materialismo&dialettica
Materialismo dialettico e pensiero unico

Scienza e lotta di classe

di F. Paolo Glorioso

(da  SAPERE - GIUGNO 1977 – titolo originale “Dialettica e scienza”)

 

Il pensiero scientifico moderno usa tacciare di «antiscientifico» ogni altro metodo di analisi della realtà che non sia il suo, e in particolare il materialismo dialettico. Quali le conseguenze? Quali sono le deformazioni subite dallo stesso materialismo dialettico in questo secolo? Quali i rapporti tra lavoro scientifico e «ideologie scientifiche»?

 

 

«La natura ci rivela sempre più il suo carattere dialettico, proprio nel campo delle particelle elementari. Ma i più non possono sopportare la dialettica; anche i go­vernanti non la sopportano. La dialettica crea l’agitazione e il disordine. La gente vuol disporre di opinioni univoche e confezionate. A New York, un determinato gior­no, tutti mettono il cappello di paglia. Da tutti vogliono indicazioni chiare sul modo in cui devono pensare.» Werner Heisenberg.

 

Da qualche tempo la sinistra è impe­gnata nel dibattito sul ruolo della scien­za. Se la scienza è anche ideologia, se il sapere scientifico è di per sé al di sopra di ogni ideologia, se è neutrale oppure no, se corrisponde allo svilup­po delle forze produttive o ne è slega­to, eccetera.

Quando ci si chiede se la scienza mo­derna svolge un ruolo ideologico e qua­le, la risposta è più a portata di mano di quanto si voglia far credere e meno fumosa di quanto ci si sforzi di far apparire.

Per capire come la scienza possa tra­mutarsi in ideologia è necessario tor­nare indietro di almeno un secolo. Siamo nel 1848. La rivoluzione in segui­to alla crisi economica scoppiata fra il 1846 e il 1847, divampa in Europa. Il risultato, come scrisse Marx1, fu il sorgere di una controrivoluzione ser­rata e potente. In Francia il 1848 se­gna il trapasso definitivo del potere nelle mani della borghesia industriale progressista e intraprendente. In Ger­mania, la Prussia si afferma come nuo­va potenza economica. Uno degli atti più significativi della controrivoluzione europea fu attuato da Federico Gu­glielmo IV, re di Prussia. Federico Gu­glielmo IV decide di cancellare dalla cultura del suo paese il pensiero he­geliano, giudicato per via del metodo negativo che lo caratterizza una mi­naccia al sistema di potere prussiano, invece di puntellarlo, come si era spe­rato al suo nascere. L’incarico viene affidato a un filosofo famoso come Schelling e, poi, condotto in porto da un pensatore minore quale fu Friedrich Stahl. È interessante sottolineare co­me fra i compiti affidati ai due filo­sofi tedeschi ci fosse l’impegno da par­te loro di «insegnare agli uomini a considerare e studiare i fenomeni del mondo nel quale vivevano come ogget­ti neutrali retti da leggi valide univer­salmente». La nascente borghesia prus­siana aveva individuato nella dialettica hegeliana il nemico e aveva effi­cacemente suggerito l’antidoto.

Il compito venne più tardi ripreso e sviluppato da Auguste Comte che stu­diò in Francia la realtà sociale da un punto di vista naturalistico afferman­do, sulla scia della grande espansione e dei continui progressi delle scienze naturali, che tutto ciò che non poteva essere controllato dall’osservazione di­retta, non poteva ricavare il crisma del­la scientificità. Il principio di per sé corretto (è necessario intendersi su co­sa si voglia dire con «diretta») impedì, tuttavia, un’analisi, e una critica dei fondamenti stessi delle scienze. La con­seguenza fu una resa generale al «da­to oggettivo»2, all’esistente, a tutto ciò, cioè, che si manifestava nella sua forma tangibile, senza più chiedersi co­me quella forma fosse nata e quale ar­cano processo l’avesse messa al mondo. A questo punto il gioco era fatto e sarebbe andato avanti tranquillamente fino ai nostri giorni.

 

 

Ruolo ideologico della scienza

 

Si può tentare di fissare un criterio per comprendere quando la scienza mo­derna assolve prevalentemente il suo ruolo ideologico:

 

a) screditando e tacciando di antiscien­tifica ogni pratica e ogni teoria che si opponga alla riproduzione e al mantenimento dei rapporti di produzione capitalistici, esistenti, osservabili, quin­di innegabilmente reali, naturali e necessari (secondo i canoni fissati da Stahl e da Comte).

b) accreditando, indirettamente, quelle pratiche, quelle teorie e quelle filo­sofie che tendono e contribuiscono a mantenere e riprodurre i rapporti di produzione capitalistici che essendo rea­li, naturali e necessari, divengono anche legittimi.

Per analizzare, illustrare e raccontare come ciò avvenga, sarebbe necessario un corpo organico di studi, la mancanza del quale è proprio una delle conseguenze del ruolo ideologico del­la scienza moderna.

Tuttavia qualcosa s’intravede.

Partiamo dalla regina delle scienze, quella scienza che per definizione è la più lontana da ogni sospetto ideologico, la più pura, la più neutra, la più naturale e necessaria delle scienze: la fisica teorica. E vediamo come la fisica teorica funga da base e da presuppo­sto fondamentale per ogni ruolo ideo­logico moderno, a favore della conser­vazione e della riproduzione dei rap­porti di produzione capitalistici.

Come sempre quando si voglia soltan­to abbozzare un’analisi è necessario fa­re un passo indietro nel tempo.

All’inizio del secolo e intorno agli anni Venti e Trenta il panorama della fisi­ca classica, i fondamenti su cui poggiava, furono sconvolti da quei due gran­di avvenimenti scientifici che vanno sotto il nome di «Scoperta della teo­ria della relatività» e di «Sviluppo della teoria dei quanti». Fu allora che si presentarono problemi che nessuno aveva mai incontrato prima, mai per lo meno nell’ambito delle scienze na­turali. Ciò che veniva sconvolto dalle due nuove teorie era l’edificio stesso su cui le scienze fisiche avevano pog­giato fino allora la propria sicurezza. Heinsenberg dichiarò che a essere scossa era la fede nello svolgersi obiet­tivo di fenomeni nello spazio e nel tempo «in modo indipendente dalle osservazioni» e che la fisica non avreb­be ammesso mai più, nella sua antica forma, questa fede, che aveva formato il nocciolo della teoria classica3. Ac­canto a una serie di problemi fondamentali che non riguardano questo ar­ticolo, ciò che rischiava di andare in frantumi era proprio la fortunata for­mula, il fortunato principio fondato da Stahl e Comte secondo il quale i fe­nomeni del mondo andavano considerati come oggetti retti da leggi valide universalmente.

