logica dell’essere concreto estratta per mezzo dell’a­strazione? Cioè per mezzo della attività/capacità riflettente della coscienza umana? Esiste dunque una sola logica per tutto il reale proprio perché il reale è uno e la logica lo riflette. Una logica che presiede al reale nella sua totalità, diversa tuttavia dalle logiche astratte che presiedono ogni «momento» della totalità e che muta di nuovo di segno fra la logica astratta del reale nella sua generalità e la logica astratta del reale nella concretezza della sua particolarità fenomenica. In altri termini esiste una logica per analizzare il fenomeno nella generalità cogliendone tutti i meccanismi essenziali e una logica per cogliere il fenomeno nella sua fenomenicità reale che servendosi dei meccanismi scoperti nella analisi della generalità scopre come le forme fenomeniche di quei meccanismi siano altre. (Cfr la diversità della logica che presiede l’analisi astratta del capitale e la logica che presiede l’analisi storica del capitalismo nella sua realtà fenomenica - 3° del CAP). Così come l’analisi dei singoli capitali e dei singoli capitalismi siano governate ancora da strutture logiche altre e specifiche.

Esiste così una logica della generalità (assolutamente astratta), come esiste una logica della totalità. Le logiche si diversificano nelle realtà che sono loro proprie ma seguono la logica nella sua generalità tenendo sempre conto delle differenze che si producono fra analisi del contenuto nella sua astrazione e analisi del contenuto nella sua specificità. Così quando Jacob individua la biologia come Logica del vivente compie una doppia operazione. Da un lato ricostruisce la logica del sapere biologico. Dall’altro ricostruisce la logica del vivente. Qui, l’andare avanti è un andare indietro, l’ultimo è il primo, eccetera, non sono giuochi di parole. Non lo sono anche se appaiono o rischiano di apparire tali.

 

& – (59) In una scienza si comincia col presupporre una rappresentazione che viene poi analizzata. Il risultato di questa prima analisi è anche quello che fornisce alla scienza il primo concetto determinato.

Ma in questo concetto determinato, proprio perché tale, c’è già un contenuto, è già un pensare empirico, non astratto, non puro.

Ma se noi lo astraiamo e ne facciamo un puro cominciamento, un puro inizio, ecco che nel puro inizio c’è solo l’inizio, cioè il nulla. Ma è un nulla che è già qualcosa: un inizio. L’unità astratta di essere e di nulla è qui, nel fatto che all’inizio, l’essere e il nulla dell’inizio, la loro unità è assolutamente indeterminata, indistinta, indifferente (60). E così deve essere. (Per dare vita a che?)

 

& – Il soggetto si deve porre dinanzi all’oggetto vuoto di tutto, puro, cioè astratto

Se non si pone in queste condizioni non può cogliere l’oggetto in sé né può trasferirsi nell’oggetto.

Insomma, la coscienza in quel momento, nel momento dell’inizio, è un vuoto che è.

E qual è il vuoto che è se non l’essere puro, il puro essere strettamente legato al puro nulla?

                                              

& – Determinatezza e qualità.

L’essere è l’immediato indeterminato, che ha la qualità della determinatezza. Da un lato dunque essere generale indeterminato, dall’altro essere determinato.

Ora di fronte all’essere indeterminato sta l’essere determinato.

Ciò non avviene senza effetti. La determinatezza dell’essere determinato fa della indeterminatezza senza qualità dell’essere indeterminato, una determinatezza che rispetto alla indeterminatezza è divenuta qualitativa.

Ora l’essere indeterminato è qualitativamente indeterminato. La sua indeterminatezza costituisce la sua qualità. Di conseguenza il primo essere indeterminato è indeterminato in sé. Ma la sua stessa indeterminatezza gli pone di fronte la determinatezza dell’essere determinato. Qui l’indeterminato in sé si togliexrimanere. Nell’essere determinato lui c’è senza esserci. Nel togliersi si nega (69). Si nega nell’altro e negandosi nell’altro forma con l’altro una unità. Ma questa unità di essere determinato e di essere indeterminato, ottenuta col togliersixrimanere dell’essere indeterminato è a sua volta qualcosa di nuovo che si è creato (un’unità è diversa da una contrapposizione). Ed è questo qualcosa di nuovo che ora si contrappone ai due. L’unità i cui momenti, l’essere e il nulla, sono inseparabili, è in pari tempo distinta da quegli stessi momenti (83) che pure sono in lei. Che pure cioè sono passati in lei. Con questo passaggio l’essere determinato e l’essere indeterminato hanno dato vita a un terzo essere. All’essere per sé (69).

 

& – La dottrina dell’essere

Qui abbiamo 1. il puro essere indeterminato, 2. il puro nulla indeterminato. La loro unità dà vita al terzo che è il divenire.

 

& – Due cose fondamentali nelle 15 righe che formano la pagina 69.

La prima è l’analisi del movimento per il quale nulla esiste in sé, ma dall’esistenza in sé passa nell’esistenza dell’altro che lo nega e come da questo passaggio che è anche unità si crea il movimento, si forma cioè la legge delle leggi che ora sappiamo essere il divenire.

 

Abbiamo così assistito alla nascita del divenire.

 

La seconda è la dialettica in sé e per sé. Che altro non è che la presa di coscienza attraverso l’altro. L’immediato è l’essere indeterminato in sé. L’inizio della coscienza è l’indeterminatezza. Una indeterminatezza che si va determinando. Ma la determinatezza da sola non basta, o meglio non è ancora coscienza.

 

La determinatezza è il movimento dell’essere verso la coscienza. La coscienza è coscienza solo quando l’essere è per sé.

 

Solo è essere per sé. ►

 

►& – Nelle note H. precisa il movimento dell’essere e la dialettica di essere e di nulla.