I fisici a questo pericolo reagirono con fermezza. Difesero in primo luogo il principio di «verità obiettiva», dife­sero il concetto dell’«osservazione di­retta»; ma, soprattutto, si preoccuparono che il pensiero scientifico e la sua validità non venissero intaccati da nessuna critica esterna. A chi sosteneva che lo stesso sapere scientifico era legato agli avvenimenti storici, economi­ci e sociali che andavano succedendosi nel mondo, i fisici, risposero negando la connessione. Fu proprio Heisenberg, che pure abbiamo citato quale sosteni­tore delle leggi dialettiche nel campo della fisica, a prendere d’ufficio la di­fesa dell’indipendenza e dell’autonomia del pensiero scientifico da qualsiasi al­tra forma di riflessione a esso estra­neo e da qualsiasi avvenimento ester­no. Le teorie moderne, sostenne Hei­senberg, non sono scaturite da idee ri­voluzionarie, trasportate, per così dire, dall’esterno delle scienze naturali esat­te4, ma provengono esclusivamente dal­la ricerca sperimentale, sono imposte alla scienza dalla stessa natura, non na­scono «in seguito a speculazioni». La scienza, insomma, il patrimonio cultu­rale scientifico, il sapere scientifico si formano esclusivamente nel rapporto fra scienziati e natura. È la natura a suggerirli agli scienziati e sono gli scien­ziati a scoprirli nella natura. La socie­tà, la storia, lo sviluppo economico e politico, le vicende umane non influi­scono nella vicenda e nella formazio­ne del pensiero scientifico. Ciò che conta sono esclusivamente i risultati sperimentali, le ricerche sperimentali. Risultati e ricerche autonome dalla sto­ria umana. «La trasformazione dei fon­damenti della fisica moderna», scrive Heisenberg, «si è imposta forzatamen­te (il corsivo è mio) passo a passo, attraverso le ricerche sperimen­tali».

È questo lo spirito con il quale gli scienziati proseguono nel loro cammino. Stahl, Comte e l’empirismo come filosofia predominante hanno vinto. Fe­derico Guglielmo IV può essere sod­disfatto. «L’atteggiamento del fisico», scrive il premio Nobel Bridgman, «de­ve essere un atteggiamento di puro em­pirismo». L’esperienza è determinata solo dall’esperienza. Tutto ciò che esi­ste al di là dell’esperienza non interes­sa, non conta. I fisici devono rinunciare alla pretesa di abbracciare tutta la natura in una formula semplice o com­plicata che sia. E se anche risultasse possibile abbracciare la natura in una sola formula il fisico deve organizzare il proprio pensiero in modo da non prendere in considerazione questa pos­sibilità5.  

E con i fisici rinunciano a questa pre­tesa tutte quelle scienze che mutuano i principi della ricerca scientifica dalla fisica. Nessuna disciplina mette oggi in dubbio, o critica o discute il primato delle scienze naturali come unica riflessione corretta sul mondo e sulla realtà alla cui guida si pone la ricerca fisica.

Questa situazione non è certamente pri­va di conseguenze pratiche. L’idea, la concezione che i fenomeni del mondo nel quale viviamo siano da considerare come oggetti neutrali retti da leggi va­lide universalmente. Secondo le conquiste scientifiche degli ultimi set­tanta anni. E si può anche aggiungere che l’aver riconfermato il metodo del­le scienze naturali e sperimentali (do­po la crisi dei fondamenti provocata dalla teoria della relatività e dalla teo­ria dei quanti) come unico, assoluto e scientificamente valido, ha dato un sen­so al capitalismo come modo di pro­duzione e come filosofia della vita, dai suoi albori a oggi.

In primo luogo questa concezione strin­ge nella ferrea logica delle leggi ma­tematiche applicate alla natura ogni altra scienza sia naturalistica, matema­tica, umana, non escluso il problema generale della conoscenza. La critica che si può fare al pensiero matematico è nella sua natura la stessa che Marx mosse contro l’economia politica bor­ghese. Il movimento della dimostra­zione matematica non appartiene all’oggetto preso in esame, ma «è un operare esteriore alla cosa». Questa critica di Hegel6 si accorda perfetta­mente con la definizione che gli stessi matematici danno del metodo e dei ri­sultati matematici. Ogni volta che una o più proposizioni portano a nuove proposizioni, queste ultime devono es­sere accettate puramente in virtù della forma e non del contenuto delle propo­sizioni originali7, in perfetto accordo con i principi logici che Comte aveva elaborato. Con la matematica la resa al dato di fatto è assoluta e ogni ana­lisi dei contenuti è bollata come vuo­ta speculazione. Non a caso per il pen­siero scientifico occidentale il marxi­smo si presenta più come un sistema arbitrario di interpretazione della real­tà che come un’analisi rigorosa e cor­retta del processo di sviluppo dell’uma­nità e delle leggi che lo governano.

Nessun ramo della scienza è collegato tanto intimamente col problema gene­rale della conoscenza e nessuno ha eser­citato sullo sviluppo storico di tale pro­blema un’influenza tanto forte e durevole quanto la matematica applicata al­le scienze della natura8 con il risulta­to di screditare e tacciare per mere fan­tasie ascientifiche ogni altro metodo di analisi e in particolare il metodo dia­lettico. Il problema è talmente serio che Lenin avvertì la necessità di affron­tarlo con un libro rimasto famoso: Materialismo ed empiriocriticismo. In polemica con uno dei maggiori fisici, Ernst Mach, il grande teorico comuni­sta si sforzò di far comprendere agli intellettuali del proprio partito quan­to fosse essenziale possedere una idea corretta della teoria della conoscenza per lo stesso sviluppo del pensiero e della cultura umana e per il movimen­to socialista. E come, a suo giudizio, questo sviluppo poco si accordasse con le teorie dell’empirismo logico mate­matico.

Una delle vittime più illustri dei me­todi della matematica applicata alle scienze naturali, è stata la teoria dell’evoluzione di Darwin che, imprigio­nata nei metodi statistici e guidata dal­le ferree leggi dei meccanismi naturali, rischia di trasformare una delle più rivoluzionarie scoperte scientifiche dei tempi moderni in una serie di mecca­nismi oggettivi completamente staccati dalla realtà umana alla quale in qualche modo avevano pur dato vita. E oggi li stacca dalla realtà economica e socia­le alla quale in qualche modo sono pur legati.

In secondo luogo, la concezione mate­matico-naturalistica alimenta quelle fi­losofie e quelle pratiche teoriche e metodologiche la cui funzione oggettiva è di sostegno alla conservazione e alla riproduzione degli attuali rapporti di produzione e del complesso sistema di potere esistente sia all’Ovest che all’’Est. Perché? Come? Eccone un esem­pio. Quando i fisici sostengono (come fa Bridgman) che devono rinunciare a comprendere la natura in una formula, limitano se non la possibilità teorica, la possibilità pratica di un’analisi com­pleta delle leggi naturali. È una ma­niera efficace per accreditare un ritor­no alla concezione filosofica di Kant la quale da un lato ammette l’esistenza di una realtà in sé (la cosa in sé), ma dall’altro nega la sua conoscibilità. Co­sì teorizzando restituisce al pensiero la sua funzione di guida nel campo della conoscenza e dello sviluppo umano. Questo primato del pensiero sullo svi­luppo umano è esattamente ciò che Marx ed Engels hanno cercato di con­futare sostenendo, come si sa, che la coscienza, il pensiero, la lingua dipen­dono dalla pratica umana economica e sociale, dalla lotta dell’uomo contro la natura, eccetera, e non viceversa. Kant, ancora, fa del dovere uno dei pi­lastri della pratica umana. L’uomo può perché deve. La faccenda dell’impera­tivo categorico (in cui si sviluppa il concetto di dovere kantiano) non è quella sorta di curiosità metafisica che viene mostrata agli studenti dei licei. Contiene al contrario un profondo con­tenuto sociale.

Il dovere viene elaborato da Kant per sostituire il concetto di obbedienza feu­dale spazzato via dalla rivoluzione bor­ghese. Qualcosa che sostituisse l’obbe­dienza al signore era assolutamente ne­cessario alla sorgente società industria­le che andava liberalizzando gli scambi e i rapporti fra gli uomini. La logica del potere non poteva più essere im­posta secondo i vecchi principi auto­ritari, ma doveva essere accettata in base alle leggi della natura, della ne­cessità sociale e dell’utile individuale. La famiglia diviene la sede dove la nuova ideologia viene elaborata e in­culcata negli individui. Con l’imperati­vo categorico e la legge del dovere kantiana, l’etica del lavoro prende il posto dell’etica cristiana 9.

Se si proseguisse nelle esemplificazioni o si cercasse di portare a un livello più profondo l’analisi dei rapporti fra pensiero scientifico, pensiero filosofico da un lato e ideologia dall’altro, sco­priremmo dei legami molto più pro­fondi di quanto ci appaiano a prima vista, dove l’uno è di supporto all’al­tra e tutte insieme sono profondamen­te legate con le lotte sociali e lo svilup­po economico che le accompagna.

Termini come idealismo oggettivo, ma­terialismo meccanico, positivismo, ma­terialismo dialettico, pensiero dialettico, idealismo, eccetera nascondono momenti sostanziali della lotta per l'egemonia fra le classi in ascesa e le classi perdenti, ma ferocemente attaccate al proprio sistema di potere. Così, se nell’Occidente troviamo dominante la filosofia positivista profondamente in­trecciata e sorretta dal pensiero logico-matematico-naturalista (avallato, di­feso e sostenuto dai fisici teorici come i più autorevoli depositari del metodo scientifico), nelle società dell’Est si so­no affermati nuovi modi di pensare che sotto il nome di materialismo dia­lettico contrabbandano una serie di ideologie strettamente legate alle pra­tiche di potere e agli sviluppi econo­mici di quei paesi negli ultimi trenta anni 10.

In terzo luogo, la concezione matema­tico-naturalistica sostenuta dalla fisica moderna rappresenta un’arma teorica particolarmente efficace contro il dif­fondersi della dialettica materialista co­me metodo logico e di analisi della realtà che essa giudica una vuota spe­culazione estranea al sapere scientifico. La dialettica, per bene che vada, è ridotta a una legge del pensiero e il materialismo dialettico e storico a un metodo di lettura della storia molto vi­cino alla concezione ideologizzata del darwinismo. Una successione di eventi, uno dietro l’altro, in un progresso in­finito nel quale il più forte mangia il più debole per legge di natura e senza alcuna contraddizione che non sia quel­la del pensiero. Anche qui è interes­sante notare come dietro questa for­ma ideologizzata del darwinismo ricom­paia rinnovato e ammantato dall’auto­revolezza di una legge naturale scien­tifica, un vecchio pensiero filosofico che accompagnò l’ascesa della borghesia in­glese. Tutti abbiamo letto Hobbes al liceo ed è nota la sua concezione pes­simistica della storia della società uma­na. Dietro quella idea per cui l’uomo è nemico all’uomo per legge di natura c’è la giustificazione della lotta borghe­se per la vita, condotta senza esclusio­ne di colpi, così come vuole la legge della concorrenza economica e indi­viduale.

 

 

Metodologia e sociologia

 

Se vogliamo vedere più da vicino il rapporto fra questo modo complesso di pensare (filosofia + pensiero scientifico + ideologia) e i rapporti sociali umani (rapporti di produzione) dob­biamo rivolgerci alla sociologia moder­na, che ebbe in E. Durkheim (nato a Epinal nel 1859 e morto a Parigi nel 1917) uno dei suoi fondatori e uno dei più efficaci continuatori di Comte. Nella sua opera Le regole del metodo sociologico, Durkheim applica senza mezzi termini la regola fondamentale dell’empirismo logico matematico: egli chiede e consiglia al sociologo di studiare i fatti sociali come cose, dal di fuori. La sociologia, scrive Durkheim, esige che il sociologo «si ponga nello stato mentale in cui si trovano i fisici, i chimici, i fisiologi quando affrontano una regione inesplorata dei loro settori scientifici» e lamenta che la sociologia sia «ben lontana da questo grado di maturità intellettuale». Vediamo ora dove porta questo metodo, rigorosa­mente scientifico secondo le regole del­la metodologia dominante, nella prati­ca sociale. Sin da allora Durkheim si trovava di fronte a un problema che preoccupa gli industriali: gli operai non stanno sempre al gioco dei rappor­ti di produzione nelle fabbriche, scio­perano, si ribellano, mettono in prati­ca «tecniche» passive di lotta. Gli imprenditori chiamano la lotta che gli operai conducono nelle fabbriche in difesa della loro esistenza fisica ed eco­nomica conflittualità, un termine an­cora oggi molto in uso nel vocabolario industriale e sindacale. Uno dei bersa­gli di queste lotte operaie è la divi­sione sociale del lavoro.