Riprende il discorso così come storicamente si sia venuto formando. Precisa che contrapporre il nulla al qualcosa è un errore poiché il nulla del qualcosa è il nulla di un certo qualcosa, è un nulla determinato. Conferma che un essere determinato finito è un essere che si riferisce a un altro, "è un contenuto che sta in rapporto di necessità con un altro contenuto" e precisa "col mondo intero". Qui appare per la prima volta il concetto di necessità. / Polemizza con Kant sui cento talleri/.

Si pronuncia contro il giudizio quale metodo filosofico insufficiente /82/. Critica la maniera con la quale il pensiero filosofico «pone» il concetto così come critica il modo di affrontare il rapporto fra essere e nulla. Nulla esiste in natura che non sia un misto, un medio di essere e di nulla (97). La chiarezza assoluta abbaglia. Cioè la chiarezza assoluta come l’assoluta oscurità sono due vuoti. La luce è un combinarsi fra i due, un mediare di chiari e oscuri (83). Nel concetto di sintesi (Parmenide e Spinoza) le astrazioni vi stanno in unità con il loro altro, ma nessuna è di per se stessa sussistente, nessuna è fondata in sé, nessuna è assoluta. Sono unite come l’una relativa all’altra (89).

D’altra parte il nulla comunque lo si prenda è collegato a un essere, è collegato a qualcosa di esistente. Le tenebre con l’assenza della luce, il freddo con l’assenza di calore. A parte che con questo si pone l’accento su qualcosa di empiricamente determinato e quindi già essente. Rimane che le tenebre sono il nulla di qualcosa, il nulla della luce, il freddo il nulla del calore. Eccetera.

 

& – I momenti del divenire

Nel divenire l’essere e il nulla sono ridotti a momenti. Ma ognuno di questi momenti sta nel divenire come unità di essere e di nulla. Da un lato un nulla che trapassa nell’essere, dall’altro un essere che trapassa nel nulla.

 

Ciò perché sono nell’unità del divenire come tolti.

 

Nel divenire questi due momenti – ognuno dei due fatto a sua volta di essere e di nulla – sono il nascere e il perire.

 

& – Il concetto di momento è essenziale non solo per comprendere la logica hegeliana, ma anche quella marxista. Per l’analisi del rapporto fra struttura e sovrastruttura, per esempio.

Il momento è una riduzione dei due elementi della contraddizione nella forma del reale. I due elementi ci sono ma non agiscono più nella loro autonomia né nella loro autenticità. Ci sono ma diversi. Il solo fatto di essere obbligati a coesistere nello stesso concreto li fa diversi. Sono cioè tolti. Toltixrimanere nel senso che ci sono, ma diversi, pur conservando una delle loro caratteristiche originarie.

& – Togliere del divenire

Essere, nulla, divenire. Il divenire unità di essere e di nulla. Il divenire ha in sé la contrapposizione. La contrapposizione che distrugge. Invece non è così.

La contrapposizione distrugge sì qualcosa, ma questo qualcosa non è il risultato. La contrapposizione che distrugge è quella di essere e di nulla. È il nulla ed è l’essere uniti nel divenire che sono distrutti.

Risultato? "L’essere sparito ma non come nulla" (99). Questo sarebbe un ricadere nell’essere e nel nulla. Ma come ricadere nell’essere e nel nulla se essere e nulla sono già stati tolti nel divenire?

Il risultato non è nell’unione dell’essere e del nulla nel divenire. Il risultato è nella quieta unità, nella quieta semplicità dell’essere che qui non è più essere per sé bensì determinazione dell’intero.

È in altre parole un essere determinato. Qualcosa di completamente nuovo, diverso dal precedente. E come tale un immediato.  Di nuovo un immediato. Ma anche un immediato nuovo. Diverso, ben diverso, dall’immediato di partenza. Un immediato che ha la forma dell’essere determinato.

 

& – Il divenire

Tutto ciò si forma e avviene nel divenire. Il divenire è la forma presa dal processo.

Non c’è processo senza divenire né divenire senza processo. Per questo il divenire è in sé contraddittorio (come ogni processo lo è).

 

& – Il concetto di equilibrio dell’essere e del nulla nel divenire porta alla forma. Forma totale dell’essere determinato. Il divenire è insieme la prima forma totale e il primo essere determinato del processo.

Fatto di essere e di nulla questo primo essere determinato è in sé contraddittorio. Contraddittorio pur nella quieta semplicità dell’essere.

 

& – La contraddizione è la legge della storia (la storia è la forma presa dal processo nel suo divenire), della storia del mondo, della storia dell’universo ed anche della storia di ogni singolo processo.

La contraddizione non è più qualcosa fuori dal mondo. Non è più l’espressione dell’errore e l’errore l’espressione di qualcosa che c’è ma non esiste. Ora la contraddizione e l’errore sono nel mondo. Fanno parte del suo motore e del suo sviluppo.►

►Nel medesimo tempo l’essere determinato appare nella forma, come forma, come qualcosa nel quale la distruttività della contrapposizione ha trovato un momento di quiete, ha preso una forma, la sua forma. Ed è.

Per questo il contenuto del reale è contraddittorio mentre la sua apparenza è piana.

La contraddizione fra la violenza della realtà e la sua apparenza apparente di quiete, di normale, di piano, di semplice può trovare qui la sua fonte. L’equilibrio, dice Mao, è un attimo. La lotta, il contrasto è la norma. Eppure l’essere determinato per esserci è quiete, equilibrio, dileguarsi apparente del contrasto, della contrapposizione.

 

& – La nota a pag. 100 sul togliere è parzialmente anticipata dagli appunti a pag. 2.

A pag. 2 il togliersixrimanere è legato al concetto di presupposto. Era dire che ogni presupposto è nel posto. Ma è posto come tolto. Ora – H. specifica – togliere ha un doppio significato linguistico. Da un lato significa conservare, dall’altro cessare, mettere fine. Il conservato non è forse un «tolto rimasto»?

Precisato il concetto di conservato come toltoxrimanere, si precisa anche il concetto di momento nella determinazione di "un che di riflesso" (101). Il riflesso è quell’insieme di nuovo e di vecchio così come appare nel nuovo immediato. Immediato che è insieme riflesso del vecchio, del nuovo, ma è altro dal vecchio e dal nuovo. Ed è proprio qui che H. ha ragione. Il nuovo immediato non è un mischio di nuovo e di vecchio, ma un nuovo che conserva in sé (riflette), dentro di sé, le determinazioni del vecchio, un vecchio che è nuovo poiché nell’unità non è più quel che era prima. Quindi il vecchio si rovescia nel nuovo e il nuovo nel vecchio. Per nuovo s’intende il cambiamento che si produce nel vecchio (all’interno del processo globale il cambiamento proviene sempre dal precedente ed è cambiamento del precedente). Questo è il nuovo determinato come tale, cioè un nuovo immediato, frutto, risultato di un mediato. Un mediato che si rovescia nell’immediato. Ma un immediato più complesso del vecchio mediato.

Ci troviamo di fronte a una vera e propria produzione, di fronte ad un vero e proprio processo di produzione del divenire dove il modo di produzione appare fisso in alcune sue regole di base, ma arricchito man mano che si espande.

Dalla cellula all’uomo è stata una bella espansione. E anche dall’atomo alla cellula. Passando per tutti quei processi di produzione di cui si ha sentore nella microfisica.

Qui c’è la tentazione di impiantare un’analisi della funzione dei momenti mediati, nel nuovo immediato. Ma conviene attendere che questa analisi la svolga lo stesso H.

C’è tuttavia una riflessione importante da fare sulla nota di H. a pag. 100. Questa unità, dice H., concludendo la nota (102) è ora la loro base. Come e cosa dica è chiarissimo. Il vecchio mediato, trasformato come si è visto, è la base del nuovo immediato, della nuova forma, della nuova realtà. Ma attenzione. La base non è il presupposto, ma il posto. I momenti sono parte del posto (mediato = posto). Il presupposto nel processo di produzione dell’essere nel divenire è composto di più posti. La teoria di Jacob sugli integroni chiarisce meglio come il processo di produzione dell’essere nel divenire abbia prodotto l’uomo. Il presupposto dunque è composto di più basi, ma che a quel punto del processo sono parte integrante della nuova base. Completamente sciolti, assimilati nelle nuove determinazioni che la compongono ma nelle quali sono presenti come qualcosa di più che un ricordo.

Qualcosa più di un ricordo anche perché il modo di produzione del divenire, come si è detto, appare fisso in alcune sue regole di base, le quali si arricchiscono man mano che il processo si espande ma all’interno del processo di espansione pur rimanendo uguali nel modo e nella forma mutano nella sostanza, producendo effetti anche opposti alle stesse regole (meccanismi?) precedenti, seguendo leggi diverse (differenza delle stesse categorie fra il 1° e 2° del CAP e il 3°). Qui è un rimanere per cambiare che è un’altra regola del processo di produzione del divenire.

 

& – L’essere determinato

A) – L’essere determinato come tale.

a) – L’essere determinato in generale.

Il divenire ha ormai dato vita (prodotto) all’essere determinato, con il suo contenuto di essere e nulla. Ma tutto il processo dietro questa nascita è come scomparso. Così che il suo risultato, l’essere determinato, appare ora come primo, come un immediato. Abbiamo di fronte, in altre parole, qualcosa di nuovo.

Cosa è? Non è un semplice essere ma un esserci. Un esserci che prodotto dal processo del divenire ha ora un suo proprio divenire. Divenire che è fatto a sua volta di essere e non essere uniti insieme. Uniti ma in maniera diversa da quella precedente che ha dato vita all’essere determinato. Ora infatti si tratta sempre di una unità ma dell’unità del non essere accolto nell’essere in modo che l’immediato, cioè l’essere determinato, appare adesso nella forma dell’essere. Anzi il non essere che si unisce all’essere nella forma di essere è proprio ciò che costituisce la determinatezza. Altra differenza. Mentre l’essere indeterminato era privo di determinazioni, ora, nell’essere determinato, le determinazioni sono più di una e appaiono come diversi rapporti dei suoi momenti.

 

b) – La qualità. Fra le determinazioni dell’essere determinato c’è la determinatezza che è, isolata, a sé. Questa determinatezza che è, è la qualità. Cos’è la qualità? È l’immediata unità dell’essere e del nulla nell’essere determinato. Questa immediatezza da un lato non permette all’essere e al nulla di precisarsi. Così sono ancora in stato di equilibrio. Dall’altro lato è su questa unità di essere e di nulla che s’impiantano tutte le determinazioni successive.

Nel medesimo tempo la qualità è qualità dell’essere e qualità del nulla. Abbiamo così una qualità che è. Ma anche una qualità che non è, negativa.

Nella determinazione dell’essere, cioè come qualità essente, la qualità è la realtà. Ma una realtà che deve tener conto del nulla, della negazione che è in sé. Determinazione che si determina come un limite, come un termine.
Accade
ora che nella realtà l’accento cada sulla qualità che è, mentre rimane nascosta quella parte della determinazione che contiene la negazione.
La realtà appare come qualcosa di positivo dal quale rimane esclusa la negatività, il limite, la mancanza.

Il nulla invece preso come semplice mancanza si presenta proprio come nulla, come assente, come un esserci la cui determinazione è un non essere.

 

& – La logica del divenire

La logica del divenire comincia a prendere forma. Dall’essere e nulla nasce il divenire. Dal divenire nasce l’essere determinato il quale è a sua volta essere e nulla e ha un suo divenire.

Questo essere determinato è un concreto? No, non è ancora un concreto ma è già reale. Anzi è già realtà. La realtà è concreta? Sì e no. Non vi è nulla di più reale della realtà, ma la realtà essendo realtà pura non è ancora qualcosa, non è ancora realtà di qualcosa.