Durkheim interviene nel conflitto con tutta la sua maturità intellettuale per analizzare e risolvere la questione secondo il più puro metodo scientifico che vuole, come sappiamo, che i feno­meni siano trattati come oggetti neutrali retti da leggi universalmente va­lide. Le classi da cui la società è com­posta (e non in cui la società è divisa), spiega Durkheim, trovano un equili­brio all’interno della divisione sociale del lavoro. Naturalmente ogni tanto qualcosa non va. E qualcosa non va quando questo equilibrio si rompe, quando cioè «insorge» il fenomeno della conflittualità. La rottura dell’equi­librio si manifesta quando un gruppo sociale viene meno alle sue funzioni, oppure quando la distribuzione delle funzioni non corrisponde più alla «di­stribuzione dei talenti». Questo tra l’altro dimostra come la distribuzione spontanea del lavoro abbia la funzione di permettere alle ineguaglianze socia­li di esprimere esattamente le inegua­glianze naturali11. In sintesi: l’attuale distribuzione in classi della società, la sua struttura a piramide è un fatto del tutto naturale, che corrisponde a leggi naturali; di conseguenza essa è necessario, immodificabile e legittimo. Cinquant’anni più tardi Talcott Par­sons, sociologo americano della scuola funzionalista, porta a termine e perfe­ziona le teorie di Durkheim e fissa in tre leggi la materia dei rapporti sociali nella società moderna. Prima legge: la divisione del lavoro corrisponde alle esigenze dell’evoluzione sociale; secon­da legge: la stratificazione sociale è la conseguenza del rapporto fra i ta­lenti individuali e la responsabilità del­le funzioni; legge detta anche della «scarsità dei talenti» perché i talen­ti, scarseggiando, si stratificano in una struttura a piramide; terza legge: la divisione sociale del lavoro è alla base dell’integrazione sociale 12.

Ora finalmente ogni passaggio è chia­ro. La sociologia europea con Dur­kheim e la sociologia americana con

Parsons hanno analizzato e chiarito per noi, per gli industriali e per gli operai quali siano le strutture dei rapporti so­ciali della nostra società. Tutto è rego­lare poiché tutto è naturale. Il crisma della neutralità dell’analisi è dato dalla scoperta di leggi e teorie e dalla rigorosa applicazione della regola che vuole che siano trattati esclusivamen­te i fenomeni osservabili e che l’inda­gine si attenga strettamente all’osser­vazione. Accettato il principio, come negare che la divisione del lavoro sia un fenomeno osservabile sotto gli oc­chi di tutti? Che la stratificazione so­ciale, la scala dei talenti (non sono for­se misurabili con il quoziente d’intelli­genza?), la responsabilità delle funzio­ni siano fenomeni altrettanto esistenti, osservabili e teorizzabili? Tutto ciò d’altra parte è in linea con la più or­todossa e rigorosa metodologia scienti­fica. In questa direzione il campo dell’indagine (il suo oggetto) viene sepa­rato da tutti gli altri come vogliono le regole stabilite e accettate secondo le quali ognuno è specialista nel proprio campo scientifico ed è bene che non metta bocca in quei settori della scien­za in cui non è specializzato, frantumando il reale ad uso del sistema di potere dominante, delle classi e dei gruppi sociali che lo gestiscono, e dai quali deriva d’altra parte lo stesso potere accademico e corporativo degli specia­listi e degli scienziati.

Il metodo ha dato i suoi frutti. Da cinquant’anni a questa parte, a ogni crisi, a ogni svolta pericolosa, a ogni fase di espansione o di riorganizzazio­ne del sistema, gli economisti, i socio­logi, gli specialisti dei settori più sva­riati (antropologi, biologi, etnologi, psi­canalisti, chimici, eccetera), che hanno suddiviso il sapere scientifico in campi più specializzati, chiusi, inaccessibili e impenetrabili tra loro, hanno sfornato teorie, leggi, analisi che hanno impegnato la cultura occidentale, il movi­mento operaio, gli intellettuali, gli spe­cialisti, i politici, coinvolgendo congressi scientifici, assemblee internazio­nali, parlamenti nazionali, organismi operativi, scandendo il ritmo della lot­ta sindacale all’interno dei paesi occi­dentali e della lotta internazionale per la ripartizione del mercato mondiale. Sempre, quando il sistema si è trovato alle strette, gli intellettuali, gli accade­mici, le università, gli specialisti di ogni branca dello scibile e di ogni di­sciplina sono volati in suo soccorso, fornendogli armi culturali e metodo­logie pratiche per la difesa degli attua­li rapporti di produzione, per il loro sviluppo nella logica del sistema e per la lotta internazionale per l’appropria­zione e la ripartizione delle materie13. Nessuna scienza è rimasta immune da questo processo, al quale tutte, in una maniera o nell’altra, ma fondamental­mente sulla medesima linea, hanno contribuito e alle quali la fisica ha fornito il metodo, rappresentando il punto di riferimento «rigorosamente scientifico» indispensabile.

 

 

Linea positivista e materialismo dialettico

 

Se questo è un abbozzo di quanto è accaduto nel campo occidentale, biso­gna però aggiungere che anche nel cam­po marxista si sono avuti effetti altret­tanto profondi.

Mentre leggeva e commentava la lo­gica di Hegel, Lenin annotava: «Non si può comprendere appieno il Capi­tale di Marx, e in particolare il suo primo capitolo, se non si è studiata at­tentamente e capita tutta (la sottoli­neatura è di Lenin) la logica di Hegel. Di conseguenza, dopo mezzo secolo, nessun marxista ha capito Marx!! »14.

Lenin sapeva quel che diceva. Stava combattendo contro il revisionismo del­la Seconda Internazionale caratterizzato dal diffondersi della cosiddetta «li­nea positivista» che riduceva il mar­xismo a una variante evolutiva del determinismo applicato alla storia: so­lo processi oggettivi sottoposti a una irreversibile necessità15.

In realtà se si guarda alla storia del marxismo dal suo nascere ad oggi, se si seguono le vicende della Seconda e della Terza Internazionale, le vicende culturali dell’Unione Sovietica dopo la rivoluzione leninista, l’esperienza cine­se nel corso della lunga rivoluzione e, dopo, nel complesso periodo dell’edi­ficazione socialista, le sorti dei partiti comunisti occidentali, un dato emerge sopra ogni altro: ogni deviazione, ogni riformismo, ogni revisionismo, ogni dogmatismo coincidono con un rifiuto o un allontanamento dalla dialettica come metodo di analisi e di appropria­zione della realtà.

Il revisionismo della Seconda Interna­zionale nega il marxismo scientifico, la teoria del valore, la teoria marxista del­la produzione, nega di conseguenza la concezione dialettica e materialistica della storia, la dittatura del proletaria­to, la dialettica degli opposti, la nega­zione, il passaggio della quantità in qua­lità. Sostiene, invece, la neutralità e l’utilità dello stato, la sua funzione e di conseguenza la sua necessità. Crede nella democrazia come sistema in con­dizione di autocorreggersi; crede nel­la scienza come metodo delle scienze matematiche e naturalistiche, teorizza che il capitalismo organizzato può por­tare pacificamente al socialismo, che la democrazia, con il suo sistema di selezione degli individui sia l’unico pos­sibile in una società moderna permet­tendo a tutti uguali posizioni di par­tenza. Appoggia il parlamento come strumento insostituibile della borghe­sia a favore di ogni gruppo politico. Pensa che il capitalismo favorisca spon­taneamente e naturalmente gli intellet­tuali. Sostiene che i rapporti economi­ci essendo umani sono anche rapporti spirituali e che il mondo che ci circon­da è sostanzialmente inconoscibile. At­tende passivamente la fine economica del capitalismo accettandone per il mo­mento l’organizzazione 16.