 

Discorso sul porre (104).

H. fa una riflessione fra ciò che è nella riflessione e ciò che è posto. Posto, ciò che è così in lui stesso. In questo senso è come se la nostra riflessione fosse in grado di cogliere e ricostruire il posto. Ma il posto è posto solo se è posto in sé.

Cosa è il posto in sé? È l’appropriazione della realtà da parte della riflessione. La riflessione la coglie poiché «in qualche modo» la riflette.

Una cosa è posta quando il riflesso della realtà nella riflessione è dimostrato. Dimostrato attraverso lo strumento dell’analisi. E quando, per mezzo dello strumento dell’analisi, la coincidenza fra riflessione e realtà è al suo massimo.

 

& – La realtà dunque è la qualità positiva per eccellenza.

Nella realtà l’essere e il nulla continuano la loro esistenza. Soltanto che mentre nell’immediatezza dell’essere determinato i due momenti erano in equilibrio, nella realtà si separano.

Come?

Abbiamo un reale che è e un reale che non è. (Una cosa è tutto ciò che è ma anche tutto ciò che non è). Il primo, ciò che è, si presenta come realtà, il secondo, ciò che non è, come nulla (oltre che come limite della realtà).

Ma la determinazione del nulla nella realtà non si presenta come irreale, ma come assenza di reale, come limite del reale.

La realtà dunque incontra la sua negazione là dove viene negata. Il limite di ogni realtà è la sua irrealtà. Soltanto che il limite è legato alla realtà come alla irrealtà. È la irrealtà a definire la realtà. In un certo senso a darle consistenza. Se la realtà non trovasse il suo limite sarebbe assoluta e come tale non percepibile come non è percepibile la luce abbagliante. ►

►& – Nella breve nota sulla realtà la parte da notare è sul limite.

In un certo senso per il pensiero dialettico il limite non esiste. Il nulla non è ultimo e la realtà non è il vero (108). Il nulla non è ultimo poiché nel nulla c’è l’essere. Nel più profondo del nul­la assoluto è in agguato l’essere assoluto. La realtà non è il vero, nel senso che la realtà non appare mai come vero, non comincia mai come vera, non è mai vera in senso assoluto. Il falso le appartiene. Fa parte della realtà come vi fa parte l’errore. E l’errore è reale come è reale un falso. E questo è un limite.

Altro limite è che l’individuo nella sua realtà pone limiti a ogni altro. E i tanti limiti che pone sono anche i suoi limiti. L’individuo, dice H. (108), "non ha il suo esserci in lui stesso". L’individuo aggiunge H. è più di ciò che lo limita. È più delle altre realtà che lo limitano e lo circondano (oggetti, eccetera) e di ciò che lo limita (i suoi limiti fisici o anche mentali). H. probabilmente si riferisce alla capacità dell’intelletto umano di uscire fuori di sé e della supremazia idealistica sulla realtà. Ma può anche significare ciò che sostiene Marx nella sesta tesi su Feuerbach. L’essenza dell’individuo è fuori, nella società. Non è in lui. Nel medesimo tempo esiste un corpo inorganico dell’uomo che è la società stessa in cui vive, la natura in cui vive, il modo di produzione in cui vive, eccetera. Tutto ciò da un lato gli si contrappone e dall’altro lo prolunga. Egli è insieme in sé e fuori di sé.

La qualità è proprietà solo in relazione a un rapporto esterno. Come quella qualità che senza respingere l’altro vi faccia valere le proprie determinazioni, determinazioni che si mantengono con le loro qualità nella relazione. Dunque la qualità in sé, la qualità assoluta non esiste. La qualità di qualcosa può essere considerata assoluta solo rispetto ai suoi rapporti, solo rispetto ai rapporti con il «resto» che la proclamano tale. (Questo «resto» possiamo provare a identificarlo con il massimo di coscienza possibile).

 

c) – Qualcosa

La differenza fra essere e esserci (essere determinato) è che l’essere è separato dal nulla, mentre nell’esserci il nulla è presente. È il nulla determinato. È il nulla dell’esserci, di quello che è.

Nel medesimo tempo si è visto che esiste una differenza fra realtà e negazione. Ma si tratta di una differenza tolta, nel senso che la realtà contiene la negazione, ma la contiene come conservata, come rimasta. Non c’è ma c’è. Nel reale il nulla è in agguato a ogni passo.

Questo nulla toltoxrimanere, questa differenza toltaxrimanere è ciò che fa dell’essere determinato in generale (di cui qui si tratta) un essere che è dentro di sé, un ente scrive H. (110), un qualcosa.

Il qualcosa è la prima negazione della negazione. La vita diventa vivente (come l’esistere esistente, il pensiero pensante). Con il qualcosa la vita perde la sua universalità. Ciò nondimeno rimane qualcosa di molto indeterminato anche se non di assolutamente indeterminato. Ma determinato già come qualcosa, dal momento che la negazione altro non è che il ritorno in sé dopo l’esperienza del tolto.

Qui una certa indeterminatezza dei concetti dipende dalla scarsa densità di determinatezza del qualcosa. Scarsa determinazione poiché è bene o male un inizio, un cominciamento. Il cominciamento del soggetto.

Il soggetto comincia a essere con la seconda negazione. La negazione numero uno è astratta. È negazione in generale. È il puro concetto di negazione. È la negazione numero due, la seconda negazione, la negazione della negazione a essere concreta, quella che fonda il soggetto.

E lo fonda poiché è anche mediazione con se stesso, "di sé con se stesso". Anche nel divenire c’era una mediazione, ma era astratta. Nel qualcosa la mediazione comincia a essere concreta poiché i due termini della negazione cadono nella realtà.

Per cui non c’è da meravigliarsi se nella realtà  la negazione reale del sé diventa l’altro. Il negativo del qualcosa è un altro.