Se si rileggono i testi, gli scritti, i di­scorsi degli uomini della Seconda In­ternazionale appare chiaro come al ri­fiuto sostanziale e formale del mate­rialismo dialettico si accompagna la sua sostituzione con il metodo delle scienze logico matematiche naturalisti­che, con aggiunte di darwinismo, neo­kantismo, positivismo 17.

Lenin scrive «Materialismo ed empirio­criticismo» non tanto per confrontar­si con gli avversari sul piano della discussione e della polemica filosofica, quanto per contrastare l’influenza del­la filosofia borghese in campo marxista dove essa miete una vittima dietro l’altra. E il «nemico» si presenta in forme sempre rinnovate, anche se nel contenuto è il solito idealismo, ma travestito. È impossibile riportare qui i termini della polemica leninista che investe l’intero quadro della metodo­logia marxista, la sua logica, la sua vi­sione del mondo, contro gli avversari di classe, come già era accaduto a Marx e a Engels trent’anni prima e come ac­cadrà a Mao trent’anni dopo. Ciò che è importante notare è come il nodo teorico sia considerato fondamentale e sia alla base di ogni pratica vittoriosa. Lo scontro non è soltanto per stabilire una egemonia culturale e sostituirne un’altra. Certo questo aspetto esiste e non è da sottovalutare. Ma vi è qual­cosa di ancora più profondo: senza una teoria corretta non è possibile leggere correttamente gli avvenimenti, non è possibile appropriarsi del reale, non è possibile di conseguenza impostare e condurre a termine una pratica vincen­te. Insomma lo scontro non è soltanto teorico, ma concreto. Marx, Engels, Le­nin, Mao sono convinti che il materia­lismo dialettico sia un metodo scienti­fico di analisi e di appropriazione del­la realtà superiore ai metodi preceden­ti (vedi Ma.dial), e che essendo superiore ai metodi precedenti li comprende (li conserva) e li sorpassa, in un certo senso quindi li ha in sé, ma arricchiti, completati e perfezionati. Solo che questa cultura più avanzata, non può essere compresa né accettata da quei gruppi o classi so­ciali legati al modo di produzione capitalistico, così come i gruppi e le clas­si legati al modo di produzione feudale non potevano comprendere né accetta­re il metodo scientifico di analisi del­la realtà che ha accompagnato lo svi­luppo economico e sociale della società moderna.

Lenin, nella sua lotta concreta contro la società moderna (esistente), avverte che l’empirismo è il nemico da battere e lo individua nel pragmatismo ameri­cano. Il pragmatismo, egli scrive «le­va alle stelle l’esperienza e solo l’espe­rienza, ammette come unico criterio il criterio della pratica, si richiama alla corrente positivistica generale. Affer­ma che ‘la scienza non è una copia della realtà’»18. Dietro l’empirismo e il pragmatismo c’è il metodo delle scien­ze logico-matematiche, la resa al dato di fatto, il concetto che l’esperimento esaurisce tutto il reale. Eppure Lenin (come tutti i classici marxisti) è per la scienza, è a favore della scienza, ha ben chiaro in testa che il progresso scientifico è di per sé sinonimo di pro­gresso e di avanzata generale di tutta la società umana. Ma comprende anche che se da un lato la scienza produce lavoro, scoperte e teorie scientifiche, dall’altro produce filosofia e ideologia. È contro questo secondo aspetto che Lenin si scaglia.

 

 

La situazione italiana

 

Anche il marxismo italiano subisce l’of­fensiva del positivismo.

Nella lunga corrispondenza che Anto­nio Labriola ebbe con Engels, i due non riuscirono mai a intendersi sul concetto di «metodo dialettico» che il padre del marxismo italiano voleva tenacemente sostituire con «metodo genetico»19.  Alla fine Engels rinun­ciò alla discussione e Labriola rimase con la convinzione che la dialettica non è un processo del concreto ma solo una forma del pensiero 20.

La posizione di Labriola ha inciso, so­lo per citare qualche nome, su scrittori come Galvano della Volpe e Colletti. Quest’ultimo rifiuta il materialismo dialettico perché contraddice il princi­pio di non contraddizione caro alle scienze esatte. Colletti spiega che la realtà non sopporta contraddizioni dia­lettiche, ma solo contraddizioni reali, conflitti di forze, «rapporti di contra­rietà». Queste, a suo avviso, sono op­posizioni, cioè non contraddizioni, an­ziché contraddizioni dialettiche21. Co­sì Colletti rinuncia alla dialettica in nome della scienza. La scienza è il solo modo di apprendere la realtà, afferma, il solo modo di conoscere il mondo. Ma quale mondo, quale scienza?

Non quella marxista, ma quella ferrea delle leggi matematiche applicate alla natura, la scienza della fisica teorica trasformata in positivismo scientifico. D’altra parte, quando Lenin scriveva che nessun marxista in quei cinquanta anni aveva capito Marx, non pensava solo agli uomini della Seconda Interna­zionale. Era semplicemente andato al cuore del problema che consiste nel rapporto fra dialettica hegeliana e dia­lettica marxista. Dove si ricavano i fondamenti logici della dialettica mar­xista se non in quella hegeliana, come hanno esplicitamente sostenuto Marx, Engels, Lenin e Mao? Anche qui l’in­fluenza del positivismo, il feticismo del metodo logico matematico naturalistico fa sentire il suo effetto. Come? Pren­diamo un esempio italiano e un esem­pio francese, paesi occidentali nei qua­li sorgono i due più forti partiti comu­nisti del mondo occidentale.

In Italia, Ludovico Geymonat, filoso­fo della scienza, si dice materialista e dialettico. Con un gruppo che si rifà alla sua scuola ha scritto un libro il cui titolo Attualità del materialismo dialettico non lascia dubbi sulle inten­zioni degli autori: riaffermare la vali­dità della dialettica e del materialismo. Ma di quale dialettica si tratta? La dialettica, spiega Geymonat, può susci­tare molti dubbi; basti pensare, scrive, «al pericolo di cadere nella logica he­geliana tristemente celebre per le sue astratte ed equivoche posizioni triadi­che»22. Cosa suggerisce allora Geymo­nat? Suggerisce d’interpretare la dia­lettica come un «tentativo (l’unico fi­nora conosciuto) di cogliere una forma di razionalità entro il divenire anche quando questo risulti irriducibile ad un puro e semplice movimento mecca­nico». Intanto la volontà di cogliere una forma di razionalità nel divenire si avvicina pericolosamente proprio a quella parte di idealismo trascenden­tale che ogni materialista dialettico ri­fiuta nella logica hegeliana. E poi, co­sa propone Geymonat? Che quando il divenire risulta riducibile ad un puro e semplice movimento meccanico si fa a meno della dialettica, e quando in­vece risulta irriducibile si ricorre alla dialettica? Ma questa, nella migliore delle ipotesi, si riduce a una formula per applicare qualcosa (la dialettica) che non si sa bene ancora cosa sia. In verità Geymonat, in una parentesi, sug­gerisce cosa intende per dialettica. «Il carattere dialettico (cioè dinamico) del­la realtà e della conoscenza», scrive. Ma questo «dinamico» è molto vici­no a Labriola, nella sua interpretazio­ne della dialettica come quella forma del pensiero che concepisce le cose non in quanto sono, ma in quanto divengono 23.  E lì Labriola si fermava. Non a caso Geymonat parla poi della realtà come di un continuum contraddistinto da svolte «anche rapide», come con­cede. (Il che ricorda la frase di Bernstein, il grande revisionista della Secon­da Internazionale, quando scriveva: se vogliamo comprendere il mondo dob­biamo concepirlo come un complesso di oggetti e di processi).