Un altro però in generale.

 

B) – La finità.

a) – Qualcosa è un altro.

Sia il qualcosa, sia l’altro sono qualcosa. Che c’è. L’altro può essere il qualcosa e il qualcosa l’altro. È l’altro che determina il qualcosa, quale dei due sia. Il qualcosa quindi è l’altro dell’altro. Ma anche l’altro è l’altro del qualcosa.

Tuttavia se andiamo al concreto, nella realtà scopriamo che l’altro ha una sua vita indipendente. Nella realtà l’altro è la natura. La natura fisica è l’altro dello spirito.

Se la natura fisica è l’altro dello spirito, lo spirito è il qualcosa. (Il qualcosa della natura).

Comunque, avverte H., qui l’altro della natura esprime soltanto una relazione. Non una qualità (anche perché la qualità è un qualcosa).

& – Il qualcosa si conserva nel suo non essere. Si conserva nell’altro. Non è l’altro, ma non è nemmeno completamente se stesso. È essere per l’altro.

Essere per l’altro, ma comunque essere che rimane, che si conserva. Si conserva come riferimento a sé contro il riferimento all’altro. Un ritorno a sé, come essere in sé.

L’essere per l’altro e essere in sé sono due momenti del qualcosa. Ma momenti che sono relazioni. La verità del qualcosa e dell’altro è la loro relazione. Ma nell’unità che conservano nell’essere determinato ciascuno contiene in sé anche il suo momento diverso.

Ora. Il non esserci del qualcosa non è un reale non esserci, ma è Altro. È relazione al suo non esserci. È essere per l’altro.

L’essere in sé ha una relazione negativa con il non esserci. In quanto qualcosa in sé, ha l’altro fuori di sé, contro. La cosa in sé è astrazione, nulla (118).

& – Il qualcosa è qualcosa solo nel suo concetto.

Questo concetto è "concretamente comprensibile in sé, come concetto in generale, come determinato e come nesso delle sue determinazioni è in sé conoscibile".

Ha, come sappiamo, come momento contrapposto l’essere per l’altro, ma anche l’essere posto.

Il porre è una determinazione della riflessione. Riflessione oggettiva, scrive H.

Nell’analisi, precisa H. (anche se con altri termini) è necessario distinguere cosa è ancora in sé, che cosa è posto, come siano le determinazioni del concetto, poste e in quanto sono altre.

 

& – Stiamo assistendo al pensiero astratto che si fa concreto. Alla nascita delle categorie del reale così come si formano in aderenza al reale.

La logica ha una duplice funzione. Da un lato è l’analisi del rapporto fra il pensiero umano e il concreto, il reale. Dall’altra è l’analisi dell’aderenza del pensiero umano al concreto. Ma così come il pensiero umano lo viene scoprendo, così come lo viene riflettendo.

Da un lato quindi è la logica dell’appropriazione della realtà da parte dell’uomo. Dall’altro è la logica di questa realtà ricostruita attraverso l’appropriazione.

 

Questa è la chiave per rileggere e riscrivere Hegel materialisticamente.

 

 & – La negazione della negazione è un concetto fondamentale della logica hegeliana e marxista.

Vediamo ora come funziona applicata al concetto di vita.

La vita è un’astrazione. Anche il vivente è un’astrazione, ma più determinato e meno astratto che il semplice concetto di vita. La vita è. In sé questo concetto non significa nulla. È troppo indeterminato. Meno del concetto di essere, ma ugualmente troppo. Se nego questa determinatezza mi rimane la sua negazione. Ma se la vita così come vita pura e semplice non esiste è anche vero che non esiste il suo contrario. La vita non è. Dunque se non è, è. Ma questo secondo è, è perché ho negato la negazione. È un è diverso dal primo. È un vivente. Qualcosa di più vicino al concreto della semplice vita.

La vita è una pura astrazione. L’essente è l’astrazione della vita, ma nel reale. È cioè un vivente.

Cosa è dunque la negazione della negazione? È un meccanismo, diciamo così, è uno strumento che la logica prende dalla logica del reale, del concreto. Prende, ricava, riflette. È una negazione che rimane. È il togliersi. Non a caso nel linguaggio due negativi affermano. Solo che l’affermazione della doppia negazione dialettica è una affermazione diversa. È già un movimento, già un mutamento.

 

& – La prima osservazione è sul linguaggio. Il linguaggio, dice H., è soltanto l’universale. Qualcosa, altro, queste sono determinazioni universali.

Per questo, svolgendo il qualcosa, aveva avvertito che il passaggio dall’universale all’ente (essente, vivente) era comunque un venir via dall’universale e un precisarsi, un accostarsi al determinato, al concreto.

& – Il tuffo nell’altro che dalla massima astrazione diventa la natura, un qualcosa di genericamente concreto, è forte, mostra carattere e chiarezza.

(114) L’altro per sé è altro in lui stesso, quindi altro se stesso, e così altro dell’altro. Dove si mostra il continuo mutamento nella assoluta conservazione del sé. Qui il sé è l’uomo stesso, l’individuo vivente che trasformatosi di continuo nel corso della propria vita, rimane se stesso.

& – La dialettica di qualcosa e altro, essere per l’altro e essere per sé è identica alla dialettica di Marx sul danaro (CAP 1°).

& – Ci si determina attraverso l’altro, ormai è chiaro. È l’altro che ci determina.

Il negativo è l’altro da sé. Ma è un negativo fondante.

Nulla è se non in relazione agli altri. È tutto ciò che gli altri non sono. E gli altri non sono tutto ciò che è lui.

Quindi la cosa in sé non esiste.

& – Al contrario l’in sé della cosa è conoscibile solo come concetto.

Ed eccoci al dunque. Il concetto.

Il concetto è quel complesso insieme determinabile come rapporto fra la mente umana e la realtà (di cui la mente fa parte). Quel rapporto che permette all’uomo di appropriarsi della realtà.

La mente riflette la realtà attraverso il concetto. Ma non è un riflettere passivo, il riflettere dello specchio. È un riflettere attivo, un riflettere di appropriazione della realtà nel suo complesso, dunque anche della realtà in sé.

In questo senso il concetto è il reale stesso, per quel tanto che del reale riesce ad appropriarsi la mente umana. Dove l’errore dell’appropriazione fa parte a sua volta del reale, non solo perché è, ma anche perché l’errore è inscritto nella realtà, come un negativo se si vuole.

 

Marx questo lo ha profondamente compreso. È questo che lo fa hegeliano, che lo fa dialettico. È questo che gli permette di portare avanti le sue analisi dando fondo al reale come ancora nessuno è riuscito a fare. Il concetto in questo senso è ►

►anche il reale che non si vede. Il reale per qualche verso tolto, ma rintracciato dalla mente attraverso la coincidenza della logica che è insieme logica del reale e logica dell’uomo.

& – Momento del concetto nel suo movimento di appropriazione della realtà è il porre. Posto è ciò che è analizzato, verificato, dimostrato, considerato l’ultima appropriazione del reale, la più compiuta, la più corretta.

Il porre, dice H. (118), cade propriamente soltanto nella sfera dell’essenza, della riflessione oggettiva. Oggettiva poiché è la riflessione dell’oggetto, è il momento di connessione fra soggetto (mente umana) e oggetto (realtà).

Ma porre può anche significare il risultato di un processo del reale che si è consolidato, una base, un presupposto. Oppure quello che Marx chiama «farsi indipendenti» (CAP1°/153).

b) Destinazione, costituzione, limite.

L’in sé rimane ma diverso. Non è più il vecchio in sé, assolutamente astratto e indeterminato, fuori da ogni essere per l’altro. Ora è l’in sé del qualcosa. Ora l’essere per l’altro è in lui. È nel qualcosa, ma negato e mediato da questa negazione, che è così un suo momento.

Ora l’in sé è nell’altro quello che è in sé. Nel medesimo tempo l’essere per l’altro – una volta tolto l’in sé del qualcosa – è nel qualcosa. E l’in sé è in sé da esso. Ma l’in sé torna nel qualcosa. Tuttavia non più come il vecchio in sé. È di nuovo un in sé astratto, ma astratto in maniera diversa dalla vecchia astrazione. L’in sé, ora, non solo è qualità e realtà, determinatezza che è, ma è determinatezza che è in sé. Nuovamente astratta e generale.

È determinatezza posta e in sé riflessa. La qualità nuova di questo nuovo in sé (un in sé che è nel qualcosa essenzialmente unito con l’altro momento di sé, cioè col momento dell’essere per l’altro), che può chiamarsi essere in lui, è la destinazione.

La destinazione – La destinazione è la capacità del qualcosa di rimanere se stesso nella nuova determinazione (ricevuta dal suo essere per l’altro). Capacità che fa valere in qualche modo anche nel suo essere per l’altro.

Il qualcosa raggiunge con la destinazione la sua pienezza. La sua pienezza è raggiunta rimanendo se stesso, ma con la nuova destinazione ricevuta dall’essere per l’altro.

In altri termini. Quello che il qualcosa è in sé è anche in lui. (Lui = altro che è sempre sé).

 

& – Quale è il rapporto fra destinazione e fine biologico? Fra destinazione e fine? Il rapporto è fra destinazione, costituzione e limite. La destinazione è nel qualcosa, qualcosa che ancora non è, ma può essere tuttavia determinato da un altro.

Come e perché qualcosa può essere determinato in sé da un qualcosa d’altro? Poiché il fine di nessuna cosa è fine in sé. Sia che questo momento sia astratto, sia che questo momento sia concreto, esso perviene al suo fine passando per qualcosa d’altro.

In questo senso la benzina riceve il suo fine nel carburatore di un auto. Questa è la sua destinazione, questa è la sua costituzione, questo è il suo limite. È la sua destinazione. Ma perché questa destinazione sia rispettata, la benzina deve essere costituita. Il limite della benzina è quando viene consumata e il fatto che può essere consumata solo per quel fine. Ma è anche la realizzazione piena della sua destinazione e della sua costituzione. Noi siamo certi che la sua destinazione era quella e che la sua costituzione è esatta solo quando è stata consumata, quando cioè ha raggiunto il suo limite.

 

Cosa ha a che fare tutto ciò con la possibilità della destinazione del qualcosa di rimanere se stesso nei passaggi successivi della costituzione e del limite?

È che la benzina rimane sempre tale in ognuno dei tre momenti. Ma il primo momento è astratto, il secondo è concreto, nel terzo la benzina si trasforma in qualcosa d’altro. Si trasforma in energia del motore dell’auto.

& – Proviamo a vedere ora, alla luce di questa interpretazione, cosa sostiene H. ►

►Traduciamo con l’esempio della benzina le prime righe con le quali H. traccia il discorso della destinazione.

Non è soltanto l’immediata identità del qualcosa in sé, dice H., ma quella identità per la quale il qualcosa è anche in lui quello che esso è in sé. Ora la benzina non è benzina per sé, ma benzina per l’auto. Se la benzina è per l’auto, l’auto diviene una parte costituente della benzina. L’auto dunque è nella benzina poiché senza l’auto la benzina non esisterebbe. La benzina è per l’auto quello stesso in sé che è per sé.

H. distingue (120) destinazione da determinatezza. La determinatezza della benzina non è l’auto. È qualcosa di ben diverso dalla sua destinazione. Non è l’auto a determinare la benzina. A determinare la benzina sono gli elementi costituenti della benzina.

Dice H. che la destinazione è una determinazione positiva. Mi sembra giusto. Nel senso che certamente l’uso finale della benzina, cioè l’auto, determina la benzina positivamente, ma non la determinazione in sé della benzina.