In Marx non esistono svolte. La real­tà si sviluppa fra contraddizioni e con­trasti, è spinta dalle contraddizioni e dai contrasti che ne rappresentano l’in­terno motore e che esplodono anche con violenza al suo interno (la sua teo­ria della rivoluzione è fondata su que­sti contrasti e queste esplosioni e sulla loro impossibilità di essere composti pacificamente); è contraddistinta da un nascere e morire delle forme che a seconda della specificità dei processi, insieme rovesciano, conservano e tra­sformano (la contemporaneità dei pro­cessi e il loro esplodere a volte improv­viso è una caratteristica della dialetti­ca di Marx) i contenuti 24. In un passo dei «Quaderni filosofici» Lenin si chiede: «In cosa si distingue il tra­passo dialettico da quello non dialetti­co? Cioè che differenza esiste fra l’evoluzione, il processo del reale in senso dialettico e l’evoluzione del reale in senso riformista?» E risponde: «Nel salto. Nella contraddizione. Nella in­terruzione della continuità. Nell’unità (identità) di essere e non essere». Esat­tamente l’opposto di quello che sug­geriscono Geymonat e i suoi pupilli; ma assolutamente in linea con la con­cezione e la pratica della metodologia dialettica di Marx.

Visto da Geymonat e dalla sua scuola, il materialismo dialettico si riduce a uno storicismo che pur riconoscendo l’esistenza della realtà indipendente­mente dalla coscienza umana, la consi­dera progressivamente conoscibile solo per mezzo delle scienze naturali e con i metodi logico matematici propri del­le scienze naturali 25.

A questo punto è forse necessaria una altra precisazione. Per Marx, Engels, Lenin e Mao la dialettica è una legge della natura rispecchiata dal pensiero umano. La logica umana altro non è che un rispecchiamento della logica del­la natura, di cui fa parte anche l’uomo. Questo principio, a volte detto in maniera più diretta a volte meno, è chiaro in tutti e quattro gli autori. Ma forse Lenin, impegnato con il riformi­smo pratico e teorico della Seconda Internazionale e teso nello sforzo di creare un solido partito della classe operaia, lo ha detto in maniera particolarmente esplicita. «La logica», scrive, «è la dottrina non delle forme esteriori del pensiero, ma delle leggi di sviluppo di tutte le cose materiali, naturali e spirituali, cioè dello svilup­po di tutto il contenuto concreto del mondo». E altrove: «La dialettica del­le cose crea la dialettica delle idee e non viceversa». La sottolineatura di cose e idee è di Lenin. Ai nostri fini io sottolineerei il verbo creare poiché in questo concetto è palese il rapporto che esiste secondo Lenin, fra la logica del reale e la logica del pensiero. La logica del pensiero, quella cioè che siamo abituati a chiamare logica, è creata dalla logica del concreto, è un suo riflesso, un suo rispecchiamento.

Quanto il problema del rapporto fra logica hegeliana e logica marxista sia legato alla funzione ideologica della scienza moderna ce lo mostra Domini­que Lecourt, francese, che ha pubbli­cato un libro dal titolo «Lenin e la crisi delle scienze» tradotto recente­mente in italiano e particolarmente se­guito dagli scienziati della sinistra ita­liana. L’interesse principale di questo lavoro consiste nel fatto che in esso si avverte tutta la pressione che il pen­siero scientifico moderno opera sul mar­xismo contemporaneo. Tutto lo sforzo di Lecourt è di riportare il marxi­smo di Lenin, di Engels e di Marx sot­to l’ala protettrice di questo pensiero. Per raggiungere il suo intento Le­court è obbligato, sulla scia di tutti i revisionisti della Seconda Internazionale, a smontare ogni legame fra dialettica hegeliana e dialettica marxista, fino a scrivere che il famoso discorso dei classici del marxismo secondo i quali la dialettica hegeliana rispecchia meglio di ogni altra la logica del reale a patto di rovesciarla e porla con i piedi in terra, va considerato un errore, una espressione inadeguata e prematura nella quale sono caduti sia Marx, sia Engels, sia Lenin (e poteva tranquilla­mente aggiungerci Mao).

In secondo luogo è obbligato a correg­gere la teoria del riflesso (il pensiero riflette la realtà). Riflesso, sì, dice Lecourt, ma «senza specchio». A par­te che la teoria del «riflesso senza specchio» rinvia a Louis Althusser, suo

maestro, e inventore, fra le altre for­mule, del «processo senza soggetto» e della «filosofia senza oggetto»26, il problema è in un certo senso privo di fondamento per il semplice motivo che Lenin, riferendosi al concetto del riflesso, non parla mai di specchio. Usa, semmai, l’esempio della fotografia e ripete spesso il termine di copia. Cer­tamente la riproduzione di una copia fotografica è qualcosa di più attivo che non il morto riflesso di uno specchio. Nel medesimo tempo credo che nessu­no abbia mai pensato, o pensi, di pa­ragonare gli elementari processi di una macchina fotografia ai sofisticati e com­plessi processi di un cervello umano. Se si formi una copia, come la copia si formi, con quale indice di corrispon­denza si formi, eccetera, penso sia una risposta che dovremmo attenderci dai biologi (i quali non a caso da dieci anni vanno dirigendo i loro studi sul cervello), e non dai filosofi.

A parlare di specchio, per la verità, è Marx 27.  Ma è assolutamente impossi­bile affrontare la teoria del riflesso dal punto di vista di Marx scartando la dialettica, come fa Lecourt, e ponen­do l’accento sul concetto di materiali­smo piuttosto che su quello di dialet­tica, come di nuovo fa sempre Le­court, smentendo esplicitamente Lenin che scrisse proprio in Materialismo ed empiriocriticismo esattamente il con­trario: che l’accento andava posto sul concetto di dialettica e non su quello di materialismo. D’altra parte ai fon­datori del materialismo dialettico e ai loro continuatori il problema gnoseo­logico, della conoscenza, non ha mai interessato in maniera angosciosa come invece accade ai filosofi e agli scienzia­ti borghesi, naturalisti e positivisti. Ai marxisti interessava soltanto stabilire:

1) che la realtà esiste indipendentemen­te dalla coscienza; 2) che la coscienza è in grado di coglierla, di appropriar­sene, di rifletterla; 3) che la coscienza dipende, è formata, dall’essere, cioè dal­la vita materiale degli uomini. Contem­poraneamente essi considerano il pro­blema della conoscenza, terreno adat­to alle grandi manovre degli avversari del materialismo dialettico intenti a modificarne la sostanza con la scusa di criticarne la forma. È il risultato al quale giunge anche Lecourt.  È l’ef­fetto della pressione del pensiero scien­tifico moderno che tacciando di anti­scientifico ogni altro metodo di analisi della realtà che non sia il suo (e in par­ticolare il materialismo dialettico) e proclamandosi unico e indiscusso erede di ogni corretto modo di intendere la realtà e di pensare, lavora, più o meno consapevolmente, al mantenimento de­gli attuali rapporti di produzione.

Gli effetti di questa pressione si sono sentiti largamente anche nei paesi dell’Est 28. L’episodio Lysenko è un segno palese di questo profondo frain­tendimento delle leggi del materialismo dialettico. Si tratta di un capitolo vasto, ma poco approfondito del fenome­no che stiamo cercando di descrivere e che meriterebbe di essere trattato a parte anche perché, probabilmente, nel­le società dell’Est c’è la risposta esem­plificata della corrispondenza fra svi­luppo delle forze produttive, rapporti di produzione e produzione della cul­tura e del pensiero scientifico. E gli ultimi avvenimenti cinesi ripropongo­no in maniera ancora una volta dram­matica la questione.

Un effetto secondario, ma non privo d’importanza, della pressione ideolo­gica del pensiero scientifico moderno sulla società nel suo insieme, lo si av­verte nel modo in cui vengono accolte tutte quelle opere scientifiche che si rifanno al metodo dialettico e mate­rialista. Accade infatti che se da un lato l’egemonia del positivismo scientifico si manifesta nei modi che abbiamo vi­sto, dall’altro la produzione scientifica dialettica ha ripreso con un certo vi­gore negli ultimi dieci anni (notare: all’incirca a partire dalla crisi econo­mica occidentale). In antropologia, nel­le scienze naturali, in economia, in psicologia, in linguistica, in storia, nel­le analisi stesse dei contenuti del mar­xismo, in biologia, sono apparsi tutta una serie di studi. Alcuni fondati più consapevolmente sul metodo dialetti­co materialistico, altri di meno, ma tutti comunque innovatori e improntati alla dialettica. Ebbene questi lavori, benché pubblicati e tradotti 29 dagli edi­tori dei vari paesi occidentali, passan­o senza lasciar traccia nelle riviste specializzate, nelle scuole, nelle pagine culturali dei giornali, nelle aule delle università, nei convegni scientifici, men­tre qualsiasi autore o scuola riformista (nel senso indicato di antidialettico) suscita inchieste, interviste, oziosi ap­profondimenti, lunghi articoli e grandi titoli. Un esempio per tutti: François Jacob e Jacques Monod sono ambedue biologi e premi Nobel. Ambedue han­no scritto un libro, e ambedue questi libri sono usciti in Francia contempo­raneamente nel 1970: il libro di Mo­nod è un saggio sulla filosofia natura­le della biologia contemporanea; il li­bro di Jacob è una storia dell’eredita­rietà condotta appoggiandosi largamen­te al metodo dialettico sia nell’esposi­zione sia nell’analisi oggettiva dei fe­nomeni concreti del processo evolutivo che dalla prima cellula ha portato all’uomo. Ebbene del primo (positivista e naturalista) si sono occupati stampa, scienziati, uomini di cultura, tenendo il campo per oltre un anno e impe­gnando circoli intellettuali, organizza­zioni culturali, fino a lambire il lettore medio con i giornali e la televisione. Sul secondo, il silenzio. Il silenzio an­che da parte della stampa marxista (ma non dialettica).

Ancora una riflessione per concludere. Da una parte gli uomini che hanno for­nito le nuove categorie teoriche del materialismo dialettico, gli uomini che hanno portato a termine le due grandi rivoluzioni proletarie autonomamente affermatesi (Lenin e Mao), gli uomini che hanno vittoriosamente resistito al sistema ponendolo in serie difficoltà (Ho Chi Minh e Giap) hanno utilizzato la dialettica come metodo di analisi scientifica del reale, lasciando assolutamente intatto e accettando nella sua pienezza l’impianto originario teorico del materialismo dialettico. Dall’altra ogni riformismo, ogni re­visionismo (pratico e teorico) ha toccato, ha modificato, ha tra­sformato in modo più o meno aperto, più o meno consapevole, il nucleo cen­trale della teoria originaria (Marx-En­gels più Lenin e Mao).

Perché? Che significato ha questo? La discussione è aperta ed è tutta da fare (comporta fra l’altro un’analisi mai ten­tata sul metodo teorico della Terza In­ternazionale), compresa quella sul rap­porto profondo fra scienze naturali e marxismo, dal momento che mai il la­voro scientifico e i risultati pratici rag­giunti da queste scienze sono stati sottovalutati, ignorati o scherniti dai teo­rici marxisti. Al contrario i teorici mar­xisti, questo lavoro scientifico e questi risultati pratici, li hanno sempre posti come un momento insostituibile e come una delle basi (porre, momento e base secondo l’accezione dialettica di questi concetti) della stessa teoria marxista. Ne hanno invece rifiutato la filosofia (o le filosofie). Possiamo dire che la scienza racchiude in sé un valore d’uso (risultati scientifici) e un valore di scambio (prodotti ideologici)? E che accettare i primi non comporta la mec­canica assunzione dei secondi?

Marx come Engels, come Lenin, come Mao sono sempre stati convinti che la dialettica fosse uno strumento insosti­tuibile di analisi e di appropriazione del reale da parte dell’uomo (di tutto il reale). Marx, Engels, Lenin e Mao hanno anche chiaramente indicato a quale dialettica si riferivano. Dopo i guasti e le confusioni della Seconda e della Terza Internazionale questa discussione si pone nuovamente. Perché ancora?

 

(sul tema «Materialismo ed empirio­criticismo» di Lenin, vedi anche §LEN-ME1e §LEN-ME2; per “La logica del vivente", di F. Jacob vai a §JAC)

 

NOTE

 

1 Marx K., Le lotte di classe in Francia, Editori Riuniti, Roma 1962.

2 Marcuse H., filosofo tedesco della scuola borghese di Francoforte, trasferito negli Stati Uniti nel 1934, Ragione e Ri­voluzione, Il Mulino, Bologna 1965.