Naturalmente l’esempio della benzina deve fermarsi qui. La benzina entra già in un processo che la presuppone. Nella SDL il tentativo è di cogliere questo processo al suo primo formarsi.

Cosa significa poi quando H. sostiene che la destinazione dell’uomo è la ragione pensante? Non a caso noi diciamo che l’uomo è la propria coscienza, è il proprio pensiero. Ma questo pensiero che è nell’uomo tende anche ad autonomizzarsi dall’uomo. Non solo. Ma prima di essere pensiero razionale, è talento, è pensiero intuitivo. E prima che la razionalità del pensiero si costituisca è necessario che il processo vada avanti a lungo. Sia per quel che riguarda l’umanità nel suo insieme, sia per quel che riguarda ogni singolo individuo.

& – Per quel che riguarda la costituzione del qualcosa H. sostiene che in quel momento esso è preso dal flusso dei rapporti esterni. Il qualcosa una volta costituito, non solo è preso dal suo essere in sé come costituzione, non solo dal suo essere in sé come destinazione, ma anche dal suo non essere o dall’essere per gli altri.

La costituzione è importante quanto la destinazione in riferimento al mutamento. Il mutamento (122) cade nella costituzione. Cioè il qualcosa una volta costituitosi rimane tale, rimane se stesso anche nel mutamento. È anzi proprio nel mutamento che conserva se stesso. Questo anche per via della destinazione. Poiché nel mutamento la costituzione rimane invariata. E questo fa del qualcosa, qualcosa di stabilizzato.

& – H. affronta due aspetti del qualcosa portando il discorso molto avanti rispetto allo stesso processo così come lo va affrontando e seguendo.

Il primo aspetto (122). "Il qualcosa è preso nell’influsso e nei rapporti esterni". Questo qualcosa che è appena nato dal rapporto di essere e nulla e di conseguenza dovrebbe essere l’unico, il primo qualcosa della storia, qualcosa come la prima molecola di materia o simile, si trova preso nell’influsso e nei rapporti esterni. Quale questo influsso e quali questi rapporti? Quali che siano, poiché è vero, anche se si trattasse della prima molecola di materia, questa prima molecola verrebbe a contatto con tutto il suo presupposto. Cioè con quel mondo e quell’universo il cui processo (accumula­tivo) le ha dato vita.

Così questo unico, questo primo qualcosa è già qualcosa rispetto a tutto il resto che lo circonda e che è qualcosa di indeterminato differente da lui, qualcosa determinato. Quindi egli è qualcosa di determinato rispetto a quel qualcosa esterno indeterminato. Qui il rapporto è fra i due. Ma quel qualcosa di esterno indeterminato è formato di infiniti qualcosa a loro modo determinati. Atomi, per esempio. E il nostro qualcosa è solo più determinato rispetto alla maggior indeterminatezza di quelli. E lui è ciò che è proprio perché quelli non sono come lui. Pur essendo in lui. Il loro essere e il loro non essere influisce sull’essere e il non essere del nostro qualcosa. In questo modo ogni qualcosa è ciò che è anche perché gli altri qualcosa sono ciò che sono. Cioè. Non sono molte cose che lui è e sono molte cose che lui non è. Il qualcosa è determinato non solo in senso positivo (ciò che è), ma anche in senso negativo (ciò che non è). Quindi egli è insieme ciò che è e ciò che non è. E insieme è ciò che è e non è lui e ciò che sono e non sono gli altri. Questa legge farà sentire sempre più i suoi effetti man mano che avanzerà il processo.

Il secondo aspetto affrontato da H. è la conservazione del mutamento all’interno del qualcosa. Ciò che funziona è sempre il toltoxrimanere e la legge della negazione. Nel passaggio da costituzione a destinazione a limite il qualcosa muta pur rimanendo sempre se stesso. Ma nel limite si verifica un salto di qualità, un salto di livello. Negli esempi del punto, della linea e della superficie il qualcosa oltrepassa il proprio limite (che fa parte un po’ del qualcosa prima del limite e un po’ del qualcosa dopo il limite) divenendo qualcosa d’altro. (Ma rimanendo poiché è indubbio che la linea è fatta di punti e la superficie è fatta di linee). Nella destinazione, costituzione e limite si può intravedere uno dei processi della neg–neg.

& – Il qualcosa è secondo la sua destinazione indifferente alla sua costituzione (123). Uguale. È indifferente rispetto alla potenzialità o all’aspetto «mirato» del qualcosa, al come la potenzialità si realizzi, in quale forma si realizzi e quale forma assuma per raggiungere il fine. La determinatezza del qualcosa sta nel termine medio fra la destinazione e la costituzione.

& – Il qualcosa è in grazia del limite ciò che esso è. Ossia ha nel limite la sua qualità (125). Qui H. sostiene qualcosa su cui soffermarsi. Il limite è negazione semplice, ossia è la prima negazione, mentre l’altro è in pari tempo la negazione della negazione – "l’essere dentro di sé del qualcosa". Io vedevo la neg–neg diversamente. La costituzione Iª neg, il limite IIª neg. No. Per H. la IIª neg è già nel nuovo altro. Con la IIª neg il processo è già concluso–aperto e non solo concluso. Non a caso sostiene "l’altro è in pari tempo". Però poi (126) sostiene il qualcosa è dunque come immediato esserci, il limite contro un altro qualcosa. Il limite è la mediazione, per cui il qualcosa tanto è quanto non è. L’essere determinato è nella sua determinazione fra la destinazione la costituzione (124).

 

c) La finità.

"L’esserci è determinato. Il qualcosa ha una qualità e in questa qualità non è soltanto determinato, ma ha un limite. La sua qualità è il suo limite".