3 Ernst Cassirer, filosofo tedesco legato alla scuola neo-kantiana di Marburgo, Storia della filosofia moderna, vol. IV, Einaudi Torino 1958.

4 Heisenberg W., premio Nobel per la fi­sica 1932, tedesco, Mutamenti nelle basi della scienza, Einaudi, Torino 1944.

5 Bridgman P.W., premio Nobel per la fisica 1946, USA, La logica della fisica moderna, Bo­ringhieri, Torino 1965.

6 Hegel G.W.F., filosofo tedesco, creatore della dialettica come metodo di analisi globale, Fenomenologia dello spirito, La Nuova Italia, Firenze 1963.

7 Stabler E., matematico inglese - «Il pen­siero matematico» Boringhieri, Torino 1953.

8 Cassirer E., op. cit..

9 Horkheimer M., Adorno T.W., filosofi tedeschi fondatori della scuola dialettica borghese di ­Francoforte, Lezioni di sociologia  Einaudi, Torino 1966.

10 Cfr Robert Havemann, fisico della Ger­mania Est, espulso dal partito comunista della Repubblica democratica tedesca, Dialettica senza ­dogma, Einaudi Torino 1965.

11 Durkheim E., sociologo francese, La di­vision du travail social, Houssiaux, Parigi1987.

12 Parsons T., sociologo USA, The social sy­stem (1951) Houghton Mifflin, Boston 1951.

13 Alcuni esempi. Weber teorizzò la buro­cratizzazione crescente della società e pose la domanda: chi controllerà la macchina bu­rocratica? Michels scoprì la legge ferrea dell’oligarchia. Berle sostenne che funzionari e tecnici stavano sostituendo i vecchi padroni giudicando i nuovi più sensibili degli altri alla politica (1930). Burnham preconizzò la rivoluzione dei manager e avvertì che il mondo si sta­va dirigendo verso un sistema nel quale capitalismo e socialismo si sarebbero superati a favore di una struttura tecnico-efficientista-burocratica. Nel corso degli anni sessanta nacque la teoria della convergenza dei due sistemi e si dà per certa la fine delle ideologie. Qualche anno fa Bell, Ellul  e  Brzezinskii teorizzano la civiltà post-industriale, te­cnologica e tecnotronica con nuove classi occupate nei servizi e tramonto conseguente della classe operaia. Recentemente  al M.I.T. con Parsons e Hoselita si è scoperta la ­teoria della modernizzazione secondo la quale il comunismo viene considerato una malattia dovuta al trauma del passaggio delle società pre-moderne a quelle moderne. Questo solo per citare le principali t­eorie economico-sociali alle quali potrebbero aggiungersi quelle antropologiche, psicologiche, psicoanalitiche, biologiche, eccetera.

14 Lenin, Opere scelte, vol. III - Editori Riuniti, Roma 1973 (Louis Althusser, filosofo francese, marxista sostiene in Lenin di fron­te a Hegel che solo una pagina prima della nota citata, commentando l’uso di espressio­ni hegeliane nel primo capitolo del Capitale, Lenin, contraddicendosi, commenti: « pastic­cio ». Questo commento non risulta nell’edi­zione italiana né in quella francese delle Ope­re scelte. A giudicare dal contesto delle al­tre annotazioni di Lenin alla Scienza della logica di Hegel, non è stato mai scritto).

15 Andrej Valicki, docente presso l’istituto di filosofia e sociologia dell’Accademia polac­ca delle scienze, Istituto Gian Giacomo Fel­trinelli Annali, Anno quindicesimo, 1973, Fel­trinelli, Milano 1973.

16 I principali teorici riformisti della Se­conda Internazionale cui si riferiscono le cor­rezioni e le confutazioni portate al marxismo dei fondatori sono: Bernstein, Tugan-Bara­novsky, Kautsky, Max Adler, Hilferding (do­po il 1942).

17 Adler M. postulava addirittura un «a priori sociale».

18 Lenin - opera cit.

19  Labriola A., «Lettere a Engels» Edizioni Rinascita, Roma 1949.

20 Gerratana V., Istituto Gian Giacomo Feltrinelli, Annali, Anno quindicesimo, Fel­trinelli 1973.

Ne La concezione materialistica della sto­ria, Antonio Labriola scrive in proposito: «Né certo giova richiamarsi di continuo al­la negazione, che non è istrumento di ri­cerca, ma solo formula riassuntiva». La «ne­gazione della negazione» è una delle regole alle quali si rifà il materialismo dialettico. E più avanti, sempre Labriola: «poiché il comunismo non sarà certo un parto della dialettica subiettiva». Giocando sull’equivoco del termine subiettivo.

21 Colletti L., filosofo italiano, Intervista politico-filosofica, Laterza, Bari 1974.

22 A proposito delle equivoche formule tria­diche della logica hegeliana che tanto preoc­cupano Geymonat, Hegel (ripreso da Lenin) scriveva: «Il formalismo si è in effetti im­padronito anche della triplicità e si è atte­nuto al suo vuoto schema; ma il superficiale abuso ed il vuoto del cosiddetto costruire filosofico moderno, consistente nell’inserire dappertutto questo schema formale, senza concetto e senza determinazione immanente, e nell’usarlo per istituire un ordine estrinse­co, hanno reso quella formula noiosa e l’han­no screditata. Tuttavia per la trivialità di quest’uso, essa non può perdere il suo valo­re estrinseco». Lenin commenta: «Hegel in­giuria aspramente il formalismo, la noia, la vacuità del giocare con la dialettica».

23 Labriola A., La concezione materialisti­ca della storia, Laterza, Bari 1965.

24 Ne La logica del vivente, Einaudi, To­rino 1971, Jacob F., biologo e premio No­bel, illustra molto bene come questi «meccanismi» abbiano accompagnato e determi­nato la nascita e l’evoluzione della vita sulla terra.

25 Giorello L., Tagliagambe G., Attualità del materialismo dialettico, Editori Riuniti, Ro­ma 1974.

26 Althusser L., Lenin e la filosofia, Sul rapporto fra Marx e Hegel, Jaca Book, Mi­lano 1972.

27 Marx, Il Capitale, 1°, Editori Riuniti, Roma 1964. Per la verità il termine “riflettere” in tedesco è “spiegeln”, e “der  Spiegel” significa  lo specchio.

28 Cfr. Havemann R., vedi nota 10.

29 Alcuni di questi autori sono: Sève in psi­cologia, Meillassoux in antropologia, Have­mann nelle scienze naturali, Goux in linguistica e storia, Glucksmann in analisi dei fe­nomeni della guerra e della strategia mo­derna, Rosdolsky per un’analisi sulla struttu­ra e la genesi del Capitale di Marx, Mattick in economia, ed altri.

 

 

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