L’opposizione dell’esserci e della negazione come limite del qualcosa è in se stesso un divenire – "questa fa la finità del qualcosa". Nel finito la natura delle cose è costituito dal loro non essere. La relazione della cosa con se stessa è negativa. Nel medesimo tempo questa negatività, questo riferirsi a se stesse come finite rinvia a qualcosa che è oltre di loro "al di là di se stesse".

Ma qui c’è qualcosa di più. Il finito non solo si muta, come il qualcosa in genere, ma perisce. Come tale l’essere delle cose finite consiste nel fatto che questo essere ha in sé "il germe del perire". L’ora della loro nascita è l’ora della loro morte (128).

 

aa) L’immediatezza della finità.

La finità è la negazione qualitativa spinta al suo estremo (120). Ora nulla dell’esserci può essere distinto dalla sua destinazione finale che è quella del suo perire.

Così mentre la negazione in generale, la costituzione e lo stesso limite sono compatibili e in comunicazione con l’altro esserci, nella finità non più.

In questo senso la finità è negazione fissata in sé.

C’è ancora nel finito il rifiuto di lasciarsi trasportare verso il proprio positivo che è l’infinito. Dunque. "La destinazione delle cose finite non è nulla più che la loro fine". Ciò tuttavia fa attribuire alla finità una qualità particolare. L’immutabilità del suo destino, del destino della finità, ne fa qualcosa di eterno. "Questa è una considerazione importantissima". "Tutto sta a vedere se in questo modo ci si ferma all’essere della finitezza, se la caducità, cioè, persiste, oppure se la caducità e il  perire perisce". Allora da un lato il finito non può unirsi all’infinito, dall’altro non può ricadere nel nulla "che è esso stesso già perito da un pezzo".

Il finito perennemente contrapposto all’infinito lo si presenta come in sé nullo. Ma non è così, come si è visto. Nel finito la contraddizione appare soggettiva. Ora invece si afferma che il finito ("nullo in sé, come in sé nullo") Il fatto invece è che il finito risolve la contraddizione in sé, si distrugge in sé e "non che sia soltanto caduco e perisca". Ma che il perire, il nulla non è soltanto l’ultimo o il definitivo, ma ugualmente pur non essendo l’ultimo né il definitivo, tuttavia perisce (130).

 

bb) Il termine e il dover essere.

Analisi dei momenti del qualcosa finito (131). Limite e termine.

Il limite è quel punto della seconda negazione con il quale il qualcosa o trapassa in un altro o ha in comune con l’altro. Ma è anche il punto che delimita il qualcosa determinato.

C’è tuttavia qualcosa d’altro. Questo qualcosa d’altro è ciò che nega il limite immanente nell’ambito della destinazione. È dentro di sé come sé identico, si riferisce a se stesso come il suo proprio non essere (131). Ma si riferisce a se stesso come neg–neg, negante quello stesso che conserva in lui l’esserci. E questo (posto fra costituzione e destinazione) non è il suo limite bensì il suo termine. "In quanto relazione negativa al suo limite, che da lui è anche distinto, e ha con sé come termine, questo essere in sé è così dover essere".

 

& – Analisi del dover essere come "quello che deve essere è, e in pari tempo non è" (132). Come dover essere il finito oltrepassa anche il suo termine. "Qualcosa ha un termine in quanto ha nella sua destinazione la negazione, e la destinazione è anche l’esser tolto del termine" (133).

& – Nota. Nel dover essere comincia il superamento della finità, l’infinità (133). Il dover essere, se significa puoi perché devi, significa anche, non puoi appunto perché devi. Ha in sé dunque un non potere, una impossibilità. Il dover essere si presenta, dietro quella impossibilità, come progresso all’infinito.

 

& – Siamo sempre all’interno dell’analisi dell’essere determinato. Il quale una volta determinato ha trovato all’interno della sua determinazione la propria destinazione come limite oltre che la sua propria qualità.

Ora il concetto si allarga e scopriamo che all’interno della destinazione c’è la finità, il limite come perire, come consumo e fine della cosa e che questo perire è già nella cosa, nel qualcosa, nell’essere determinato, è al suo nascere.

È l’universalità della sua destinazione. Quale che sia la destinazione essa ha in sé la fine, il perire e l’ha in sé sin dal momento della nascita.

 

 

 

 

 

 

& – Il discorso sul finito è particolarmente sottile e particolarmente importante. Se il finito è finito, come tutti vogliono, allora è eterno, dice H. E l’eternità del finito significa che il finito finisce in sé, ma non è l’ultimo.

In altre parole la morte non esaurisce il processo storico o il processo fisico. Ma che la produzione del processo storico o del processo fisico–universale va oltre la morte che è il finito.

La morte dell’individuo è il trionfo del genere, dice Marx. La morte, come la sessualità, è un’astuzia biologica, insinua Jacob.

Questa particolarità del finito è tale poiché è già collocata nel divenire. Senza la produzione della realtà e del divenire, già trattata, il discorso sulla finità, così come H. lo pone, non avrebbe senso.

Il suo senso consiste nella sua concretezza, nel fatto che è ricavato dalla realtà concreta.

Va sottolineato il fatto che H. ricava i concetti dall’uso stesso del linguaggio e costruisce l’analisi logica partendo dall’analisi del linguaggio. Il fatto che il metodo riesca e porti a dei risultati concreti sta a significare che il linguaggio, effetto e causa insieme della logica umana, riflette la logica del concreto, si è formato nella realtà e la rispecchia.

Questo è da tenersi presente. Nel pensiero umano questo rispecchiamento si è oscurato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

& – L’analisi del dover essere è centrale per quanto riguarda l’essere determinato essendo l’analisi del superamento del termine del qualcosa.

È il passaggio, non ancora realizzato, dal singolo all’universale.

L’universale è = quello che è per sé al di là di ogni termine.

Cioè al di là di ogni particolarità. Ora questa capacità è una capacità oggettiva e naturale.

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“Appunti sulla Scienza della logica” [@SDL]

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